Il Messere di Endore

Tom Bombadil costituisce uno degli argomenti più controversi tra i lettori di Tolkien: numerose teorie sono sorte sulla sua reale natura, ma nessuna di queste è mai stata universalmente accettata, dal momento che lo stesso autore non hai mai offerto una definizione certa di questo personaggio. Personalmente, come ho avuto modo di spiegare in altra occasione, ritengo che Tom Bombadil sia un Maiar legato strettamente al continente di Endore, una sorta di «genius loci» che incarna in sè stesso la Terra di Mezzo. Un essere che non ha alcun potere al di fuori del minuscolo territorio che ha scelto come sua dimora; all’interno dei suoi confini, tuttavia, i più potenti artefizi del Mondo esterno mostrano caratteristiche anomale: l’Unico Anello, per esempio, diventa invisibile al dito di questo bizzarro personaggio, quasi a simboleggiare l’annullamento di ogni suo potere al cospetto di Tom Bombadil. Anzi, potrei azzardare un’ipotesi suggestiva, anche se priva di riscontri: la sopravvivenza di questo personaggio, mai toccato né da Morgoth, né da Sauron, potrebbe spiegarsi proprio alla luce del profondo vincolo che lo lega alla Terra; se fosse venuto meno, chissà, la stessa Terra di Mezzo ne avrebbe avuto a soffrire, in un modo tale da spaventare perfino i suoi più pericolosi dominatori. È una speculazione, ben’inteso, ma in grado di spiegare la sua esistenza in Endore fin dal principio della sua creazione e il rispetto che tutti – Elfi, Nani e Uomini – sembrano attribuirgli, giungendo a dargli un nome diverso in base alle diverse lingue parlate nella Terra di Mezzo.

Qualunque sia la verità, non ho saputo resistere all’idea di far incontrare Tom Bombadil e Dama Baccador con un giovane e ancora arrogante Erfea…aspetto i vostri commenti per capire se l’incontro sia riuscito o meno. Buona lettura!

«Erfea vagabondò per contrade che poco o punto conosceva, finché non trovò quanto il suo cuore desiderava: tracce fresche nella neve che aveva ricoperto le colline e le brughiere tutte intorno a lui. Fremette il suo spirito, ché egli aveva appreso essere quelle le impronte di un mostruoso warg, un servo di Morgoth nella Prima Era, fuggito alla rovina di Angband allorcé l’armata dei Valar l’aveva rasa al suolo: codeste creature di malizia e perfidia dotate, erravano ancora in quelle terre che un tempo si estendevano per miglia a occidente, mentre ora sono sommerse dalle profonde acque del Belagaer. Per lunghi giorni Erfea inseguì il servo di Morgoth, inoltrandosi nelle vaste e silenti distese dell’Eriador; all’epoca in cui si svolsero questi eventi, vi erano ancora selve e boscaglie in tali contrade e numerosi esseri avevano preso dimora nelle valli che si esten- devano all’interno di queste distese selvagge; creature che poco o punto i Numenoreani conoscevano e di cui finanche gli Eldar del Lindon conservavano solo un pallido ricordo, ché, sebbene fossero invero potenti, pure non prendevano parte alle vicende dei Figli di Iluvatar, limitandosi a osservare quanto il mondo mutasse e preservando gli antichi confini che essi avevano fissato ancor prima che i figli di Feanor giungessero alla Terra di Mezzo.

Nulla sapeva Erfea di tali esseri, la sua mente intenta a tendere una trappola cui l’orrida bestia di Angband non sarebbe potuta sfuggire: essa, tuttavia, era accorta e spietata, sicché tese un agguato al Dunadan allorché questi prendeva riposo sulle radici di un antico albero, quale a Numenor più si vedevano, essendo stati abbattuti per fabbricare i possenti vascelli della flotta del Re degli Uomini; alto si levò l’urlo di Erfea allorché il warg gli trafisse la coscia, pure, egli fu sì lesto da afferrare il coltello e conficcarglielo nella gola sicché la bestia rimase avvinghiata al suo corpo, tentando di piantare le sue mostruose fauci nel suo cuore. Le orribili grida della bestia agonizzante e i lamenti del giovane Numenoreano furono uditi da un essere che vagava in quei boschi. Un Uomo lo avrebbero definito coloro che l’avessero osservato saltare da un fosso all’altro, mentre intonava filastrocche e rime antiche quanto gli Alberi di Valinor o forse anche più: eppure, non era un Figlio di Iluvatar, ma uno spirito sorto dal suo pensiero allorché Arda non era ancora stata creata e Melkor non aveva ancora scelto la via della perdizione e del dolore; pochi fra gli Eldar e gli Edain conoscevano il suo nome ed essi ignoravano le sue origini, né erano noti i suoi padri, sicché presero a chiamarlo Iarwain Ben-Adar, il più anziano e il senza padre, mentre i Naugrim lo chiamarono Forn e gli eredi di Hador Chiomadoro, Ornald; pure, egli non rivelò a nessuno quale fosse il suo vero sembiante, né lasciava che i suoi rari ospiti lo chiamassero con altro nome che non fosse quello di Tom Bombadil, l’allegro vagabondo dei boschi.

