Numenor: Game of Thrones (III). Trame sinistre…

Bentrovati, care lettrici e cari lettori. Continuo in questo articolo la narrazione del racconto de «L’Ombra e la Spada»: le prime puntate dedicate a questo articolo potrete leggerle alle seguenti pagine Numenor: Game of Thrones (I) e Numenor: Game of Thrones (parte II). L’arrivo di Pharazon e dei Nazgul. In questa terza parte, dopo l’entrata in scena dei Nazgul di origine numenoreana e di Pharazon, si iniziano a delineare le sinistre trame che condurranno al colpo di Stato che porterà alla fine del regno di Tar-Miriel. Riusciranno Erfea e gli altri Paladini a fronteggiare la minaccia di Pharazon e dei suoi crudeli consiglieri? Quale sarà il ruolo che assumerà Tar-Miriel all’interno del conflitto ormai prossimo? Le risposte non tarderanno ad arrivare; in attesa di poter essere più preciso, vi auguro buona lettura e resto in attesa dei vostri commenti e suggerimenti!

«Pharazôn attese che il silenzio e la quiete tornassero a regnare sovrani fra l’uditorio, infine alzò una mano e parlò: “Vi ho convocato in questo luogo per discutere delle infinite minacce che in questi ultimi anni sono sorte ai nostri danni; tuttavia, prima che le discussioni abbiano inizio, non vorrei mai venire meno alla deferenza che la presenza di sì tanti signori e dame – e qui parve che il suo sorriso si tramutasse in un ghigno sarcastico – suscita in me, sicché non mancherò di presentarvi i miei fidati mentori. Il nome di Akhôrahil è già noto alle vostre orecchie, ed io, pertanto, non lo presenterò nuovamente innanzi a voi; eccovi, invece, coloro che mi hanno scortato in questo lungo e periglioso viaggio dall’Oriente all’Occidente.” Si interruppe per un istante, infine, con un gesto teatrale della mano destra, indicò coloro che gli erano al fianco: “Questi è Er-Murazôr, Principe di una remota contrada posta nell’Harad; ella, invece, è Adûnaphel, Maga e Sapiente proveniente dalle Terre dell’Aurora[1].” I due Úlairi si inchinarono al pubblico, che ricambiò, sebbene con maggior timore; eppure, nessuno si avvide dell’inganno, ad eccezione dell’anziano Khôrazid, il quale venne preso dall’angoscioso sospetto che tali nomi celassero, in realtà, altre identità, troppo spaventose per essere introdotte come tali; sin dai tempi del primo sbarco a Numenor da parte di Akhôrahil, infatti, egli non aveva nutrito alcuna fiducia nei confronti del Nazgûl, sebbene non fosse riuscito a comprendere la sua reale identità e questo avveniva perché, pur essendo egli fiero sostenitore del Partito degli Uomini del Re e avverso ai Valar e alla loro autorità, pure disprezzava l’eccesso di violenza che l’ala più oltranzista dello schieramento propugnava e temeva che essa avrebbe condotto ove non ci sarebbe stato più ritorno, né egli era l’unico a nutrire simili pareri, ché altri erano ispirati da simili idee e non mancavano di manifestarle.

