L’ultima battaglia della Seconda Era

Su invito di uno dei miei lettori, dedicherò questo articolo alla descrizione della battaglia avvenuta sulle pendici dell’Orodruin tra Sauron e i principali comandanti dell’Ultima Alleanza. Come probabilmente saprete, in quel durissimo scontro morirono sia Gil-Galad che Elendil, e Isildur sconfisse Sauron, togliendogli l’Unico Anello. Curiosamente, nonostante questo episodio segni la fine di un’era e del dominio dell’Oscuro Signore sulla Terra di Mezzo, Tolkien non vi dedicò particolare attenzione. Non sappiamo, ad esempio, se Sauron fu ucciso da Isildur, il quale poi gli tagliò il dito per impossessarsi dell’Anello o se gli eventi presero una piega simile a quella che si vede nel primo film della Trilogia di Jackson. Nei miei racconti ho concepito questa scena, nella quale si narra come Isildur compì la sua più gloriosa impresa anche grazie ad un aiuto…inaspettato. Spero che possa piacervi, buona lettura!

«Al termine del settimo anno d’assedio, infine, avvedendosi che le sue armate non potevano più opporsi alla collera delle schiere dell’Alleanza e che la sua fortezza era stata sguarnita, l’Oscuro Signore uscì dalla sua tenebrosa dimora e si accinse a sfidare a singolar tenzone i condottieri della Libere Genti; in preda al panico, ché invero terrificante era a vedersi il negro sembiante del Maia Caduto, i soldati indietreggiarono, coprendosi il volto con entrambe le mani, ché non osavano mirare il volto di colui che un tempo era stato il luogotenente di Morgoth; pure egli non si curò affatto di loro, ma si diresse verso i Signori dell’Alleanza, avendo in mente di trafiggere le loro mortali carni con la sua asta, né dovette cercare a lungo, ché costoro, a gloria della maestà di Iluvatar che è sopra i destini del mondo, non fuggirono ma lo attesero impavidi sul versante orientale dell’Orodruin, ove la malizia dell’Anello sovrano era maggiore e colui che lo portava sperava ottenere facile la vittoria. Primo, fra quanti erano nel novero dei comandanti dell’Alleanza, Gil-Galad non attese che il discepolo di Morgoth gli si scagliasse contro, ma, rapido come il vento che spira da occidente, affondò la sua portentosa Aiglos, che si diceva fosse stata forgiata da Feanor allorché costui era ancora a Valinor e la luce degli Alberi non era venuta meno; pure l’Oscuro Signore non si rivelò meno agile nell’evitarne il colpo, provocando lo sbilanciamento del re dei Noldor, sicché questi cadde e la sua arma si frantumò sotto di lui. Rapido, allora, il grifagno artiglio di Sauron afferrò il figlio di Fingon per il collo e coloro che erano con lui in quel momento si avvidero che la carni di Gil-Galad bruciavano, mentre la vita di costui veniva meno; scosso dalle grida che il sovrano degli Eldar emetteva nell’agonia della morte, lanciando un possente urlo di battaglia, Elendil cercò di portargli soccorso ma le oscure e oscene parole che il sire di Mordor pronunziò in quell’ora ne arrestarono l’impeto ed egli fu trafitto dall’asta che costui impugnava.

