Infanzia di un paladino. Lontano dal mare…

Gli articoli pubblicati fino ad oggi si sono concentrati particolarmente sulla vita adulta di Erfea e degli altri protagonisti del Ciclo del Marinaio, portando alla luce, in qualche caso, alcuni episodi accaduti durante l’adolescenza di Erfea e di Miriel, in particolare in relazione al primo incontro tra questi due personaggi (che potrete leggere in Ombre sinistre su Numenor…). Molto poco, sino a questo momento, è stato rivelato sulla loro infanzia: in particolare, ci sfuggono le connessioni tra Erfea e i suoi genitori, sui quali credo di aver rivelato sino ad ora solo i nomi o poco più, e le circostanze che resero Erfea diverso dagli altri principi che frequentavano la scuola di Armenelos, riservata ai rampolli delle grandi famiglie nobiliari di Numenor.
L’infanzia, si sa, è un periodo molto complesso della nostra esistenza: senza dubbio ci capita di riflettere sulla sua potenza evocativa, capace di influenzare le nostre scelte e le nostre decisioni, anche a distanza di molti anni. Per alcuni personaggi, addirittura, ciò che è accaduto nell’infanzia si dimostra in grado di segnare profondamente la loro personalità e la loro esistenza per molti anni a venire, come succede, ad esempio, ad Harry Potter.
Erfea, naturalmente, non può sfuggire a questo meccanismo: anche la sua infanzia e la sua fanciullezza sono segnate da eventi fondamentali per la sua successiva maturazione e dall’incontro con personaggi in grado di lasciare nel suo animo un segno profondo, come avrete modo di capire leggendo questo nuovo articolo, che spero possa illuminarvi sulle ragioni che mi hanno indotto ad attribuirgli una titolazione così curiosa…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Gilnar era il ventiquattresimo signore dell’Hyarrostar[1], erede di Atanalcar, quarto figlio di Elros Tar-Minyatur[2], primo re di Númenor. Gilnar era un gran capitano di navi ed un valoroso paladino del partito dei Fedeli[3], coloro che si opponevano agli uomini del Re, adoratori della Morte, che temevano sopra ogni altra cosa. Al tempo in cui questi avvenimenti ebbero luogo, Gilnar aveva acquisito notevole fama: lungimiranti erano i suoi consigli, sicché non vi era Númenóreano che non onorasse la saggezza che gli proveniva dall’aver viaggiato molto nelle inesplorate contrade della Terra di Mezzo, il grande continente che si estendeva a levante dell’isola di Elenna[4]. Nobile era il suo sembiante, sicché perfino i suoi nemici non osavano contrastarlo apertamente e quanti erano della sua fazione ne ammiravano la ferrea volontà. La casata del sovrano di Elenna sosteneva le ambizioni di Gilnar, grata per le gesta che questi aveva compiuto allorché era giovane e vi era stata guerra e discordie fra Palantir[5] e suo fratello minore Gimilkhâd[6], eredi al trono di Númenor. Palantir, sostenuto dagli Elendili[7] e dal diritto di quella contrada, aveva ereditato il trono, nonostante i partigiani dell’infame congiunto gli si fossero rivoltatati contro; essi erano stati tuttavia sconfitti e banditi da Númenor.

Sangue era stato versato in quei giorni ormai remoti ed i cuori dei Dúnedain, seppure fossero trascorsi molti anni da tali eventi, non avevano obliato i massacri che i seguaci di Gimilkhâd avevano perpetrato ai loro danni, ché i nomi di tali sventurati erano stati mormorati nelle contrade che lo scettro degli eredi di Elros dominava. Molti paladini erano morti, trafitti non solo dal crudele ferro di mercenari senza scrupolo ma anche dalle armi dei propri congiunti: i figli trucidavano i padri e questi la loro progenie. Vani erano stati per lungo tempo i tentativi dei Fedeli di sconfiggere gli uomini di Gimilkhâd: costoro, infatti, erano sostenuti da molti signori e capitani discendenti da Elros ed avevano i forzieri ricolmi dell’oro e dell’argento che avevano strappato alle stirpi dei Secondogeniti stanziati all’Est e al Sud di Endor.

