Nei meandri di Tumun-Gabil (parte II)

Prosegue l’avventura di Erfea e di suoi amici nani all’interno della fortezza di Tumun-Gabil. Riusciranno a cavarsela? E chi sarà il misterioso avversario che ha sterminato la precedente spedizione dei Nani? Buona lettura!

«Gli esploratori, congedatesi dagli altri membri della spedizione, attesero che fosse giunta la notte per realizzare il piano sì congegnato; infine si mossero, lungo sentieri infestati da rampicanti velenosi e ricolmi del fetore che si levava da Amon-Lanc. Creature, la cui natura era impossibile discernere nell’oscurità che si infittiva di ora in ora, si muovevano invisibili attorno a loro, chiamandosi l’un l’altro con voci agonizzanti, eppure Erfea ed i due nani proseguirono, incuranti del pericolo che si estendeva tutto intorno; infine dopo aver percorso venti miglia nell’oscura foresta, il sentiero che essi percorrevano deviò ratto verso sud ed essi compresero di essere giunti alla meta, ché la fortezza di Amon-Lanc si estendeva innanzi a loro. Mai spettacolo fu sì orribile a vedersi, ché i Naugrim compresero quale potere si celasse all’interno delle elevate torri e dagli antri occultati ai loro occhi: mura correvano lungo tutte le pendici del monte ed esalazioni sulfuree si levavano da crateri e pozzi fortificati, ed essi si estendevano ovunque intorno a loro. Centinaia di orchi e di altre creature infami della Notte spiavano i loro movimenti dagli alti contrafforti e dai cancelli di adamante che si innalzavano tra loro e il monte: tuttavia Erfea non esitò, ma condusse innanzi i suoi prigionieri, come era stato stabilito; nuovo coraggio era stato infuso in lui ed ora il suo animo si ergeva libero, luce nell’oscurità aberrante che pareva sul punto di inghiottirlo. Tosto le guardie si precipitarono fuori dal cancello per catturare coloro che sì incautamente percorrevano l’arduo sentiero, ma Erfea levò una mano, affinché fosse visibile il sigillo che era impresso sull’anello sottratto ad Adrahil; repentinamente i soldati mutarono atteggiamento, prostrandosi tremanti di fronte al Numenoreano; costui chiese ed ottenne di essere scortato innanzi al signore del maniero, ché i nani catturati erano prigionieri d’alto rango e custodi di segreti che molto avrebbero interessato i signori di Mordor. Grande divenne alloro lo stupore e la paura sul volto delle sentinelle ed esse aprirono il cancello a colui che credevano inviato dal Principe Nero. Giunti tuttavia al cortile adiacente l’ingresso nell’antica dimora dei nani, un capitano così apostrofò il Dunedan: “Mio signore, invero il Signore degli Stregoni è giunto nel medesimo luogo ove noi ora discorriamo non più tardi di un giorno fa, non rivelando alcunché. Cosa significa dunque questo?” e così dicendo indicò con l’asta della lancia i due prigionieri. Fredda fu la risposta che Erfea riferì al suo interlocutore: “Non indagherei ulteriormente sugli affari del Padrone, se fossi in te! Le sue prigioni sono ricolme del fetore dei cadaveri e non dubito che sia quanto più lontano dai tuoi desideri terminare i tuoi giorni nelle celle del Nazgul.” Udendo tali parole, il capitano rabbrividì, e tuttavia, mutata la domanda, osò parlare ancora: “I tuoi desideri sono per me un ordine e mai oserei dubitare delle parole di un signore del tuo rango. Mi chiedo tuttavia se il luogotenente dell’Occhio debba essere avvertito del vostro arrivo.” “No – fu la secca risposta – non sarà affatto necessario disturbare la sua meditazione, dal momento che mi occuperò personalmente dei due prigionieri. Hai forse altre questioni da discutere con me, capitano? – incalzò Erfea – perché se così fosse ti avverto che i negromanti della Tenebra sarebbero lieti di soddisfare ogni tua curiosità.”

