Osgiliath cadrà? Scontro finale

Proseguo la narrazione della storia dell’assedio di Osgiliath da parte delle armate di Sauron al termine della Seconda Era. Nell’articolo precedente il Drago del Freddo Bairanax aveva aperto una breccia nelle mura della città: mi rendo conto, tuttavia, che non ho spiegato per quale motivo il Re Stregone avesse reclutato questa specifica specie di drago. Le mura esterne della città era state costruite con il laen, un materiale refrattario al fuoco, ma estremamente vulnerabile nei confronti delle temperature basse. Per questa ragione Sauron desiderava avere nei suoi eserciti i draghi del freddo: essi, infatti, a differenza dei più noti draghi del fuoco, erano in grado di emettere un getto di azoto liquido, avente punto di ebollizione pari a -195,82 gradi celsius, che aveva un effetto deleterio sulle mura di Osgiliath (oltre che sui malcapitati esseri viventi che avessero avuto la sfortuna di trovarsi nei paraggi). Buona lettura!

«Un grande e selvaggio clamore si levò dalle schiere di Sauron ed esse esultarono, ché la città era prossima a cedere; tuttavia, essi non avevano mezzi per superare il profondo canale ed erano riluttanti a immergere le proprie membra nella fredda acqua che lambiva le mura; Angurth allora soffiò sulla sua morbida superficie e la rese rigida, affinché le creature di Mordor potessero attraversarla e recarsi in città. Grida confuse si levarono da Osgiliath e molti capitani, senza che alcun ordine fosse stato dato loro, gettarono le armi e a nuoto attraversarono l’Anduin, raggiungendo in tal modo la sponda occidentale, ove credevano stoltamente non sarebbe giunta la minaccia dei Nazgul; impaurite, le schiere degli alleati arretrarono e la catastrofe sarebbe invero giunta su ali di tenebra, se Erfea non fosse balzato lesto sulla breccia, soffiando nel suo olifante.

Risero gli schiavi di Mordor, ché erano ancora in gran numero e non temevano la collera del Numenoreano; allora Erfea suonò nuovamente e coloro che si davano alla fuga, impugnarono nuovamente le armi e nuovo coraggio e vigore affluì nelle vene dei combattenti dell’Alleanza. Una terza volta risuonò nella notte il corno del Sovrintendente ed era codesta una sfida all’Oscuro Signore e alle sue armate; possente si levò la voce di Erfea ed essa chiamava a duello il Capitano Nero: “Murazor! Murazor! Murazor! Se non hai obliato la ignominiosa caduta dinanzi al cancello di Edhellond, vieni innanzi a me! O forse la parole di Erfea, figlio di Gilnar, colui che chiamano il Morluin, incutono troppo timore nel tuo codardo cuore?” Stupiti si arrestarono allora i soldati di entrambi gli schieramenti, ché non pareva loro possibile che un Uomo osasse sfidare il Capitano degli eserciti di Mordor, il Signore dei Nazgul e Re di Morgul: lame furono abbassate, frecce dall’acuminata punta riposte nelle loro faretre e visiere alzate; per un lungo istante gli schiavi di Mordor dubitarono e le loro membra sembrarono cedere dinanzi alla terribile sfida che il Comandante dei loro nemici aveva lanciato; stupefatti e timorosi, essi si guardavano l’un altro, senza pronunciare parola alcuna; finanche i grigi segugi di Dwar si accucciarono e l’unico suono che si udì nella pianura fu quello dei loro silenziosi guaiti.  Non vi era follia nello sguardo di Erfea, né rassegnazione, ché la morte non gli incuteva timore, avendola scorta infinite volte nel corso della sua vita; rapide, le sue labbra levarono un’ultima preghiera a colui che è sopra le potenze di Arda, infine aspettò che il suo nemico gli si mostrasse e accettasse la sua sfida: non dovette attendere tuttavia a lungo, ché il Capitano Nero tosto apparve. Fosco era lo sguardo del nemico dei Popoli Liberi e nulla era possibile leggervi in esso, eccetto l’odio e il disprezzo: lente riecheggiarono le sue parole e coloro che le ascoltarono furono presi da grande terrore: “Nessuno aveva mai osato pronunciare prima d’ora tale nome, Erfea figlio di Gilnar”. Si interruppe, infine riprese a parlare: “Forti erano le tue membra e lungimirante la tua mente, tuttavia ben m’avvedo come tu sia ora solo un pallido fantasma di quanto un tempo eri. A lungo sei sfuggito alla cattura e ora giungi alla mia lama come un incauto mendicante; se è un destino di morte quello che il tuo cuore ambisce ottenere, ebbene esso non mancherà di essere da me soddisfatto”. Rapida allora levò la possente mazza e stridulo echeggiò nella silenziosa piana un urlo foriero di odio indicibile; saldo tuttavia restò il cuore del Dunadan ed egli con elegante maestria si scansò lesto: allora Sulring si abbatté sul capo dell’oscuro nemico, eppure la ferrea corona attutì l’impatto, sebbene essa stessa finisse in frantumi.