Al termine di numerosi scontri, infine, il valore dei Principi dei Fedeli aveva permesso a costoro di trionfare e di imprigionare coloro che si erano macchiati di crimini indicibili, quali solo gli Orchi allevati dall’Oscuro Potere sono soliti perpetrare. Gilnar e Amandil[8], signore della casata di Andúnië, discendente di Silmariel ed erede a sua volta di Elros, avevano esortato Tar-Palantir a condannare a morte il fratello Gimilkhâd, per tema che costui, se lasciato libero, avrebbe potuto assoggettare i regni degli Uomini in Endor e condurre contro Númenor orde di predoni. Il nuovo sovrano, tuttavia, non ebbe il coraggio di levare la mano contro colui che era un suo congiunto nel sangue, e lo condannò all’esilio perpetuo nella colonia di Umbar[9], sperando che si ravvedesse e che il suo destino non fosse segnato dai crimini di cui si era macchiato in gioventù. L’erede minore allo scettro di Númenor, tuttavia, radunò nuove armate con l’intenzione di riprendere la guerra. Un’imboscata tesagli da alcuni mercenari ribelli del Variag[10] impedì però che le ostilità avessero nuovamente inizio. I cuori dei Fedeli, allorché tale novella giunse a Númenor, presero ad esultare: essi, tuttavia, ignoravano che la consorte di Gimilkhâd era sopravvissuta e con lei suo figlio. All’interno delle fortezze edificate dai loro avi secoli prima, i Númenóreani Neri celarono l’erede del fratello minore di Tar-Palantir alla sorveglianza delle schiere dei Fedeli, nell’attesa che i tempi fossero maturi per la vendetta.

Molti anni prima della morte di Gimilkhâd, quando il padre, Ar-Gimilzôr, era ancora il sovrano di Andor[11] e i seguaci dei Valar e degli Eldar invisi ai suoi mercenari e guerrieri, profondi erano i legami che intercorrevano fra i Signori di Andustar[12] e dell’Hyarrostar. Entrambi, infatti, servivano la medesima causa, sebbene Gilnar fosse più audace e risoluto nell’opposizione al sovrano di quanto non lo fosse Numendil, padre di Amandil. Questi aveva una sorella minore, chiamata Nimrilien, ché sovente era abbigliata di vesti bianche e sembrava, a coloro che dal mare la vedevano ergersi, durante le tempeste invernali, simile ad un faro nell’oscurità incipiente. Nimrilien volse il suo pensiero al principe dell’Hyarrostar, e Numendil era lieto per tale sentimento: non avrebbe desiderato, infatti, un cognato migliore di Gilnar, ammiraglio di Númenor. Erano trascorsi dodici anni[13] dacché Ar-Gimilzôr[14] era asceso al trono, allorché la bianca dama di Andúnië diede alla luce un maschio, nelle cui vene scorreva il sangue di Elros. Lieta, la donna consegnò l’infante al congiunto affinché lo chiamasse e lo accettasse all’interno della famiglia, secondo la tradizione e la legge di Elenna. “Mio figlio sarà principe dell’Hyarrostar e del mare – queste furono le parole che Gilnar pronunciò – del quale Ossë[15] ha consentito a noi Secondogeniti di solcare le vaste profondità. Eärél sarà dunque il suo nome, ché egli sarà invero un grande ammiraglio e oserà esplorare contrade che i Dúnedain mai hanno percorso con le loro leste imbarcazioni”.

