Erfea, o degli eroici imperfetti

Quando ero adolescente lessi un libro giallo molto piacevole, intitolato «La Società dei Gatti assassini» la cui trama ha, come potete immaginare, poco a che vedere con Tolkien e la Terra di Mezzo. Mi sono tuttavia rimaste impresse queste parole che riporto di seguito perché credo che possano essere utili per aprire questo nuovo articolo: «La piaga più grande dei nostri tempi sono i mezzi-talenti, che vengono considerevolmente sopravvalutati. Io comunque conosco i miei limiti».

Ripensando a queste parole e a una discussione che avevo iniziato in un altro articolo a proposito degli eroi nella Terra di Mezzo, mi sono chiesto se sia possibile immaginare – oltre alla categoria degli eroi senza macchia e senza paura e a quelli che eroi si improvvisano per necessità di forza maggiore, una terza specie, quella degli eroici imperfetti. Cosa intendo con questa espressione? Si tratta di personaggi singolari, particolarmente dotati in alcune attività, ma che falliscono altrettanto clamorosamente in altre. Prendiamo un esempio abbastanza noto: Batman. Provate ad immaginarlo mentre combatte contro Joker, oppure nel tentativo di sventare i piani del Pinguino: la sceneggiatura fila benissimo; ma se immaginate l’Uomo pipistrello con famiglia, magari alle prese con i problemi di un figlio adolescenziale…beh, sentite che qualcosa non quadra. Naturalmente conosciamo il background del Cavaliere Oscuro: sappiamo dell’omicidio dei suoi genitori, di un trauma mai superato, della sua avversione per le armi da fuoco, etc. etc. Nell’epopea tolkeniana, un eroe di questo tipo potrebbe essere ritenuto Boromir: l’autore lo presenta, nelle appendici a fine romanzo, come un uomo che poco si interessava del passato, salvo che per il racconto di battaglie remote, e che non aveva alcuno interesse sentimentale. Al di là del suo fallimento e poi del suo riscatto finale, resta l’impressione di un personaggio apparentemente bloccato da un punto di vista emotivo: tuttavia, sforziamoci di immaginarlo come ha fatto Jackson ne “Le Due Torri” e ne avremo l’immagine di un guerriero glorioso, di un leader affermato che sa fare molto bene il suo mestiere, ossia la guerra (ricordate le scene in cui Faramir rimembra il giorno della presa di Osgiliath)?

Erfea, il protagonista maschile principale del «Ciclo del Marinaio» potrebbe essere senza dubbio descritto come un eroico imperfetto. Unico figlio di una delle più potenti famiglie principesche di Numenor, Erfea è indubbiamente un personaggio dotato di una ferrea volontà, di un carattere d’acciaio e di una salda tempra morale. Tutte qualità che siamo soliti ascrivere, senza alcun dubbio, agli eroi classici. Ma Erfea non lo è, o almeno non lo è del tutto: compie errori di valutazione, a volte si fida delle persone sbagliate e – soprattutto – non riesce a comprendere davvero come le persone a lui più care possano compiere scelte che lui non approverebbe mai e che lo spingono, in nome della sua rigidità mentale, a rompere i rapporti piuttosto che a provare a salvarli. Certamente Erfea vive durante il periodo peggiore di tutta la storia numenoreana: figlio di uno dei principi del partito dei Fedeli, infatti, egli deve scontrarsi con una società nella quale i Numenoreani Neri, al contrario, esercitano un potere crescente. Egli sarà marginalizzato per molti anni a causa di questa sua appartenenza ai Fedeli e ne condividerà le amarezze e le disillusioni prima con Amandil (suo coetaneo) e poi con suo figlio Elendil e i suoi celebri nipoti Isildur e Anarion.

