Tra linguaggio cinematografico e letterario: due scene che avrei voluto vedere nella trilogia di PJ

Continuo il mio viaggio fra rappresentazione cinematografica e letteraria cercando di sfatare uno dei luoghi comuni al quale spesso si appellano i fan di PJ: la mancanza di scene spettacolori nel Signore degli Anelli; o, almeno, di scene d’azione facilmente convertibili in pellicola. Come ho scritto precedentemente, bisogna saper distinguere i due linguaggi: è ovvio, ad esempio, che mentre l’amore fra Aragorn e Arwen può essere inteso anche da piccoli dettagli sparsi qua e là nel libro, fino ad arrivare al matrimonio, nel film sia necessario rendere la relazione sentimentale più evidente, tanto più che si tratta solo di una delle tante “sotto-trame” che il regista deve snodare via via lungo tutta la pellicola.

Proprio per questa ragione, tuttavia, non riesco a essere d’accordo con quanti affermano che nell’opera letteraria del Signore degli Anelli manchino – o siano carenti – quelle scene spettacolari che – considerati gli effetti speciali oggi disponibili – avrebbero potuto essere rese fedelmente nella trasposizione cinematografica. In particolare, vorrei soffermarmi su due “scene d’azione”, tra le più belle descritte da Tolkien (a mio parere): la fuga della Compagnia dell’Anello della Camera di Mazarbul in Moria e la distruzione dei cancelli di Minas Tirith. Lascio la parola all’autore:

Improvvisamente in cima alla scala vi fu uno squarcio di luce bianca. Si udì un sordo tuono e un pesante tonfo. Il rullo dei tamburi proruppe selvaggio, dum-bum, dum-bum, poi d’un tratto s’interruppe. Gandalf volò giù dalle scale e cadde per terra in mezzo alla Compagnia. “Bene, bene! Questa è fatta!”, disse lo stregone, alzandosi faticosamente. “Ho fatto tutto il possibile. Ma ho trovato un degno rivale, che mi ha quasi distrutto. Ma non restate fermi qui! Muovetevi!” […] Gimli lo prese per il braccio, aiutandolo a sedersi su di un gradino. “Cos’accadde lassù in cima alle scale?”, chiese. “Hai incontrato il battitore di tamburo?”. “Non so”, rispose Gandalf. “Ma mi trovai improvvisamente di fronte a qualcosa che non avevo mai incontrato. Non sapevo che altro fare, se non lanciare sulla porta un incantesimo che la chiudesse. Ne conosco parecchi; ma per fare questo genere di cose in piena regola ci vuole tempo, e ancorché riesca, chiunque potrebbe sfondarla con la forza. […] A un tratto, qualcosa entrò nella stanza…lo sentii attraverso la porta; gli Orchi stessi si spaventarono e tacquero. Afferrò l’anello di ferro, e in quel momento percepì la mia presenza e quella del mio incantesimo. “Che cosa fosse, non riesco a immaginare, ma mai ho sopportato una tale sfida. Il contro-incantesimo era terribile; fui quasi sopraffatto. Per un attimo persi il controllo della porta che cominciò ad aprirsi! Dovetti proferire una parola di comando, ma la tensione fu troppo forte. La porta volò in pezzi. Qualcosa di scuro come una nuvola bloccava tutta la luce nell’interno della camera e io fui scaraventato all’indietro giù per le scale. Tutta la parete cedette, e anche il soffitto della stanza, credo.
La Compagnia dell’Anello, pp. 428-430, passim.

Nella versione cinematografica della Compagnia dell’Anello, invece, purtroppo non c’è traccia di tutto questo: dispiace, anche perché si tratta di uno dei pochi punti delle opere tolkieniane in cui si parla esplicitamente di incantesimi: il duello magico tra Gandalf e il Balrog sarebbe stato bello da vedersi (e da ascoltarsi, considerati gli sforzi fatti dai linguisti che hanno collaborato alla stesura della scenografia). Indubbiamente la corsa disperata della Compagnia dell’Anello per guadagnare l’uscita è ben riuscita, però non credo sia superiore, quanto a pathos, a quella descritta dall’autore.