Un tempo, l’anziano principe, giunto ormai alla soglia del duecento cinquantesimo anno di vita, era stato un Paladino di Numenor e, sebbene avesse abiurato a tale incarico molte primavere or sono, pure non aveva obliato del tutto l’antica arte della lungimiranza ed essa era ancora forte nel suo animo: concentrò allora la sua attenzione sui mentori di Pharazôn e si avvide, con sua grande paura, che essi avevano intessuto intorno a loro un’aura di potere, onde i loro reale pensieri non potessero essere disturbati o carpiti da altre volontà; era, codesta arte, una prerogativa dei Paladini e di coloro che servivano nell’Ordine, sebbene tutti i Numenoreani, se posti alle strette, si rivelassero abili ad occultare la propria mente agli avversari. Contrariamente a quanto ci si sarebbe dovuto dunque attendere, una tale premessa non sopì affatto i dubbi e le perplessità che erano cresciute nell’animo di Khôrazid, ed egli avvertì con forza come tale aura non avesse origine dalle loro menti, bensì da un artifizio, fonte di potere: intensificò allora i suoi sforzi per comprendere donde provenisse quell’incantesimo e grande fu la sua sorpresa allorché, superando la vista dei mortali, si avvide che attorno all’anulare di ciascuno di loro vi era un sottile cerchietto di metallo dorato, forse un anello o un monile simile, del quale, inizialmente aveva ignorato l’esistenza. Stremato dallo sforzo che ben pochi, finanche tra i Fedeli, avrebbero osato condurre, Khôrazid ebbe la mente sconvolta da terrificanti immagini e, dopo essersi appoggiato ad una parete dell’oscura caverna, fu costretto a chinare il capo e a premersi una mano contro il petto, tanto forte era divenuto in lui il dolore. Echi remoti di leggende ascoltate avidamente durante la sua infanzia affiorarono nella memoria del principe ed egli, come lo era stato prima di lui l’ammiraglio Ëargon, ebbe l’impressione che tali fantasmi del subconscio si agitassero ora dinanzi ai suoi febbricitanti occhi; Khôrazid, tuttavia, era più erudito del suo giovane compagno e, a dispetto dell’età, aveva ancora un forte ricordo di ciò che era avvenuto nella sua giovinezza, sicché rifletté freneticamente, finché la sua attenzione non fu attirata dal ricordo di una storia che sua nonna, duchessa di Armenelos, era solita raccontare nelle gelide e cupe notti di Inverno per indurlo a più miti consigli allorché l’ira giovanile si impadroniva del suo animo. La leggenda – o quella che sino a quel momento aveva creduto fosse solo tale – narrava di tre grandi Signori Numenoreani, i quali erano stati corrotti dalla nequizia di Sauron ed erano divenuti legati al suo fato mediante gli Anelli che Celebrimbor ed Annatar avevano forgiato molti secoli prima. Naturalmente, Khôrazid non era l’unico ad essere venuto a conoscenza di una simile diceria, ché, se fossero stati interrogati, molti dei Signori e delle Dame presenti nella sala avrebbero assentito con il capo, mostrando di possedere conoscenza di tale storia: eppure, egli fu l’unico, in quel frangente, a riflettervi, ché, sebbene gli pareva impossibile che Pharazôn avesse osato intraprendere simili rapporti di alleanza con i Signori di Mordor, pure vi erano diversi indizi che lo inducevano a credere vera questa terribili ipotesi. L’anziano ammiraglio di Numenor non avrebbe mai accettato che l’ombra di Sauron si estendesse sulla sua isola, né tollerava che i suoi servi si interessassero a questioni dinanzi alle quali avrebbero dovuto rimanere del tutto estranei: al contrario, egli ambiva annientare il reame oscuro che si estendeva al di là degli Ephel Duath, affinché la Terra di Mezzo fosse conquistata alle armate dei Numenoreani e costoro fossero proclamati i Signori di Endor; il solo pensiero che i suoi guerrieri avrebbero dovuto dividere l’alloggio e il rancio con gli orchi e gli altri spaventosi abomini che l’Oscuro Sire aveva creato durante gli anni del suo dominio gli raggelava il sangue nelle vene.

