In difesa di Osgiliath (I parte)

Negli Annali del Signore degli Anelli e nel Silmarillion si fa cenno alla difesa di Osgiliath da parte dei Gondoriani durante l’assalto finale che Sauron mosse contro quella città alla fine della Seconda Era. Si tratta, come dicevo, di poco più di un accenno, che segue alla caduta di Minas Ithil nelle mani dei servi dell’Oscuro Signore. Ho colto questo accenno per sviluppare un racconto che narra dei popoli che accorsero in difesa di Osgiliath: nel mio libro, infatti, Erfea, ormai anziano, occupa un posto di grande responsabilità all’interno dei Regno in Esilio, svolgendo una figura molto simile a quella che avrebbero incarnato i Sovrintendenti della Terra di Mezzo; per conto di Elendil, supremo re di Arnor e Gondor, infatti, egli si occupa di monitorare il governo dei figli Isildur e Anarion. Tornando alla questione della difesa della capitale di Osgiliath, ho immaginato che, in attesa della costituzione dell’Ultima Alleanza, i cui tempi di mobilitazione sarebbero stati molto lunghi (considerato che non esisteva un servizio di leva permamente presso i Popoli Liberi e che le milizie dovevano dunque essere addestrate di conseguenze), alcune schiere (oggi li definiremmo di soldati di professione) accorressero a Gondor per prendere parte alla battaglia in sua difesa. A questa scelta mi ha spinto l’apprezzamento verso una sequenza di immagini molto intense del film delle “Due Torri”: l’arrivo al Fosso di Helm delle truppe comandate da Haldir. Come sanno i lettori del Signore degli Anelli, in realtà questo evente non si è mai verificato: restava comunque, a mio parere, un’idea promettente, che avrebbe potuto essere sviluppata in altro momento storico, del quale si conosce poco, allo scopo di non creare una contraddizione con il corpus del legendarium tolkienano. Lascio giudicare ai miei lettori se la scelta sia o meno riuscita. Il brano citato inizia dopo la caduta di Minas Ithil e dopo che le armate di Sauron hanno condotto un breve attacco a Osgiliath per testarne le difese. Nell’estate di quell’anno Erfea ricevette la visita del Re delle Aquile…Buona lettura!

«L’Estate trascorse come se nulla nel vasto mondo fosse mutato, eppure così non era, ché i servi del nemico erano ovunque e nell’ombra che si addensava sugli Ephel Duath, crescevano in numero e in potenza; nessun araldo del Nemico era giunto sprezzante da Minas Ithil ormai caduta per sfidare la potenza di Osgiliath, e ogni cosa sembrava remota e silente; eppure, Orchi e Uomini malvagi si adunavano a levante e vi erano scorribande di cavalcalupi nelle vaste e desolate piane del Rhovanion e nell’Anorien, ché Sauron non aveva perduto nulla della sua antica possanza e mirava a distruggere ogni reame della libera gente.

Furtivi e occultati dalla coltre di tenebra che le eruzioni dell’Orodruin rendevano grigia e fosca, i servi del Nemico si andavano adunando in gran numero; ed ecco che al termine dell’Estate, Ar-Thoron apparve a Erfea, che, ritto sul pinnacolo della torre più alta di Osgiliath, era immerso in profonda meditazione.

“Salute a te, paladino di Gondor! La guardia della città riposa, cullata dal dolce canto del fiume, eppure ben m’avvedo che il suo capitano non prende riposo neppure in giorni che paiono privi di pericolo alcuno”.

“Salute a te, signore dei venti! Vi saranno altre occasioni per dar sollievo alle stanche membra, ché il mio cuore mi dice che il Signore di Mordor non ha dimenticato l’affronto che le sue armate hanno di recente subito, né ha smesso di odiare i Dunedain e le altre liberi genti”.