Egli vagava per quelle selvagge contrade, badando che i sentieri che aveva tracciato anni prima fossero liberi dalle creature di Yavanna che sovente ne occupavano il percorso; grande fu, tuttavia, la sua sorpresa, allorché egli udì alte grida spezzare il naturale silenzio di quelle contrade, sicché, incuriosito si recò ove gli pareva che avessero origine tali echi; ivi, scorse un giovane uomo e un mostruoso lupo giacere fianco a fianco, avvin- ti in una mortale lotta. Il figlio minore di Iluvatar, tuttavia, era sopravvissuto e Tom, che era invero uno spirito gaio e avverso ai servi di Morgoth – sebbene costoro ne ignorassero l’esistenza – lo sollevò dal luogo in cui giaceva e lo condusse alla sua dimora, la quale era occultata agli sguardi esterni da un’impenetrabile barriera di arbusti: questi, tuttavia, allorché ascoltarono le melodie di Tom Bombadil – suoni che i Numenoreani avrebbero definito senza alcun dubbio bizzarri – si aprirono, richiudendosi allorché egli fu passato.

Una dama era sull’uscio della sua minuscola dimora ed ella lo chiamava a gran voce, ché il Sole era calato all’orizzonte e il desco era apparecchiato; gaia, risuonò la risata del Messere della foresta allorché udì la voce della dama richiamarlo a sé ed egli le si inchinò sorridente in volto, dopo aver avuto premura di deporre il suo ospite su pesanti coltri intrecciate di lana e di parole quali mai gli Uomini avevano ascoltato e che lenivano il dolore in chi le udiva.

“Tom, hai forse obliato la dama del fiume? Un ospite hai infatti condotto alla nostra mensa, pure non hai avuto premura di avvisarmi: cosa offriremo, dunque, al giovane che giace esamine?”. Rise il Messere della foresta, ché nulla sfuggiva al suo lesto sguardo e invero conosceva il pensiero di colei che gli aveva testé parlato: “Mia cara Baccador, Tom è forse stanco, ma i suoi occhi sono ancora vispi! Ben m’avvedo che tu abbia preparato il desco anche per il nostro ignaro ospite, sicché non dovresti trarmi in inganno”. Lesta fu la risposta di Baccador: “Il grande sparviero è giunto stamani alla mia finestra, avvertendomi che vi era nella foresta un Uomo, sicché credetti che fosse scortese da parte nostra non invitarlo a prendere parte alla nostra cena”. Rise ancora Tom, infine osservò, quasi distrattamente, colui che aveva tratto in salvo dalla morte e sospirò: “Egli è uno degli uomini di Numenor, mia cara, giunto in siffatta contrada per trucidare uno dei lupi servi della grande oscurità che un tempo aveva la sua fortezza a Nord”. “Non sembra pericoloso – osservò la dama, posandogli sulla fronte la sua affusolata mano – pure, avverto che egli è stato a lungo sofferente nel corpo, e lo spirito è ancora lungi dall’essere guarito del tutto”. Tom allora sospirò e così le rispose: “Sono fragili i Figli Minori di Iluvatar, eppure sappi, Figlia del fiume, che Arda apparterrà a loro quando sarà giunta l’ora; però il momento è ancora lungi dal giungere e costui non prenderà parte a tali vicende”. Si alzò dalla seggiola che aveva posto dinanzi al camino e fischiettando un motivo allegro, prese a scuotere leggermente il Dunadan. Con un gemito, Erfea si scosse dal profondo sonno in cui era piombato e sul suo viso erano dipinti smarrimento e una gran pena: “Credevo di averla persa per sempre” furono le uniche parole che riuscì a pronunciare per molto tempo, finché egli non ebbe posato il suo sguardo sulle due figure che gli erano accanto, domandando loro chi fossero.

