One last time…

Prendo volentieri a prestito il titolo di una struggente canzone dei Dream Theater, un gruppo progressive-rock, contenuta all’interno dell’album Metropolis Pt. 2: Scenes From a Memory (1999) che, per certi versi, costituisce la colonna sonora di molti miei racconti, per presentarvi un altro estratto dal «Racconto del Marinaio e dell’Albero Bianco», che fa seguito alla narrazione iniziata nell’articolo Ritorno a Rivendell: l’incontro con Celebrian.
Prima o poi tornerò sul rapporto musica-scrittura: per ora mi limito solo a suggerirvi di ascoltare il brano citato mentre leggerete questo articolo. Non intendo svelarvi altri particolari per non rovinare la sorpresa, ma osservando con attenzione l’immagine posta in evidenza dovreste capire di quali personaggi questo brano racconterà…per l’ultima volta!
Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Durante la mattina, egli prese congedo dai signori degli Eldar, ed il figlio di Earendil ebbe per lui parole di conforto e speranza: “Ti saluto Erfea, paladino di Numenor! Possono i tuoi passi echeggiare nuovamente per queste aule. Lieti saranno i festeggiamenti, quando farai ritorno alla mia dimora, ché sempre il benvenuto sarai a Imladris. Giovane eri quando ti conobbi e il peso grave di innumerevoli anni è calato sulle tue spalle; saggezza hai appreso e la lungimiranza, dono della tua stirpe, ti accompagna. Allorché impervio ti sembrerà il tuo cammino, allora questo dono ti riporterà alla mente la bella dimora degli elfi nell’Eregion.”

Un grande corno fu mostrato ad Erfea, ed egli con gioia lo strinse nella sua forte mano. Lucido al tatto era e minuscole figure di avorio ne increspavano la solida superficie: vi erano ritratti Vingilot, il vascello di Earendil, che ogni notte solca il cielo di Endor, e la flotta dell’armata dei Valar in viaggio verso il Beleriand.

“Questo cimelio appartiene al tesoro della mia famiglia: Aegnor, un fabbro di Ost-in-Edhil lo scolpì, molti anni addietro, ché il ricordo della battaglia d’Ira non andasse smarrito. Esso reca incise rune di grande potere e molto gli orchi lo temono, ché tale corno fu reciso dal corpo di Ancalangon il Nero, abbattuto da Earendil in singolare tenzone; allorché le sue note riecheggeranno vivide, il timore atterrerà i tuoi nemici e nuova forza fluirà nel tuo animo e in quello dei tuoi compagni.”

Lieto divenne allora il volo di Erfea, sì che pareva avvolto da nuova luce: “Echeggia il corno dei Valar e gli amici accorrono: Auta i lòme! La notte sta per finire! Non era forse questo il grido di battaglia di Fingon, re degli Elfi, quando il mondo era ancora giovane e chiara splendeva la luce di Aman? Possa suonare nuovamente tale olifante ed atterrire gli schiavi di Mordor! Memoria imperitura conserverò di questa ora, ché, sebbene sia destino che i nostri percorsi dovranno nuovamente intersecarsi, molto tempo trascorrerà fino ad allora. Addio signore degli Eldar! Possa la tua grazia proteggere il tuo popolo e mai la tua saggezza venire meno; molto è stato perduto, eppure è un grande onore serbare il ricordo di Imladris e di quanto le sue mura proteggono.”

“Addio, discendente di Ciryatur[1], ammiraglio di Numenor! Possa quel giorno non tardare troppo! Qui io ti attenderò: che la benedizione dei Valar e di colui che è Uno proteggano i tuoi passi!”