“Sagge parole le tue; forse, allora, meno gravi ti sembreranno i miei consigli in quest’ora del bisogno, se tali erano i tuoi pensieri prima del nostro incontro. Sappi infatti, figlio di Gilnar, che il tuo antico avversario, il Signore degli Stregoni, è intento a radunare un esercito in confronto al quale ogni altra armata potrebbe impallidire; chiusi in quella che un tempo fu la gloriosa Città della Luna, gli Ulairi addestrano centinaia di migliaia di fanti e cavalieri del nemico; oscuri fumi si levano dalle fornaci di Barad-Dur e antichi e oscuri sortilegi sono all’opera”.

Nessun sorpresa si poté leggere nel volto di Erfea, eppure la sua fronte si corrugò, ché la sua inquietudine crebbe ed egli, in qualità di Sovrintendente della Città e del Regno aveva la responsabilità di difenderla strenuamente qualora fosse giunta l’ora della pugna. Parche e lungimiranti furono le parole che egli pronuncià in quell’ora oscura, e, non fosse stata per la tempestività con le quali vennero formulate, la speme degli Uomini sarebbe venuta meno ed eventi infausti avrebbero condotto alla perdizione Endor:

“Ar-Thoron, messaggero di Manwë, sii l’araldo di coloro che si apprestano a lottare contro colui che un tempo fu servo del nemico del tuo signore! Porta tale messaggio di sventura ai sovrani che sostengono la nostra causa, affinché possano qui giungere Uomini forti e valorosi, pronti a sostenere la nera marea, quando sarà giunta l’ora! Possano i venti sostenere le ali di quanti gioveranno alla causa dei Figli di Iluvatar, ché molte vite dipenderanno dalla rapidità con cui tali messaggi di aiuto giungeranno lì ove il nome di Manwe e di Varda sono ancora cari. Va’, dunque; possa la speme restare presso il tuo popolo, anche quando ogni scudo sarà infranto e prossima sembrerà la fine dei regni degli Eldar e degli Edain”.

Il sire delle aquile chinò il capo, ché mai nessun Secondogenito gli aveva parlato in modo tanto accorato e sincero; lesto volò via e la richiesta di aiuto di Gondor pervenne a quanti avevano contratto l’Alleanza in Giugno e a molti altri popoli ancora, ché sotto le vaste fronde delle foreste di Endor dimorano stirpi di cui poco noti sono lignaggio e signori.

Per primi giunsero gli Elfi di Edhellond; costoro, grati per l’aiuto che Erfea aveva fornito loro durante la difesa del bianco porto dalle armate del Re Stregone, accorsero lesti a Osgiliath, suscitando meraviglia e stupore tra gli Uomini, ché, sebbene i Dunedain fossero avvezzi alla compagnia degli Eldar, pure codesti guerrieri Primogeniti, equipaggiati ancora secondo l’uso degli eserciti elfici della Prima Era, non mancavano di suscitare sorpresa tra le Alte Guardie del Cancello che assistettero stupefatte al loro ingresso in città; giunti che furono dinanzi a Erfea, essi si inchinarono e il loro capitano, Edheldin, prestò giuramento e dichiarò che il suo popolo avrebbe servito nell’Alleanza finché la vittoria non fosse stata riportata o l’ultimo guerriero fosse stato in grado di brandire la spada: lieto, il Sovrintendente di Gondor li accolse con tali parole: “Siate i benvenuti, fratelli degli Edain! Con voi trionferemo o periremo, ché i destini delle Libere Genti saranno decisi dal coraggio e dalla forza con cui le nostre braccia reggeranno l’impugnatura dell’arma con la quale ci ergeremo dinanzi agli schiavi di Mordor!”.

Canti gioiosi furono ascoltati in quei giorni a Osgiliath, ché gli Eldar non erano solo possenti soldati, ma anche sapienti ed eruditi, e le loro arti molto alleviarono le miserie degli Uomini infermi e le lacrime delle vedove; meno di mille erano, eppure, quando l’ora del confronto giunse, mostrarono al Nemico una tal ferocia, che essi parevano diecimila, e mai le loro frecce mancarono il bersaglio.