Più parola pronunciò il capitano ed Erfea proseguì, scortato da due orchi all’interno delle miniere di Tumun-Gabil, lieto che nessuno fosse venuto a conoscenza del suo inganno: eppure occhi vetusti e malvagi, vegliavano all’interno della Forgia ed essi, pur non avendo mai scorto Erfea prima di quel momento, percepirono l’aura di Sulring, ché avevano osservato la caduta di Gondolin, prendendovi parte, e mai avrebbero obliato la fredda lama che ora cingeva il fianco del Dunadan. Lo spirito cui appartenevano codesti occhi lungimiranti ed antichi, dimorava adesso nel profondo di Tumun-Gabil da alcuni secoli, ché Sauron l’Aborrito era stato il suo mentore ed egli era stato nel suo seguito, sin da quando costui era stato il luogotenente di Morgoth, l’Oscuro Nemico. Dopo la distruzione di Thangodrim, aveva dimorato nelle remote lande che si estendono nel Forodwaith[1], smarritosi tra ghiacci e mare: ivi, tuttavia, alcuni figli degli uomini erano giunti ed egli aveva assaporato nuovamente il caldo sangue dei Secondogeniti, banchettando con le misere spoglie che costoro gli sacrificavano affinché non distruggesse con il suo freddo alito le loro stentate culture; egli però non traeva diletto da simili banchetti e il suo spirito ambiva crescere in potenza e in forza, sì da dominare Endor dall’alto del suo trono infernale. Fu Sauron di Mordor, infine, a soddisfare le sue ambizioni, elevandolo al rango di luogotenente e assegnandoli l’antica gemma dei nani, ché egli ne sfruttasse il perverso potere, dilettandosi nel perseguire fini graditi al suo signore; le storie di quella lontano epoca poco o nulla narrano di Tumun-Gabil e del suo oscuro padrone, tuttavia è noto che egli si facesse chiamare Andalonil dai suoi servi e schiavi: nequizia dimorava nel suo animo ed egli traeva piacere dall’agonia e dal tormento che distribuiva tra gli sfortunati che avevano la sventura di finire tra le sue grinfie. Erfea, tuttavia, nulla sapendo della presenza di tale spirito, continuò ad addentrarsi nei meandri di Tumun-Gabil, finché non comprese di essere in un corridoio oscuro, ove non echeggiava alcun suono; allora, trucidati gli Orchi con destrezza, liberò i polsi ai suoi compagni e fuggì per un pertugio secondario. Nulla si udiva in tale luogo, se non l’eco di innumerevoli passi, gli uni lenti e pesanti, gli altri rapidi e leggeri, che echeggiava tutto intorno a loro: al termine di una lunga discesa i compagni giunsero ad una sala circolare, le cui volte in laen rosso splendevano nell’oscurità: cauti, i tre esploratori procedevano, ché ora vi erano altri suoni ad inquietare i loro animi, ed essi, sebbene il buio più non celasse alcun oggetto ai loro sguardi, molto temevano di essere individuati dalle guardie: nulla di tutto ciò tuttavia avvenne ed essi proseguivano, incespicando talvolta sui detriti che oltraggiavano quelli che un tempo dovevano essere stati pavimenti di gran valore e bellezza. Candelabri, un tempo risplendenti di luce calda e viva, giacevano ora a terra, in frantumi; statue, i cui lineamenti un tempo avevano commosso l’orgoglioso cuore dei nani, mani crudeli avevano deturpato ed ora si ergevano, grottesche ed inquietanti tra la nebbia che perfino a tale profondità pareva spirare da pozzi invisibili. Un’amara malinconia stringeva nella sua gelida morsa il cuore di Erfea, ed egli sovente sussurrava dolci canti che gli Eldar avevano insegnato alla sua gente, onde scacciare dal suo animo la greve oscurità; tuttavia, forte dimorava presso di lui la nostalgia per i bianchi porti di Edhellond ed ambiva farci ritorno quanto prima. Si è detto che insondabili sono i cuori dei nani ed essi non temono né il fuoco corruttore, né il ghiaccio stritolatore, sicché di rado adoperano parole in tali situazioni, a meno che non siano convinti dei sentimenti che provano nel profondo dei loro animi; pure Naug Thalion e Groin temevano nei loro cuori che una sorte simile potesse colpire la loro dimora e traevano grande conforto dalla presenza di Erfea Morluin, la cui stima si accrebbe di molto in quelle ore oscure; poco o nulla essi comprendevano delle parole che il Dunadan sussurrava, tuttavia sembravano ricavarne beneficio, ché il loro passo si preservò costante ed essi non furono in preda a dubbi e timori. Dopo aver percorso sei miglia nella luce caliginosa che emanavano le pareti intorno a loro, il sentiero si allargò nuovamente, mentre attorno l’aria pareva divenire più fredda e rarefatta, impregnata dai numerosi fumi che esalavano dalle crepe e dalle fessure sulla volta; infine Naug Thalion parlò: “Abbiamo percorso un lungo cammino, eppure traccia non sembra esservi delle creature che hanno trucidato i nani del Ruurik. Non ritieni che il nostro inganno debba essere stato scoperto a quest’ora?” “No – rispose Erfea – ché nessun orco o servo di Sauron oserebbe mettere in discussione le parole di un Numenoreano Nero ed essi godono di infinita stima dinanzi all’Oscuro Signore; solo uno tra gli Ulairi potrebbe nutrire dubbi, tuttavia non credo che essi si spingano sì di frequente a Nord in questi giorni.”