Er-Murazôr, il Signore dei Nazgûl, aveva assistito imperterrito alla presentazione che l’aspirante sovrano di Numenor aveva fatto della sua persona, né, apparentemente, aveva mostrato attenzione a quanto accadeva intorno a sé: in realtà, tuttavia, non vi erano parole o pensieri che gli risultassero sconosciuti in quella sala ed egli era pur sempre vigile sulle emozioni degli uomini: tosto, infatti, aveva appreso la brama di Ëargon nei confronti di Adûnaphel, né gli era sconosciuta la lussuria che nell’animo del suo Nazgûl si era fatta strada e che gli avrebbe procurato un ignaro alleato, dal momento che, similmente a Khôrazid, Ëargon mai avrebbe accettato consapevolmente un’alleanza con Mordor, se questa gli si fosse stata offerta per vie diverse da quelle delle morbide lenzuola e delle fragranti resine dell’Oriente che aleggiavano nel talamo della Spadaccina. Gioì nel profondo del suo nero cuore il Signore degli Spettri allorché fu conscio di quanto accadeva nella sala, né tenne in gran conto gli inutili e, a suo dire patetici, tentativi da parte del giovane Ammiraglio di sondare la sua mente. “Sciocco! – la voce calma e glaciale di Er-Murazôr risuonò bassa – Crede davvero di avere forza a sufficienza per indagare nei miei affari? Tra codesti gretti uomini non ve n’è uno che temerei, fossero anche essi in numero maggiore e armati delle lame che gli Eldar forgiarono nei giorni remoti”; eppure, il Principe Nero aveva parlato con imprudenza e troppo presto aveva emesso il suo sprezzante verdetto: dapprima lieve, infine sempre più forte, avvertì, infatti, la presenza di un incantesimo che nelle profondità delle tenebre qualcuno aveva osato scagliare contro la sua persona. Er-Murazôr sorrise compiaciuto, ché tosto ebbe individuato colui che si era macchiato di un crimine così grave: Khamûl, lo Scudiero di Sauron, avrebbe forse condannato l’impudente ad essere decapitato all’istante; Dwar, il Terzo, avrebbe, invece, preferito gettarlo in pasto ai suoi cani, perennemente affamati; Indûr l’avrebbe condotto nell’arena del suo palazzo, ove lo sfortunato sarebbe stato costretto a lottare a mani nude contro le feroci bestie dell’estremo Harad; Akhôrahil, al contrario, l’avrebbe attaccato a sua volta con un incantesimo e con ogni probabilità, avrebbe finito con il distruggerlo, ché il Re Stregone conosceva bene l’abilità magica del suo sottoposto; Hoarmurath l’avrebbe trucidato con le stesse mani, né abbisognava di altro strumento per portare a termine l’esecuzione; Adûnaphel, vittima di quella che il suo Signore giudicava senza dubbio essere una perversa forma di cavalleria, l’avrebbe sfidato a duello, finendo con l’abbatterlo senza alcuna esitazione; Ren, folle quanto visionario, non avrebbe escogitato soluzione migliore se non quella di condurlo sulla sommità della Voragine Infuocata a Barad-Dûr, lasciando che la vittima bruciasse al suo interno; mai nessuno tra gli Úlairi, tuttavia, sarebbe stato crudele quanto Ûvatha, né il Capitano Nero lo ignorava, ché sapeva bene essere il Re del Khand esperto nell’arte della tortura e della mutilazione. Quanto a lui, non avrebbe fatto nulla: indagasse pure, il piccolo uomo, ché scoprisse le loro reali identità e fosse atterrito, terrorizzato o semplicemente disgustato da quanto aveva appreso! Er-Murazôr era il Signore dei Nazgûl per un motivo ben preciso: aveva la conoscenza più profonda tra tutti i servi di Mordor della magia nera e questa l’aveva di gran lunga favorito nel corso della sua carriera fra i Numenoreani che servivano Sauron; era, altresì, il più prossimo all’Oscuro Maia in persona e, in qualità di suo allievo, conosceva più di ogni altro, finanche dei demoni che erano stati creati al principio del mondo, gli inganni ed i sortilegi che avevano reso Sauron il Principe dell’Oscurità dopo la sconfitta di Morgoth; queste e molte altre conoscenze egli aveva appreso, eppure non erano state queste qualità, indubbiamente molto utili, ad aver decretato la sua nomina a Signore delle Armate di Mordor, secondo per possanza solo al Maia decaduto. Invero, il Principe Nero era dotato di una freddezza che nessuno fra i suoi sottoposti poteva vantare di possedere: questa, unita alla sua malvagità, l’aveva reso esperto nel trattare i suoi servi e gli avversari, schiacciando ogni loro pretesa, inganno o adulazione alcuna. Khôrazid poteva anche ottenere una piccola vittoria, scoprendo quali poteri si celassero sotto le sue spoglie mortali e quelle dei suoi sottoposti; mai, tuttavia, il suo parere sarebbe stato accolto o preso in considerazione dagli altri camerati del suo partito[2], ché la rete di spie al servizio del servo di Mordor, gli aveva riferito quanto il vecchio ammiraglio ed il suo seguito fossero stati relegati in una posizione di marginalità, e che se i suoi alleati continuavano ad annoverarlo fra loro avveniva solo a causa delle enormi ricchezze che aveva accumulato nel corso della sua lunga esistenza e che, essendo egli stato privato del suo erede quando era ancora in tenera età, nessuno sapeva a chi sarebbero state lasciate in eredità.