Tale fu l’ultimo saluto tra Erfea ed Elrond ed invero trascorsero molti anni prima che i due si incontrassero nuovamente; tuttavia, poiché altrove[2] si narra di codeste storie, qui non se ne serba memoria. Il Dunadan era prossimo ad attraversare il guado del Bruinen[3], allorché gli sovvenne di non aver salutato dama Galadriel, la più antica e possente tra le donne elfiche; ratto tornò sui suoi passi, eppure non giunse mai dinanzi ai cancelli di Imladris, ché una dolce voce lo chiamò a sé: “Non angustiarti, Erfea, e non ritardare oltre la tua partenza; Galadriel ti nomina Amico degli Elfi, ed è questo il suo dono d’addio. A lungo soggiornerò sotto le chiome argentate di Lorien[4], finché il mio tempo non sarà giunto ed io abbandonerò questi lidi mortali; a te, Dunadan, dico che se la speme non dovesse morire del tutto, allora ella ti sarà accanto quando giungerà la fine.”

Profondamente grato, così le disse addio Erfea, figlio di Gilnar: “Signora degli Eldar, il mio cuore mi dice che questo non sarà il nostro ultimo incontro, ché in questi stessi giardini, quando giungerà nuovamente l’ora, discorreremo nuovamente. Addio, fino a quel momento.”

“Dunadan, sovente i sentieri degli Eldar incrociano quelli degli Edain, sebbene questo accada per ragioni che i Noldor non comprendono appieno. Eppure, se è vero che Earendil è erede di entrambe le stirpi, allora è probabile che i nostri destini siano più intrecciati di quanto sembri. Namarie[5], Amico degli Elfi. Elen sìla lùmenn’omentielvo. Una stella brilla sull’ora del nostro incontro.”

Preso commiato da dama Galadriel, Erfea attraversò rapidamente il guado di Bruinen, dirigendosi verso Brea nell’Eredior, ridente cittadina posta all’incrocio di due grandi strade numenoreane; celere fu il suo viaggio, ché egli era nel pieno delle sue forze e forte era divenuta nel suo cuore la nostalgia di Numenor. Numerose leghe egli percorse, finché non ebbe raggiunto la contrada di Forlindon, ove regnava Erenion, figlio di Fingon, che il suo popolo chiamava Gil-Galad: ivi si recavano i Caliquendi[6], per oltrepassare i confini del mondo mortale e giungere in tal modo a Tol-Eressea, creata dagli dei per quanti, tra coloro che abbandonarono Aman, fossero stati colpiti dalla Prima Profezia di Mandos[7], ma desiderassero altresì abbandonare le terre mortali.

Mithlond, i Porti Grigi, era la capitale del regno di Gil-Galad, l’ultimo Alto Re elfico ad oriente del Belagaer; tuttavia egli viveva nelle aule a nord del golfo di Lhun, mentre il suo capitano Cirdan il Sindar era signore delle navi e dei porti: anziano, eppure vigoroso, egli era saggio tra gli elfi e temuto da Sauron, ché secoli prima egli era stato respinto dal Lindon. In tale terra di splendore non ancora offuscato, simile ad un giardino nel mese di maggio, giunse Erfea Morluin e tre settimane erano trascorse da quando aveva dato addio alla dimora di Elrond di Imladris: lieti lo accolsero gli elfi ed egli non ne fu stupito, ché ben sapeva quanto i Dunedan fossero amati nel regno di Gil-Galad.

Numerosi porti i Numenoreani avevano edificato fin dal loro arrivo nella Terra di Mezzo, tuttavia Erfea non osava avvicinarsi ai loro minacciosi bastioni, ché tutti, ad eccezione di Pelargir nel Sud, erano caduti nelle corrotte mani dei servi di Ar-Pharazon, uomini avidi di scienza malefica e adoratori di Sauron e di Morgoth: costoro avevano l’ordine di trucidare il principe dell’Hyarrostar, qualora fosse ritornato in un dominio di Numenor, per portarne le spoglie al sovrano Ar-Pharazon, avversario di Erfea fin dai tempi in cui Tar-Palantir impugnava lo scettro.

Ai servi di Sauron, tuttavia, era negato l’accesso al regno di Gil-Galad, ed Erfea fu grato a Cirdan allorché questi gli donò un piccolo vascello ad un solo albero.