Altri aiuti giunsero a Gondor nell’ora del bisogno, gli uni inaspettati, gli altri attesi; alcuni giorni dopo l’arrivo della schiera di Edhellond, giunse alla città dei re una grande molti- tudine di gente; leste, le guardie della città accorsero al cancello, temendo che le armate degli Uomini del Rhun avessero sopraffatto le guarnigioni di Gondor e del popolo degli Eothraim; grande fu invece la loro sorpresa allorché compresero essere costoro le schiere dell’Alto Theng del Rhovanion, Aldor Roch-Thalion, Signore dei Cavalli; tuttavia, sebbene essi venissero accolti in città con grandi acclamazioni e squilli di tromba, pure coloro che erano al comando si resero conto che il fronte Nord-orientale aveva definitivamente ceduto e tosto sarebbero giunti a Osgiliath le medesime schiere che avevano sconfitto gli Eothraim. Nuova inquietudine sorse nel cuore di Erfea ed egli a lungo discorse con Aldor, assicurandogli che Gondor avrebbe posto sotto la sua bandiera gli anziani e gli infanti del suo popolo; presso codesta stirpe, infatti, le donne sono addestrate nell’arte della lancia e della spada fin da tenera età e non temono alcun nemico, eccetto il disonore, e benché tale costume fosse noto agli esuli Numenoreani, pure a loro parve bizzarro e curioso.

Quindicimila lance aveva con sé Aldor allorché varcò il cancello di Osgiliath e numerosi erano le donne e i bambini; quarantamila erano in tutto, eppure costoro non erano che i supersiti di una grande confederazione di popoli che pascolavano il loro bestiame nelle vaste e silenziose piane del Rhovanion, dai confini della grande foresta fino al fiume Celudin a oriente: molto avevano in onore il popolo dei Dunedain, che essi chiamavano i figli del mare, reputandoli simili agli Elfi nelle arti e nelle tradizioni. Fieri e impetuosi, pronti alla collera e all’amicizia sincera, codesti Secondogeniti, discendenti di coloro che della stirpe di Hador Chioma d’oro non erano mai giunti a occidente, resero grandi servigi alla Città delle Stelle, sostenendo impavidi l’urto delle armate di Mordor. Aldor Roch-Thalion era il loro comandante supremo e re della confederazione; suo avo era Imracar Folcwine, colui che aveva stretto amicizia con Erfea allorché aveva partecipato, in qualità di ambasciatore della sua terra, ai festeggiamenti in onore della principessa Miriel. Grato, così Aldor parlò al Sovrintendente di Gondor: “Note mi sono le tue imprese contro colui che noi non nominiamo ed è stata fonte di immensa letizia per me sapere che non cadesti durante l’assedio alla Città della Luna; sei invero un possente guerriero, Erfea, figlio di Gilnar, e il mio popolo ti seguirà, cavalcando con te verso la vittoria o la morte, allorché giungerà l’ora del confronto. Noi non siamo avvezzi alle belle arti degli Uomini del mare, né siamo soliti dimorare in simili palazzi intessuti di sogni e luce, tuttavia sappi che la nostra parola é la nostra vita e che mai verremo meno alla nostra alleanza: già in passato udisti la mia voce fiera e possente pronunciare un solenne giuramento; lascia che ora io, secondo l’usanza del mio popolo, tramuti le parole in fatti, ché essi possano condurci alla vittoria sulle schiere del Nemico”.

Invero Erfea fu commosso dalla semplicità con cui Aldor offriva la sua spada alla loro causa e un forte abbraccio tra i due Uomini suggellò tale patto; nei giorni successivi la stima e l’affetto del Sovrintendente per questo rude Uomo, la cui risata era pronta a tuonare a ogni ora del giorno si accrebbero ed egli spesso discorreva con lui, aprendogli il suo cuore; molto apprese l’Alto Theng degli Eotrahim dal Numenoreano e il suo animo fu ricolmo di meraviglia, ché la maestà dei Dunedain non era ancora scemata e nei loro grigi occhi brillava vivida la fiamma dell’Occidente perduto.