Risero a lungo i suoi anfitrioni, infine Tom gli rispose: “Chi siamo? Io sono il Messere e questa è la dolce dama del fiume; non temere alcunché, giovane uomo, ché ora sei nella dimora di Tom Bombadil ove nulla può entrare, a meno che non sia io a desiderarlo”. Gemette Erfea, infine si levò dalle graziose trapunte che l’avevano avvolto e parlò nuovamente: “Dov’è il lupo di Morgoth che trafisse le mie carni? A lungo vagai in queste contrade inesplorate, eppure codesta creatura si rivelò invero infida, sicché mi tese un agguato, e io, provato dalla stanchezza, non seppi evitarlo”. Amare risuonavano queste parole alle orecchie di Tom e della sua dama, tuttavia essi non replicarono nulla, sicché Erfea parlò nuovamente: “Ebbene, la creatura non è più qui, sicché immagino che il suo corpo giaccia obliato nella medesima raduna ove realizzò l’infame agguato”. Lento, il Dunadan tentò di alzarsi e una volta che le sue gambe, ancora malferme per il dolore e la fatica, furono in grado di sorreggerlo, egli si inchinò, ché aveva compreso essere quell’uomo l’artefice della sua salvezza; goffo gli parve il suo tentativo, tuttavia, con sorpresa, si avvide che i suoi anfitrioni mostravano di gradire il suo gesto, sicché si inchinarono a loro volta e lo invitarono a consumare la cena. Grato per l’attenzione che costoro mostravano nei suoi confronti, per lungo tempo Erfea non parlò, ché mai aveva visto nel corso della sua effimera esistenza una simile dimora: minuta poteva apparire allo sguardo degli Alti Uomini di Nmenor, eppure, le sua ampie finestre e i suoi graziosi camini la rendevano calda e accogliente, nonostante le ombre proiettate dalle fiamme sulle scure pareti confondessero lo sguardo del visitatore; cortesemente, Tom e Baccador attesero che il loro ospite si fosse rifocillato, infine, allorché lessero sul suo volto ampia soddisfazione per la cena consumata, lo invitarono a prendere posto accanto a loro, dinanzi al grande braciere posto al centro della sala.

“Perdonate la mia ingordigia, signori del bosco, ché non è corretto per l’ospite non mostrare alcunché a colui che l’ha accolto all’interno della sua magione, eccetto la propria fame e il proprio sonno; permettetemi, dunque, che vi riveli il mio nome, ché io sono Erfea, figlio di Gilnar, principe dello Hyarrostar in Numenor”.

Risero graziosamente i suoi anfitrioni, eppure non vi era derisione nella loro letizia, ché essi erano stupiti di sentirsi chiamare signori: “Sappi, figlio di Numenor, ché nessuno ospite ha mai reso tale onore ai nostri spiriti e ai nostri corpi!”. Risero ancora e a Erfea parve che gli alberi del bosco condividessero la medesima letizia di costoro; pure, Tom parlò nuovamente, rivolgendosi a sé stesso, più che al Numenoreano: “Sarebbe invero un compito troppo gravoso per le mie membra, né io desidero imporre alcuna legge su quanti dimorano nelle selve e nelle radure di questa contrada: io sono il Messere, non il Signore”. Fischiettò allegramente alcune strofe, le quali parvero a Erfea intrise dell’acqua di rapidi ruscelli e dello stormire delle fronde degli alberi: il dolce torpore, cui fece seguito il sonno ristoratore, prese il figlio di Gilnar e il suo spirito fu per lunghi istanti vittima dell’oblio. Infine, allorché il Messere più non cantò, egli si destò e mirò nuovamente colui che l’aveva accolto nella sua dimora: lieto pareva il suo volto, né su esso erano impressi i crudeli artigli del tempo corruttore, pure Erfea avvertì che era anziano; con sgomento e sorpresa, si rese conto che Tom lo fissava a sua volta ed egli non riuscì a reggerne lo sguardo; tremante, il Dunadan chinò il fiero capo, ché aveva compreso essere quello uno spirito quale mai nessun Uomo della sua stirpe sarebbe stato in grado di comprendere; rabbrividì, nonostante il calore del fuoco si propagasse attraverso le sue giovanili membra, ché mai gli era capitato di scorgere all’opera un simile potere.