Cruento fu il duello e nessuno fra quanti vi assistettero ne obliò mai il ricordo: letale era tuttavia il Signore dei Nazgul e la potenza del suo padrone era in lui, mentre il braccio di Erfea era stanco per il gran combattere di quei lunghi mesi, e il suo animo era provato dal dolore e dalla perdita; gioì lo spettro, ché la sua oscura lama affondò nel basso ventre del suo avversario e vicino fu a ottenere la sua vendetta, allorché essa gli sfuggì di mano e un intenso dolore gli attraversò il nero spirito; annebbiata gli divenne la vista, mentre tutt’intorno a lui l’aere brillò e la luce penetrò nelle sue carni. “A use, mol Mordoro! (Fuggi, servo di Mordor)”; sopraffatto da tali parole, il Signore degli Stregoni fuggì lontano e le sue schiere tremarono e si dispersero nella pianura; alto sorse il Sole sul mondo ed esso allontanò le tenebre di Mordor; Glorfindel e Bor furono lesti a impugnare le armi e la loro furia fu tale che nessuno fra quanti combattevano nelle fila dell’Avversario poté resistere loro.

Esamine giaceva Erfea sulle rovine delle mura; per un istante egli obliò ogni cosa e gli parve di intraprendere sentieri che nessun altro essere aveva mai percorso: lucida allora gli parve l’immagine di Elwen dinanzi a sé e nel suo cuore baluginò la speranza che ad altri toccasse l’arduo cammino intrapreso anni prima. Infine tutto disparve ed egli ascoltò nuovamente il lamento delle armature scosse da fredde lame, i gemiti degli Uomini morire nella triste alba e le oscene voci dei Nazgul reclamare la preda perduta: la realtà penetrò allora in lui, simile a un rapido coltello ed egli si scosse ché la guerra lo chiamava alla sua folle danza. Non vi era più traccia della ferita che il nero servo di Mordor aveva inflitto alle sue carni ed egli non avvertiva nel suo cuore più alcuna paura o dolore; lacrime felici gli ornarono il viso, ché aveva compreso a chi dovesse la vita: liete, allora salirono al cielo parole di ringraziamento e di amore ed egli si rizzò in piedi mentre la calda luce parve avvolgerlo nel suo abbraccio. Glorfindel era lesto accorso al suo fianco, allorché lo aveva visto cadere sotto il crudele colpo del Re Stregone e ora lo mirava in volto, stupefatto per quanto era accaduto: per alcuni istanti nessuno parlò fra loro, infine Glorfindel rise e coloro che lo udirono non poterono fare a meno di provare il medesimo sollievo: “Lieto è il mio cuore nello scorgere il Signore dei Dunedain in salute, ché molto avevo temuto per la tua vita; nessuno oblierà quanto compisti per le nostri sorti e il tuo nome risuonerà come un monito per le schiere dell’Avversario”. Rise anche Erfea, infine parlò: “Non fui io a sconfiggere l’oscuro spettro, ma colei che i miei sensi mortali perdettero molti anni fa e che in questa ora buia mi ha salvato da morte certa”. Ristette un istante in silenzio, infine parlò nuovamente e le sue parole echeggiarono chiare per tutta la piana: “Elwen vanimelda, namarie!” (Elwen dolce amata, addio!) Annuì lentamente Glorfindel: “Comprendo quanto le tue parole affermano e il mio cuore gioisce, ché non dovremo temere l’oscuro braccio del Capitano Nero per qualche tempo; temo, tuttavia, che egli non sia stato distrutto e che debbano trascorrere molte altre epoche prima che ciò accada”. “Lungimiranti sono le tue parole, Signore dei Noldor; non sarà per mano di un Uomo che egli perirà, eppure ciò accadrà, quando sarà giunta l’ora. Suvvia, ora rechiamoci dai nostri compagni, ché grave una minaccia pesa ancora su di noi, e la malefica schiatta di Morgoth non è stata ancora abbattuta”.