Il giorno seguente, altre schiere risposero all’accorato appello del Sovrintendente di Gondor ed egli fu chiamato innanzi al Cancello di Osgiliath da una voce possente: stupiti furono gli eredi di Numenor, ché mai avevano veduto simili genti dacché avevano fatto ritorno alla Terra di Mezzo sulle ali dei fortunali che spiravano da ponente: disposti su tre schiere, cinquemila cavalieri avanzavano verso la capitale di Gondor, intonando canti sconosciuti alle genti di quella città.

Poderosi erano i neri stalloni di codesta armata e molti cavalieri galoppavano in sella a bizzarre creature che attrassero la curiosità dei gondoriani: più piccole dei cavalli della Terra di Mezzo, erano tuttavia più massicce e lente; chiaro come la sabbia dei deserti che si estendono nel lontano Harad era il loro pelame ed essi lasciavano nella soffice terra dell’Anduin profonde impronte. Coloro che tra i Numenoreani erano accorsi per primi al cancello, si avvidero che le selle poste su codesti animali erano situate sopra una grande gobba che si ergeva sul dorso dell’animale; muggiti mai uditi prima si levarono da tali cavalcature e non pochi fra i Dunedain furono colti da inquietudine e timore, credendo che costoro fossero l’avanguardia della cavalleria del Nemico; eppure, i savi e gli eruditi di Gondor non avevano obliato molte delle storie che gli Eldar avevano insegnato loro ai primordi della Seconda Era, e nella loro memoria erano ancora impressi i dolorosi ricordi della Battaglia delle Innumerevoli Lacrime, allorché vi fu il tradimento di numerose schiere degli Uomini venuti dal levante e il nemico ottenne una vittoria che in caso contrario mai sarebbe giunta.

Tale episodio, tuttavia, era ben noto e molti fra i Dunedain sapevano che tra le schiere che avevano in principio servito l’Oscuro Nemico del Mondo e in seguito il suo luogotenente Sauron molte erano quelle costituite dai Secondogeniti reietti, discendenti di quella laida schiatta che tradì l’alleanza con i figli di Feanor, venendo meno alla parola data; tuttavia, poiché spesso la mente degli Uomini è debole e oblia molto di quello che è stato, pochi, finanche tra i Saggi del regno, ricordavano che vi era stata un’altra stirpe di Uomini venuta dell’oriente che mai aveva tradito l’alleanza con gli Eldar: costoro erano i figli di Bor l’orientale e in seguito alla distruzione del Beleriand erano fuggiti lontano, recandosi nelle contrade meridionali di Endor ove erano cresciuti in numero e gloria, sempre rimembrando l’alleanza con gli Eldar; sovente i loro prodi cavalieri avevano sfidato gli Haradrim e i Variag, servi dell’Oscuro Signore, difendendo strenuamente le contrade a Sud di Gondor dalla perfidia dei servi dell’Occhio. Imponenti e maestosi, codesti Uomini procedevano ritti sulle loro cavalcature, non temendo alcunché; giunti che furono innanzi al cancello di Gondor essi si arrestarono e colui che ne conduceva le schiere, scese da cavallo e si inchinò al Sovrintendente, porgendoli l’elsa di una scimitarra finemente intarsiata e parlò, fra lo stupore di quanti lo ascoltarono, nella favella degli Elfi Grigi:

“Giungiamo nell’ora del bisogno, accomunati dal medesimo destino e della medesima necessità per prestare servizio nelle fila degli Uomini del mare”.

“Chi sei tu dunque e da quale contrada provieni?” gli rispose Erfea, inchinandosi a sua volta.