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Rise allora Sauron ed era invero terribile a vedersi, ammantato nella sua lugubre armatura, mentre fiamme si libravano come lingue di serpe dalla punta della sua arma; lesto, si scagliò allora contro quanti fra i Signori dell’Occidente erano sopravvissuti e, nel suo pesante incedere, frantumò la lama di Elendil, Narsil la Splendente, forgiata dal grande fabbro Telchar di Nogrod allorché il Sole e la Luna erano giovani e il Beleriand non era ancora stato sommerso dalle impietose acque dell’oceano. Eppure la sua letizia non era completa, ché egli si avvide non essere fra quelli Erfea Morluin, nonostante le sue spie gli avessero riferito essere quello sopravvissuto a ogni scontro: infine, avvertì la sua presenza, ché il figlio di Gilnar si era inerpicato lungo l’antico percorso che conduceva alla Sammath Naur, la fucina dell’Oscuro Signore e ivi, aiutato da Glorfindel, aveva messo in fuga il suo antico nemico, il Capitano degli eserciti di Mordor; lesto, l’eco del suo passo risuonava ora tra gli antichi anfratti dell’Orodruin, che gli Uomini chiamano Monte Fato. Terribile a udirsi fu allora il grido di Sauron, ché egli aveva in serbo di annientare colui che per molti anni era sfuggito alle trame ordite dai suoi servi; leste, allora pronunciò parole di malizia e crudeltà intessute sicché l’intera montagna tremò e un possente pinnacolo di lapilli e fuoco si levò dalle viscere della terra e l’Anello Sovrano splendette nell’oscurità della tenebra; pure, desideroso com’era di trucidare Erfea, egli obliò quanti erano alle sue spalle e tale dimenticanza gli fu fatale, ché Isildur, primogenito del re ed esperto combattente, afferrata l’elsa di Narsil – ché la sua arma era stata corrosa dalla perfidia di Sauron – si scagliò contro il Signore degli Anelli. Nessuna lama, tuttavia, neppure quella forgiata dalla possente arte di Telchar il fabbro nei Giorni Remoti, poteva annientare l’oscuro bordone che Sauron impugnava con forza, creato a Utumno allorché il Sole e la Luna non erano ancora sorti. Isildur vibrò con disperata fierezza il colpo e l’elsa che nel suo pugno stringeva si abbatté sull’arma del Nemico: il troncone della lama di Narsil fu scalfito, pure, l’Oscuro Signore non poté gioire, ché esso, scivolando in basso lungo la lucida superficie della nera asta, ne recise la mano sinistra. Sauron, allora, vacillò e cadde. Nella piana che si estendeva ai piedi di Barad-Dur, le schiere di Mordor si arrestarono ed esitarono, ché si avvidero essere venuto meno il volere che sorreggeva le loro membra; sconvolte, allora, esse fuggirono, mentre la montagna si spaccò e vomitò ceneri e lapilli; sotto gli attoniti occhi di Isildur, il corpo mortale di Sauron si consumò, finché, con un ultimo gemito, egli disparve nella bruma che da oriente sorgeva e del suo sembiante non rimase nulla eccetto le armi che costui aveva condotto in battaglia e l’Anello Sovrano. A lungo l’erede di Elendil esitò, ché Elrond e Gil-Galad molto l’avevano messo in guardia sul nefasto fato che attendeva chi, qualora Sauron fosse scomparso dal mondo, si fosse impossessato dell’Anello Sovrano; infine, la sua volontà cedette, o perché egli, ingenuamente, credette essere venuto meno con la scomparsa delle spoglie mortali del suo nemico anche il suo volere malefico, o perché fu soggiogato dalla malizia dell’Unico, la cui superficie era ancora rischiarata nelle tenebre da una cupa fiamma che si agitava sopra essa. La rovina degli eserciti di Sauron fu totale, e coloro che sopravvissero alla sua caduta fuggirono nelle remote contrade del levante, ove si narra che anche gli Ulairi e il nero spirito del Maia umiliato trovassero scampo per lunghi secoli, finché non ebbero acquisito forza a sufficienza per tornare a reclamare quanto avevano perduto al termine della Seconda Era. Invero, fu quella una vittoria incompleta, ché l’Anello non andò distrutto, come avrebbe dovuto essere, ma fu concupito da Isildur, il quale, nonostante i saggi ammonimenti degli altri comandanti, reputò di avere forza di volontà sufficiente per dominarlo e lo portò seco al Nord, ove fu trucidato dagli Orchi due anni dopo la morte del padre».

Tratto da «Il Ciclo del Marinaio», pp. 373-376.