I Signori di Andúnië recarono visita ai loro congiunti, esprimendo grande letizia per la nascita dell’erede di Gilnar; i Noldor di Gil-Galad colmarono il bimbo di doni preziosi e si rallegrarono della nascita del principe númenóreano: per ultima, giunse colei che i mortali chiamavano Manëa La Veggente[16]. Alcuni mormoravano che la donna fosse araldo dei Valar del remoto occidente, ché sapeva scrutare nei cuori degli Uomini e la sua sapienza era pari solo alla sua saggezza. La veggente, preso il bambino tra le anziane ma ancora vigorose braccia, lo guardò sorpreso, sicché tutti coloro che erano nella sala del palazzo di Minas Laurë[17] osservarono, angosciati, il suo viso oscurarsi. Infine, dopo aver riposto delicatamente l’erede di Gilnar nella sua culla, sospirò e pronunciò tali parole: “Signori di Númenor, mai mi era capitato, nel corso della mia lunga esistenza, di guardare un simile bambino. Eärél è stato chiamato, eppure sappi, Gilnar figlio di Nardil, che egli muterà il suo nome allorché giungerà l’ora. Il destino di tuo figlio sarà solitario e si concluderà in terra straniera: non si vincolerà a nessuna mortale o immortale, a meno che non deciderà di abbandonare il percorso che gli eventi cui sarà partecipe lo costringeranno a seguire”.

Inquieti, i volti di Gilnar e di Nimrilien osservarono in silenzio la Veggente; infine, la dama dell’Andúnië parlò e la sua voce era rosa dal dubbio e dal timore: “Vuoi forse dire che il nostro primogenito avrà una vita travagliata? Non domandavo per mio figlio ricchezze o vita lunga; eppure, il mio cuore piange presagendo quali conseguenze avranno le parole da te pronunciate”.

Il volto di Manëa rimase impassibile, come le rocce rese impenetrabili alla salsedine del mare: “Non temere Figlia di Andúnië, ché egli è destinato a grandi imprese e se il suo cuore resterà saldo, acquisterà grande fama tra le Genti Libere di Endor ed il suo nome non sarà obliato”.

La veggente si inchinò lentamente e afferrata la sua bianca verga si accinse ad abbandonare la sala; giunta, tuttavia, alla soglia della porta, si voltò e parlò ancora una volta: “Colui che ora dorme nella culla vivrà a lungo e la sua vita si spegnerà a tarda età: se la sorte non gli sarà contraria, solo Elros Tar-Minyatur avrà avuto un’esistenza più lunga della sua. Amerà, signora di Andúnië e sarà a sua volta amato. Se dolorosa sembrerà a tuo figlio la separazione allorché giungerà l’ora, sappiate che non perderà quanto sarà caro ai suoi occhi, ché il destino dei Figli Minori di Ilúvatar si compie al di fuori del mondo: i mortali, tuttavia, non lo comprendono, mentre coloro che sono degli Eldar lo ignorano. Ho parlato”.

Nessuno fra i presenti osò sovrapporre la propria voce a quella di Manëa: essi, infatti, pur onorandola, la temevano, ché, sebbene avesse sembiante umano, pure percepivano che non era della stirpe dei Figli di Ilúvatar e che aveva assunto tale aspetto solo per confondersi fra loro.

Gli ospiti, al termine dei festeggiamenti, abbandonarono la dimora di Gilnar, recandosi ciascuno nei propri domini: negli anni seguenti serbarono nel proprio cuore il ricordo di quanto era avvenuto quella notte, consapevoli che se il sovrano o uno dei suoi vassalli avesse appreso la profezia, non avrebbe esitato a sopprimere il figlio di Gilnar. Trascorsero dunque dieci lunghi anni, ed Eärél crebbe forte e vigoroso nel corpo e nella mente, sebbene parlasse poco e le sue parole fossero oscurate da una ombra di pallida malinconia. Stupiti, i suoi genitori lo vedevano parlare sovente con i gli anziani che avevano dimora nella città di Minas Laurë: Eärél, infatti, aveva un animo curioso ed era ansioso di conoscere le leggende ed i racconti che il suo popolo aveva tramandato; nelle ore serali consultava i manoscritti e le pergamene che giacevano nelle grandi e silenziose sale sotterranee di Minas Laurë.

Gilnar, suo malgrado, si avvide che il primogenito non volgeva quasi mai lo sguardo al mare: se i suoi occhi grigi si soffermavano per qualche istante sulle tumultuose onde che si abbattevano fragorosamente sulle sponde rocciose dell’Hyarrostar, ne restavano turbati. Ben presto, in cuor suo, Gilnar si rese conto che le parole pronunciate anni prima da Manëa si erano mostrate veritiere e che mai il suo erede si sarebbe dimostrato un esperto marinaio.