“Galadriel mi ha annunziato che questo oggi un Dunadan sarebbe giunto da me per imbarcarsi diretto a Numenor, ché una grande missione l’attende in tale contrada. Di rado i Sindar concedono le loro navi agli stranieri, ma io non ho obliato quanto facesti per la mia gente molti anni fa; concedimi dunque di annullare il debito che ho contratto presso di te.”

Rapido Erfea gli si inchinò, infine rispose: “Nessun debito hai mai avuto presso di me, ché le genti libere devono contrastare i servi del Vala caduto ovunque essi si annidino; in codesta occasione agii seguendo il mio credo, ed esso non è oggi mutato. A te, Cirdan, dico che questa sarà la mia ultima navigazione verso ponente, ché nuove frontiere si apriranno e il vecchio mondo cadrà: possano gli Ainur essere clementi, quando sarà giunta l’ora.”

Erano ormai calate le tenebre, quando Erfea veleggiò, la prua rivolta verso occidente; monotono fu il suo viaggio ed egli non scorse alcuna nave numenoreana, circostanza, questa, che lo sorprese non poco: una crescente inquietudine soffocava il suo petto, ché non v’era nulla per miglia e miglia.

Calmo era il mare e l’acqua opaca, sì che il creato sembrava attendere un evento terribile e mortale. Quindici giorni erano trascorsi da quando Erfea aveva abbandonato le coste di Endor, allorché la fitta nebbia che aleggiava il suo capo si dipanò, mostrando Numenor in tutto il suo splendore: colmo di gioia fu il cuore del Dunadan, ed egli levò una preghiera di ringraziamento a Manwe per aver diretto i venti nella direzione a lui favorevole. Tosto, però, la sua gioia si mutò in stupore e poi in sgomento, ché gli apparve, imponente e minacciosa, l’intera flotta numenoreana. Nel porto di Romenna[8], ove il figlio di Gilnar si accingeva a sbarcare, erano ormeggiate le navi che da lungi depredavano e saccheggiavano la Terra di Mezzo, cancellando ovunque la memoria di quanto i Numenoreani avevano compiuto per saggezza e non già spinti da odio e rancore. Imponenti, come torri lignee e d’acciaio, parvero i vascelli di Ar-Pharazon ad Erfea, ché pure aveva appreso la superba maestria degli uomini del mare nel fabbricare grandi imbarcazioni; sgomento parve il figlio di Gilnar, ché non comprendeva per quale motivo l’intera flotta del re giacesse in un unico luogo; tuttavia, allorché comprese, ritto sul suo vascello elfico, egli non poté che reclinare il capo e versare lacrime amare. A lungo pianse Erfea Morluin, ché manifesta gli era divenuta la follia degli uomini della sua patria e più non avrebbe potuto ignorarla; arrogante e vanitosa, Numenor si specchiava nella sua flotta, emblema della sua volontà di dominio sul creato. Come il contadino che mostra orgoglioso il suo campo ben curato, ignorando il deserto che si estende alle su spalle, così Elenna rendeva gloria a sé stessa e ai suoi figli, nutrendosi avida della propria potenza.

Triste spettacolo fu quello, eppure non fu il peggiore tra quanti Erfea ebbe modo di osservare nell’isola: silenzio non si udiva più, finanche negli antichi luoghi di culto, ma canti e urla echeggiavano ovunque; eppure non erano suoni gioiosi, ma risa crudeli, rese ancor più fragorose dall’inquietante silenzio che pareva aleggiare al di là dell’isola stessa. Numerosi uomini giravano pesantemente armati, come se una grande guerra fosse imminente; pallidi erano i loro visi e parola non proferivano, ché essi erano schiavi e non più uomini liberi: Erfea ne fu stupito, ché fin dagli albori del regno mai si erano vedute scene simili; eppure anche questa era opera di Sauron l’Aborrito, ché egli aveva ormai corrotto i cuori dei Numenoreani e molti tra loro avevano preso ad adorare Morgoth e i suoi oscuri poteri. Le menti degli uomini tosto si erano volte al male, sicché Numenor si ergeva come una novella Mordor e il Signore Oscuro ne era divenuto l’infido padrone. Ignote erano ad Erfea simili vicende, sebbene egli avesse appreso a Pelargir[9] racconti sulla spedizione di Ar-Pharazon nella Terra di Mezzo per umiliare Sauron, il quale era infine giunto a Numenor prigioniero; né il capitano dei Dunedan era a conoscenza di quanto in seguito era accaduto, ché Sauron da vassallo era divenuto consigliere, riducendo il sovrano ad un fantasma da pervertire secondo la sua oscura volontà: Ar-Pharazon aveva accettato senza esitazione alcuna, ché il Maia caduto sovente gli aveva ripetuto i grandi uomini prendono con la forza quanto desiderano.