Ântenora, resasi conto che il respiro del marito le giungeva affaticato e pesante, così lo rimproverò, ignorando quale fosse il reale motivo del suo disagio: “Cosa’hai ancora, dunque? Fremi a tal punto per la carne di quella giovane donna da non saper arrestare il tuo sconcio desiderio? Hai avuto numerosi amanti, molte delle quali potrebbero essere considerate tue figlie o nipoti, così come io ho trovato spesso fra i giovani guerrieri del tuo seguito il soddisfacimento alla mia lussuria; tuttavia, mai ho tollerato che simili atti venissero compiuti dinanzi al mio sguardo, ché dimostreresti possedere mancanza di stima nei confronti di colei la quale ora ti rivolge questo appunto.”
Pallido in volto, Khôrazid la ignorò, né ella ebbe la possibilità di insistere nell’attacco nei suoi confronti, ché Pharazôn levò nuovamente in alto il suo braccio destro e parlò: “Camerati, vi ho qui convocati perché una grave minaccia allunga oggi la sua ombra su di noi. Per secoli, il dominio di queste contrade è stato prerogative di uomini e di donne valorosi che hanno sempre ritenuto essere l’arte del governo propria di coloro che detengono titolo nobiliari, gli unici che permangono dopo la morte di un individuo e che, perciò, assicurano al suo animo gloria eterna.” Si interruppe un attimo, quasi pregustando l’effetto di sorpresa e sgomento che la sua prossima rivelazione avrebbe provocato nel suo uditorio: “Fino ad oggi, dunque, tutti i Numenoreani hanno accettato questa legge di natura, la quale, proprio perché ha nella Terra, nel Mare e nel Cielo i suoi padri fondatori, è stata rispettata come giusta e necessaria: accadde, infatti, che i nostri padri accettassero su di loro, in virtù di quanto ho testé ricordato, l’onere che proviene agli uomini d’onore allorché si trovano a giudicare i loro simili; inizialmente, forse, tale onore parve troppo grande perché coloro che erano del sangue di Elros Tar-Minyatur lo accettassero, eppure fu proprio in nome di tale diritto inalienabile che il nostro regno poté reggersi per tremila anni. Ho appreso di recente, tuttavia, che il Consiglio dello Scettro ha deliberato diversamente.”
Udendo queste parole, Dôkhôr, che era stato fra i più atterriti dall’apparizione dei due Nazgûl, si levò dallo scranno e sostenuto dalle grida di approvazione dei suoi, così parlò: “Camerati, attendevate forse un segnale che fosse abbastanza forte prima di decidervi a rispondere alle ingiurie che in questi anni abbiamo dovuto sopportare con sempre maggior insofferenza? Bene, ora esso è stato lanciato. Cosa rispondono, adesso, coloro che invitavano alla prudenza, perché temevano di non avere un sufficiente numero di guerrieri per sconfiggere in campo aperto i nostri avversari?”
Era ovvio che il bersaglio delle pesanti critiche del campione dell’ala più oltranzista del partito, fosse il principe Khôrazid, il quale, tuttavia, nonostante lo sforzo precedente l’avesse molto indebolito, non esitò a rispondere alle accuse che gli venivano mosse: “Dôkhôr, sei un vile ed un traditore del Regno. Quando ti accusarono dei crimini di cui tu stesso hai dichiarato essere il responsabile, fuggisti e per molti anni lasciasti che le sorti del Partito fossero rette da uomini ben più valorosi di te, al punto tale da rischiare tutto – e qui il suo viso si contrasse in una smorfia dolorosa, al ricordo del figlio morto in battaglia contro i Fedeli – pur di non arretrare. Ci accusi, forse, di avere atteso troppo? Quale ironia, se chi pronuncia queste parole ha preferito per ben cinquant’anni – e qui il mormorio di disappunto dei seguaci dell’anziano Ammiraglio crebbe – errare lontano nei deserti e nelle steppe della Terra di Mezzo”.