Sorrideva Tom, la mente immersa nel ricordo di eventi remoti; infine, egli ascoltò la voce del Dunadan cantare un canto quale mai il suo udito – che pure aveva compreso i feroci barriti degli orsi e il quieto ronzare delle api nei meriggi estivi – aveva ascoltato; profonda e malinconica si levava la voce del Dunadan ed egli cantava di coloro che erano al di là delle sponde del Lindon; infine, allorché la voce del suo ospite si fu acquietata, così gli parlò Erfea: “Perdonate il mio ardire, signore, tuttavia, non avendo altro da offrirvi ed essendo il mio cuore preso dalla malinconia che spira dall’Occaso, ho voluto tributarvi un simile canto”.

“Invero, principe di Numenor, voi avete portato alla dimora del Messere della foresta un omaggio quale mai nessuno aveva recato seco: Tom non oblierà le vostre parole e le custodirà nei profondi recessi del suo animo”.

Baccador, la quale era intenta a filare, levò allora il grazioso capo e parlò dolcemente: “Giovane uomo, molti cuori ha visto la Figlia del fiume affidare le proprie passioni alle cristalline acque che lambiscono le contrade dei mortali; non temere la malinconia, ché essa altro non è che il dolce nettare istillato dalla nostalgia negli animi dei Figli di Iluvatar”.

A lungo Erfea ponderò tali parole, infine parlò nuovamente: “Mia graziosa dama, ho compreso quanto mi avete testé rivelato e il mio spirito è stato lenito dalla saggezza che esse hanno ispirato nel mio animo”. Esitò per un istante, infine si rivolse a Tom: “Mio signore, perdonate il mio ardire, eppure non posso fare a meno di notare quanto voi siate simile a una donna che un tempo era presso di noi”.

Una curiosa luce baluginò nello sguardo del Messere ed egli posò il suo sguardo sull’ospite, infine rise allegramente: “Simili e dissimili allo stesso tempo sono le creature che hanno preso dimora in Arda allorché Sauron ancora dormiva e nessun Elfo si era destato nelle contrade orientali”.

Annuì Erfea, sebbene non comprendesse appieno quanto il Messere gli avesse rivelato e il dubbio si insinuò nel suo cuore. “Non nutrire nel tuo animo simili sentimenti, figlio di Gilnar! Se anche tu fossi un uomo quale mai le vostre stirpi hanno ancora visto nascere e la tua lungimiranza fosse simile a quella di Manwe il Luminoso, pure la mia risposta sarebbe la medesima che ho pronunziato dinanzi a te! Molto sono note alla tua mente le vicende e le cronache dei tempi remoti e invero potresti apparire saggio, secondo il giudizio dei Figli minori di Iluvatar: sappi, tuttavia, che hai discernimento solo su quanto i tuoi sensi mortali hanno appreso nel corso della tua breve esistenza, e molto ti è ancora ignoto. Non dolerti per aver mancato la preda, ché avventato fu il tuo gesto e questo tu lo sai bene; gioisci, piuttosto, perché ti è stato concesso di apprendere una simile lezione, ché, altrimenti, mai i tuoi sensi avrebbero accettato”.
Chinò il capo Erfea ed egli infine comprese: “Messere, veritiere sono le vostre affermazioni, ché invero il mio cuore ha mostrato infinita arroganza e scarsa umiltà: lasciate, dunque, che io vi doni le spoglie del servo di Morgoth, affinché voi possiate esibirle come trofeo, ché, invero, senza il vostro soccorso, ora il segugio del Nord pasteggerebbe con le mie carni”.

Risero Tom e Baccador, infine il primo parlò: “Il vecchio Tom Bombadil non conserva simili cimeli, ché nella sua dimora sono accolti solo coloro nei quali il soffio vitale ancora spira, e non già coloro che più non sono; tuttavia, Erfea, sono certo che altri gradirebbero un simile trofeo”.

Annuì il Dunadan, e lieto si inchinò: “Grato è il mio animo, ché ora conosco il nome di colui che mi ha salvato la vita non già una volta, bensì due”.