L’universo tolkieniano è senza dubbio molto vasto e tanti sono gli spazi che si offrono a quanti desiderano approfondirne le vicende: perchè, dunque, scegliere di ambientarle a Numenor, nell’ultimo periodo della sua storia? La risposta è molto semplice: come ho scritto in un recente articolo, trovo personalmente che le storie degli Uomini possano essere approfondite grazie al ricorso all’allegoria: e quale epoca migliore della nostra per spiegare i comportamenti dei Numenoreani giunti al termine dei loro giorni? Ci sono molti elementi in comune: non siamo ancora arrivati a vivere 200 anni (per fortuna o forse no), ma indubbiamente la nostra vita media (almeno nei Paesi Occidentali) è cresciuta tantissimo negli ultimi tempi, arrivando a mettere in dubbio tutta una serie di certezze che accompagnavano l’impersonificazione dei ruoli tradizionali: nonni, genitori e figli devono oggi confrontarsi con un mondo nuovo, che mette in discussione le certezze acquisite. I Numenoreani erano all’apice della loro ricchezza, eppure (o forse proprio per questa ragione) fra loro non mancavano individui infidi, corrotti e manipolatori delle coscienze altrui: gli ultimi anni della loro epoca, inoltre, erano caratterizzati da un imbarbarimento dei costumi e da un odio crescente verso quelli che erano ritenuti popoli da sottomettere. Da consiglieri e dispensatori di doni, i Numenoreani si erano trasformati in avidi conquistatori: credevano di fare concorrenza a Sauron nel dominio della Terra di Mezzo ma in fondo, senza neanche rendersene conto, ne erano già succubi. Situazioni che, purtroppo, sono oggi molto diffuse: ciascuno può trovare i paragoni che più gli aggradono. La generazione di Erfea, Amandil, Miriel, inoltre, subiva il peso di una crisi morale, economica e sociale sempre più forte: educati secondo i valori tradizionali, dovevano invece misurarsi con situazioni nuove, che richiedevano grande coraggio nelle scelte da compiere e la consapevolezza che la probabilità di perdere qualcosa o qualcuno fosse molto elevata. Infine – ed è un fattore da non trascurare, tutt’altro – le opere di Tolkien ambientate nella Seconda Era sono poche e spesso frammentarie: certamente l’Akallabeth mi è stato di ispirazione, così come il racconto di Aldarion ed Erendis, tuttavia ho potuto spaziare abbastanza liberamente all’interno di un universo spaziale e temporale che Tolkien ha solo sommariamente descritto, lasciando pagine bianche per chi avesse voluto cimentarsi nel continuare a raccontare le storie di quei tempi, nel rispetto, naturalmente, dei punti fermi da lui stabiliti.

Alcuni anni fa una lettrice mi fece notare, dopo aver letto tutto il romanzo e le appendici incluse, come Erfea si rivelasse un uomo fin troppo fortunato, per aver passato indenne un’epoca così turbolenta come fu quella finale della Seconda Era: resto tuttavia convinto che gli eroici imperfetti, al contrario, perdono per strada molti pezzi del loro vissuto, spesso in modo doloroso, pur riuscendo a «non frammentarsi» del tutto: l’unica ancora di salvezza alla quale possono aggrapparsi è ammettere lucidamente, come fa il protagonista della «Società dei Gatti Assassini» citato all’inizio di questo articolo, i propri limiti, imparando a conviverci.

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22 pensieri riguardo “Erfea, o degli eroici imperfetti

  1. Mi piace molto come descrivi gli eroi imperfetti. Io credo che, in generale, siano più difficili da “gestire” per chi scrive e più passibili di critiche da parte del pubblico (visto che di Tolkien hai citato Boromir, mi viene in mente che molte persone lo hanno criticato per il suo momento di debolezza nei confronti dell’Anello). Però a me, sinceramente, gli eroi senza macchia non piacciono più di tanto… Non sono per i “perfettini”, preferisco personaggi più umani, in cui è più facile immedesimarsi 😉 Penso che anche tanta altra gente sia del mio stesso avviso, ma una cosa che ho notato è che comunque si tende a favorire l’eroe “vittorioso”, magari con i suoi difetti e le sue imperfezioni sì, ma che alla fine riesce a vincere. Prendi Harry Potter: in fondo è un ragazzo abbastanza normale, però, anche con tutto l’aiuto di Silente e degli amici, è lui a sconfiggere Voldemort… Infatti mi sembra che, salvo eccezioni, sia un eroe apprezzato dal pubblico.

