Ritratto di un principe

Concludo il racconto iniziato nell’ultimo articolo: la regina Miriel, ormai adulta e sposata con Ar-Pharazon, racconta al giovane Anarion, cresciuto con il “mito” del paladino Erfea, un episodio risalente alla loro adolescenza, nel quale emergono caratteri inediti dei due personaggi, ancora acerbi e in via di formazione. Per una migliore comprensione di questo racconto, suddiviso in due articoli, è bene tenere presente alcune premesse: Erfea ha 20 anni quando incontra per la prima volta Miriel, più giovane di lui di 5 anni; egli non sospetta ancora che la fanciulla di cui è innamorato sia la figlia di Palantir, perché ella è stata reclusa nel palazzo reale per paura di ritorsioni da parte dei sostenitori di Gimilkhâd (padre di Pharazon). La principessa, tuttavia, stufa di essere prigioniera nella sua stessa casa, di tanto in tanto, con la complicità delle sue dame, si allontana dalla sua dimora, indossando abiti semplici per non destare sospetti, per conoscere la sua gente e la sua terra: in una di queste fughe si imbatte in Erfea, al quale rivela di essere la figlia di un pescatore e di avere nome Earien. Per questa ragione, è sorprendente che Erfea abbia deciso di chiamarla Miriel, attribuendole, in realtà, il suo vero nome senza conoscere la sua reale identità. In questa seconda parte del racconto, Erfea deve mettere alla prova la sua giovanile impazienza nel tentativo di risolvere un enigma che gli pone il suo maestro Numendil, nonno di Elendil.

Buona lettura!

La Rosa e l’Arpa (parte seconda)

«Una settimana prima della Cerimonia dei Nomi [1], il mio Maestro Numendil, che all’epoca si mostrava ben poco nei corridoi e nelle aule dell’Accademia a causa dei palesi contrasti che erano fra lui e i principi dell’avversa fazione, chiamatomi in disparte, così mi parlò “Figlio di Gilnar, alcuni Maestri riferiscono che tu sei lesto nell’apprendere, sebbene disdegni gli altrui consigli e mostri insofferenza verso coloro che osano mettere in dubbio la tua preparazione”.

“Maestro – gli risposi io, non prima di essermi inchinato con referenza – dite piuttosto che l’insofferenza nasce negli animi di coloro che non scorgono altra Via se non quella che essi così stoltamente e pericolosamente percorrono.”

Numendil sospirò: “La Via è unica, tanto per i figli di Iluvatar, quanto per la prole di Morgoth e per quelli che segretamente lo onorano. Credi forse che i miei occhi siano ciechi, che non scorgano la corruzione che serpeggia in questi antichi corridoi? No, giovane Ëarel, tu hai colto solo un aspetto della Via e ti sei limitato ad apprendere quanto il tuo cuore desiderava fare suo. Sei abile con le armi e pochi possono tenere il confronto con la tua favella; eppure, pur essendo tu lesto con la mente, non lo sei altrettanto con il cuore ed esso disdegna il confronto. Il tuo sguardo è rapace nel cogliere le altrui debolezze, eppure questa è un’abilità di infima importanza, che non farà di te un Signore come un tempo ve n’erano a Numenor. Sai riconoscere le conseguenze delle azioni che tu ed i tuoi compagni compite, ma non sei in grado di cogliere l’origine di esse ed il tuo animo disdegna profondamente sentimenti come amore e pietà.”

“Mettetemi alla prova, Signore – lo provocai io, ferocemente – non vi deluderò”.

Numendil sospirò profondamente ed un’ombra di inquietudine parve occultargli il volto, infine parlò: “Sia dunque come tu desideri: ti affiderò il seguente Saitië [2].” Rifletté per un attimo, infine batté per tre volte le mani e parlò: “Tu puoi sentire il suono di due mani quando battono l’una contro l’altra. Ora mostrami qual è il suono di una mano sola.”