“Ho una sentenza di morte sul mio capo, vecchio – lo aggredì Dôkhôr – Avresti forse preferito che avessi fatto ritorno a Numenor tempo fa, per gongolare come corvo feroce sul mio cadavere decollato, non è vero? Ebbene, sono profondamente lieto di sapere che ogni tua aspettativa in tal senso sia andata delusa.”
“Tu hai già ottenuto la tua sentenza di morte. Noi ne attendiamo una ogni giorno che passa” rispose Khôrazid, cercando inutilmente di portare dalla sua, in questo modo, l’uditorio; false e retoriche, infatti, risuonarono alle orecchie dei più giovani le parole che l’Ammiraglio aveva pronunziato, sia pur con fermo orgoglio e dignità, ché essi erano in quella età in cui l’attesa è spesso vista come una sconfitta, sicché presero ad urlare con veemenza il nome del suo avversario: “Vogliamo Dôkhôr come nostro Signore! Avanti, principe, conducici alla vittoria!”

Inaspettatamente, corse in aiuto della fazione moderata, la quale era in palese difficoltà, Akhôrahil, il quale, dopo aver soffiato nel suo corno per riportare l’uditorio alla calma, così parlò: “Voi, spergiuri e traditori, voi che invocate sì impunemente il nome di Dôkhôr, siete a conoscenza di quanto quest’uomo sia stato in grado di fare durante il suo forzato esilio nelle terre orientali?”
Ëargon, che pure non era fra i più accesi sostenitori del Numenoreano oltranzista, così replicò: “Quali che siano le sue colpe ed i suoi tradimenti, sempre meglio essere comandati da uno spirito che arde al solo pensiero di contrarre battaglia, che essere costretti ad attendere, supini ed ignari, che la Sorte finalmente ci arrida.”
“Ho forse detto che dovremmo attendere senza provocare danno alcuno ai nostri nemici?” rispose irato in volto Akhôrahil. “No – riprese a parlare dopo una breve pausa – ché se così ci comportassimo, una grave sventura cadrebbe su tutti noi e non avremmo più alcuna possibilità per trionfare sull’indegna regina e su i suoi Paladini. Al contrario, ciò di cui abbisogniamo in un momento così grave è una guida forte ed esperta, che non abbia tema di accollare su di sé ogni responsabilità legata a questa impresa.”
“A quale impresa ti riferisci? – lo interruppe Ëargon, il quale iniziava a comprendere cosa sarebbe accaduto – Ti riferisci forse alla sconfitta della regina e dei suoi servi?”
“È possibile – replicò Akhôrahil, fingendo per il momento un certo distacco per una simile soluzione, ché gli premeva ancora avere l’appoggio della fazione più moderata per i suoi fini, che presto sarebbero stati resi palesi – per il momento, tuttavia, lasciamo che sire Pharazôn completi il suo racconto.”
Con un magnanimo gesto, il figlio di Gimilkhâd ringraziò il suo mentore per aver sedato gli animi in un momento piuttosto critico e proseguì nella sua narrazione: “Non più tardi di quattro giorni fa, il Consiglio dello Scettro ha deliberato su una proposta che, se fosse avvalorata dal Senato, ove mi auguro che la vostra reazione sia ben più forte di quanto non lo sia stata ultimamente – e qui il sui sguardo cadde ironico sui suoi camerati più anziani, i quali avevano rifiutato di partecipare alle ultime riunioni di tale organo, adducendo sovente scuse poco plausibili – muterebbe i drasticamente i destini di ciascuno di noi.” Attese ancora per qualche istante, rallegrandosi in cuor suo per l’effetto devastante che avrebbe avuto la sua rivelazione, infine la sua voce, che sino a quel momento era stata rapida ed appassionata, divenne improvvisamente calma e fredda: “Il Consiglio dello Scettro, su proposta di Ërfea e di Brethil, ha espresso parere favorevole sull’eliminazione delle immunità nobiliari, estendendo le condanne verso i membri dell’aristocrazia anche per crimini commessi in tempi di pace, ovvero ove non sia stato proclamato lo stato di guerra ed il potere non sia stato assunto dai Tre Grandi Ammiragli di Numenor.”