Grande fu dunque la sorpresa che Gilnar nutrì, allorché scorse il figlio avvicinarsi ai possenti stalloni che aveva ricevuto pochi giorni prima come dono da parte dei popoli della Terra di Mezzo. Eärél non sembrava mostrare alcun timore e le bestie lo lasciavano avvicinare al loro chiaro pelame, mostrando di gradire i suoi affettuosi buffetti.

Stupefatto, il Signore dell’Hyarrostar condusse l’erede da colui che un tempo era stato il suo scudiero, Manveru[18], perché gli insegnasse quanto era nelle sue conoscenze riguardo ai figli di Oromë[19]. Eärél trascorse molte ore nei boschi e nelle praterie battute dal soffio di Manwë[20], mentre il suo maestro lo istruiva, meravigliandosi che un Númenóreano si mostrasse abile nell’apprendere esercizi che i Dunédain comprendevano a fatica, essendo per lo più i loro cuori rivolti al mare e non ai destrieri delle contrade settentrionali.

Da mane a sera, il figlio di Gilnar apprendeva i rudimenti dell’arte di cavalcare e Manveru, ancorché fosse anziano e la sua vista era venuta meno, nutriva nel suo cuore soddisfazione per quanto il suo allievo mostrava di imparare e non mancò di farlo notare al suo Signore. Non meno stupito di quanto non lo fosse l’anziano scudiero, Gilnar si mostrava compiaciuto, ché ben si avvedeva quanto abile fosse Eärél ed era orgoglioso di un simile erede.

Trascorsero gli anni ed il giovane principe dell’Hyarrostar prese a frequentare le lezioni dei precettori reali ad Armenelos[21], capitale di Númenor. L’animo del giovane principe era colmo di meraviglia: l’arte e la scienza dei Númenóreani erano allora all’apice delle loro vette e non esistevano palazzi sì imponenti come quelli che si ergevano lungo i viali della capitale di Andor. Eärél mostrava grande interesse per ogni forma vivente di Arda e studiava i tomi che gli eruditi del suo popolo avevano scritto centinaia di anni prima sulle bestie del cielo e della terra di Endor a loro note. Sovente, allorché i suoi compagni giacevano nei loro dorati giacigli, egli afferrava un antico lume e si recava nella biblioteca di Armenelos, ove i suoi occhi, intenti a decifrare le antiche scritture dei savi, non conoscevano riposo.

Dell’interesse del giovane Eärél per le creature di Yavanna si è detto, eppure esso era superato da quello verso le antiche tradizioni e storie del suo popolo. Il principe dell’Hyarrostar sfogliava avidamente tomi polverosi, di cui nessuno ricordava più l’esistenza, sfiorandone delicatamente la superficie. Eärél considerava tali cimeli simili a tesori e si rammaricava che le biblioteche reali conservassero pochi scritti sulle stirpi di uomini che abitavano le contrade della Terra di Mezzo; per tale ragione, dunque, crebbe nell’animo del Númenóreano l’amore per le vaste distese che si estendevano al di là del mare a oriente ed il suo animo fu preso dal desiderio di esplorarle.

I precettori reali, ai quali non era sfuggito la passione che il loro allievo dimostrava nello studio di tali discipline, pur nutrendo nel loro animo incredulità, non osavano mostrarla apertamente, per tema di incorrere nell’ira del sovrano o di uno dei suoi vassalli. La schiatta dell’Hyarrostar, infatti, era invisa ad Ar-Gimilzôr, perché lo contrastava apertamente; sovente, il silenzio era l’unica risposta che tali uomini fornivano ad Eärél. All’indifferenza fece presto seguito l’ostilità: gli altri allievi, rampolli delle stirpi del Forostar, dell’Orrostar e dell’Hyarnustar[22], presero a chiamarlo Erfëa, che nella lingua degli Eldar significa “spirito solitario”, giacché egli aveva preso l’abitudine di trascorrere molto tempo lontano da loro, ignorando le crudeli risa che gli altri principi riversavano sul suo conto e poco o punto curandosi dell’odio che muoveva i loro animi ad agire in tale modo. I rampolli dei vassalli di Ar-Gimilzôr, infatti, temevano il figlio di Gilnar e ne invidiavano la saggezza e la lungimiranza che, in maniera precoce, si erano rivelate in lui».