A lungo vagò Erfea, occultato alla sguardo vigile dei servi del re, ma non già a quelli di Sauron, ché questi sapeva il suo avversario essere sull’isola; allora grande divenne la sua ira e chiamò a sé i suoi schiavi più potenti, gli Ulairi[10]: rapidi, gli spettri dell’Anello, si mossero alla ricerca del Dunadan, ché il suo nome era loro noto ed essi a lungo avevano covato odio contro di lui nei loro cuori; infine Khamul l’Esterling[11], il secondo dei Nazgul, ne avvertì la presenza e rapido corse da Sauron per comunicargli quanto aveva visto. Lieto divenne allora il signore di Mordor, ché il suo nemico gli si presentava inerme alla sua mercé, straniero nella sua terra natia; tuttavia, nel medesimo istante in cui il Nazgul aveva scorto Erfea tra la folla, a sua volta il figlio di Gilnar era divenuto conscio della sua presenza: manifeste gli apparvero allora le sue intenzioni, ché egli molto aveva appreso sugli Ulairi, sin da quando si era infiltrato nella loro grande fortezza nell’Estremo Harad, scoprendone nomi ed identità. Consapevole di essere stato individuato, Erfea comprese quale malvagità avesse allungato il suo bieco artiglio su Numenor, ché non aveva obliato quanto odio provasse Sauron nei confronti dei Numenoreani, fin dai lontani giorni dell’assedio ad Eregion e della successiva sconfitta che le sue armate avevano ricevuto per mano delle armate di Elenna.

Rapido divenne allora il passo del ramingo, ed egli si diresse verso Armenelos, ché ivi si trovava il luogo ove avrebbe dovuto compiere la sua missione; sul suo cuore gravava fitta la tenebra di Numenor e Sauron gli opponeva la sua forte volontà, desideroso come era di fiaccarne le forze, ché cadesse nella trappola da lui sapientemente tesa: nota gli era la missione di Erfea, ché grande era il suo potere in quell’ora oscura e solo alcuni fra i signori degli Eldar sarebbero stati in grado di occultare la propria mente dinanzi allo sguardo del più possente tra i servi di Morgoth.

Giunto innanzi al santuario del Menalterma[12], Erfea comprese che un grande potere era all’opera, lo stesso che adesso gli negava l’accesso alla sala dell’Albero Bianco; allora il Morluin suonò nel corno di Earendil e le sue paure svanirono, calpestate da note squillanti. A lungo echeggiò il corno, ed il suo suono fu udito in molte contrade di Numenor: nuove speranze suscitò nei cuori dei Fedeli, ché essi compresero come la Tenebra fosse di passaggio e non dominasse incontrastata, mentre i servi di Sauron chinarono il capo dubbiosi. A più riprese il corno di Erfea squillò nella notte; molte luci si accesero nelle case e la gente uscì per strada, mentre voci si levavo confuse; allora crollò la volontà di Sauron, ché non aveva obliato l’umiliazione inflittagli dai Valar nella Guerra d’Ira ed ecco il corno ricavato dal dragone Ancalangon il Nero spaccava le catene forgiate dalle sue turpi mani; convocati a sé i suoi servi egli abbandonò il luogo sacro ove si annidava, consentendo ad Erfea di entrarvi.