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La seconda scena, invece, riguarda, come ho scritto in precedenza, la descrizione della distruzione del cancello di Minas Tirith. Lascio ancora una volta la parola a Tolkien:

Grond continuava ad avanzare. I tamburi rulluvano selvaggiamente. Sopra i monticelli di cadeveri apparve a un tratto una mostruosa figura: un cavaliere, alto, coperto da un cappuccio e da un manto nero. Avanzava lentamente, calpestando i caduti, noncurante delle frecce. Poi si fermò e levò in alto una lunga e pallida spada. E al suo gesto una grande paura si impadronì di tutti; gli uomini lasciarono cadere le braccia lungo i fianchi e nessun dardo sibilò più. Per un momento tutto fu silenzioso. I tamburi rullavano. Con un’enorme rincorsa Grond venne catapultato avanti da enormi mani. Giunse al Cancello. Fu proiettato in avanti. Un profondo rimbombo echeggiò attraverso la Città come tuono fra le nubi. Ma le porte di ferro e i pali di acciaio resistettero al colpo. Allora il Capitano Nero si rizzò sulle staffe e urlò con voce spaventosa, pronunciando in qualche linguaggio dimenticato parole di potere e di terrore tali da lacerare cuori e rocce. Urlò tre volte. Tre volte rimbombò il grosso ariete. E improvvisamente all’ultimo colpo il Cancello di Gondor cedette. Come colpito da un lacerante maleficio, lo si vide saltare in aria: vi fu un lampo di luce accecante e i battenti crollarono in terra  frantumati in mille pezzi. Il Signore dei Nazgul entrò nel suo cavallo […] varcando l’arco che mai nemico aveva oltrepassato, e tutti fuggirono innanzi a lui. Tutti eccetto uno. In attesa, immobile e silenzioso in mezzo allo spiazzo del Cancello, sedeva Gandalf su Ombromanto […]. «Non puoi entrare qui» disse Gandalf, e l’enorme ombra si fermò. «Torna negli abissi preparati per te! Torna indietro! Affonda nel nulla che attende te e il tuo Padrone. Via!» […] «Vecchio pazzo! [rispose il Nazgul] Questa è la mia ora. Non riconosci la Morte quando la vedi? Muori adesso, e vane siano le tue maledizioni!» E con ciò levò alta la spada e delle fiamme ne percorsero la lama. Gandalf non si mosse. In quell’istante, lontano in qualche cortile della Città, un gallo cantò. Era limpido e chiaro, ignorava la stregoneria e la guerra, non faceva che acclamare il mattino che su nel cielo, oltre le ombre di morte, si avvicinava con l’alba. E come in risposta giunse da lontano un altro suono. Corni, corni e corni. Si udivano fiochi echeggiare nei fianchi del cupo Mindolluin. Grandi corni del Nord che suonovano con forza. Rohan era finalmente arrivato.
Il Ritorno del Re, pp. 119-120, passim.

Nella scena cinematografica, invece, il sentimento di attesa e speranza che anima il lettore alla fine della lettura del capitolo “L’assedio di Gondor” lascia spazio a un duello che nei fatti si risolve con la vittoria del Re degli Stregoni: in questo caso credo che PJ abbia ripreso un passaggio precedente del romanzo, nel quale Denethor rinfaccia a Gandalf di essere stato sconfitto dal Capitano Nero e questi risponde in modo allusivo che può essere accaduto, senza però entrare nel dettaglio di cosa sia avvenuto realmente. Il canto del gallo al quale rispondono gli echi dei corni dei Rohirrim rappresenta, secondo me, uno dei passaggi più emozionanti dell’intero romanzo: sono certo che sarebbe piaciuto a tutti gli spettatori – esperti o meno della saga tolkieniana – proprio perché, a mio parere, il canto del gallo che annuncia l’alba, e dunque la vittoria della luce sulla tenebra, è un messaggio semplice quanto universale, che avrebbe trovato largo consenso nel pubblico. Lo stesso duello “non-consumato” fra Gandalf e il Re-Stregone, inoltre, avrebbe creato suspence ed emozione. I Troll che nel film entrano in Minas Tirith, invece, li ho trovati un po’ banali, soprattutto se paragonati alla figura del Re Stregone: tutto si risolve in pochi fotogrammi. Grond picchia e picchia duro finché il portone cede, senza esplodere come accade nel romanzo. Fine. Certo, va detto che il tutto avviene all’interno di un contesto bellico pieno di azione, per cui lo spettatore non rimane deluso; però avrei preferito la sceneggiatura originale a quella cinematografica. Si tratta, peraltro, di un’altra delle poche scene del romanzo nelle quali trova posto la magia nella sua accezione più classica: mi sarebbe molto piaciuto vedere il Re Stregone pronunciare per tre volte il suo malvagio incantesimo, sarebbe stata una scena caratterizzata da un climax crescente. Per inciso (e per finire) mi sono spesso chiesto se, a sua volta, il Cancello di Minas Tirith non fosse protetto da una magia, considerato che il Capitano Nero dovette pronunciare più volte l’incantesimo per abbatterlo…