Note

[1] Regione di Númenor, posta a Sud Est: la sua capitale era Minas Laurë, la Torre Dorata.

[2] Figlio di Eärendil ed Elwing, fratello gemello di Elrond; scelse una vita mortale e divenne il primo sovrano di Númenor.

[3] Le genti númenóreane che si mantennero fedeli all’amicizia con gli Elfi e che continuarono a venerare i Valar anche quando tale devozione fu dichiarata fuori legge.

[4] Altro nome dell’isola di Númenor, “Terra della Stella” nella lingua degli Eldar.

[5] Tar-Palantir, ventiquattresimo sovrano di Númenor e figlio di Ar-Gimilzôr.

[6] Fratello di Tar-Palantir e capitano della fazione dei Númenóreani Neri: morì durante un’imboscata tesagli dai Variag del Khand nel 3175 S. E.

[7] “Amici degli Elfi” nella lingua dei Noldor.

[8] Figlio di Numendil, fu signore di Andúnië e Sovrintendente del Regno fino alla sua dipartita dal mondo, la quale, in mancanza di testimoni oculari – ché egli si era recato all’Ovest per chiedere grazia per la sua gente – si ritiene avvenuta nel 3319 della S. E., l’anno della Caduta di Númenor.

[9] Roccaforte degli uomini del Re, e in seguito, dei Númenóreani Neri, fu edificata presso l’omonimo promontorio da alcuni coloni nell’anno 2280 S. E.

[10] Landa desertica situata a Sud di Mordor, ove erano stanziate tribù bellicose e superstiziose di uomini dell’Est; alcuni credono che costoro siano i discendenti degli Orientali che servirono sotto Morgoth e che sopravvissero alla rovina del Beleriand.

[11] “Terra di Dono”, (Númenor).

[12] Contrada situata all’interno del grande golfo che i promontori dell’Orrostar e dell’Hyarnustar creavano nelle acque del Balegaer (il Grande Mare Occidentale) prende il nome dall’omonima città: feudo degli eredi di Silmariel, primogenita di Tar-Elendil, quarto sovrano di Númenor, l’Andustar fu la dimora di molte genti fedeli agli Eldar e ai Valar.

[13] Si era dunque nell’anno 3112 S. E.

[14] Ar-Gimilzôr, ventitreesimo sovrano di Númenor, nacque nel 2960 S. E. e morì nel 3177 S. E.: perseguitò a lungo i Fedeli e proibì che costoro adoperassero le lingue elfiche.

[15] Uno spirito che entrò in Arda (il Mondo) allorché esso fu creato; seguace e servitore di Ulmo, Vala e Signore delle Acque.

[16] Veggente ed astronoma, Manëa predisse le sorti di numerosi uomini e donne di Númenor, compresa quella di Erfëa Morluin. Nessuno, tuttavia, fu in grado di apprendere il suo vero nome o la sua ascendenza ed ella era solita ripetere che non vi erano favelle atte a pronunciarlo. Sebbene in altri scritti si accenni ad una sua dipartita dal mondo, nessuno conobbe il luogo ove fu sepolta. Secondo interpretazioni postume, Manëa sarebbe stata l’incarnazione di Varda, Valië e Signora delle Stelle: non tutti, però, credettero a questa rivelazione, ed il suo nome fu obliato al termine della Seconda Era.

[17] Capitale dell’Hyarrostar e dimora degli eredi di Atanalcar.

[18] È curioso che il nome di quest’uomo sia espresso in Quenya, anziché in una delle lingue degli uomini del Nord, alle quali stirpi egli apparteneva; è tuttavia probabile che costui abbia fatto proprio l’appellativo con il quale lo chiamava il suo signore, adoperandolo come fosse un nome proprio. In base ad una nota riportata in calce al manoscritto, sembra che il suo vero nome sia stato “Ridderman”, “(Colui che) Doma il Cavallo”.