Riposarono, distesi lungo il corridoio, non osando accendere fuochi; la mattina seguente, giunti dinanzi ad un trivio, esitarono, poiché non vi erano indicazioni, né avrebbero avuto tempo sufficiente per esplorare i tre cunicoli che ivi scorgevano e non avevano con loro delle torce: allora, a malincuore, Erfea estrasse Sulring e si approssimò al corridoio di destra, ove gli pareva che la l’aria si facesse più nauseabonda: in quel frangente, tuttavia le paure segrete del Dunadan si realizzarono, ché Andalonil lo individuò e chiamò a sé i guerrieri di Tumun-Gabil; grida selvagge e cupe echeggiarono allora lungo i corridoi e grandi fuochi furono accesi, ché gli intrusi non sfuggissero, nascosti dall’oscurità: Naug Thalion e Groin impugnarono le asce pronti a difendersi, tuttavia Erfea esortò i suoi amici a percorrere il percorso che proseguiva verso il basso, nella speranza che orchi ed altre creature seguissero vie più facili da percorrere per gli uomini e nani.

I tre compagni attraversarono a grande velocità sale e androni deserti, finché giunsero ad un anfiteatro naturale: logorati dalle fatiche e dall’orrore, essi si acquietarono tra le possenti piante che ivi prosperavano, rinvigorite dalla luce che filtrava da profonde crepe nel soffitto. A lungo essi riposarono, avvolti da una silenziosa quiete, ché gli orchi ed altri servitori di Andalonil sembravano aver smarrito le loro tracce; infine Erfea si destò dal lungo torpore in cui la luce soffusa l’aveva avvolto e mirò quanto lo circondava. Alti tronchi, i cui nomi sono ora obliati, si ergevano simili a colonne, impedendo al Dunedan di scrutare in profondità nella selva: allora egli si mosse, e solo una fioca luce brillava sulla sua lama; non aveva mosso, tuttavia, che pochi passi, allorché un suono stridulo, simile al canto di un uccello, lo costrinse a voltarsi nuovamente indietro. Ratto, il Dunadan si fece strada nell’intricata vegetazione, infine si arrestò stupefatto, ché mai aveva veduto una bestia simile, finanche nelle contrade maledette di Mordor; essa si ergeva su due poderosi arti e non pareva ancor aver notato la sua presenza. Erfea si mosse nuovamente, tuttavia altri animali sbucarono dalle felci e dalle aurancarie che ivi crescevano; non comprendendo quali fossero le intenzioni di tali esseri, rapido allora ripercorse la strada che l’aveva condotto in tal luogo e destò i suoi compagni, ammonendoli a non pronunciare parola.

