La difesa di Osgiliath (II parte)

Questo articolo prosegue la narrazione iniziata nel contributo precedente. Continuano ad arrivare rinforzi ad Osgiliath, ma saranno sufficienti per fermare l’avanzata delle truppe di Sauron? Buona lettura!

[Illustrazione gentilmente concessami da Emanuele Manfredi Gallery. Tutti i diritti riservati. https://www.facebook.com/EmanueleManfrediGallery/photos/a.696568877024130/3429349947079329/?type=3&theater]

«Quella sera più parole furono pronunciate tra i comandanti e le luci si spensero nella città; Erfea, tuttavia, ritto sul pinnacolo della torre più alta, vigilò per tutta la notte, ché il suo animo non avrebbe certo trovato scampo alle preoccupazioni che lo angosciavano negli incubi notturni. Lesto il mattino sorse all’orizzonte e Aldor comparve sugli spalti recando con sé una coppa: “Bevi, mio signore – tali furono le sue parole allorché scorse Erfea nella bruma mattutina – ché lunga è stata la veglia e le sentinelle hanno scorto il tuo luminoso elmo per tutta la notte”. Accettato con gratitudine il dono, Erfea così si rivolse all’Alto Theng del Rhovanion: “Questa notte ho scorto decine di luci a Est. Migliaia di luci a Est; le truppe del nemico sono pronte alla pugna e lesta la tempesta si abbatterà sulla Città delle Stelle”. “Cosa temi dunque, figlio di Numenor?” Lenta echeggiò la risposta di Erfea tra gli argentati minareti e i dorati vessilli: “Gli Eothraim hanno scorto la potenza di uno degli Ulairi, servi immortali di Sauron; mai nessuno fra voi, tuttavia, ha mirato il terribile sembiante del Signore dei Nazgul, luogotenente di Sauron e comandante degli eserciti di Mordor; mortale è la sua voce e letale il suo lungo braccio, ché egli è possente nel corpo e nello spirito; bada alle sue schiere, principe del Rhovanion, ché esse sono tra le più feroci e malvagie tra quante servono l’Occhio di Mordor”. Brevemente soppesò tali parole Aldor, infine rispose: “Innanzi a me scorgo tuttavia uno dei figli di Elenna, terrore dei servi di colui che noi non nominiamo; si dice che egli non oblii nessuno dei torti subiti e se tale pensiero corrisponde al vero, ebbene, Erfea Morluin, i suoi servi molto temeranno il tuo nome e la tua lama”. Sorrise lievemente Erfea, infine discese lungo le mura e voltatosi, così gli parlò: “Non credere che io abbia dimenticato quanto accadde a Edhellond molti anni fa; possa Sulring colpire svelta, quando egli calerà su di noi”. Improvviso nella pianura, tuttavia, squillò un corno, poi seguito da molti altri ancora; leste le guardie chiamarono a gran voce il Sovrintendente di Gondor e gli altri capitani ed essi accorsero al cancello, ché a ponente si scorgeva una minuta schiera avanzare. Glorfindel cavalcò fino a un miglio dalla città per ricevere tali stranieri; con lui era anche Herim, il quale aveva stretto profonda amicizia con il Noldo: grande era la curiosità che muoveva gli animi dei due ed essi per lungo tempo non pronunciarono parola; infine il Capitano degli Orientali parlò: “Glorfindel, i racconti della mia gente narrano che la vista degli Elfi è invero lungimirante; cosa scorgono, dunque, i tuoi occhi in tale ora?” Per qualche istante Glorfindel non pronunciò parola; infine rise, e il suono della sua letizia colmò di stupore l’animo dell’Uomo: “Amazzoni! Le donne guerriere del Rast Vorn giungono a Osgiliath!” Veritiere si dimostrarono tali parole, ché codeste guerriere erano le eredi di quanti fra il popolo di Haleth non si erano allontanati dalle spiagge della Terra di Mezzo al termine della Prima Era e avevano trovato nuova dimora tra i boschi della penisola del Rast Vorn, ove oggi nessun Uomo vive. A lungo i superstiti della Seconda Casa degli Uomini avevano dimorato in quei boschi e nessun servo di