Caccia ai Nazgul! (parte I)

Da questo articolo inizierò a descrivere quella che può essere definita l’avventura forse più epica di Erfea, quella che ha concorso più di ogni altra sua impresa a fargli ottenere il rango di eroe apprezzato da tutti i Popoli Liberi della Terra di Mezzo: la caccia alla fortezza dei Nazgul, nascosta nel profondo deserto dell’Harad meridionale, alla ricerca delle loro vere identità. Questa storia è nata prendendo spunto da una frase pronunciata da Gandalf nel corso del suo lungo resoconto al Consiglio di Elrond in merito al tradimento di Saruman: «Egli [cioè Saruman stesso] ha studiato a lungo le arti del Nemico stesso, permettendoci spesso, in tal modo, di precederlo. Fu grazie agli stratagemmi di Saruman che lo cacciammo da Dol Guldur. Egli ora aveva forse scoperto delle armi capaci di cacciare i Nove». [il corsivo è mio, NdA]

In realtà, come sa bene chi ha letto il Signore degli Anelli, di queste fantomatiche armi in grado di sconfiggere i Nazgul non se fa più alcun cenno: Saruman si dimostrerà un traditore doppiogiochista, e Gandalf non riuscirà ad apprendere nulla di utile nella lotta contro i più potenti servi del Nemico dallo stregone bianco. Ad ogni modo, la lettura di questa frase mi ha fatto venire in mente che, forse, in un’epoca più remota, altri avrebbero voluto apprendere qualcosa in più sui Nazgul, magari allo scopo di conoscere i loro eventuali punti deboli. E chi, meglio del paladino di Numenor, sarebbe stato in grado di correre un rischio così grande, dando la caccia agli spietati servi di Sauron? Quello che vi accingete a leggere è il resoconto di una parte del consiglio che si tenne ad Orthanc (o Isengard, se preferite) nell’anno 3429 della Seconda Era, al quale presero parte i sovrani e gli ambasciatori dei Popoli Liberi, riuniti in quel luogo per decidere quale soluzione sarebbe stata più efficace per combattere la minaccia dell’Oscuro Signore. Fra gli argomenti che vennero affrontati al suo interno, vi fu anche quello della pericolosa ricerca che Erfea intraprese allo scopo di svelare uno dei segreti più affascinanti e meglio celati della Terra di Mezzo: le identità segrete dei Nazgul.

Buona lettura!

«Durante il mese di Nárië[1] dell’anno 3429 della Seconda Era si tenne ad Orthanc, la possente fortezza edificata da Dúnedain a guardia della breccia del Calhenardon, un gran consiglio cui parteciparono tutte le Genti Libere della Terra di Mezzo, al fine di affrontare la minaccia di Sauron, ché essa non poteva essere più ignorata: come è noto, vi presero parte i capitani più illustri fra quanti i Figli di Ilúvatar potessero vantare a quell’epoca ed essi discussero a lungo della storia dell’Anello e del suo forgiatore.

Gil-Galad, il quale all’epoca era il Custode dei Tre Anelli degli Elfi, pur non svelandoli apertamente, giurò dinanzi a quanti erano presenti che essi sarebbero stati preservati dalla mano bieca e rapace di Sauron e che gli Elfi avrebbero preferito gettarli nelle profondità del Belagaer piuttosto che lasciare che l’Oscuro Signore se ne impossessasse; parimenti, coloro che erano della schiatta dei Naugrim, promisero solennemente sui loro padri che mai sarebbero caduti sotto il giogo del luogotenente di Morgoth, sebbene non rifiutassero di adoperare gli Anelli del Potere in quei giorni di terrore e disperazione, ché, essi erano soliti ripetere, “i nostri spiriti ed i nostri corpi sono stati forgiati nella fiamma di Mahal e cos’è la negromanzia di Sauron se paragonata ad essa?”