Inchinatomi in silenzio, abbandonai la sua aula e mi diressi nella mia dimora per meditare; quella sera, mio padre dava una festa ed i bardi trascorsero l’intero pomeriggio ad accordare gli strumenti: affacciatomi dalla balaustra ove ero intento a riflettere, mi avvidi che molti fra loro erano soliti compiere gli esercizi musicali con una mano sola; allora, certo di aver compreso, il giorno seguente tornai da Numendil e gli feci ascoltare i suoni che gli artisti il giorno prima avevano prodotto. Il principe di Andunie guardò i miei gesti, infine mi congedò con queste parole: “No, no, questo suono non corrisponde a quello che una mano sola sarebbe in grado di eseguire. Non hai compreso nulla, va’ a meditare ancora”.

Irato, lasciai che i miei passi mi conducessero altrove, nei grandi giardini della reggia di Armenelos, nei quali, già a quei tempi, non era solito recarvisi più alcuno fra i signori di questa terra: ancora furioso per lo smacco testé subito, mi sedetti su di un basso scranno di pietra consunto dall’umidità e dal tempo, e nel silenzio di quelli stessi luoghi nei quali oggi noi discorriamo, ebbi sentore dello sgocciolio dell’acqua lungo il mio sedile e ne fui affascinato; pian piano, esso entrò nella mia mente ed io esultai, perché mi parve di aver raggiunto la soluzione al quesito che il Maestro mi aveva posto. Non appena feci ritorno da lui, tuttavia, mi avvidi che egli non condivideva affatto il mio pensiero: “Cosa sarebbe, dunque, questo? La pioggia è il canto di Manwe, non quello di una mano sola! Va’ e medita ancora!”.

Confuso e ormai prossimo alle lacrime, fui colto dall’ira e sguainata la corta lama che pendeva al mio fianco, tranciai di netto una mano marmorea che apparteneva ad una statua lì situata: “Il suono che emette una mano sola – ringhiai allora, accecato dalla collera – è dolore e morte, ché se questa statua fosse stata costituita da carne e non da candida pietra, molto ne avrebbe avuto a soffrire.” Temevo – ora non ho esitazione nel confessarlo – che il mio Maestro avrebbe punito duramente il mio sfogo; con mio sommo stupore, al contrario, egli si limitò a sguainare la sua nobile lama e ad assumere la posa che tutti i Cynd seguono allorché sono intenti nella meditazione [3]. Confuso ed ignorando quale significato potesse avere il suo comportamento, abbandonai la sua dimora e mi diressi lontano, finché i miei occhi non riconobbero più i luoghi ove mi trovavo ed i miei piedi non furono troppo stanchi per proseguire oltre. Il capo chino su un costone roccioso, versai lacrime amare e mi abbandonai allo sconforto, finché il dolore per il mio comportamento errato non fu trascorso ed io non avvertii null’altro se non una grande tranquillità: per cinque notti meditai sul silenzio e mi parve che esso risuonasse al mio orecchio, più forte del grido di dolore che un uomo privato della sua mano avrebbe emesso, più forte dello sgocciolare dell’acqua sulle rocce, più forte della musica che i bardi creano nelle notti d’estate per alleviare i nostri animi dalle pene e dai dolori. Lieto in volto, corsi allora da Numendil e lo trovai nella sua dimora che chiacchierava piacevolmente con suo figlio Amandil, il quale sarebbe divenuto mio Signore allorché fosse giunta l’ora: allorché egli mi scorse, congedò con gentili parole suo figlio e si accinse ad ascoltarmi: “Mio Signore – esordì io prostrandomi a terra – poiché non vi era alcun suono che  potessi immaginare essere prodotto da una mano sola, ho superato il canto del gufo, lo stormire del vento tra gli alberi e il canto degli amanti nel giorno di mezz’estate ed ho raggiunto il suono senza suono.”

Numendil allora, con mia grande meraviglia, si levò dal suo scranno e dopo essersi inginocchiato dinanzi a me, alla maniera degli uomini di questa contrada, parlò: “Hai dunque udito il suono di una mano sola, il silenzio ed hai dato ad esso un nome: d’ora in avanti, esso non ti atterrirà più, perché saprà sempre parlare al tuo cuore e nel suo regno troverai conforto.”