“Io sono Herim l’Impavido, erede di Bor l’Orientale che mai obliò l’alleanza con gli Eldar e gli Edain stretta molti secoli fa. A lungo la mia gente ha difeso le contrade a Sud del reame degli Uomini dell’occidente e a Nord della città di Umbar dalla ferocia dei servi di Sauron l’Impostore, colui che già i miei avi combatterono. Lo scorso Inverno, tuttavia, fummo battuti, ché il Nemico ha reclutato mercenari provenienti da levante e gli eserciti dei signori della guerra del Khand e del Nuriag, superandoci così in numero; non furono tuttavia tali spregevoli esseri a determinare la nostra cattiva sorte, ché vi erano due creature quali mai i nostri occhi avevano scorto e dinanzi alle quali il coraggio dei nostri migliori cavalieri fu vano; terrore pareva sprigionarsi dalle loro nere armature e oscure risuonavano ai nostri orecchi le parole che esse declamavano a gran voce. Lesto, il panico si impadronì dei cuori dei nostri guerrieri più valorosi ed essi, gettate le armi, perirono tra le paludi e i pantani che si estendono alla foce del Grande Fiume; allorché si avvidero della disfatta delle nostre schiere, i servi del Nemico si lanciarono alla carica: molto sangue quel giorno bevve la Madre Terra – e così dicendo accarezzò la lama della sua scimitarra – eppure ogni difesa fu vana, ché la stridula voce dei servi del nemico sembrava atterrire gli animi di tutti. Non più tardi di quattro giorni fa guadammo il fiume a Nord della città di Pelargir per raggiungere la possente capitale degli Uomini del mare, ché un messaggero del cielo ci aveva avvertito del pericolo che correte”.

“Grati e inaspettati sono i vostri aiuti, ché non credevamo fosse sopravvissuta all’inabissamento del Beleriand la stirpe di Bor l’Orientale e gravi erano i cuori dei Saggi questa mattina; eppure, non fu forse detto che il destino di Arda è stato occultato ai Figli di Iluvatar e che finanche il più savio ed erudito fra noi non potrebbe conoscerlo e interpretarlo? Se tale si prefigura il corso degli avvenimenti, allora la speme ha trovato una nuova ancora alla quale aggrapparsi, nel fragore della battaglie che lesto inizierà. Vi porgo dunque il benvenuto a nome del re Anarion che ora giace nelle Case di Guarigione; possano le vostre lame vendicare coloro che ora più non sono fra voi, quando sarà giunta l’ora”.

Piacquero a Herim l’Impavido le parole che Erfea, Sovrintendente di Gondor aveva pronunziato: profonda stima egli nutrì nel suo cuore per il Dunadan e, allorché Osgiliath parve soccombere alle orde degli schiavi di Sauron, mai lo si vide indietreggiare, ché era invero un possente guerriero e nessuno lo superava in maestria nell’arte della guerra; esperto dell’antica scienza della guarigione e dell’osservazione delle stelle, Herim prestò valido servizio nel Consiglio degli Uomini durante tutta la durata della guerra e mai le sue parole furono pronunziate per invidia o arroganza.

Codeste stirpi di Uomini accorsero dunque in aiuto dei Dunedain nell’ora del bisogno e i loro nomi furono scritti su bianche pergamene che ora giacciono dimenticate, ché molta è cresciuta nel cuore degli Uomini l’incuria ed essi poco si curano di apprendere la storia dei loro padri; tuttavia, poiché i Savi non sono venuti meno finanche in tale giovane epoca, coloro che combatterono per la libertà e la salvezza delle stirpi degli Uomini liberi sono ancora ricordati con stupore e meraviglia, ché grandi furono invero le loro imprese e nessuno ne ha mai compilato un elenco preciso.

Molto si è detto dunque degli Uomini e dei loro condottieri, eppure non furono i soli a soccorrere Osgiliath nell’ora più buia che la città avesse conosciuto fin dalla sua fondazione, ché Eldar e Naugrim non mancarono di rispondere all’accorato appello lanciato dal Sovrintendente di Gondor e recarono alla Città delle Stelle schiere di indubbio valore; degli Elfi di Edhellond e della loro devozione a Erfea molto è stato scritto e non solo in tale sede; pure, vi furono altri tra i Primogeniti che soccorsero i Dunedain, ché quattro giorni dopo l’arrivo delle schiere di Herim l’Impavido, giunse la cavalleria dei Noldor e dei Sindar proveniente dal regno del Lindon e dalla dimora di Elrond il Perelda nel remoto Nord; luminosi erano i guerrieri Eldar e i loro destrieri elfici, abbigliati di bianco e argento, risplendevano nella oscurità della sera: imponente si ergeva alla loro testa Glorfindel il Valoroso, colui che aveva a lungo combattuto contro le schiere di Morgoth nel corso della Prima Era e ora giungeva, simile a un messaggero di Manwe, quale immagine della maestà dei Valar e degli Eldar che ancora dimorano al di là del mare a ponente.