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13 pensieri riguardo “Tra linguaggio cinematografico e letterario: due scene che avrei voluto vedere nella trilogia di PJ

    1. Grazie! Anche io, ragionando in termini assoluti, avrei voluto meno scene di battaglia nei film di PJ (una critica che riguarda soprattutto la versione cinematografica dell’ultimo film dell’Hobbit); proprio per questa ragione, le descrizioni delle battaglie di Tolkien mi sembrano più coincise e, allo stesso tempo, più ricche di pathos, rispetto ai massacri ripresi nei film.

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  1. Salve ottimo articolo, concordo con le scene trattate e se posso permettermi aggiungerei il Re Stregone che si ferma uscito da Minas Morgul perché percepisce l’Anello e il motivo l’uso del palantir da parte di Denethor che nel film non si capisce.

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  2. Rileggendo quello che hai detto, nn mi era mai sorto il dubbio che Tolkien avesse messo il dubbio nel lettore che potrebbe esserci stato uno scontro tra Re Stregone e Gandalf con una vittoria del primo, ma bisogna vedere com’era questa vittoria, se c’è stata. Magari Gandalf è andato proprio per contrastare il Re Stregone essendo l’unico capace di affrontarlo, per permettere di salvare il maggior numero di soldati in difesa della città, e forse quando ne ha salvati il più possibile si è ritirato e la ritirata equivale a una sconfitta, oppure il Re Stregone si è rivelato più forte nel combattimento e Gandalf notando di aver salvato un buon numero di soldati e permesso a Faramir la fuga ha lasciato lo scontro e sappiamo che in quel momento il Re Stregone è molto potente.

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    1. Riguardo alla potenza del Re Stregone, ricordo di aver notato, in una delle sue lettere, che Tolkien adopera per il periodo della Guerra dell’Anello, l’espressione di “potenza demoniaca” alludendo ai poteri che Sauron aveva affidato al capitano dei suoi eserciti. Per questa ragione, dunque, è possibile che il Re Stregone avesse sconfitto Gandalf, magari spingendolo ad abbandonare il fronte come tu suggerisci.

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      1. Possiamo anche dire che Gandalf vedendo la potenza dell’avversario e avendo la possibilità di ritirarsi ha preferito la ritirata sapendo che la sua forza era più necessaria altrove, invece di impegnarla in uno scontro incerto col Re Stregone privando Minas Tirith della sua capacità di riscaldare i cuori nell’attimo della disperazione.

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      2. Sì, penso che le cose potrebbero essersi svolte in questo modo; in questo modo la sconfitta di Gandalf non sarebbe dovuta alla conseguenza di un vero e proprio duello con il Re Stregone, quanto all’incapacità di arrestare la sua avanzata verso Minas Tirith.

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      3. Anche perché in caso di scontro prolungato sarebbe di sicuro vulnerabile ad altri attacchi nemici, invece il Re Stregone è invulnerabile agli attacchi (escluse spade incantante e arti elfiche), come ho detto, forse lo scontro c’è stato, ma quando ha visto la potenza del nemico e la salvezza di molti soldati si è ritirato

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      4. Tra l’altro ricordi cosa successe quando i Nazgul inseguirono Faramir e i suoi cavalieri in fuga da Osgiliath? Essi si ritirarono davanti a Gandalf ma solo perché – fa notare Tolkien – mancava il Re Stregone a guidarli. Mi sembra plausibile, dunque, che il Re Stregone non temesse Gandalf, neppure nella sua versione, per così dire, potenziata di Gandalf il Bianco.

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      5. Vero, anche in quel caso Gandalf se la vide male…d’altra parte bisogna considerare che Gandalf non poteva, per rispettare la sua missione, manifestare tutta la sua reale potenza…

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