Del destino dei Tre e dei Sette molto si dibatté, ché non v’era certezza sul fato che avrebbe atteso questi allorché l’Unico fosse stato distrutto e quanto Sauron avesse creato con la sua mano fosse svanito nelle Ombre; pure, sebbene gli uni ritenessero che gli Anelli degli Elfi sarebbero sfuggiti alla rovina, ché mai la mano corruttrice di Sauron si era posata su di loro, pure non mancavano coloro che ritenevano il contrario, perché, sebbene Celebrimbor avesse lavorato ai Tre in completa solitudine, pure la sua conoscenza derivava da quella di Annatar ed ogni sua creazione era legata al volere di questi; ed invero, essi non mentivano come dimostrarono gli eventi che conclusero la Terza Epoca e cui abbiamo assistito, gli uni da spettatori, gli altri da protagonisti: tuttavia, poiché altrove si narra di questi eventi, qui non se ne trova traccia alcuna. Silenti, coloro che erano dei Figli Minori di Ilúvatar, ascoltavano, gli uni meravigliati dal resoconto di tali eventi, gli altri assorti nelle loro meditazioni; infine, allorché la voce di Gil-Galad tacque, Aldor, che era della schiatta degli eredi di Hador Chiomadoro, si alzò dallo scranno e levò la sua voce: “Ebbene, se mai queste storie siano state narrate ai mortali, pure essi non ne serbano memoria alcuna! Nondimeno, è stato detto che la mente degli Uomini è più lesta ad obliare, che ad apprendere, né sarò io a negare la veridicità di tale affermazione: tuttavia, sebbene molto si sia parlato e discusso dei Tre e dei Sette, è nel mio cuore e, credo, in quelli che sono della mia stessa stirpe, molta curiosità circa il destino dei Nove e di quanti si appropriarono di tali creazioni dell’Oscuro Signore di Mordor”.

Inquieti divennero allora i volti dei Signori degli Eldar ed Elrond prese la parola: “Quanto tu domandi, figlio del Nord, costituisce, invero, il prossimo capitolo della nostra storia; alcuni fra noi, infatti, rimembreranno che alcuni secoli or sono Erfëa, figlio di Gilnar, osò, a costo di grandi pericoli, addentrarsi nella fortezza degli Úlairi, occultata dalla sabbia dei deserti dell’Harad; pochi fra voi, tuttavia, conoscono quale era l’intento che spinse il Dúnadan in luoghi orribili a vedersi, ove mai la luce di Anor penetra; tuttavia, poiché io appresi di queste vicende molto tempo fa, ritengo che ad altri tocchi dire quanto accadde in quelle contrade”.

Lesti gli sguardi dei presenti caddero su Erfëa; stupore e meraviglia essi esprimevano, ché non credevano possibile per un mortale addentrarsi in una simile fortezza, ove finanche gli Elfi avevano tema di avventurarsi; solo Celebrían ed Elrond distolsero i loro occhi dal Dúnadan, ché erano gli unici a conoscere quali dolorosi ricordi fossero legati a tali vicende; infine, allorché cadde un grave silenzio ed ogni mormorio cessò, Erfëa si levò dal suo alto scranno e parlò:

“All’epoca in cui avvennero i fatti che ora esporrò innanzi a tutti voi,[2] un dubbio tornò a tormentare i miei sonni e la mia coscienza, sicché io non potetti ignorarlo; donde venivano gli Úlairi? A quali stirpi erano appartenuti allorché non erano ancora caduti sotto il giogo dell’Unico? A lungo indagai negli archivi di Númenor e delle dimore degli Elfi, eppure ben poco, salvo oscure allusioni, era contenuto nei polverosi tomi che pochi sapevano essere custoditi all’interno di tali aule e che ancor meno avevano mai letto; in essi si faceva menzione solo alla creazione dei Nove da parte di Celebrimbor e del suo desiderio di occultarli alla malizia di Sauron allorché costui si rivelò apertamente e pretese che i Noldor gli restituissero quanto era stato in parte frutto del suo oscuro intelletto e di come il discepolo di Morgoth si fosse impadronito di simili cimeli, dopo aver raso al suolo la cittadella di Ost-in-Edhil, molti secoli fa.