Nessuna storia sopravvissuta alla Caduta, narra quale fosse il nome delle creature che Erfea aveva scorto, eppure non v’è dubbio che esse servissero l’Oscuro Signore: costoro avevano vissuto a lungo nella lussureggiante vegetazione che il cratere spento di Amon-Lanc accoglieva da innumerevoli secoli, ed essi da principio non avevano mai turbato la quiete di Tumun-Gabil, finché non giunse in tale contrada Celedhring: crudeli inganni e arti oscure avevano corrotto tali creature ed esse ora cercavano il Numenoreano Fedele e chiunque costui avesse introdotto nella fortezza di Andalonil. Nulla di tutto questo era noto ad Erfea ed egli non temeva tali creature, ché Sulring riposava nel suo fodero, ed egli non avvertiva sentore di pericolo; presto, tuttavia, dovette mutare pensiero, ché gli animali presero a seguirlo, occultati alla vista dei suoi compagni, ma non agli acuti sensi del Dunedan; infine egli si avvide che costoro gli erano prossimi e sguainò la lama. Alto levarono un grido le creature ed esse uscirono allo scoperto, fissando i tre guerrieri con sguardo obietto: “Quale spirito tremendo si agita in corpi sì orribili a vedersi? – gridò Naug Thalion – Luce non vi è sulla tua lama, Erfea, tuttavia non v’è motivo alcuno per dubitare del pericolo che ci minaccia.”

Erfea non gli rispose, tuttavia fatto un passo in avanti, levò una mano, ed ecco che gli animali parvero arretrare: stupiti, i due figli di Durin lo guardarono con timore ed ammirazione, ché non credevano il Dunadan essere un conoscitore dell’antica scienza dei Noldor. Erfea levò anche la seconda mano e gli animali si diedero alla fuga disordinatamente, e mai più furono avvistati avventurarsi al di fuori di Tumun-Gabil, ché essi scomparvero dai canti e dalle leggende. Stanco, Erfea si sedette su di un masso per qualche istante, cercando di recuperare le proprie forze: Naug Thalion e Groin gli posero numerose domande su quanto aveva compiuto ed elogiarono i suoi meriti, fosco era tuttavia il volto del principe dell’Hyarrostar sprofondato ora nell’Abisso, ed affannoso il suo respiro. Lentamente parlò, ed ammonì i suoi compagni: “Non era la volontà di quelle creature che contrastavo, ma la bieca mente di un essere quale mai ho incontrato nella mia esistenza. Chiunque egli sia, non tarderà a reclamare il suo bottino, ché l’Oscuro Signore brama ottenere le mie spoglie; dobbiamo dunque affrettarci.”