Molti fra gli abitanti di Numenor si destarono quella notte, ché sogni di ogni sorta disturbarono i loro sonni: mai visione fu però sì curiosa come quella che scosse il riposo di Ar-Zimraphel, sovrana dell’isola. Ella sognò di essere nel Luogo del Silenzio, ove mancava da molti anni, eppure non era questo che la sorprese, quanto la presenza di un uomo, il cui nome aveva obliato, accanto a sé: alto si ergeva vicino al santuario, e pur non pronunciando parola alcuna, le parve che la chiamasse a sé innumerevoli volte, prima che giungesse l’alba. Turbata si levò Ar-Zimraphel, ché non capiva quale significato avesse il sogno; infine stanca di attendere ancora, si recò nei pressi del Menalterma, soppesando lentamente ogni passo su un sentiero che ben pochi ormai osavano percorrere. Giunta sulla sommità del monte, si accorse con meraviglia di essere stata preceduta, ché un uomo aveva preso posto su uno degli alti scranni in pietra che il tempo impietoso aveva ormai corroso; sedutagli al fianco, la donna meditò in silenzio per alcuni istanti, infine ormai certa dell’identità dell’uomo, pronunziò lentamente queste parole: “Mai avrei creduto di rivederti in questo luogo, lo stesso che vide il nostro ultimo incontro. Il tempo ha forse offuscato i miei occhi, tuttavia non ho obliato né il tuo nome né il tuo aspetto.”

“Chi può dire perché tutto questo accada?” replicò l’uomo. “A lungo ho vagato, in regioni disabitate e pericolose, ove mai parola viene sussurrata, eppure nessuna contrada è ora ricolma dell’oscuro fetore di Sauron quanto Numenor. Non ti nascondo, figlia di Tar-Palantir, che il mio cuore ora sanguina; poca speranza nutro nella guarigione di questa terra e ancor meno della sua gente.”

“Mio signore – rispose Ar-Zimraphel – questa notte ho udito un corno chiamarmi a lungo, prima che il sole sorgesse: adesso riconosco in te l’uomo che l’impugnava con forza e disperazione.”

“Disperazione? – le fece eco il ramingo – Disperazione, regina di Numenor? Quale azione condotta in tempi oscuri non condurrebbe alla follia? Se il mio animo non dispera, è perché i miei occhi hanno veduto la luce di Aman e ad essa vogliono far ritorno.” Così grande parve l’ira di Erfea, che Ar-Zimraphel dovette chinare lo sguardo, profondamente turbata; tosto tuttavia la voce dell’uomo parve venire meno e la sua luce oscurarsi, ché rapido il suo risentimento decresceva. Silenzio seguì, mentre la regina e lo straniero evitavano l’uno lo sguardo dell’altra; infine non potendo tollerare ulteriormente quanto accadeva, egli prese nuovamente la parola: “Se ti ho recato offesa, domando scusa, ché non era mia intenzione rattristare il tuo animo già provato dall’oscurità di questi giorni.” Sospirò per alcuni istanti, infine le parlò ancora: “Non mi domandi per quale ragione Erfea Morluin sia ritornato nella sua patria, conscio del bando che grava sul suo capo?”

Sorrise Ar-Zimraphel, allorché gli rispose: “Invero, voci mi sono giunte da Endor, dai bianchi porti degli Eldar; quanto la mia mente ha a lungo ignorato, non lo può il mio cuore, ché la verità esso ha appreso.” Rise, ma il suono che echeggiò per la vallata contrastava palesemente con l’espressione che le si era dipinta sul volto: “Non temere, Erfea Morluin! Non provo alcuna rabbia. Se tale è la tua scelta, possa condurti ad un felice avvenire.” Infine si fece seria, e più non sorrise: “Cosa cerchi figlio di Gilnar? Numenor non è più la tua patria, dunque allontanati in fretta dalle sue coste; qualora tu non seguissi il mio avvertimento, ecco che Ar-Pharazon porrebbe fine alla tua esistenza. Va dunque, e che la fortuna non ti volti le spalle, lasciandoti cieco ed inerme.”