Morgoth era mai giunto per disturbarli, ché presso gli Orchi si narrava che spiriti feroci infestassero tale contrada; vi era del vero in tali voci, ché il popolo di Haleth era maestro delle Arti del legno e della pietra, avendole apprese dagli Elfi di Thingol, prima che il suo reame sprofondasse sotto le gelide acque del Belagaer ed essi tendevano innumerevoli trappole fra gli alberi, sicché l’incauta creatura che si fosse addentrata nella foresta si sarebbe smarrita in breve tempo e con altrettanta rapidità avrebbe trovato la morte. Finanche i Numenoreani non avevano mai osato approssimarsi a tali boschi onde sfruttarli per farne legname da costruzione per le loro navi, ché grande era in loro la paura delle guerriere del Rast Vorn e, sebbene freccia o lancia non fossero stati mai scagliate contro gli Edain dell’occidente, pure essi si tenevano alla larga da tale contrada e nessun Uomo, Elfo o Nano era mai stato ospite del popolo di Haleth, fin dal termine dei giorni Remoti; grande fu dunque la meraviglia, in città, allorché giunsero le schiere del Rast Vorn e gli sguardi dei presenti esprimevano tacita ammirazione e sincera meraviglia per coloro che ora marciavano lungo il ponte rialzato e si approssimavano a fare il loro ingresso a Osgiliath; giunte innanzi al Sovrintendente, così gli si rivolse il loro capitano: “Ariel io sono, figlia di Aran del Rast Vorn; un’aquila si presentò al nostro popolo quando ancora la Luna era giovane nel cielo, e riferì di gravi e luttuose notizie riguardanti i nostri cugini del Sud; tristi furono quel giorno i nostri cuori, ché, sebbene siano trascorsi innumerevoli secoli da allora, pure nessuna fra noi ha obliato la malvagità di Morgoth e il nome di Sauron l’Aborrito non è mai stato venerato dalla nostra gente. A lungo abbiamo percorso contrade sconosciute ai nostri occhi, ove il vento e gli astri erano i nostri unici compagni di viaggio, ché il messaggero di Manwe aveva fatto il nome di colui che i nostri aiuti molto avrebbe gradito e che sconosciuto risultava alle nostre orecchie: sei tu dunque Erfea il Numenoreano, colui che chiamano il Morluin, Sovrintendente del Regno di Gondor?” “Sì, lo sono e questa ove siete giunti è la dimora di Isildur e Anarion, re di Gondor e figli di Elendil l’Alto, Sovrano dei reami in esilio”. Allora Ariel si inchinò e sguainata la spada dal fodero, ne porse l’elsa a Erfea e fece giuramento: “In nome di Eru Iluvatar e delle potenze di Arda, giuro che il mio popolo sosterrà l’Alleanza delle Libere Genti contro l’Oscuro Signore di Mordor e i suoi schiavi, fino alla fine del mondo o fin quando l’ultima di noi non cadrà sotto i colpi del nemico; possano la Morte e la Vendetta cogliere me e la mia stirpe se tale giuramento verrà infranto”. Lieto Erfea le si inchinò e squillò nel suo olifante per tre volte, sicché i guerrieri corsero da lui, credendo fosse imminente un attacco del nemico e che la città abbisognasse delle loro spade e delle loro vite; eppure, squillante risuonò la voce del Dunadan ed egli parlò loro: “Mirate, popoli che non venerano la malizia dell’oriente e non prestano orecchio alle menzogne di Mordor e del suo oscuro signore! Mirate, ché è giunto il giorno in cui i Figli di Iluvatar sono nuovamente riuniti per un sol scopo e ogni rivalità fra noi è cessata! Mirate lo splendore e la beltà delle nostre terre della cui visione i vostri occhi e i vostri cuori serbano memoria! Mirate, ché la pugna si approssima e lesta verrà l’ora in cui combatteremo l’uno accanto all’altro, fratelli nell’oscurità che avanza, spada accanto a lancia, ascia accanto all’arco! Come un sol individuo combatteremo e mostreremo agli schiavi di Sauron quanto sia ancora forte la tempra di coloro che non si piegano al loro dominio!”