Quale fosse stato il destino dei Nove, allorché Celebrimbor fu trucidato dopo immani sofferenze, alcuna fonte sembrava poterlo rivelare; eppure, fra quanti erano del mio popolo, correvano voci secondo le quali tre grandi signori dei Númenóreani erano stati corrotti da Sauron molto tempo fa. Iniziai le mie ricerche ad Umbar, ché essa era stata la roccaforte degli Uomini del Re per molti secoli e non dubitavo che, se tali dicerie si fossero dimostrate vere, avrei trovato nei rotoli che costoro avevano stilato secoli prima quanto i miei occhi cercavano, ché essi sono invero crudeli ed ambiziosi, né temevano Sauron, ma anzi lo adoravano come fosse una divinità e ancora servono nei suoi eserciti; lunghe notti trascorsi senza prendere riposo alcuno nell’archivio di Umbar, ove, è bene non dimenticarlo, mi era giunta notizia della corruzione del luogotenente reale di tale città; sulle prime non vi feci molto caso, ché in quei giorni erano molti coloro che aderivano alla causa di Gimilkhâd ed io sapevo che egli era intento a radunare una grande armata per strappare lo scettro di Númenor dalle mani del fratello Tar-Palantir: tuttavia, codesto signore era imbelle e codardo, per cui non lo temevo affatto.

Una notte, mi imbattei casualmente in un’antica pergamena che attribuiva il feudo di Umbar alla maestà di Er-Mûrazôr, principe reale di Númenor e secondo figlio di Tar-Ciryatan; stupito, afferrai una copia dell’Elenco dei Sovrani dell’Isola, che, per decreto reale, era custodita in ciascuna delle colonie di Númenor, e con somma meraviglia mi accorsi che non si faceva alcun cenno a tale principe; reso inquieto da tale scoperta, riflettei a lungo su quale significato potesse avere ai fini della mia ricerca. Si trattava forse di una svista dello scrivano reale? Per quanto tale ipotesi potesse sembrare inverosimile, ero tuttavia costretto a verificarla; così, alle prime luci dell’alba, mi imbarcai su una nave diretta a Númenor; non lanciai messaggi di alcun tipo, ché credevo sarebbe stato più prudente condurre le mie ricerche in solitudine: giunto dinanzi al cancello dell’imponente edificio dell’Archivio Reale di Númenor, chiesi che mi fosse consegnato il Rotolo nella sua forma originale, ché sapevo essere ogni sua pagina firmata dai sovrani e dagli eredi, fossero essi di sesso maschile o femminile, che si erano succeduti sul trono di Númenor; non potevano esservi, dunque, errori su tali pergamene, ché, se ve ne fossero stati, i regnanti avrebbero ordinato che fossero corretti.

Con grande trepidazione svolsi il Rotolo sotto ai miei febbricitanti occhi, fin quando non ebbi la prova che a lungo avevo cercato: il nome di Er-Mûrazôr, infatti, era stato registrato, ma successivamente attraversato da una sottile linea rossa; sappiate, o amici venuti da contrade lontane, che tale procedura si applicava a Númenor allorché un principe veniva ripudiato dal trono”.

“Così era infatti – interloquì allora Elendil, figlio di Amandil – eppure mai alcun precettore fece menzione alle mie orecchie di una simile storia; quanto tu dici, invero, costituisce per me e per i miei figli motivo di grande sorpresa e sgomento”.

“Mio signore, invero quanto io ho appreso in quelle aule non è mai stato rivelato ad altri che non fossero Elrond e Celebrían, ché non era ancora giunta l’ora in cui simili eventi avrebbero dovuto essere rimembrati.

Grande fu la letizia che provai allorché compresi che il Rotolo non mentiva; pure, sulle prime, nuovi dubbi sorsero nel mio cuore; mi chiedevo, infatti, quale crimine avesse potuto riservare al principe Er-Mûrazôr una simile punizione”.

“Una grande colpa, senza alcun dubbio – interloquì Isildur, figlio ed erede di Elendil – ché solo gli assassini ed i fedifraghi sono marchiati con il vermiglio segno della vergogna eterna”.

“Veritiere sono le tue parole, Isildur, ché egli aveva dichiarato la sua indipendenza da Númenor e si era rifiutato di pagare il tributo annuo che le colonie di Endor dovevano al sovrano di Elenna; tuttavia, io questo lo scoprii in seguito.