Tali furono le parole che adoperò Ar-Zimraphel, sovrana di Numenor, ed ella si apprestava ad abbandonare la recondita valle, allorché Erfea la chiamo dolcemente: “Non ho obliato il tuo nome, Miriel figlia di Palantir, né il tuo grazioso sembiante. Se incauti sono stati i miei passi in questi giorni, tuttavia essi mi hanno condotto ove il mio cuore desiderava giungere.” Immobile, Miriel ascoltò la voce del paladino, infine si voltò e per un attimo ad Erfea parve che l’antica luce brillasse nuovamente nei suoi occhi: “Molto tempo è trascorso da quando le mie orecchie ascoltavano sussurrare questo nome nelle dolci veglie dell’Estate, ché esso è morto anni fa. Tuttavia se Erfea Morluin l’ha pronunciato, un preciso movente l’ha spinto a fare ciò.”

Annuì triste il figlio di Gilnar: “Letale è il veleno che l’Avversario ha sparso in quelli che una volta erano verdi prati e sorgenti cristalline, ed essi ora marciscono, avvizziti ed infettati; tuttavia, con rabbia percepisco quanto dolore alberghi nel tuo cuore, regina di Numenor.”

Rise allora Miriel, e mai suono fu più grottesco e orribile ad udirsi: “Regina? Su cosa eserciterei il mio dominio, Erfea? La dignità, l’onore, l’amore, tutto quanto avevo di prezioso mi è stato sottratto con l’inganno; persino il più povero tra i pescatori della costa gode di miglior fortuna. Una volta mi dicesti che la buona vigna offre un vino senza pari, eppure essa è stata deturpata molti anni fa! Lacrime di sangue e non nettare dolce sprizzano dalle sue ferite! Regina? Direi piuttosto prigioniera delle medesime debolezze che allora frenarono la mia volontà ed oggi mi impediscono di commettere atti di valore.”

Pallido divenne il volto di Erfea, ché aveva compreso a cosa alludesse: “Non confondere coraggio con viltà, mia signora! Forse vi è ancora speranza, finché gli Ainur reggono le sorti del nostro mondo.”

Avvampò d’ira Miriel e grave squillò la sua voce: “Ciechi sono i tuoi occhi e sterile la tua fede! Chi impugna adesso corona e scettro? Non è forse Ar-Pharazon, che la mia debole mano fermò dall’ottenere giusta condanna? Non vi è più speranza alla quale possa aggrapparmi, come naufrago nel fortunale.” Silenzio regnò per alcuni istanti, infine Erfea levatosi e presale dolcemente la mano, così la confortò: “Mente angosciata può partorire incubi aberranti; nulla però ti obbliga a prendervi parte. Qualunque sia il tuo parere su questa faccenda, Miriel, resti ancora una donna e non già una schiava.”

Gravi erano state le parole di Erfea Morluin, ed egli si attendeva dura replica; grande fu il suo stupore, tuttavia, allorché la signora di Numenor gli si accostò, sussurrando tristi parole: “Da lungi la mia mente vacilla, sebbene lontano da me sia l’acredine verso i Valar che ossessiona mio marito; non è a te che imputo la responsabilità per quanto è accaduto, ché un altro cammino avrei potuto percorrere se non avessi dubitato delle tue parole. Sebbene la mia speme nei Valar sia smarrita, tuttavia non è nella mia volontà contrastare l’azione di quanti ancora scorgono i loro disegni; essi sono però alquanto oscuri e la mia vista è offuscata, ché gravi nubi si addensano.”

Altro non disse Miriel e, abbandonato il Luogo Del Silenzio, discese lungo il sentiero che conduceva ad Armenelos, sede dei re; più Erfea Morluin la vide, ché i tempi erano ormai mutati e l’erba avvizziva sotto i suoi piedi: turbato la guardò allontanarsi, figura silenziosa sotto il sole nascente, i suoi biondi capelli svanire come bruma al mattino. “Namarie” le sussurrò Erfea, incurante di non essere udito e infine si mosse, ché l’ora era tarda e il suo compito lungi dal concludersi».