Discesero i due capitani e a lungo Glorfindel serbò nel suo cuore le parole del Numenoreano, senza che nessun altro ne venisse a conoscenza; Uomini, Elfi e Nani andavano adunandosi innanzi a loro, ché la speme era tornata a fiorire nei loro cuori e sebbene i quartieri orientali di Osgiliath fossero stati invasi dalle armate di Mordor, pure il ponte sull’Anduin non era caduto e la fortezza che su esso era stata edificata al principio della fondazione della città restava sotto il loro controllo: lesti, dunque, essi accumularono travi annerite e qualunque altro materiale fosse reperibile e si accinsero a fortificare l’accesso che dava ai quartieri occidentali e a Minas Anor. Barricate furono innalzate nelle strade che conducevano alla cittadella e i soldati corsero a recuperare le armi e altro materiale bellico che, nella confusione della prima rotta, erano stati incautamente abbandonati: severi erano i loro sguardi, ché più non avvertivano la disperazione nei loro cuori e sebbene la difesa della città fosse ora molto più difficoltosa che in partenza, pure erano fiduciosi e i loro animi privati dall’Ombra che il Capitano Nero aveva portato fra loro.

Un messaggero a cavallo giunse lesto e chiese udienza al Sovrintendente, ché aveva da consegnargli novelle di buon auspicio; giunto che fu innanzi a lui, il messo così parlò: “Mio signore, l’isola di Cair Andros è stata sguarnita dalle truppe di Mordor, ché essi si ritirarono seguendo la direzione che conduce alle steppe della Dagorlad e ai Cancelli Neri; quali sono i tuoi ordini? Il guado è ora incustodito”. Lesto rispose Erfea: “Invero liete sono tali novelle e il tuo nome, othar, non sarà obliato: conduci innanzi a me Aldor Roch-Thalion, Signore dei Cavalli e Herim l’Impavido, affinché essi siano pronti a una sortita a cavallo”. Un breve inchino seguì la richiesta di Erfea ed ecco che i due capitani dei Popoli Liberi furono da lui: “Miei signori, per un motivo a me ignoto, le schiere di Mordor fuggono a Nord, lasciando sguarnita Cair Andros: è giunto dunque il tempo di caricare sul fianco destro l’esercito di Sauron, ché nessuno si opporrà a noi durante l’attraversamento dei Guadi e la sorpresa tra le armate del nemico sarà totale, ché essi non sospettano nulla. Celere deve però essere la nostra manovra, ché se fossimo individuati e scoperti, allora ogni nostra resistenza sarebbe vana”. Annuirono i due capitani degli Uomini, e riunirono i loro battaglioni, ai quali si aggregarono anche i cavalieri elfici comandati da Edheldin; giunti che furono innanzi alla porta occidentale, Erfea chiamò a sé Aldor e lo pregò di restare in città, ché nel suo cuore sorgeva grave una nuova minaccia e non avrebbe desiderato che Osgiliath rimanesse del tutto sguarnita di capitani di valore, ché sebbene grande fosse la sua fiducia nelle genti di Khazad-Dum, pure sapeva che essi non avevano mai sostenuto un assedio di tali dimensioni e non erano soliti combattere all’aperto.