Lieto lo accolse Erfea, ché, sebbene avesse discusso con lui solo alcune settimane prime, pure sapeva che nessun altro guerriero fra coloro che erano giunti a Gondor era più valoroso del Principe di Rivendell.

“Alto risuona l’olifante dei cavalieri di Gil-Galad ed ecco, essi accorrono in aiuto di coloro che ne abbisognano; il mio signore ti invia parole di conforto, perché il tuo animo non debba cedere all’oscurità di questi giorni, e spade, perché la Città degli Uomini non sia distrutta dalle armate dell’Oscuro Sire”.

“Giungi sulle ali di un vento tempestoso, amico mio – gli rispose Erfea, stringendogli la mano – ché la bufera si scatenerà lesta a Est e la furia dei fortunali temo si abbatterà su di noi quanto prima; nessuna speme abbiamo perduta, ché ora, innanzi a me, vi è colui che le schiere del nemico temeranno sovra ogni altro condottiero che difenderà la nostra causa”.

Quattromila Elfi attraversarono al crepuscolo il cancello occidentale di Osgiliath, accompagnati da molti canti e benedizioni, ché la gente era scesa in strada e acclamava il nome del loro capitano: “Glorfindel! Glorfindel Chiomadoro è con noi” e per una notte l’angoscia abbandonò i cuori degli uomini e delle donne della città.

Il mattino successivo, un suono che mai prima di quel momento era stato udito dacché gli esuli Numenoreani avevano costruito le loro dimore su entrambe le rive dell’Anduin, fu udito riecheggiare nella valle e gli sguardi di tutti furono rivolti a ponente; a lungo regnò il silenzio nella città, ché il popolo si domandava quale stirpe giungesse in suo soccorso.

Erfea, silente sul ponte che conduceva al cancello, scrutava le piane che si estendevano a ponente; non dovette attendere tuttavia a lungo, ché lesta apparve all’orizzonte una schiera di soldati, il cui stendardo era però occultato dalla bruma del mattino: infine, a meno di cinquecento passi dal cancello, esso apparve in tutto il suo splendore e il popolo di Gondor riconobbe il vessillo della stirpe di Durin il Senza Morte, ché vi erano ricamate sette stelle e un’incudine.

Senza attendere che la schiera giungesse al cancello, Erfea si fece loro incontro e lieto era il suo volto, ché egli non aveva dubbi sull’identità del capitano di tale armata e il suo cuore gioiva, ché egli era molto caro al Sovrintendente; Bor era il suo nome, ma la sua gente lo chiamava Naug Thalion in onore del suo valore e della forte amicizia che lo legava agli Eldar; accanto a lui, si ergeva un Nano che molta fama aveva acquisito ad Amon-Lanc, ché egli era Groin Hroa Sarna, Nano della stirpe di Durin e impavido combattente.

Commossi i tre amici si strinsero in un caloroso abbraccio, ché mai Naug Thalion aveva obliato l’aiuto che il Khevialath, come i Nani chiamavano Erfea, aveva offerto loro durante i numerosi viaggi che costui aveva intrapreso; lesto era stato egli a mettersi in viaggio con quanti della sua gente desideravano seguirlo, ed erano giunti solo poche ore dopo i guerrieri di Glorfindel che pure erano a cavallo; stupefatti gli Uomini e le donne della Città delle Stelle osservarono i figli di Durin, ché, sebbene costoro sovente si fossero recati nei domini dei Numenoreani per offrire la loro maestria di tagliatori di pietre e vendere i preziosi manufatti forgiati nelle fucine di Khazad-Dum e altri mirabili artefatti destinati finanche ai bambini, pure non erano mai giunti in veste di soldati, essendo i reami di Gondor e Khazad-Dum alleati e non temendo alcunché i suoi figli, fuorché la fatica e le intemperie dei lunghi viaggi.