Himel si arrestò un attimo, mentre la sua mano carezzava dolcemente il mio viso – e qui parve ad Anarion che Ar-Zimraphel seguisse con lo sguardo un movimento che era a lui invisibile – infine proseguì a parlare: “Puoi ben immaginare quanto fosse grande la mia felicità nell’apprendere che l’interpretazione era corretta; tuttavia, poiché la mia curiosità superava ogni altro sentimento, non riuscii ad esimermi dal domandare a Numendil perché mi avesse posto quel Saitië, pur sapendo che egli non avrebbe mai potuto rispondermi: “Giovane figlio di Gilnar, a questo punto dovresti aver compreso quale intento mosse il mio intelletto a porti una simile domanda. Non ti ha insegnato nulla questa esperienza?”

Riflettei a lungo, infine gli risposi: “Mio Signore, ho appreso come il Suono ed il Non Suono siano entrambi presenti e necessari alle nostre esistenze per conservare l’equilibrio e che se talvolta privilegiamo l’uno a favore dell’altro, questo non significa che quanto abbiamo escluso con la scelta venga meno.”

“Così è – rispose il sire di Andunie – eppure, bene sarebbe se tu rapportassi quanto hai testé pronunciato ad una realtà che ti è prossima: non ignorare quanto i tuoi sensi desiderano e non sacrificare l’unità del tutto in nome di una parte.”

Arrossii, infine compresi: “Voi sapete quale nome sceglierò domani, ché, ve lo leggo negli occhi, siete un uomo sì lungimirante come pochi altri potrebbero esserlo a Numenore: eppure, ora mi sovviene che esso non è adatto che ad indicare solo uno fra i piani della mia esistenza e non vorrei nel suo nome rinunciare a quanto è nel mio cuore; come il terzo appellativo è per le grandi occasioni, così il quarto lo è per tutte, piccole o illustri che siano. Non rinuncerò alla mia essenza più profonda ed essa darà luce al mio nome”. Riflettei ancora qualche istante, infine sussurrai all’orecchio sinistro del mio Maestro la mia scelta; egli acconsentì, infine, aperta una piccola scatola intarsiata che teneva sul massiccio tavolo di taek che troneggiava imponente nella sua dimora, ne trasse un gioiello, lo stesso che ora vedi brillare nel mio pugno e lo lasciò cadere nelle mie mani, pronunciando queste parole: “Diverrai un grande Paladino e l’indegna prole di Morgoth temerà a lungo il tuo nome; io temo, tuttavia, che i pericoli più grandi per te giungeranno non dall’esterno ma dal tuo cuore, ché esso sarà sottoposto a molte privazioni e non tutte saranno dovute alle tue incapacità. Prendi questo gioiello che secoli or sono la mia gente ricevette dagli elfi del Vespro e donalo a chi intreccerà il suo percorso con il tuo: possa essere la tua scelta giusta e saggia, perché in esso vi è intriso un grande potere.”

Pronunciate queste parole, Ëarel allora tacque e afferrata la catenina d’argento la cinse con dolcezza al mio collo e si approssimò a lasciare il luogo nel quale così a lungo avevamo discorso; prima che il suo nero mantello volgesse ad oriente, alla casa dei suoi padri, egli tuttavia si voltò e, sorridendo, pronunciò queste parole: “Hai dunque appreso il mio nome, signora dell’Andunie. Se il tuo cuore lo vorrà, io ti chiamerò Miriel, Colei che risplende ove ogni altra luce sembra perire”. Commossa ed intenerita da quelle parole, mi levai per sfiorargli ancora una volta il viso, ma egli era già sceso lungo il pendio boscoso e solo il pesante incedere dei suoi stivali riecheggiò ancora nella notte.

“Ignoravo questa storia, mia signora – interloquì allora Anarion, che affascinato dal suo racconto aveva ascoltato le sue parole in silenzio – eppure non sono sorpreso, ché Erfëa era solito parlare di voi in siffatti termini e riteneva che nessuna altra figlia di Iluvatar potesse eguagliare la vostra beltà e la vostra saggezza”.

“La saggezza l’ho perduta; quanto alla bellezza – rispose lei tristemente – non mi è oggi di alcuna utilità”. Sospirò, infine si congedò dal principe dell’Andunie con queste parole: “Oggi avete allietato il mio cuore: possano i Valar ricompensarti con quanto ambisci ottenere.” Ar-Zimraphel si voltò e si accinse a lasciar quel luogo; infine, ritornata su i suoi passi, si inginocchiò accanto ad Anarion e lo pregò di prendere il gioiello che un tempo era stato suo e di restituirlo ad Himel allorché l’ora fosse giunta: il figlio di Elendil, tuttavia, rifiutò, accompagnando il suo diniego con queste parole: “Il mio Signore lo affidò in voi in nome di un amore che il tempo e la lontananza non hanno eroso; a quale pro, dunque, rimetterlo nelle sue mani? Un simile atto indicherebbe ai suoi occhi che lo avete voluto dimenticare: è forse questo il vostro disio? Siete certa di quanto il vostro braccio ha intenzione di compiere?”