Dinanzi a questa rivelazione, un pesante silenzio scese fra l’uditorio, rotto solo dalla voce, ormai ridotta ad un isterico grido, di Dôkhôr: “È inaudito! È inaudito!”
Pharazôn proseguì: “Purtroppo, le cattive novelle non si arrestano qui. Una seconda proposta frutto del perverso e rivoluzionario ingegno di due fra i Grandi Ammiragli del nostro Regno, chiede l’abolizione dei tribunali separati e, al loro posto, la creazione di un unico ente giudiziario che possa esaminare tutti i sudditi del Regno a prescindere dal lignaggio cui appartengano.”
Il panico, che sino a quel momento era stato trattenuto dalla cappa del greve silenzio scesa dal momento in cui si era venuti a conoscenza della prima parte del discorso di Pharazôn, non fu più possibile trattenerlo ed esplose: si videro così numerosi Signori levarsi improvvisamente dagli scranni all’unisono, quasi che avessero obbedito ad un ordine sussurrato alle loro orecchie da un essere invisibile, e rimproverarsi l’un l’altro di non aver saputo fermare la follia dei Fedeli; alcuni, i più sospettosi, crederono che Pharazôn fosse stato corrotto dai Fedeli con l’oro del quale era stato sempre avido per recare fra di loro false notizie al solo scopo di indebolirne la resistenza; altri, i più forti e allo stesso tempo i più disperati, cercarono di guadagnare l’accesso all’uscita dalla grotta, ove erano stati costretti ad abbandonare le proprie armi, con la speranza di difendere per mezzo di esse la propria vita e guadagnare così l’accesso alle navi che conducevano alla Terra di Mezzo, dove credevano di poter continuare a svolgere, indisturbati, i propri affari. Non tutti, però, tentavano di riappropriarsi delle proprie lame per ottenere la salvezza, ché vi furono alcuni i quali pensarono bene di risolvere nel sangue quante, fra le contese che erano sorte fra di loro negli ultimi tempi, non avevano ancora trovato soluzione: sarebbero stati uccisi per mano dei Dunedain, tuttavia, prima di lasciare il mondo, avrebbero almeno ottenuto la soddisfazione di eliminare i propri nemici! Accadde così che Dôkhôr cercasse inutilmente di venire a contatto con Khôrazid e che questi tentasse di fare lo stesso con lui. Una grande folla di uomini e donne, dunque, si riversò dinanzi alle porte della sala e avrebbe senza alcun dubbio guadagnato la salvezza se in quel momento non fossero accaduti due eventi che turbarono i loro animi più di quanto non erano riusciti a fare le perigliose notizie poc’anzi apprese: Er-Murazôr, il quale sino a quel momento aveva atteso nell’ombra, si destò dalla profonda meditazione nella quale era immerso e con una prodigiosa rapidità fu accanto all’ingresso, ove si erse in tutta la sua impressionante altezza. L’oscurità crebbe: esitanti, molti dei Numenoreani arretrarono, ché avvertivano una mortifera collera montare nella greve aria della sala e non osavano avanzare di un solo passo; Dôkhôr, allora, il quale si era avveduto con insospettabile prontezza che quello non era l’unico uscio per guadagnare il Mare e quindi la salvezza, corse rapido verso una seconda porta, seguito in questo da molti dei suoi guerrieri: ad attenderlo, tuttavia, era Ëargon, il quale così l’ammonì: “Non abbandonerai questa sala! Già una volta tradisti per interesse i tuoi camerati ed essi esigono giustizia! Non avrei remora alcuna a trafiggerti e a portare la tua testa alla Regina, ché ella mi ricompenserebbe come era solita fare con mio padre, né io avrei alcunché da temere dalle nuove leggi, ché esse puniscono solo i criminali ed io non lo sono.”