Seppur a malincuore, ché molto gli premeva cavalcare contro le immonde schiere che minacciavano la sua gente, Aldor accettò tale ordine e, raggiunti Bor e Glorfindel, prese il comando delle schiere rimaste in città. Penose furono le ore che seguirono, ché gli schiavi di Sauron, dopo l’iniziale smarrimento seguito alla scomparsa del loro Capitano, si erano radunati nuovamente e ora marciavano contro i soldati dell’Alleanza; antichi palazzi e maestosi minareti, edifici ricolmi di antichi tomi recuperati a Numenor, nulla fu risparmiato dalla furia dei guerrieri di Mordor ed essi appiccavano il fuoco ovunque: non potettero però fare prigionieri, ché i loro nemici si erano ritirati al di là del fiume ed essi non avanzarono oltre, ché una fitta pioggia di frecce scese sulle loro avanguardie ed essi si ritirarono nei quartieri che avevano conquistato, mentre alcuni fra loro inviavano messaggi a Khamul, ora comandante delle schiere dell’Occhio, perché egli conducesse i superstiti draghi del freddo all’attacco finale.

Mai giunse tale messaggio all’Orientale, ché esso fu intercettato dalla cavalleria alleata, e invero fu un bene che ciò accadesse perché, in caso contrario sarebbero affluiti notevoli rinforzi alla città; i Vermi di Morgoth, tuttavia, resisi conto di quanto era accaduto, si mossero lesti e le loro minacciose sagome proiettarono inquietanti ombre sugli edifici della città: stridule e possenti le loro urla riecheggiarono nei vicoli deserti di Osgiliath, eppure tali malvagie creature non incutevano lo stesso timore che aveva colto impreparati i Figli di Iluvatar in precedenza, sicché i loro cuori restarono saldi e non temettero.

Sovente Aldor e Glorfindel accorrevano laddove il pericolo era maggiormente presente e coloro che li osservavano erano colti da stupore, ché parevano fratelli di antica data; eppure, nessun combattente ricevette tanti elogi quanti il figlio di Bor, Groin Hroa Sarna: saldo era infatti rimasto il suo cuore perfino quando era stata aperta la breccia nelle mura ed egli era l’erede di una stirpe spietata. In preda al panico, Orchi e altre creature delle tenebre fuggivano dinanzi alla sua ascia bipenne ed egli tenne la sua posizione senza arretrare di un solo passo. Glorfindel non pronunciava parola, né verso i suoi nemici, né nei confronti degli alleati, eppure la sua sola vicinanza procurava agli Uomini diletto e pace e nessun ombra si allungava su di lui; frecce erano scagliate dal suo arco ed egli sovente ricorreva alla sua maestosa spada allorché gli Orchi osavano avvicinarsi troppo; beltà e saggezza erano impressi sul suo volto, a gloria della maestà dei Signori degli Eldar dei tempi remoti. Aldor Roch-Thalion combatteva con una grande violenza e finanche i pesanti fanti dei Numenoreani Neri non osavano incrociare le loro larghe lame con quella del capitano degli Eothraim; alti si levavano i suoi gridi di guerra e gli Orchi erano atterriti dalla sua furia cieca; Bairanax lo scorse sul ponte, possente figura, ergersi su quanti tentavano vanamente di contrastarlo e il suo soffio gelido si abbatté su di lui, senza tuttavia scalfirlo, ché nel suo animo era scesa la forza di Orome il Cacciatore, che il suo popolo chiama Bema, ed egli non temeva alcun nemico; rapido, il Theng si scagliò allora contro il drago e balzato agilmente sul suo dorso, vi piantò la lancia in frassino che impugnava nella sua mano sinistra, gridando parole di vittoria, ché nel suo cuore non si era spento l’eco del sacrificio di Ariel ed egli desiderava ottenere giusta vendetta.

Terribile fu l’agonia di Bairanax e il suo grido di morte echeggiò per molte miglia intorno; infine si accasciò al suolo e tutte le creature di Mordor si riversarono fuori dalla città, ché temevano la furia di Aldor e non osavano avvicinarsi a lui; un grande numero di fanti si radunò tuttavia dinanzi alla Città delle Stelle e tosto si disposero nuovamente per l’assalto, ché si avvidero essere in superiorità di almeno uno a venti e non temevano le mortali frecce dei Numenoreani, né le letali asce di Khazad-Dum.