Soffiò nuovamente nel suo corno il figlio di Gilnar e il coraggio fece breccia finanche nei cuori più pavidi; allora, rosso sorse il Sole all’orizzonte e Sulring brillò di luce propria, rischiarando Erfea, ed egli sembrava simile a Tulkas il paladino dei Valar a occidente e tutti coloro che erano con lui sguainarono le proprie armi e diedero fiato ciascuno al proprio olifante, si ché fu udito un concerto quale non si udiva dalla Battaglia delle Innumerevoli Lacrime e il suono delle trombe dei Nani di Khazad-Dum si mescolò con quello degli Elfi di Gil-Galad; alti furono issati i vessilli delle stirpi che lottarono contro l’Oscuro Signore ed essi furono visibili per molte miglia. “Aure entuluva!” gridò Erfea, pronunciando le medesime parole che Hurin molti secoli prima aveva esclamato; e tutti coloro che erano nella città fecero echeggiare le loro voci nel medesimo urlo: “Aure entuluva”: il giorno risorgerà!” e, sebbene numerose calamità e lutti si verificarono nei giorni successivi, pure nessuno dei presenti obliò quell’ora e invero fu un momento molto glorioso per i Figli di Iluvatar. Rapidi trascorsero i giorni successivi, mentre i capitani discorrevano delle strategie che avrebbero dovuto escogitare per affrontare i servi di Sauron ed Erfea ripeteva loro quanto i nemici non fossero da sottovalutare, ché essi erano guidati da una mente crudele e votata al massacro. Amicizie durature furono strette in quei giorni amari, ove gli incubi delle sempre più lunghe veglie si mescolavano ai sogni angosciosi che le rare ore di sonno partorivano: di Glorfindel ed Herim così come di Erfea e Aldor si è già detto, tuttavia essi non furono i soli, ché analoghi sentimenti di stima e di affetto sorsero fra Herugil e Edheldin, mentre Bor, accompagnato da suo figlio Groin, era sempre reperibile dal Sovrintendente di Gondor al quale mostrava i segreti di tecniche di lavorazione dei metalli ignoti agli Uomini, ché egli era lungimirante e s’avvedeva che sebbene mortali fossero le armi degli eredi di Numenor, pure avrebbero potuto essere migliorate, e invero eccelsa era in quei giorni l’Arte dei Naugrim. Solidi divennero dunque i rapporti fra i Capitani delle Libere Genti, eppure nessun legame fu sì forte come quello che sorse fra Aldor e Ariel, ed essi sovente discorrevano nei parchi della città, lieti in volto, sebbene la tempesta fosse ormai prossima e più il Sole splendesse nel cielo, ché un’oscura nube proveniente dalla Terra dell’Ombra sembrava aver avvolto nel suo mortifero abbraccio la Città delle Stelle.

Una notte di maggio, Herim si recò dal Sovrintendente della città, ché il sonno tardava a giungere e una grave minaccia era sorta nel suo cuore; lesto raggiunse dunque Erfea presso la terrazza dalla quale il Dunadan scrutava silente la piana che si estendeva sotto di lui; una pallida Luna ornava il tenebroso cielo, né la sua moribonda luce rischiarava le figure dei soldati che percorrevano in silenzio gli spalti della mura; eppure, nessuno fra coloro che erano sulle mura in quella ora abbisognava di luci, perché l’intera sponda orientale dell’Anduin era rischiarata da centinaia di migliaia di fiaccole: poco o punto potevano scorgere gli scuri occhi dell’Orientale, eppure, nel suo cuore, il fremito di paura che l’aveva costretto a destarsi dal suo sonno agitato si tramutò in un grido che a stento fu soffocato dall’Uomo. A lungo Herim rimase accanto a Erfea, senza pronunciare alcuna parola, infine il Dunadan parve cosciente della sua presenza e gli parlò: “Le schiere del nemico sono ora molto vicine alla città; entro domattina, le acque dell’Anduin saranno rese torbide dall’avanzare impetuoso degli schiavi di Mordor, né tali invasori sono giunti alla città soli”. Herim annuì, senza tuttavia comprendere realmente cosa il Sovrintendente avesse voluto dirgli; infine, egli voltò il suo sguardo a Nord e la paura si tramutò in orrore, ché i fumi di numerose fiaccole si stagliavano come fredde colonne nell’aria della notte finanche in tale direzione: lentamente, come se il raziocino ancora presente nel suo animo rifiutasse di credere a quanto ormai era palese, egli si voltò verso Sud, ove il suo udito fu attratto dal rapido sciabordare di centinaia di lunghi remi nelle profonde acque del fiume, ché una possente flotta giungeva dal Grande Mare, preceduta dallo stormire degli avvoltoi e di altri uccelli da preda. Leste suonarono le campane quella notte, ma il suono che echeggiava tra le scure mura dei minareti e i flosci vessilli era spento, quasi