[19] Oromë, Vala e Signore dei Cavalli; presso gli uomini del Nord era anche noto come Bema.

[20] Manwë Súlimo, Vala Reggente di Arda e Signore del Cielo.

[21] Capitale di Númenor e dimora degli eredi maggiori di Elros.

[22] Forostar, Orrostar e Hyarnustar erano i nomi di alcune contrade di Númenor: la prima si trovava nel Nord, la seconda nel Nord-Ovest e la terza nel Sud-Ovest del Paese.

24 pensieri riguardo “Infanzia di un paladino. Lontano dal mare…

      1. Le dirò che nn sono molto legato alla mia infanzia, l’unica cosa che rimpiango sono i capelli persi, ma per il resto sono felice di essere un adulto dal pensiero molto liberale, basta che nn mi si rompano le balle e leggo la sua opera per la trama personaggi e antagonisti che mi piacciono molto. molto meglio dei film di super eroi che ora dominano il panorama.

        Seguirò le avventure di Erfea anche se vecchio decrepito

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      2. Volevo chiederle se, in un articolo precedente, avevo spiegato l’onomastica numenoreana o meno; in caso negativo, infatti, riesce difficile comprendere come mai il suo nome sia cambiato

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      3. Beh in ogni caso lo ricordo in questo commento. I Numenoreani potevano ricevere, durante l’intero arco della loro vita, quattro nomi: il primo era il nome paterno; il secondo quello materno; il terzo era il nome comune e il quarto era il nome segreto che sceglievano arrivati all’età adulta. Nel caso specifico, il nostro principe numenoreano si chiamava Earel Mirmoth Erfea Himel.

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      4. Ah sì qualcosa ricordo, ma nn ricordo l’articolo, ma fare un ripassino aiuta come dimostra il catalogo del Silmarillion con tutti i nomi ricordando chiè

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      5. Può rileggere l’articolo «Ritratto di una principessa», nella categoria «Il racconto della Rosa e dell’Arpa» nel quale spiego la questione della scelta dei nomi presso i Numenoreani.

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    1. Ti ringrazio, mi fa piacere che ti sia piaciuto;) Sulla Veggente ho due ipotesi: la prima contempla la possibilità che possa essere veramente Varda, la sposa di Manwe, o comunque una Maia del suo popolo; la seconda, che sia stata una donna numenoreana venuta a contatto con gli Elfi di Valinor e per questa ragione divenuta più saggia delle altre. Nei prossimi giorni spero di poter mostrare sul blog qualche nuovo disegno su Erfea e Miriel:)

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      1. Mi fa piacere leggerti:), spero che anche tu abbia trascorso una serena Pasqua, un caro saluto! P.S. Hai visto i nuovi ritratti di Erfea e Miriel? Sono curioso di sapere la tua opinione;)

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      2. Mi fa piacere che tu abbia trascorso una serena Pasqua, qualche giorno di stacco dallo studio o dal lavoro è rigenerante:)
        Ti ringrazio per i tuoi apprezzamenti, ti confesso che, come te, non vedo l’ora di vederli colorati! Finora avevo privilegiato il bianco e nero nelle precedenti illustrazioni…ma credo proprio che il colore darà un tocco in più ai personaggi del Ciclo del Marinaio!

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    1. Non preoccuparti, non è semplice stare dietro a tutti i nomi di Erfea:) In pratica le cose funzionavano così: le famiglie nobili dei Numenoreani attribuivano 4 nomi ai propri figli: uno era il nome paterno, con il quale i bambini venivano chiamati fino alla maggiore età (Earel); uno era il nome materno (Mirmorth); il terzo era il nome che ciascun individuo sceglieva una volta divenuto adulto e che poteva essere usato in tutte le circostanze (Erfea); il quarto ed ultimo nome, infine, era noto solo a chi lo portava e a pochissime altre persone (di solito il proprio coniuge) perché si temeva che avrebbe potuto essere adoperato per ottenere il dominio su quella persona (Himel). Spero di esserti stato utile, ti ringrazio per aver commentato i miei racconti:)

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