Stupefatta, Ar-Zimraphel mirò a lungo il bel viso del giovane Numenoreano, infine mormorò: “Sia così, dunque; anche quando la tenebra sarà intorno a me, la sua stella continuerà a brillare, come accadeva nei giorni che sono ormai fuggiti all’Occaso. Siete invero saggio, figlio di Elendil: in voi sopravvive la tempra del vostro Signore che i miei occhi sanno non poter più mirare per il resto della mia esistenza terrena”.

“In questa vita, forse – le fece eco Anarion – eppure, nessuno fra coloro che sono dei Secondogeniti ha appreso che cosa attenda i nostri spiriti allorché si compie il Fato di Mandos ed il mio cuore mi dice che non tutti i vincoli muoiono allorché giunge l’ora dell’addio.”

Ar-Zimraphel sorrise e per un istante parve ad Anarion che il fardello degli anni e del rimorso le fosse stato rimosso dal viso e dalle mani: infine si voltò e, mentre percorreva la strada che l’avrebbe ricondotta alla sua dimora, la stella di Himel brillò sì forte sul suo petto che Sauron, il quale fu l’unico a scorgerla allorché giunse a tarda ora al palazzo reale, ne fu sbigottito e si allontanò da qualche tempo da Armenelos, cercando la salvezza presso roccaforti e cunicoli che i suoi servi avevano edificato in gran segreto, ove punti o pochi uomini vi si avventuravano e ancor meno ne tornavano indietro per raccontare cosa vi avevano veduto.

Anarion, dopo aver a lungo meditato su quanto era accaduto quel dì, fece anch’egli ritorno alla sua città, ove alcuno gli pose domanda ed egli non pronunciò alcunché in merito a quanto era accaduto: nei giorni seguenti, sovente si avventurò al di fuori dei cancelli della contrada di Andunie, ove invano attese che Erfëa facesse ritorno alla sua patria; i venti del mondo erano però mutati ed egli non lo rivide più, ritto sul pontile della sua imbarcazione, giungere ad Andor come in passato e trascorsero molti anni prima che potesse scorgerlo, ancora fiero come nei giorni della sua gioventù, durante un mattino dorato, alle foci dell’Anduin, un giorno d’autunno».

Fine

[1] La Cerimonia dei Nomi (Arkhonator, nella favella dei Numenoreani) aveva luogo nell’Accademia Reale tra il decimo e l’undicesimo mese dell’anno e vi prendevano parte i giovani cavalieri allo scopo di essere consacrati secondo il nome che sceglievano e del quale, tuttavia, non avevano facoltà di parlare prima che fosse giunto il venticinquesimo anno di età. Non stupisce, pertanto, che Miriel abbia dimostrato un simile stupore dinanzi alla rivelazione che Erfëa fece riguardo al suo vero nome.

[2] I Saitië erano degli esercizi mentali che i Maestri ponevano agli allievi affinché fossero spronati a meditare e accrescessero la loro forza spirituale.

[3] Quando un Cundo meditava, era solito sedersi con le gambe incrociate sulla nuda roccia ed appoggiare la fronte sull’elsa della propria lama, la quale era sguainata e posta fra il capo e l’incavo che la posizione degli arti inferiori veniva a configurare; questo comportamento era dettato dalla triplice necessità da un lato di mostrare quanto il Paladino fosse un tutt’uno con la sua arma, dall’altro di apprendere, tramite il contatto fisico, le virtù proprie della spada e infine di rimembrare a coloro che erano dell’Ordine dei Paladini quanto i loro corpi fossero caduchi, mentre i valori per i quali essi combattevano e che erano incisi su ogni lama, fossero immortali: essi erano, nell’ordine in cui erano riportati, Comprensione, Amore, Pietà e Perdono.