che un sortilegio di Mordor impedisse loro di squillare; rochi echeggiavano dalla pianura i barriti dei mumakil, le possenti bestie dei feroci Haradrim e sovente si udiva la stridula risata di un Orco salire dal fiume: cupi divennero gli animi dei Numenoreani ed essi non presero più riposo, né una voce si udiva all’interno della città, che gli Uomini si armavano in silenzio e se le donne piangevano, le loro lacrime e i loro singulti erano attutiti da bianchi fazzoletti. Tardivo sorse il Sole, eppure nessuno fra coloro che difendevano il regno di Gondor dall’assedio delle schiere di Sauron parve accorgersene, perché infiniti fumi, come malefici serpi che volessero oltraggiare la maestà di Manwe, salivano dagli accampamenti delle schiere di Mordor e un’ombra minacciosa era calata sulla città. Triste e minaccioso era lo spettacolo che adesso si scorgeva dalle mura: la sponda orientale dell’Anduin era stata invasa dalle schiere di Mordor, ed esse ora si ricongiungevano con i loro alleati giunti dal Nord e dal Sud; Numenoreani Neri erano sbarcati dalle navi che la notte precedente avevano risalito il corso del fiume e ora scaricavano a terra una grande quantità di vettovaglie e di armi; ivi il guerriero affilava una lama; ivi il capitano impartiva ordini ai suoi luogotenenti; ivi erano montate tende e issate rozze palizzate, ché la potenza di Mordor era all’opera, e i suoi servi, come instancabili formiche, realizzavano quanto il loro signore e padrone desiderava ottenere. Nessun canto si levava dalle schiere di Mordor, né alcun vessillo era stato innalzato per sfidare la signoria delle liberi genti: il brusio delle voci provenienti dalla pianura, tuttavia, si accrebbe nei giorni successivi, finché esso non si tramutò in un urlo spaventoso a udirsi; molti fra coloro che militavano nell’Alleanza si chiesero allora se non fosse giunta la fine di Arda e nei loro cuori la paura regnò sovrana; altri si chiedevano quando sarebbero giunti gli eserciti degli alleati dal Nord e interrogavano a proposito Glorfindel, quasi che egli potesse scongiurare nei loro animi la paura, l’arma più efficace che il nemico possedeva per far breccia nelle mura di Osgiliath. Lenti trascorsero i giorni per i difensori della città e nessuna nuova giungeva loro dagli eserciti di Mordor; una mattina, tuttavia, la Guardia levò un possente grido di allarme e i capitani corsero alle mura, ché erano visibili movimenti sulla pianura: Uomini, le cui fattezze erano impossibili da distinguere, si erano inerpicati lungo una ripida collina che si ergeva dinanzi al ponte e al cancello orientale di Osgiliath e ivi avevano innalzato nove lugubri stendardi. La bruma, tuttavia, lesta ricoprì l’accampamento delle schiere di Mordor e per lungo tempo non fu possibile scorgere alcunché: infine, essa disparve e fu visibile a tutti quanto tali vessilli mostravano. Disposti su di un’unica fila, nove stendardi garrivano al vento che possente si era levato dall’oriente: otto erano stati posti alla stessa altezza e uno si ergeva più in alto di tutti gli altri: intimorita, la gente di Osgiliath stentava a decifrarne il significato, ché mai, dacché la città era stata fondata, erano stati avvistati simili vessilli. “Destriero nero, fuoco oscuro, luna morente, nera serpe, saetta rossa, grigio olifante, fauci del segugio, drago dorato: i Nazgul sono dunque giunti a Osgiliath” pronunciò Erfea, rivolto ai capitani che erano con lui; non si era ancora spento l’eco di tali parole, che la Tenebra cadde sulla città e per alcuni istanti non fu possibile scorgere alcunché; molti guerrieri furono colti da nausea e finanche tra gli Eldar e i Naugrim, ché pure non temono l’oscurità, alcuni furono colti dal panico e dal dubbio. Per lunghi istanti parola non fu pronunciata; infine Erfea parlò e nessuno dei presenti obliò le sue parole in quell’ora sì oscura: “Gli Orchi hanno innalzato lo stendardo con l’effige dell’Occhio avvolto dalle fiamme dell’Orodruin. Il Signore dei Nazgul è giunto a Osgiliath e i suoi eserciti lo seguono bramosi della preda, ché invero possente è il suo braccio. Lungi dall’essere in trappola è tuttavia la fiera, ed essa lotterà finché la speme regnerà nel suo cuore”. Infine l’oscurità opprimente disparve dal cuore dei liberi popoli ed essi accorsero ad armarsi: manipoli di fanti furono formati e i cavalieri montarono sui loro destrieri, mentre gli arcieri correvano a schierarsi lungo le mura e incoccavano nere frecce dalla punta acuminata».

Il Ciclo del Marinaio, pp. 273-281.