Note

[1] Ammiraglio di Numenor e signore dell’Hyarrostar, sconfisse nell’anno 1700 della Seconda Era le armate di Sauron al termine della guerra che seguì la forgiatura dell’Unico.

[2] Si veda “Il racconto del marinaio e del Re Stregone”.

[3] Tale corso d’acqua segnava il confine tra le terre di Elrond e le distese desertiche dell’Eriador.

[4] Contrada boscosa posta alla confluenza dei fiumi Celebrant e Anduin, governata durante la seconda era dall’elfo Sindar Amdìr: dopo la sua morte nella battaglia della Dagorlad, il reame fu governato dal figlio, Amroth, il quale tuttavia disparve in mare; essendo venuta a conoscenza di tale avvenimento, Galadriel e suo marito Celeborn fecero ritorno a Lorien, ove gli elfi accettarono di buon grado la loro potestà.

[5] “Addio” nella favella dei Noldor.

[6] Gli Eldar che avevano visto la luce dei Due Alberi ed i loro discendenti nati nella Terra di Mezzo.

[7] Mandos, Vala e Signore del Destino profetizzò che nessuno degli Eldar che avevano seguito Feanor, avrebbe fatto ritorno ad Aman; tali parole non furono mai obliate dagli Eldar in esilio ed essi erano soliti narrare della loro triste sorte riferendosi alla “Prima profezia di Mandos”. La Seconda profezia di Mandos concerne la fine del mondo e il fato ultimo dei figli di Eru, tuttavia essa non è mai stata divulgata apertamente e ben pochi, perfino tra i Signori degli Eldar, ve ne fanno cenno.

[8] Porto orientale di Numenor, situato presso la città di Armenelos.

[9] Città fondata nella tarda Seconda Era dai Numenoreani fedeli all’alleanza con gli elfi e i Valar alla foce del fiume Anduin.

[10] I Fantasmi dell’Anello, noti nella favella di Mordor come Nazgul.

[11] Tale termine indica coloro che tra i Secondogeniti si stabilirono ad est del Rhovanion: in senso improprio è talora adoperato per indicare quanti fra i servi umani di Morgoth scamparono all’ira dei Valar nella battaglia che rovesciò Thangodrim e fuggirono nelle regioni Orientali della Terra di Mezzo, ove preservarono il loro odio verso gli Eldar e gli Edain.

[12] Monte di origine vulcanica, sulla cui sommità era stato eretto un tempio dedicato a Manwe Sùlimo.

20 pensieri riguardo “One last time…

  1. Bel racconto, spero che la serie sappia riprendere la stessa decadenza di quel periodo. Niente da obbiettare. Basta che nn vedo Sauron in catene andrà tutto bene.
    Nn sono un fan dei Dream Theatre avendo militato per anni nel Black Metal e lasciato solo adesso per il lavoro, come nota mi piace roba violenta e oscura nonostante sono un credente (a modo mio).
    Il debito di Gil Galad è con il drago? (nn l’ho ancora letto ma prometto di farlo)
    “Non è forse Ar-Pharazon, che la mia debole mano fermò dall’ottenere giusta condanna?” che signidica che lo stavano per ammazzare e lei lo salvo?
    Voglio vedere il momento del bando di Erfea

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    1. La ringrazio, sono molto contento che le sia piaciuto questo racconto. Spero anche io che la seria venga fuori bene, anche se ho il sospetto che tratterà in modo più approfondito della prima parte della Seconda Era (periodo della forgiatura degli Anelli) piuttosto che di quella finale.
      Il debito di Cirdan (non di Gil-Galad) fa riferimento alla caccia intentata da Erfea a un grosso lupo mannaro seguace di Sauron, che questi condusse in gioventù: può trovarla accennata nel «racconto del marinaio e del messere». Quanto al bando di Erfea e alla frase che pronuncia Miriel e che lei ha riportato nel suo commento, potrà avere maggiori dettagli quando pubblicherò il racconto «L’ombra e la spada», del quale, per il momento, non ho ancora trascritto nulla sul blog. Posso però anticiparle che effettivamente Miriel ebbe la possibilità di fermare Pharazon ma non lo fece…