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    1. Ti ringrazio:) Credo anch’io che gli eroi vincitori siano quelli più apprezzati, anche perché rappresentano i modelli che vorremmo essere, coloro che, pur tra mille difficoltà, riescono a ottenere la vittoria. Un altro discorso potrebbe però essere quello di stabilire cosa sia veramente la vittoria e quanto sia definitiva. Pensa a Frodo: la sua “vittoria” (anche senza considerare l’apporto determinante del povero Gollum) gli costa così tante energie e sacrifici da non riuscire ad andare oltre, spingendolo così ad uscire dal mondo per altre vie. Non è così per Sam, apparentemente, ma mi sono spesso chiesto se la frase che gli rivolge Frodo: «non puoi essere sempre diviso a metà» riguardi anche l’auspicio che possa andare oltre l’aver vissuto la sua missione nella Compagnia dell’Anello. Cosa che a Sam riesce, ma solo dopo che Frodo si allontana, e non pienamente: tanto è vero che, alla fine della sua vita, anch’egli abbandonerà la Terra di Mezzo. Una grande difficoltà, dunque, secondo me, consiste nel cercare di comprendere se si possano raccontare le storie degli eroi limitandosi alle loro vittorie, oppure se essi debbano raccontarsi anche attraverso le loro sconfitte. E con questo termine intendo proprio le incapacità dimostrate in altri spazi della propria vita, al di là degli ambiti in cui si ha successo.

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  2. Hai ragione, è difficile andare oltre l’ambito in cui l’eroe dimostra il proprio valore, per vedere come se la cava in “altri” ambiti.
    Non volevo parlare di Frodo per non dare l’impressione che penso sempre a lui 😉 ma, in effetti, è un personaggio che fa riflettere molto sulla questione vittoria/sconfitta. La sua è sicuramente una vittoria morale, perché ha dato tutto sé stesso senza risparmiarsi e Tolkien su questo è chiaro… ma il prezzo che ha dovuto pagare è altissimo, per vari motivi. Innanzitutto, il primo ad accusarsi di fallimento è proprio lui: si sente uno sconfitto, si colpevolizza per non aver gettato volontariamente l’Anello nel Fuoco, per i danni inflitti alla Contea in sua assenza… forse si colpevolizza perfino perché sente la mancanza dell’Anello dopo la sua distruzione. Poi, anche se non si fosse colpevolizzato, l’esperienza vissuta ha comunque lasciato un segno estremamente profondo su di lui… Era inevitabile. Questo lo porta a perdere interesse per la vita nella Contea; anche se dentro di sé avrebbe voluto semplicemente “tornare a casa”, non ci riesce. E infine, non sappiamo neppure se a Valinor sia riuscito a trovare la pace e la guarigione. Io mi auguro di sì e, leggendo le prime pagine de “Il Silmarillion”, penso che le mie aspettative siano valide… ma bisogna dire che Tolkien non ci dà molta speranza su questo. Nelle “Lettere” parla di guarigione possibile, non certa.

    Quanto a Sam, penso che Frodo si augurasse proprio quello che dici, cioè che riuscisse a vivere con serenità anche dopo tutto quello che era successo. Non dimenticare il passato, naturalmente, solo andare avanti e non lasciarsi sopraffare da esso. Ritengo che Sam, sulle prime, non ci sia riuscito fino in fondo perché era ancora trascorso relativamente poco tempo; inoltre, per un bel po’ ha dovuto occuparsi della Contea da risanare. Non credo che fosse la presenza di Frodo a portargli cattivi pensieri, per così dire, ma è possibile che Frodo stesso avesse una paura simile: magari temeva che, se la sua malattia fosse peggiorata, la cosa avrebbe potuto essere di ostacolo a Sam, mentre coltivava la propria vita felice di padre e marito… infatti, se ben ricordi, Frodo tiene nascosta la sua “crisi” a marzo, quando Rosie è quasi al termine della gravidanza.
    Secondo me, Sam è andato oltre il Mare perché, dopo la morte di Rosie e la “sistemazione” dei figli, ha sentito che i suoi legami con la Terra di Mezzo erano ormai indeboliti e, anziché aspettare che un giorno venisse la morte, ha preferito accettare l’offerta che gli era stata fatta. Dopotutto, andare a Valinor è un privilegio ! Avrà anche pensato che c’era una minima possibilità di rivedere Frodo, quindi la cosa potrebbe avergli dato un’ulteriore spinta.
    Secondo me era un po’ stanco della vita (dopotutto, ne ha avuta una abbastanza lunga e parecchio soddisfacente!) ed è possibile che si fosse immalinconito, che una parte della sua mente fosse tornata a vagare nel passato, molto più di quando era occupato con i suoi doveri da Sindaco, aveva figli da crescere e una moglie amorevole.