A lungo allora essi corsero nei meandri dell’antica cittadella, eppure non v’era alcun barlume sulla lama di Erfea; inquieto divenne allora il suo pensiero, ché temeva vi fossero altre creature occultate nelle tenebre, la cui presenza gli era ignota. Nulla egli aveva appreso del crudele inganno che Andalonil aveva escogitato per arrecargli danno, ché, lesto, il signore del maniero ne seguiva i cauti spostamenti, ignoto finanche a Sulring, ché egli conosceva quali virtù i fabbri Noldor avessero riposto in tali artefatti e sapeva eluderne l’attenta vigilanza; furente era la sua ira, ché i suoi servi avevano fallito ed il Dunadan si approssimava ove dimorava la Khazad-Khezed, che mai mano umana aveva sfiorato fin dalla sua creazione. Erfea, tuttavia, avvertiva nel suo animo gravargli il freddo alito della Tenebra e rallentò il passo; finanche i possenti Naugrim furono costretti a procedere lentamente, ché la paura si era insinuata nei loro cuori. Trascorsa un’altra notte accampati nell’oscura luce di un cunicolo, il mattino seguente essi raggiunsero la meta della loro spedizione e più non parvero avvertire alcuna sofferenza: i tre compagni avanzarono lungo un antico corridoio dei meandri di Tumun-Gabil, fino a giungere ad una vasta sala spoglia; con cautela essi percorsero uno stretto ponte che si ergeva tra la soglia e un’alta colonna, la cui sfera posta sulla sommità illuminava il sentiero. Dolore e sofferenza abbandonarono gli spiriti dei tre compagni, ed essi si precipitarono lungo il ponte che si elevava per un’altezza di quaranta piedi dal pavimento sottostante, i cui delicati intarsi, pur se visibili da una simile altezza erano deturparti da grotteschi sfregi, opera dei servi di Mordor: essi però non vi fecero alcun caso e si accinsero a raggiungere la splendente gemma, che ora brillava innanzi ai loro occhi, insufficienti a scorgere la maestà che da essa si dipanava. Lesto Erfea balzò dal ponte e raggiunse la sfavillante creazione degli antichi fabbri di Tumun-Gabil: rapaci, le sue mani si strinsero sulla pietra, mentre la sua mente ambiva possedere gli arcani segreti che quella sì gelosamente aveva custodito per lunghi anni; rapide, il suo sguardo, scorse una successione di immagini nella rossa sfera ed egli avrebbe forse ceduto la propria volontà all’empia essenza che Celedhring, servo di Sauron, aveva racchiuso nella gemma, la stessa che aveva condotto alla follia Borin ed i suoi seguaci; eppure, fugace tra le altre visioni turbinanti che la pietra mostrò all’Adan, apparve un’immagine, quale mai Erfea avrebbe potuto obliare. Con forza il ramingo colpì la sfera ed essa precipitò nel baratro sottostante, ancor prima che i nani soggiungessero: la roccia in basso ne accolse con fragore i patetici frammenti; infine fu silenzio. Stupore era dipinto nello sguardo di Naug Thalion e del figlio Groin, ché essi non comprendevano e parola non pronunciava Erfea: rapide lacrime gli solcavano il viso e una pena infinita ne scuoteva le membra; profondamente turbato, Naug-Thalion gli si avvicinò e mirò i grigi occhi i colui che un tempo era stato il capitano di Tar-Palantir e gli aveva ceduto il posto accanto a sé in una chiara sera d’estate di molti anni prima. A lungo la mano anziana del nano si posò sul capo di Erfea, finché costui non parve scuotersi dal dolore che gli aveva sconquassato lo spirito; allora si levò, e parlò ai suoi compagni: “Ella è perduta, tuttavia il destino ha voluto che io dovessi specchiarmi ancora una volta nel suo luminoso viso.” Alta levò la spada ed essa rischiarava luminosa l’oscura sala di Tumun-Gabil, mentre Erfea, amaramente, pronunciava tali parole: “Elwen, vanimelda, namarie[2]!” Tosto tuttavia si scosse e rivolto verso i compagni, li invitò a proseguire velocemente, ché ora l’intera lama di Sulring era avvolta da un’intensa luce ed essi avevano premura di giungere ai saloni superiori di Tumun-Gabil: attraversarono numerosi ponti sospesi sopra gli abissi, finché con sommo sollievo giunsero ad un portale massiccio, la cui superficie lucida e rossa emanava sinistri bagliori: “Le porte di Tumun-Gabil!” esclamò Groin “L’uscita non deve essere dunque lontana.”

“Veritiere sono le tue parole, figlio di Naug Thalion. Temo tuttavia che Andalonil di Utumno non gradirà affatto soddisfare il tuo desiderio.” Una oscura figura si ergeva innanzi a loro: volto e mani erano occultati da un pesante manto e nulla del volto della figura era visibile; una pesante asta armava il suo braccio destro, ed essa era intagliata nel nero ebano. Un grande freddo scese in tutta la sala; grato, allora Erfea rivolse il pensiero verso colei che gli aveva donato un manto caldo e sicuro: limpido divenne allora il suo sguardo e levò in alto il dono di Elrond, sicché il demone innanzi a lui potesse riconoscerlo.

