In principio era…Othello, ovvero come nacque il Ciclo del Marinaio

Leggendo i vari estratti dei racconti che ho finora pubblicato, sarebbe naturale, credo, indicare in Erfea e Miriel i personaggi principali, con i Nazgul intenti a svolgere il loro naturale ruolo di antagonisti del principe numenoreano. Una riflessione che, tuttavia, solo apparentemente trova una sua giustificazione interna alla genesi del Ciclo del Marinaio. Lo stesso titolo «Ciclo del Marinaio» potrebbe ingenerare, in verità, qualche equivoco: i miei lettori, infatti, avranno notato come Erfea appaia fondamentalmente come un paladino, addestrato a cavalcare con maestria (come emerge dalla lettura di Osgiliath cadrà? Scontro finale), piuttosto che come navigatore. Una giusta osservazione, sulla quale tornerò nel seguito di questo articolo: in questa sede, invece, voglio soffermarmi su quella che potrebbe considerarsi una versione «alfa» del mio ciclo dei racconti, maturata in un contesto che poco o punto ha in comune con la loro elaborazione finale.

La genesi dei miei racconti, che ormai risale a tanti anni fa, ebbe inizio durante un’ora di lezione di inglese: la docente aveva deciso di farci assistere alla visione di un film in VHS, e più precisamente di Othello, nella versione prodotta nel 1965, nella quale il ruolo del protagonista omonimo era svolto da Laurence Olivier, quello di Jago da Frank Finlay e quello di Desdemona da Maggie Smith. Conoscevo già la trama di questa tragedia shaksperiana, almeno a grandi linee, ma ricordo di non esserne stato colpito in modo particolare prima di quel momento; durante la visione della pellicola cinematografica, tuttavia, la mia attenzione fu attirata dal personaggio di Jago. Mi attraeva, infatti, la sua capacità di mostrarsi al tempo stesso amico di Othello e di istigare in lui i sospetti sulla fedeltà di Desdemona, nonostante fosse stato lui ad ordire tutto l’inganno. Al termine della visione della VHS, nella mia mente erano nati tre personaggi: un Dunadan (non necessariamente un Numenoreano, dettaglio da non trascurare, come spiegherò in seguito); una mezzelfa, del quale il Dunadan doveva essere innamorato e ricambiato nel suo sentimento; e, infine, un elfo (Noldo) amico di entrambi i protagonisti, che, in realtà, tuttavia, mirava a sconfessare il Dunadan agli occhi della mezzelfa per poi conquistarla. La scelta di questi tre personaggi era legata, naturalmente, anche ad altre valutazioni, lo confesso, non particolarmente originali: come tanti lettori del «Signore degli Anelli», infatti, ero stato attratto da Aragorn e da Arwen e dalla loro storia d’amore; per quanto riguarda, invece, la scelta di un Noldo come antagonista del personaggio principale, credo di essere stato influenzato in questo processo dalla mia valutazione – non pienamente positiva, come potete immaginare – della figura di Feanor e dei suoi figli Curufin e Celegorm, che si erano resi complici o autori di innumerevoli nefandezze nei confronti degli altri elfi, pur conservando, se così si può dire, un certo «fascino maledetto».

Nella versione appena abbozzata di questa trama, il protagonista avrebbe dovuto chiamarsi Gilnar, la mezzelfa Elwen e il Noldo Morwin. Mentre i primi due nomi avevano una corrispondenza con le lingue elfiche tolkieniane (Gilnar significa «Stella di Fuoco» ed Elwen può essere tradotto come «fanciulla splendente»), Morwin è un nome solo parzialmente elfico, il cui significato avrebbe dovuto essere «dai capelli bruni/scuri». Il prefisso Mor, in effetti, indica il nero o comunque un colore scuro (basti pensare a Mordor, la Terra Oscura di Sauron), mentre non sono riuscito a trovare nessuno significato per «win» che avrebbe dovuto essere l’equivalente elfico per il sostantivo italiano «capelli» (che in Quenya si può tradurre in «locse» oppure con «fine»). Mi resi conto più tardi di questa mancata corrispondenza, tuttavia decisi di lasciare il nome Morwin perché, come si suol dire, «suonava bene». Sempre in questa prima versione, Erfea ed Elwen vivevano insieme da qualche parte nella Terra di Mezzo (non mi ero ancora posto il problema della loro localizzazione geografica) insieme a Morwin, il quale, tuttavia, alla fine riusciva a porre l’uno contro l’altro i due “sposi” (non avevo chiara neppure la natura della loro relazione).

Non ricordo di aver pensato ad un finale: sono certo di aver escluso il destino di morte che caratterizza l’epilogo della tragedia di Shakespeare, ma non mi sembra di aver dato, all’epoca, particolare importanza a ciò che sarebbe accaduto ai tre protagonisti una volta scoperti gli inganni dell’elfo: il mio interesse, all’epoca, era rivolto principalmente alla descrizione delle macchinazioni psicologiche di Jago/Morwin, più che alla formulazione di una storia precisa. Il mio intento, perciò, era quello di scrivere una sorta di dramma psicologico, più che storico, ambientato nella Terra di Mezzo nella Terza Era. Alle vicende di Numenor, invece, non avevo fatto (ancora) alcun riferimento: la scelta dell’etnia dunadan per Gilnar, infatti, nasceva solo dalla comparazione fra il mio personaggio e quello di Aragorn, al quale desideravo che assomigliasse il più possibile, almeno esteriormente. Inutile dire, infine, che non erano previsti Sauron, i Nazgul, o altri servitori dell’Oscuro Signore: si trattava, lo ribadisco, di una scrittura intimistica che doveva avere come oggetto i meccanismi alla base della gelosia e la distruzione reciproca dei legami di amore e amicizia prima esistenti.

Questo primo abbozzo, in realtà, non lasciò alcuna traccia scritta, per varie ragioni: ritengo che la più importante fosse una severa autocritica che mi impediva, soprattutto allora, di cogliere la profondità dei meccanismi connessi alla gelosia, al rancore e all’amore. Si trattava, in sostanza, di un progetto troppo ambizioso per la mia maturità di quegli anni, che rischiava di rasentare la banalità e l’ovvietà. Per questa e per altre ragioni abbandonai, almeno temporaneamente, questo progetto, per dedicarmi soprattutto alla poesia.

(Continua)