    “Credo anch’io che gli eroi vincitori siano quelli più apprezzati, anche perché rappresentano i modelli che vorremmo essere”… Ecco, qui hai colto nel segno, la penso anch’io allo stesso modo!

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    1. In effetti Tolkien non assicura il lettore sulle condizioni di salute di Frodo dopo il suo esilio volontario a Valinor…però in fondo sono propenso a pensare che sia riuscito, alla fine, a convivere con tutto il peso che l’Anello gli ha lasciato in eredità. Sam trova nella famiglia la forza di andare avanti e ci riesce abbastanza bene (naturalmente certe esperienze, come quelle vissute dai membri della Compagnia dell’Anello non possono essere dimenticate del tutto). Una parte della sua anima, tuttavia, anelava a Valinor e al riposo…un riconoscimento più che legittimo per gli sforzi profusi in vita.

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      1. Sintetizzando, penso di poter dire che il permesso di andare a Valinor sia una ricompensa per tutti i Portatori dell’Anello, dopo le loro grandi gesta e i loro sacrifici… Solo che per Frodo e Bilbo è anche una necessità, rappresenta l’unico modo per guarire dalle loro profonde ferite spirituali. Per Sam, che ha portato l’Anello per poco tempo ed è uscito più integro dalla sua esperienza, rimane una libera scelta, almeno fin quando la stanchezza e la solitudine si abbattono su di lui. Se Rosie non fosse morta per prima, non sono neanche così certa che sarebbe salpato, sebbene nel suo cuore albergasse comunque il richiamo del Mare, e una parte della sua anima avesse bisogno di una pace “ultraterrena”.

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    1. Probabilmente hai ragione. D’altra parte, alcuni tentativi di rappresentare eroi “perfetti” sono poi stati profondamente modificati nel tempo. Pensiamo a Superman: agli esordi (non assoluti, ma questa è un’altra storia e non vi è spazio qui per approfondirla) era praticamente invicibile, poi, con il passare degli anni il suo personaggio ha presentato maggior umanità, oltre a diventare sensibile alla krpytonite. Ciò che volevo dimostrare in questo articolo è la convenienza, per molti autori, di rappresentare solo la parte migliore degli eroi, mentre incontrano più difficoltà nell’approfondire le loro sconfitte, soprattutto se non servono a raggiungere una vittoria maggiore. Tralascio, dunque, lo schema: eroe vs cattivo – cattivo vince – eroe (magari grazie all’aiuto di altro/altri) si riprende e trionfa: questa successione di passaggi, in fondo, è abbastanza diffusa. Personalmente, nel tratteggiare Erfea, ho cercato di approfondire le sue imperfezioni e i suoi difetti nel tentativo – perdonate l’espressione forse un po’ banale – di evitare nel lettore l’equazione: bravo paladino quindi ottima persona in senso assoluto.

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      1. Capisco. Molto probabilmente il fatto che ” alcuni tentativi di rappresentare eroi “perfetti” sono poi stati profondamente modificati nel tempo” dimostra proprio questo: un eroe “senza macchia” non è interessante e prima o poi annoia il lettore/spettatore.

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  3. Secondo me, l’ideale dell’eroe senza macchia ci influenza solo in quello di cui parlava Domenico, non in senso assoluto. Vale a dire che – scrivendo o leggendo – ricerchiamo il successo dell’eroe, tralasciando gli ambiti in cui fallisce o è poco capace di cavarsela. Ripeto, secondo me vogliamo non tanto l’eroe perfetto, quanto l’eroe vincitore, perché ci offe un modello da raggiungere e al contempo ci rassicura, permettendoci di credere che possiamo “vincere” pur con i nostri limiti e difetti. Tutto questo è molto positivo, ma rischia appunto di non lasciarci accettare l’esistenza di personaggi più fallibili, magari più sfaccettati, che come dice Domenico dimostrano chiaramente incapacità in alcuni spazi della propria vita, al di là degli ambiti in cui hanno successo.

    P.S. “Mary Sue” e “Marty Stu” sono proprio noiosi, io generalmente non li sopporto…

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      1. Per ora no, perché non ho più scritto nuovi racconti…però chissà, magari potrebbe tornare l’ispirazione. Ti ringrazio Simona per mostrare interesse per i miei racconti, sei davvero gentile!

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