“Mira tale artefatto, signore di Tumun-Gabil, ché il suo suono squarcerà le tue vesti, di ombra e ghiaccio intessuti.” Alto levò un grido il figlio di Gilnar e diede fiato all’olifante, affinché tutti i servi di Mordor lo udissero; nuova forza e coraggio fluirono nei cuori di Naug-Thalion e Groin ed essi si unirono al suo grido: orchi ed altri esseri servi dell’Oscuro Signore fuggirono in preda al panico, tuttavia Andalonil non arretrò di un passo, ché possente era in lui la volontà di Sauron. Roco echeggiò allora il riso del demone e spaventato fu ad udirsi, ché raggelò i loro cuori in una stretta inesorabile: “Non credere di potermi sfidare, Dunadan! Altri uomini ed elfi hanno incontrato un funesto destino e non vi era meno sapienza nelle loro menti, né meno vigore nelle loro mani, di quanto tu stesso non ne possegga. Colui che io servo non desidera tuttavia che la tua carne gli giunga agonizzante e la tua anima perduta: tosto dunque sarai trasportato nella sua dimora, ove il tuo destino ultimo ti sarà rivelato.” Andalonil levò il suo grafigno braccio, mentre un’oscura cantilena, di cui oggi nessuno rimembra le oscure parole, si udì riecheggiare tra le volte della grande sala; ratto, tuttavia si mosse Groin e levata la sua ascia si scagliò furente contro il suo avversario, gridando: “Baruk Khazad! Khazad ai-menu[3]!” Tale fu la sua cieca furia che la sua ascia si abbatté sul nemico, frantumandosi nell’impatto. Ahimè! Finanche le armi forgiate dai figli di Aule poco potevano contro un nemico la cui origine affondava nella notte dei tempi: Andalonil, tuttavia, sebbene fosse illeso, smarrì la concentrazione e la sua oscura litania svanì dalla sua mente, come la nebbia al sorgere del sole; rapida, allora Sulring affondò in profondità nel petto del crudele demone.

A lungo Erfea, figlio di Gilnar strinse l’impugnatura della sua lama, ché Andalonil si ergeva ancora ritto innanzi a lui, né la morte giungeva trionfante sull’antico spirito: infine le sue vesti si afflosciarono e l’asta scivolò sulla nuda roccia, scheggiandone l’oscura superficie: tale è infatti il destino ultimo al quale giungono gli spiriti di coloro che un tempo furono coloro che servivano gli Ainur, ed in seguito furono corrotti da Morgoth.

Scuro in volto, il principe accorse al fianco di Groin, temendo per lui: grande fu tuttavia la sua sorpresa e la sua meraviglia, allorché si rese conto che il nano non aveva riportato lesioni, né fratture, ma si ergeva fiero accanto all’anziano padre, ed essi non parlavano; solo il bagliore nel profondo dei suoi occhi, rivelava quanto grande fosse la sua letizia. Commossi, i tre compagni si strinsero l’un l’altro; infine con sommo stupore dei signori della stirpe di Durin, Erfea si inchinò dinanzi a loro, mentre pronunciava tali parole: “Nobile ed eroico è stato il tuo gesto, Groin, figlio di Bòr, ed ora è con immenso piacere che t’avvedo illeso: Corpo di Pietra, tale sarà il tuo nome presso le genti libere della Terra di Mezzo, ché senza il tuo coraggio, Andalonil sarebbe perdurato.” Grato ricambiò l’inchino il nano, infine lo invitò a ritornare con loro a Khazad-Dum, affinché gli fossero tributati grandi onori: “Mai nessun erede degli Edain aveva sì rischiato la sua vita per la stirpe dei Naugrim, Erfea Morluin: possa essere il tuo atto un preludio ad una lunga amicizia tra nani e uomini. Lieto sarà ora il mio popolo e mai dimenticherò quale debito la mia stirpe abbia contratto presso di te. Ancor più grato sarei tuttavia, se i tuoi passi echeggiassero accanto ai nostri, allorché varcheremo i cancelli della mia dimora.”

Un sorriso comparì allora sul volto di Erfea che, presa la mano dell’anziano nano, così si congedò: “Bòr, colui che chiamano Naug Thalion, grandi geste hanno compiuto gli eredi degli Edain, tuttavia non desidero che il mio atto debba contrarre alcun debito con la tua stirpe, ché liberamente scelsi il mio percorso e quanto serberò nel mio cuore di questo giorno è invero ricompensa sufficiente. Addio, dunque: possano i nostri sentieri intricarsi nuovamente, quando sarà giunta l’ora del confronto finale; a lungo mi tratterrò nelle aule di Khazad-Dum se i tempi saranno propizi. Incerti sono i destini dei figli di Iluvatar, tuttavia vi dico che ci incontreremo nuovamente e non sarò solo.” Tacque, sorridendo dolcemente, infine si congedò dai suoi compagni, ché tarda si era fatta l’ora e tosto Earendil sarebbe sorto sul mondo, inquieto e remoto navigatore dei cieli: silenti, Naug Thalion e Groin Corpo di Pietra percorsero la strada verso casa, meditando su quanto avevano appreso in quei giorni.