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      1. Aspetterò, e sì ora ricordo l’evento col mannaro
        Per la serie: se andrà bene vedremo anche la parte finale, ne sono convinto, c’è il grande scontro Sauron Elendil Gil Galad.
        Piccola correzione: alla sconfitta di Ancalagon partecipò pure Thorondor quindi nn fu un duello.

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      2. Molto probabilmente dipenderà da quante serie Amazon ha in mente di programmare…certamente la possibilità esiste, vedremo quanto e come si concretizzerà.
        Per quanto riguarda la scontro contro Ancalogon, ho riletto il brano del Silmarillion che ne riporta la dinamica e lo trascrivo di seguito: «Prima che il sole sorgesse, Earendil uccise Ancalagon il Nero, il più forte della schiera dei draghi, precipitandolo dal cielo» (Silmarillion, p. 317). Si può immaginare, ad ogni modo, che Thorondor e le altre Grandi Aquile si siano confrontati con gli altri Draghi Alati, contribuendo attivamente alla loro disfatta.

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      3. so che hanno in programma 5 stagioni, quindi se vanno bene vedremmo tutto.

        Io azzardo:

        -prima serie: forgiatura anelli ascesa di numenor e rapporti con elfi e se c’è tempo Aldarion

        -seconda serie: sauron si rivela come tale, intervento di Tar Minastir e numenor comincia a dubitare dei valar

        -terza serie: numenor cade nell’ ombra, guerra civile, ar pharazon sauron portato a numenor

        -quarta serie: sauron domina numenor e caduta di numenor

        -quinta serie: fondazione regni in esilio, guerra con sauron fino alla morte di isildur

        Per Ancalagon dubito che Earendil da solo lo abbia sconfitto (ma nn ci piove che gli ha inferto il colpo di grazia, è chiarissimo) anche se in un abbozzo (uno dei primi credo) riportato nel libro caduta di gondolin earendil era riuscito ad ammazzare ungoliant. (so che probabilmente si era mangiata da sola ma questa variante è abbastanza interessante)

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      4. Sì, ricordo anche io di aver letto che in una versione precedente Earendil si dimostrava in grado di uccidere Ungoliant. Quanto alle serie, non sapevo che fossero 5: le sue idee in proposito mi sembrano buone, anche se ritengo che i temi da lei proposti per la terza e quarta serie potrebbero venire accorpati, mentre più spazio potrebbe essere dedicato alla forgiatura degli Anelli…però, lo ripeto, si tratta solo di sensazioni personali…

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  2. “Regina? Su cosa eserciterei il mio dominio, Erfea? La dignità, l’onore, l’amore, tutto quanto avevo di prezioso mi è stato sottratto con l’inganno; persino il più povero tra i pescatori della costa gode di miglior fortuna”. No, povera Miriel! Che tristezza 😦
    Questa parte della storia è molto intensa, si percepisce chiaramente l’angoscia di Erfea per le sorti di Numenor… e la descrizione degli effetti dell’influenza di Sauron sui Numenoreani è particolarmente incisiva.
    Molto bella la parte del dono del corno, sembra davvero l’unico raggio di speranza in tutta questa oscurità…

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    1. La triste frase che Miriel pronuncia è ispirata alla Medea di Euripide, che si trova senza affetti in terra straniera quando il marito Giasone decide di lasciarla per una donna più giovane…un’azione che per un certo verso anche Erfea ha intrapreso, innamorandosi di Elwen. Purtroppo questo sarà il loro ultimo incontro, almeno su questa terra…ma certi legami, come suggerisce lo stesso Tolkien, sono destinati a sopravvivere oltre la morte…

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