All’epoca degli eventi che vi ho testé narrato, vi erano poche o punte testimonianze che potessero suggerirmi la colpa di cui questo principe si era macchiato; non sapendo cosa altro fare ed ignorando se esistessero storie riguardanti tale Uomo, aprii il mio cuore al sovrano, domandandogli se un tale nome gli fosse stato familiare; con orrore, tuttavia, notai che il suo viso impallidiva e che le sue mani tremavano; infine, egli parve calmarsi e mi parlò:

«Er-Mûrazôr? Perché domandi di Er-Mûrazôr?»

Esitai; in quel frangente, qualunque parola avessi adoperato, poteva rivelarsi fatale, sicché gli parlai del Rotolo del Re e di come avessi notato, casualmente, tale discrepanza tra la copia custodita ad Umbar e l’originale; allora egli parve calmarsi e la sua voce riecheggiò forte tra le volte della sala del trono: «Curioso che tu mi abbia posto una simile domanda, ché, invero, ben pochi sono a conoscenza di quanto mi accingo a narrarti». Lungo fu il suo racconto, sicché appresi quanto il mio cuore desiderava conoscere ed ebbi conferma della cattiva condotta che Er-Mûrazôr aveva esercitato nella gestione della colonia da lui conquistata con la forza delle armi.

Vi era, sebbene il sovrano si sforzasse di non darlo a vedere, un palese disagio nella sua voce, ché, forse, era riluttante a far cenno ad un antenato, sul quale, egli ebbe a confessarmi, si mormorava che praticasse le Arti Oscure di Mordor.

Sorrisi, poiché avevo infine individuato una traccia sulla quale basarmi per proseguire le mie ricerche; chiesi, dunque, se Er-Mûrazôr avesse avuto sepoltura a Númenor, oppure ad Umbar: a lungo il sovrano tacque prima di rispondermi, infine rivelò quello che era il suo pensiero, e non già quanto aveva appreso dai suoi precettori, affermando che egli doveva essere morto in terra straniera, poiché nessuno ne aveva mai recuperato il corpo e, parimenti, si era perduta ogni traccia dei compagni che erano con lui”.

Erfëa si interruppe per un istante, infine riprese a parlare: “Non so dire quanto il sovrano colse dei miei intenti, ché, anche negli anni successivi, non feci mai cenno dinanzi a lui di quanto avevo scoperto, per tema che tali rivelazioni potessero mettere in pericolo la sua persona e quella dell’erede al trono; dopo tale conversazione, dunque, feci ritorno alla Terra di Mezzo, ove ripresi le mie ricerche ad Umbar, mostrando, tuttavia, molta cautela, perché capivo essere quella una strada pericolosa da percorrere.

Null’altro trovai nell’archivio della città, ché erano passati molti secoli da allora e nulla era rimasto a testimonianza dei tempi remoti; pure, iniziai a comprendere di seguire la giusta direzione, ché, sebbene non fosse nelle mie possibilità recuperare il corpo del principe, pure era probabile che la sua scomparsa fosse da attribuire ad altre cause che non a quelle di un improvviso e fortuito decesso.

L’unica traccia sulla quale potevo basarmi, tuttavia, era la pergamena nella quale veniva ceduto il feudo di Umbar a Er-Mûrazôr; molte volte la rilessi, sperando che mi rivelasse qualcosa che la luce del giorno era impossibilitata a mostrarmi; pure, grande fu la mia sorpresa, allorché alcune sere dopo, mentre poggiavo la mia sacca sullo spoglio tavolo della sala ove io mi trovavo, il mio sguardo non cadde su di un oscuro messaggio, ché a lungo avevo preservato tra i miei effetti personali; doloroso fu per me rileggerlo, ché esso rievocava in me dolorosi ricordi, legati alla mia giovinezza[3] – ed egli qui si fermò, come se un’improvvisa oscurità fosse calata su di lui – tuttavia, rimpiansi di non averlo tenuto prima in considerazione: il testo, che il mio sguardo aveva colto, infatti, era stato vergato dalla medesima mano che aveva sottoscritto l’atto di cessione.