Ogni Nano indossava una cotta di maglia in mithril, ché codesta schiera era costituita prevalentemente dalla Guardia dell’Abisso e in essa servivano solo i più possenti fra i Figli di Aule; possenti asce e larghe spade dalla doppia lama essi recavano con sé e nei loro spietati occhi si poteva leggere il fuoco della fiamma di Mahal dalla quale erano sorti.

“Settecento Nani sono riuscito a condurre con me in questa buia ora, Erfea, figlio di Gilnar: essi sono prodi guerrieri e hanno combattuto in più di una occasione contro le schiere dell’avversario e nessun Orco è mai sopravvissuto per testimoniare la loro furia in battaglia”.

“Sono giunti aiuti superiori in numero alle mie previsioni, Bor – rispose Erfea inchinandosi – tuttavia, se le notizie che giungono in città corrispondo solo alla metà del vero, le schiere del Re Stregone sono superiori a noi del valore di dieci a uno”.

Annuì Bor, scuro in volto: “Sarà dunque innanzi alle mura della capitale di Gondor che verrà deciso il destino di questa era e di quanti verranno dopo di noi”. Tacque un attimo, infine riprese a parlare: “Le fondamenta della città, tuttavia, sembrano solide e potrebbero resistere a un assedio quale mai nessun Uomo o Elfo o Nano ha ancora mai visto”.

“Il tuo coraggio e la tua saggezza mi confortano, figlio di Durin – disse Glorfindel, sopraggiunto in quel momento – ché non giungeranno altri aiuti alla città e dovremo fare affidamento su codeste schiere”.

Herim, che era con il Signore dei Noldor, tuttavia replicò: “Può essere che i nostri occhi non debbano scorgere alcun vessillo amico per mesi, o forse per anni in tale pianura; tale è il mio pensiero, però, che mi spinge a credere che altri soccorsi inaspettati giungeranno; il vento dell’Ovest si è infatti levato possente e il domani porterà novità”».

 

Il Ciclo del Marinaio, pp. 263-273

6 pensieri riguardo “In difesa di Osgiliath (I parte)

  1. Perfetto
    Aspetto la seconda parte, la caduta di Minas Ithil e il primo attacco a Osghiliath.

    Thalion, omaggio a Hurin suppongo

    “Sarà dunque innanzi alle mura della capitale di Gondor che verrà deciso il destino di questa era e di quanti verranno dopo di noi” (omaggio a Theoden? NN mi ricordo chi lo dice nel libro)

    Piace a 2 people

  2. Bene, finalmente eccomi qui! Confermo per l’ennesima volta che mi sembra di leggere una sorta di secondo “Silmarillion”… però hai scordato l’apostrofo quando Erfea dice al signore delle Aquile: “Va’, dunque” 🙂
    Piccolezze a parte, mi è piaciuta molto l’introduzione degli Uomini orientali, l’ho trovata un innesto convincente. Vedremo come sarà la battaglia, la preparazione mi sembra ben descritta.

    A proposito, forse è una domanda un po’ stupida, ma… come mai Anarion è nelle Case di Guarigione?

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    1. Ben ritrovata! Hai ragione, provvederò a inserire l’apostrofo, ogni tanto qualcosa mi sfugge;) Sono contento che ti sia piaciuto, effettivamente il Silmarillion resta per me un modello di primaria importanza. La domanda sulla sorte di Anarion è più che giustificata: egli si trova nelle Case di Guarigione perché è stato ferito da un Orco durante il primo attacco di Sauron. Non ho ancora riportato questo brano, perciò non era possibile ricavare questa informazione.

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