Dôkhôr rise fragorosamente e gli si scagliò addosso furente, mentre il suo riso era distorto in una smorfia orribile da vedersi: “Fatti da parte, fanciullino! Hai da poco compiuto la maggiore età e pensi di avere più criterio di quanti ti sono superiori non solo per esperienza, ma anche per forza? Torna ai tuoi studi, nei quali sembra tu abbia raggiunto discreti risultati e lascia che gli Uomini si occupino delle attività che loro competono.” Urlato il suo grido da battaglia, egli si avventò allora sul giovane Ammiraglio, impugnando un pesante candelabro d’ottone a mo’ di mazza e l’avrebbe senza alcun dubbio ucciso se, lesta come lo era stato il suo Signore qualche istante prima, non apparve al fianco del figlio di Morlok Adûnaphel, denudando la propria lama dal nero fodero nel quale dormiva rimembrando i massacri trascorsi ed agognando quelli futuri. Dôkhôr, infastidito dalla sua intromissione, apostrofò il Nazgûl con beffarde parole: “Bella Signora, perché non fai ritorno al talamo dorato nel quale sei solita trascorrere mollemente le giornate, ascoltando le note di un’antica arpa? Vorresti forse sfidare il nerbo degli Uomini di Numenor senza pagarne l’amara conseguenza che ti deriverebbe dall’avere un sì insano coraggio? Oppure, dimmi, hai così a cuore le sorti di questo infante da osare sacrificarti in sua vece?” Rise fragorosamente, ma la sua espressione divertita si mutò ben presto in sorpresa ed in perplessità allorché si avvide che la fanciulla, con uno semplice sguardo e senza pronunziare parola alcuna, aveva convinto Ëargon ad offrirgli la lama; ignaro di quale sarebbe stato il suo fato, accettò il mortale dono che gli veniva presentato, non senza chiedersi il perché di un tale gesto: soli fra tutti, Er-Murazôr ed Akhôrahil compresero quanto era in procinto di accadere e sorrisero crudelmente, ché Adûnaphel si apprestava a duellare contro un nuovo avversario. Rapida, simile ad un fulmine che saetta lungi all’orizzonte tempestoso, la donna sguainò la sua lama, che brillò di un’intensa luce rossa, e coloro che gli furono attorno ne furono atterriti, ché non scorgevano alcunché nei suoi occhi e finanche la luce che prima emanava il suo sembiante sembrava essere scomparsa per lasciare posto ad una oscurità minacciosa: Dôkhôr, resosi infine conto di quanto era accaduto, si mise anch’egli in guardia, non prima di aver rivolto uno sguardo carico di tensione nei confronti di colei che aveva avuta l’ardire di sfidarlo; eppure, nel mentre faceva appello alla sua concentrazione per abbatterla con un solo colpo secco, la sua mente fu distratta da pensieri oscuri di dominio e di lussuria, sicché fu con gran fatica che ne allontanò i minacciosi echi, parendogli ormai difficile distinguere fra i fantasmi che danzavano attorno a lui ed i pensieri reali che sembravano essere tenuti soffocati nella sua mente. La più esperta Spadaccina della sua epoca e di molte di quelle che furono, Adûnaphel combatteva con la stessa grazia con la quale un’allodola canta all’alba per lodare il sole nascente; eppure, non era la luce che ella onorava con le sue movenze aggraziate, quanto le oscure tenebre di Mordor, delle quali era Schiava: nessun uomo era in grado di contrastarne i rapidi affondi ed essi non le avevano mai opposto una seria resistenza, fallendo miseramente nel tentativo di opporvisi. Abile a destreggiarsi sia con una sola lama, sia con due, il Settimo fra gli Spettri al servizio del Maia Corrotto, era solito intonare oscuri canti di potere mentre duellava, e la sua bassa voce, così in contrasto con il suo leggiadro sembiante, annichiliva le membra degli uomini e confondeva loro le menti: cantò, mentre Dôkhôr, mostrando un inconscio coraggio quale pochi fra i suoi camerati