Stupore misto ad ebbrezza si impadronì allora del mio animo, ché compresi essere Er-Mûrazôr implicato negli oscuri complotti che si erano tenuti allorché era ancora sovrano Ar-Gimilzôr e Palantir non era che l’erede di un trono vacillante; rapidi, allora, baluginarono nella mia mente immagini e parole legate a quell’evento lontano nel tempo e nello spazio, sicché ricordai volti a me ignoti e che pure avevano provocato nel mio cuore grande paura”.

“Devono essere stati, allora, eventi degni di essere ricordati – interloquì Oropher, sovrano degli Elfi che vivevano a Nord – ché mai mi è parso di ricordare Erfëa Morluin indietreggiare dinanzi ad un avversario o ad un pericolo”.

Vi era del sarcasmo nella voce del Sindar, tuttavia Erfëa così gli rispose: “È vero; eppure, Oropher, è stato detto che neppure i Signori degli Eldar possono resistere al potere del Signore dei Nove, ed io avevo ragione di credere che egli fosse stato quell’uomo che si era erto innanzi a me. Dopo tale rivelazione, mi sovvenne che egli non era solo, ché era accompagnato da altri due individui; di uno, Akhôrahil, conoscevo il sembiante, mentre della donna che era con lui nulla sapevo; a lungo riflettei su tali elementi, finché non compresi che costoro potevano essere i tre signori númenóreani di cui si diceva fossero stati irretiti da Sauron; di Akhôrahil, infatti non v’era alcuna traccia nei Rotoli del Re e nessuno sapeva dire donde provenisse.

Incoraggiato da tali promettenti sviluppi, mi recai da un mercante di Umbar: egli aveva nome Draphis ed aveva sangue haradrim nelle vene; non era tuttavia crudele, anzi mi aveva offerto la sua amicizia e sovente deliziava il mio animo, raccontandomi delle leggende e dei canti che aveva udito in contrade remote; allorché mi presentai dinanzi al suo cospetto, gli mostrai la pergamena che un dì ormai remoto avevo recuperato dalla dimora dei principi del Mittalmar, ché egli mi rivelasse da quale contrada provenisse, dal momento che era esperto delle mercanzie straniere.

A lungo tastò con fare esperto la superficie resa ormai imbrunita dal tempo e dall’incuria cui l’avevo sottoposta, infine pronunciò il suo verdetto:

«O principe dei Númenóreani, codesta pergamena non proviene dalle contrade dell’occidente, bensì dalle città della mia patria».

Era chiaro che un Vala, forse Manwë stesso, aveva decretato che la mia cerca dovesse aver successo, sicché pregai il mio compagno di condurmi in quelle contrade: con gioia accettò costui, ché da molto desiderava far ritorno alla sua dimora, ed egli si prodigò di farmi da guida in quelle perigliose contrade, di cui molti hanno sentito parlare, ma che pochi hanno osato mirare con i propri occhi e ancor meno hanno avuto la sorte di poterle descrivere ai propri congiunti.

Sappiate, amici, che ivi si ergono antichi palazzi, le cui mura sono rischiarate da immensi bracieri che ardono da mane a sere, nonostante il Sole illumini quelle terre per molte ore al dì; maestosi minareti sovrastano ampi cortili, ove si aggirano bestie esotiche, fra cui riconobbi solo il temuto mumakil, che alcuni fra noi chiamano olifante.

Non vi sono solo sabbia ardente, né guerrieri sprezzanti della vita e dell’onore in quelle contrade, ché io vidi Uomini coraggiosi e leali e la mia guida mi salvò la vita in più di una occasione; lento fu il viaggio, ché, sebbene molte ed ampie siano le strade che attraversano codesta regione, pure esse sono sovente abbandonate all’incuria, sicché impiegammo circa quattro settimane per giungere a Khatiza, la fiorente capitale dell’Harad”.