Solitario risuonò allora nella piana un olifante e un cavaliere apparve all’orizzonte; risero, le infami schiere del nemico, ché non temevano la sua sfida; allora l’olifante del cavaliere risuonò ancora e il dubbio si insinuò nel cuore degli Orchi, ché non avevano obliato il figlio di Gilnar e alcuni fra loro affermavano essere tale cavaliere il loro mortale avversario; eppure, essi erano in numero tale che non potevano temerne l’ardore e la collera e tosto l’arroganza subentrò nuovamente nei loro cuori. Lesti, però, centinaia di corni echeggiarono nuovamente e sembrava che l’intera armata dei Vanyar fosse giunta alla Terra di Mezzo su ali intessute di rugiada; tremarono gli Orchi e si diedero alla fuga, ché la cavalleria degli alleati era giunta su di loro ed essi si avvidero che la loro fine era prossima.

Nessuno udì le parole che Erfea figlio di Gilnar pronunciò prima di condurre le sue schiere alla carica, eppure, egli non abbisognava che di un solo cenno per guidarne l’assalto, ché grande era nei cuori dei soldati la stima per il Sovrintendente di Gondor e lo avrebbero seguito ovunque egli avesse condotto i loro destrieri; rapidi dunque cavalcarono i Figli di Iluvatar e nelle prime ore del mattino spezzarono le linee degli eserciti di Mordor. Nessuno poté resistere alla loro carica impetuosa; i selvaggi Esterling, i possenti Haradrim, finanche gli enormi Troll delle caverne ondeggiarono e caddero; simili a ciottoli che i flutti della marea sommergono con violenza impetuosa, così i bianchi cavalieri dell’Ovest calpestarono i nemici che si ergevano pateticamente innanzi a loro, mentre altri inseguivano coloro che tentavano di scappare.

Un giorno di gloria fu dunque quello, ché non solo l’assedio cessà e la battaglia fu vinta, ma avvenne anche che il sovrano Anarion, scosso dal suo profondo sonno dall’eco di infiniti corni nella piana, si riscuotesse e, essendo balzato fuori dal suo giaciglio, conducesse i fanti gondoriani alla vittoria ed essi combatterono lieti, ché il figlio di Elendil era tornato a nuova vita. Canti furono uditi quel giorno echeggiare nella città di Osgiliath, e sebbene altri pericoli dovevano sopraggiungere a Gondor, pure le sue imponenti mura non furono mai più minacciate nel corso di quell’era e la vittoria arrise a coloro che mai avevano disperato in essa».

Il Ciclo del Marinaio, pp. 303-310

24 pensieri riguardo “Osgiliath cadrà? Scontro finale

  1. Ottima battaglia, il Re Stregone si riconferma un essere molto ostico da buttare giù, quando ha descritto il salvataggio di Erfea notando Glorfindel qualche riga più sotto ho pensato “ecco la prima volta che gli ha messo i bastoni tra le ruote” ma qualcosa nn quadrava e ho dovuto rileggere per capire che nn era stato lui, spero ci saranno chiarimenti sulla figura di Elwen.

    Battaglia bellissima con Erfea alla fine che fa il giro della città per sorprendere il nemico, immagino che la liberazione di Cair Andros sia dovuta all’intervento di Gil Galad ed Elendil.
    Noto che ha dato spazio ai draghi di ghiacci che Tolkien menzionò appena.
    Aspetterò nuovi racconti, davvero congratulazioni

    Nei suoi racconti ci sarà spazio per gli uomini della Montagna che tradirono Isildur nel momento del bisogno? mi piacerebbe leggere qualcosa di più approfondito con la maledizione di Isildur che li condannò alla morte eterna. Premetto che il Re dei Morti è uno dei miei personaggi preferiti in Tolkien