A lungo Erfea percorse le contrade di Endor, infine si recò nel regno di Gondor, ché gli era giunta voce fossero ivi sbarcati i signori di Andunie, ed egli gioì nel suo cuore, allorché udì tale notizia. Osgiliath divenne la sua nuova dimora ed ivi si stabilì, fin quando il destino della Terra di Mezzo non mutò nuovamente: allora, l’olifante del figlio di Gilnar risuonò limpido nella limpida notte e il suo elmo alato, forgiato a Minas Laure, fu visto brillare sulle mura di Osgiliath La Bianca, ché Erfea era invero un grande guerriero e sempre lo temettero le oscure schiere di Mordor».

Fine

Note

[1] Tale landa si estende a nord dell’Eriador e le sue contrade sono perennemente spazzate dai gelidi venti del Nord; esse sono abitate dai Lossoth, uomini che si stabilirono in tale regione fin da quando Morgoth dominava il Nord: ostili ai servi del Nemico, temono tuttavia gli Eldar e gli Edain, chè assai diversi sono i loro costumi e non conoscono le arti della forgiatura e della scrittura.

[2] “Elwen, dolce amata, addio!” nella favella dei Noldor.

[3] “Le asce dei nani vi assalgono! Le asce dei nani sono su di voi!” grido di guerra dei Nani, nella loro favella.

11 pensieri riguardo “Nei meandri di Tumun-Gabil (parte II)

  1. Quindi era un demone che nn si conosce Andalonil, per il freddo e l’asta mi ricorda un malvagio del videogioco Witcher 3 di nome Caranthir (omaggio a figlio di Feanor), confesso che all’inizio pensavo fosse un drago senza ali di ghiaccio. Da quel che ho capito si è risvegliato dopo la forgiatura della gemma e a portato i nani alla follia. Sbaglio? Buone feste

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    1. Credo che la sua anima sia stata richiamata proprio dalla Pietra e che l’elfo noldo corrotto avesse ispirato nei nani la creazione di quella Gemma perché il demone potesse manifestarsi fra loro. Resta il grande enigma legato a ciò che Erfea ha visto nella pietra: che fine ha fatto Elwen? Grazie per i suoi commenti sempre molto interessanti e auguri di buone feste

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      1. Può essere…o forse ha visto il futuro di una persona a lui cara che magari ignorava…credo che in qualche modo c’entri Elwen la mezzelfa

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  2. Ho letto prima e seconda parte. Mi mancavano i tuoi racconti! Inoltre, ho percepito in questa parte della storia un’atmosfera molto affine a quella che si respira nei capitoli di Tolkien dedicati a Moria, e questo non mi è dispiaciuto. Non trovo i Nani particolarmente interessanti (forse l’avevo già detto in passato), ma ho apprezzato il ritratto che hai tracciato di questo popolo. Ho apprezzato anche il cenno autobiografico alla passione sulla paleontologia, che hai inserito prima di dare il via al racconto 🙂
    Ammetto che, sul finale, avevo sperato in un riferimento a Miriel anziché a Elwen… Ma ormai lo sai che mi dolgo sempre per quella storia d’amore finita male 😀

    P.S. Celedhring è una tua invenzione? Non ricordo…

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    1. Mi fa piacere che tu sia tornata a leggere i miei racconti ☺️ sono felice che ti sia piaciuto il modo in cui ho costruito questa avventura di Erfea! Celedringh è una mia invenzione, mi piaceva l’idea di un elfo totalmente corrotto da Sauron. Quanto a Miriel…purtroppo Erfea conosceva molto bene il suo fato, mentre quello di Elwen gli era ancora ignoto…anche se, devo ammetterlo, lo è ancora per i lettori e, cosa forse meno scontata, anche per l’autore. Devo recuperare i tuoi ultimi racconti su wattpad, nei prossimi giorni spero di avere più tempo libero…alla prossima!

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