avrebbero avuto, tentava vanamente di attaccarla: intrecciò parole arcane, quali mai gli Uomini dovrebbero ascoltare e il feroce camerata, sebbene non fosse stato privato né dell’udito, né della vista, non riuscì più a distinguere alcunché e gli parve che la sua mente vagasse per ciechi corridoi, ove nessun suono poteva udirsi se non quello che il suo cuore emetteva, spronato dalla tensione e dalla paura. Resisté a lungo il Numenoreano, finché Adûnaphel, la quale aveva perso ogni interesse per quel duello e non voleva prolungarlo oltre, con un micidiale fendente, il più letale fra quanti le erano propri, tranciò di netto il torace e la spada del suo sfortunato avversario, il quale cadde morto senza neppure accorgersi che Mandos aveva reclamato la sua anima; cadde ed Adûnaphel aveva già riposto la sua spada nel fodero, suscitando l’ammirazione di quanti la circondavano, in particolar modo di Ëargon: non sapeva, l’ignaro, che un dì anch’egli sarebbe stato condannato a subire la medesima morte per mano di colei che ora l’aveva salvato dall’ira del suo avversario.
Per nulla affaticata dal duello, Adûnaphel voltò le spalle ai miseri moncherini del corpo di Dôkhôr e, dopo essersi leggermente inchinata ad Ëargon, ritornò a fianco di Pharazôn, il quale aveva assistito con grande partecipazione al duello, ché la morte del principale sostenitore della fazione oltranzista del suo partito lo privava di un nemico formidabile ed egli avvertiva più vicina la realizzazione del suo piano.

Note

[1] Le Terre dell’Aurora si estendevano al di là del Rhûn, in luoghi ove di rado i Numenoreani erano soliti recarvisi: in tale contesto, pertanto, il richiamo a tali contrade assume i contorni di una realtà mitica della quale nessuno dei presenti avrebbe saputo dare una definizione precisa e che aveva, al contrario, il compito di confondere le menti dell’uditorio.

[2] La scarsa influenza che l’Ammiraglio Khôrazid deteneva all’interno del Consiglio del Partito degli Uomini del Re e la fredda determinazione con la quale Er-Murazôr considerò la sua temeraria azione, non sono sufficienti, da sole, a spiegare le ragioni che sconsigliarono al Principe Nero di intervenire; al contrario, egli sarebbe incorso in un’ira feroce ed implacabile, se l’ammiraglio fosse venuto a conoscenza del suo vero nome e di quello dei suoi compagni. Presso i popoli della Terra di Mezzo, infatti, perché un incantesimo agisse correttamente su un individuo, era necessario che l’artefice fosse stato a conoscenza del nome segreto della sua vittima e venirne in possesso richiedeva giorni, a volte mesi, di profonda meditazione, non potendosi esaurire nel corso di pochi istanti fugaci. Khôrazid, perciò, non aveva le possibilità materiali di compiere una simile magia, sia perché lo sforzo l’avrebbe senza alcun dubbio ucciso, sia perché non era nelle condizioni ottimali per poter conservare una meditazione così profonda per lungo tempo, la quale sarebbe stata percepita dai Nazgûl ed impedita con la forza. Il timore di poter essere assoggettati da chiunque fosse entrato in possesso del nome segreto, faceva in modo che pochi osassero servirsene apertamente e ancor meno confidarlo agli amici: l’odio che gli Spettri dell’Anello provavano nei confronti di Ërfea derivava proprio dal fatto che egli era riuscito ad appropriarsi di tali nomi e che potesse con questi, se non assoggettare i loro spiriti (perché per fare ciò avrebbe dovuto in primo luogo assoggettare Sauron in persona, del quale nessuno, neppure Mithrandir, fu mai in grado di apprendere il vero nome), quanto meno limitarne l’azione in battaglia; timore che, come dimostrarono gli eventi successivi all’esilio del Principe dello Hyarrostar da Numenor, si rivelò fondato.