    Voglio la sua opinione di uno scontro Ungoliant vs Ancalacon, Per lei Chi è più grande? Chi vince? Giusto per finire il discorso dell’altra volta

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    1. La ringrazio per i suoi complimenti, sono contento di essere riuscito a creare la giusta «atmosfera» epica per il duello tra Erfea e il Re Stregone. Per approfondire la figura di Elwen la Mezzelfa, può leggere, se ancora non l’ha fatto, l’articolo a lei dedicato https://ciclodelmarinaio.wordpress.com/2018/04/21/elwen-la-mezzelfa/
      Tornerò a scrivere di Elwen, che fino a questo momento è stata posta in secondo piano rispetto all’altro personaggio femminile dei miei racconti, ossia Miriel. La liberazione di Cair Andros, in realtà, fu dovuta a una mossa errata di Sauron, che aveva ricevuto informazioni errate da parte delle sue spie, le quali si erano convinte che le avanguardie di Elendil e Gil-Galad sarebbero giunte alla piana della Dagorlad prima di quanto, in realtà, non avvenne.
      Effettivamente l’argomento degli Uomini della Montagna sarebbe molto interessante da sviluppare…per il momento l’ho trattato piuttosto brevemente nella cronologia degli eventi finali della Seconda Era, (che prima o poi pubblicherò nel mio blog) ma non è escluso che possa dedicarvi maggior spazio.
      Per quanto riguarda un ipotetico scontro Ungoliant vs Ancalagon, bisogna prima di tutto stabilire quale sia la natura di Ungoliant: se accettiamo un’ipotesi molto diffusa tra i lettori tolkieniani, e cioè che sia un Maia, allora dovrebbe essere più forte di Ancalagon; è anche vero, però, che Ancalagon mise paura alla schiera dell’Ovest, che si presume annoverasse al suo interno anche Maiar: di sicuro c’era Eonwe, l’araldo di Manwe, che doveva essere dotato, in virtù del suo ruolo, di grande potere e autorità. Ad ogni modo, io propendo per una vittoria di Ungoliant, anche se ho qualche dubbio sulla sua resistenza al fuoco e alle fiamme: dopo tutto furono proprio le fruste infuocate dei Balrog a metterla in fuga…

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      1. Ancalagon vs Ungoliant l’ho chiesto perché mi piacciono i confronti forse si può considerare Ancalagon superiore per un particolare, che Ungoliant è stata scacciata dai Balrog e Ancalagon ha respinto le armate che hanno neutralizzato i Balrog, però l’unica cosa in difesa di Ungoliant è la mancanza di 3 Balrog compreso il loro signore Gothmog, magari in presenza di Gothmog respingere I Balrog per le armate dell’Ovest nn sarebbe stato così semplice, diciamo che i Balrog alla guerra dell’Ira saranno stati massimo 5, considerando che già un Balrog fa danni, figuriamoci 5 i quali sono stati sconfitti dalle schiere dell’Ovest (nn sappiamo se facilmente o qualche difficoltà) ed essi furono spaventati da Ancalagon, poi il drago viene menzionato come arma finale e magari Morgoth gli avrà infuso molto del suo potere rendendolo superiore a un Maiar, i Balrog sono Maiar e il primo che morì fu per mano degli elfi di Gondolin (Martello d’Ira) che avranno tutta la forza del mondo, avranno visto Valinor, ma nn sono Maiar, ma ne hanno sconfitto uno (però loro erano numerosi, ben addestrati e morirono subito dopo), ecco perché considero il drago superiore.

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      2. Sostanzialmente concordo con le sue considerazioni. Ha mai pensato che i Balrog, in origine, fossero i Maiar del popolo di Melkor? Tolkien scrive, infatti, che ogni Vala aveva i suoi Maiar (Olorin era del popolo di Manwe, Curumo di quello di Aule, e così via): io ritengo, quindi, che i Balrog fossero i Maiar di Melkor che lo seguirono nella sua corruzione.