S’interruppe per un istante, mirando il Sole che era prossimo ad immergersi nei profondi flutti dell’oceano, indi riprese a parlare: “Se anche avessi il tempo di Valinor, pure non potrei raccontare tutte le vicende che vissi in quella straniera terra, ché ben m’avvedo essere questo solo un capitolo di una più vasta storia; vi basti sapere, dunque, che giunto a tale cittadina, fummo bene accolti dal governatore locale, il quale non aveva alcuna intenzione di porre Númenor contro il suo impero fiorente, sicché fui libero di poter indagare a mio piacimento, sebbene impiegassi qualche tempo per apprendere la lingua e le usanze del luogo.

Infine, allorché era trascorso un mese dacché mi ero stabilito nell’Harad e la gioia iniziale aveva lasciato lo spazio alla delusione, mi avvidi che vi erano alcuni fra i pastori di gregge che lamentavano la perdita dei loro più pregiati capi di bestiame; stupito, per un oscuro presentimento domandai loro chi avesse compiuto tali furti e questa fu la risposta che essi pronunciarono alle mie orecchie:

«O possente Thundan[4], se le storie che si raccontano dinanzi ai bivacchi notturni sono veritiere, è possibile che esse siano state sottratte da coloro che noi chiamiamo i servi del dragone».

Sulle prime, attribuii una tale dichiarazione alla fervida immaginazione degli Haradrim, ché, se vi fosse stato un drago in quelle contrade, allora egli avrebbe preferito dirigersi su Khatiza, anziché accanirsi sulle misere greggi dei pastori della sabbia; pure, rimembrai che i guerrieri di Akhôrahil erano soliti adoperare usberghi di maglia ed elmi sui quali era impresso il simbolo di un dragone dorato; compresi, allora, di aver intrapreso il giusto sentiero, sicché domandai loro ove credevano fossero edificate le dimore dei servi del drago.

Con stupore essi mi osservarono ed invero, devo essere apparso un folle al loro sguardo; infine, il più anziano fra loro così mi rispose:

«Nessuno fra noi si è recato in quelle maledette sale, ché la luce del Sole non vi fa mai il loro ingresso, né, si narra, vi siano solo guardiani mortali a custodirne l’ingresso».

Annuì, infine sospirai profondamente, ché non sapevo come comportarmi: da un lato, infatti, avevo premura di raggiungere la fortezza quanto prima ed abbisognavo ancora dei servigi della mia guida; dall’altra, invece, temevo che avrei condotto me e lui ad una triste sorte: infine, gli domandai di procurarmi quanto servisse per un viaggio lungo e periglioso, ché intendevo recarmi ove erano gli uomini del drago.

Inutilmente Draphis tentò di dissuadermi, ché io vidi il terrore nei suoi occhi ed egli era divenuto pallido come il latte appena munto; infine egli acconsentì, seppure a malincuore, e mi concesse quanto gli avevo richiesto, sicché all’indomani fui pronto per recarmi ove nessuno avrebbe avuto il coraggio di addentrarsi».

Fine I parte – continua

Note

[1] Giugno, nella lingua dei Noldor

[2] Nel 3170 S. E. Erfëa aveva compiuto 63 anni.

[3] Si veda anche “Il Racconto del Marinaio e del Messere di Endórë”.

[4] Contrazione e deformazione dell’elfico “Dúnadan”.

3 pensieri riguardo “Caccia ai Nazgul! (parte I)

  1. Mi ricorda le investigazioni. si Gandalf sull’Anello, parte che rileggo molto volentieri nel Signore degli Anelli

    Domanda: Come sono sorti questi dubbi ad Erfea riguardante i Nazgul?

    Piace a 1 persona

    1. Bravissimo, (una) delle mie fonti di ispirazione è stata proprio la ricerca della pergamena di Isildur da parte di Gandalf! Erfea aveva dubbi sui Nazgul fin da quando, giovanissimo, aveva contribuito a sventare un oscuro complotto contro Miriel e suo padre Palantir: non ho ancora riportato questo racconto, ma lo farò nei prossimi giorni. In secondo luogo, come molti Numenoreani di alto lignaggio, Erfea doveva essere affascinato e insieme intimorito dai racconti – che immagino circolassero soprattutto a corte – aventi come oggetto la corruzione di tre principi numenoreani (cioè Er-Murazor, Akhorahil e Adunaphel).

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