Risero ancora i suoi anfitrioni, infine lo invitarono a prendere riposo, ché l’ora era tarda e le sue membra bisognose di sonno ristoratore; lesto, il principe di Numenor cadde preda del dolce oblio e il suo riposo non fu turbato da alcun suono orribile a udirsi.

Al mattino, egli prese congedo dal Messere e dalla sua dama, inchinandosi profondamente dinanzi a loro, allorché giunse l’ora dell’addio; lesta, tuttavia, Baccador porse al Numenoreano una veste che ella aveva intrecciato con le sue abili mani e sulla quale erano ricamati delicati intarsi; seta pareva, eppure Erfea ignorava con quale arte era stata tessuta, ché non erano visibili punti di giuntura ed essa riluceva alla calda luce di Anor; bianca pareva, tuttavia, allorché l’ombra di un vetusto albero o di una nube passeggera si posava su di essa, mutava colore e assumeva tonalità scure; se questo mutamento fosse dovuto al tessuto o ad altra causa, Erfea non era in grado di affermare.

Stupito, il principe dello Hyarrostar la ripose con grande cautela nella sacca che egli aveva seco, infine domandò alla dama del fiume a chi dovesse destinare un simile dono: “Nulla posso dirti a riguardo, giovane Uomo, eppure sono certa che il tuo cuore saprà rispondere a tale quesito meglio di quanto non possa fare la mia voce”. Grato, Erfea allora le prese la mano e la baciò dolcemente, parendogli la creatura più graziosa sulla quale avesse posato lo sguardo e non osando domandargli il suo nome; tuttavia, la Figlia del fiume parlò nuovamente e sussurrò queste parole: “Baccador io sono, custode della Selva e del Fiume: addio, Erfea di Numenor, possa il nostro ricordo accompagnarti lungo il tuo cammino, ché esso sarà arduo e difficile da percorrere; tuttavia, se il tuo cuore sarà saldo, giungerai sin dove Iluvatar ha decretato che tu debba spirare”».

Il Ciclo del Marinaio, pp. 31-39.

7 pensieri riguardo “Il Messere di Endore

  1. nn sono un fan di Tom Bombadil, mi fa abbastanza indifferenza, ma ci sta come rappresentante del semplice e dell’accontentarsi, e lei giustamente come Tolkien fece all’epoca ha deciso di far incontrare il suo personaggio principale con Tom: personaggio inventato da Tolkien anni prima e che semplicemente ha voluto far incontrare agli Hobbit, e lei ha fatto lo stesso.
    Mi dica lo scontro con lo warg è ripreso dallo scontro tra Huan e Carcharoth dato che quest’ultimo ha morso Beren al petto, anche se Erfea mi è sembrato più fortunato

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    1. A dire il vero non avevo pensato allo scontro tra Huan e Carcharoth, però direi che il paragone sta bene, anche se effettivamente Erfea fu più fortunato. Quanto alla scelta di farlo incontrare con Erfea, nel mio caso era necessario per spiegare il «bagno di umiltà» che avrebbe dovuto ricevere il giovane Numenoreano per aver pensato di essere in grado di dare la caccia al lupo demoniaco. Beren era decisamente più maturo e forte del giovane Erfea.

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  2. Bella e fedele rappresentazione di Tom e Baccador! Io, tra l’altro, per Baccador ho un debole, secondo me è un’immagine perfetta dell’ospitalità 🙂
    Sulla natura di Tom continueremo a interrogarci in eterno, temo… ma penso che entrambi siamo concordi nel sottolineare il suo legame viscerale con la Terra, con la Natura.
    Carina la parte in cui Erfea dice “signori del bosco” e Tom precisa di essere solo il messere ^^
    Ah, c’è un passaggio in cui hai scritto “Tom e Baccador attesero che il suo ospite si fosse rifocillato”; immagino che al posto di “suo” vada “loro”…

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    1. Grazie mille, mi fa piacere che ti sia piaciuta la rappresentazione di questi due enigmatici ed affascinanti personaggi:) Sono contento che tu abbia notato come Tom non voglia essere il signore di nulla o di nessuno, ma solo il messere…un essere privo di potere sul Mondo, e che per questo, forse, è libero da ogni condizionamento terreno (pensa agli effetti che l’Anello non ha su di lui).
      Grazie per avermi segnalato il refuso, provvederò a correggerlo;)

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