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    1. Nei racconti di Tolkien ci sono due specie di draghi: quelli come Smaug, che forse avrai visto nella trilogia dell’Hobbit, che sputano fiamme, e che costituiscono, per così dire, la versione 2.0 dei draghi; e quelli più antichi, privi di ali e incapaci di sputare fiamme, chiamati anche Grandi Vermi. Io ho introdotto i draghi di ghiaccio attingendo ad altri fantasy, come, ad esempio, D&D: si tratta di draghi alati che anziché sputare fiamme, emettono getti di azoto liquido.

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      1. Già…è interessante notare come i Draghi, che noi associamo naturalmente al fantasy, che a sua volta è legato alla cultura anglosassone, più che a quella latina, sono stati «importati» nella Britannia romana nei primi secoli della nostra era dalle unità di soldati di origine barbarica come gli Alani, che provenivano dal Mare Caspio.

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  2. Gli ultimi passaggi mi hanno fatto un po’ pensare alla carica di Theoden e dei Rohirrim nel terzo film di Peter Jackson 🙂
    Sono felice che Anarion si sia ripreso… mentre all’inizio ho avuto il dubbio che Erfea potesse morire! Ammetto che la questione del suo salvataggio mi ha lasciata perplessa, perché non sono informata sul personaggio di Elwen (mi sa che non ho ancora letto l’articolo dedicato a lei, forse farei meglio a rimediare subito!). Comunque, spero che in futuro ci sia un chiarimento, perché ripeto che la scena mi ha suscitato delle perplessità…

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    1. Sì, confesso che una delle mie fonti di ispirazione è stata proprio quella della carica dei Rohirimm, uno dei passaggi più belli del Signore degli Anelli, sia nella versione scritta che in quella cinematografica;)
      Quanto al salvataggio di Erfea, temo che questo passaggio rappresenti un dubbio anche per l’autore! Scherzi a parte, ci sono due scenari possibili: 1) Erfea è stato letteralmente salvato dall’intervento di Elwen (o quantomeno dal suo spirito); 2) Erfea, agonizzante e prossimo alla morte, “crede” di vedere lo spirito di Elwen e di udire le sue parole mettere in fuga il Re Stregone, mentre a pronunciare quello che a tutti gli effetti è un vero e proprio incantesimo è Glorfindel che vediamo apparire subito dopo nella scena.
      Credo però che il mistero non sarà mai del tutto risolto, perché il Ciclo del Marinaio è scritto dal punto di vista di Erfea, il quale, in quel preciso momento, non poteva avere piena coscienza di quanto stava accadendo: lascio ai miei lettori la possibilità di scegliere la soluzione che preferiscono;)

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      1. Effettivamente il dubbio attanaglia anche me:)…tuttavia, al di là delle battute, credo sia suggestivo immaginare che Erfea posso aver sognato che una persona a lui cara fosse venuta in suo soccorso nell’ora del bisogno e che in lui albergasse la stessa incertezza che attanaglia l’autore ed i lettori;)

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  3. Per me è intervenuto Glorfindel ma Erfea ha visto Elwen (in merito alla tua discussione con Elle)

    Fammi capire; Aldor si becca in pieno il soffio gelato del drago, ma lui tipo in modalità Berserkr gli resiste oppure lo schiva?
    Anarion si aggiunge alla carica di Erfea per sgominare gli assedianti?

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    1. Sì, anche io credo che le cose siano andate in questo modo: Erfea, prossimo alla morte, ha «creduto» di aver visto l’aura di Elwen, invece era quella di un altro elfo, ossia Glorfindel. Per quanto riguarda Aldor, è stato abbastanza agile da evitare il soffio gelato del drago e da ucciderlo prima di essere a sua volta colpito dalla bestia. Anarion, infine, si occupa di guidare le forze restanti in Osgiliath – presumibilmente la fanteria – in modo da prendere le forze di Mordor tra il martello (la cavalleria guidata da Erfea) e l’incudine (la fanteria numenoreana ed alleata).

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  4. Ho riletto attentamente il testo in questione; effettivamente potrebbe dare l’impressione che Aldor sia rimasto colpito dal gettito di fuoco freddo, ma in realtà il testo va inteso in questo modo: Aldor scansa il colpo, che effettivamente il drago aveva rivolto verso di lui.

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