L’Infame Giuramento_VI Parte (La scelta di Erfea)

Bentrovati. Continuo in questo articolo la narrazione del «Racconto del Marinaio e dell’Infame Giuramento», giunto ad un punto cruciale e drammatico: Armenelos, la capitale di Numenor, è caduta nelle mani dei seguaci di Pharazon, e ad Amandil e agli altri paladini si prospetta una difficile scelta, alla quale non potranno sottrarsi…
Buona lettura! Al termine del racconto troverete una spiegazione alla base degli eventi presentati in questo brano.

«Erfea tacque per un istante, rimembrando gli eventi di quegli anni perigliosi; allora Elrond parlò e gli pose un simile quesito: “Amico mio, tale fu il processo che la regina parve appagata dal suo esito; nel tuo sguardo, tuttavia, vi è solo silenzio. Ho forse torto a ritenere che non fosse tale il tuo parere in quell’occasione e che ritenesti, ancora una volta, ingiusta la sua sentenza?”
Il principe di Numenor osservò il Signore di Imladris e sorrise: “Nessun pensiero può essere tenuto nascosta dinanzi al figlio di Earendil, ché, ancora una volta, lungimirante si è mostrata la sua mente; mai ho ritenuto che un semplice ladro avrebbe avuto interesse a macchiarsi di un crimine tanto orrendo quanto quello che fu commesso: la sovrana, tuttavia, fu insensibile alle mie esortazioni alla cautela e alla prudenza ed io non potetti fornirle nessun nome che potesse placare la sua sete di vendetta; solo al termine di numerose vicissitudini scoprii chi avesse ucciso Morlok, ma la verità era stata compresa troppo tardi per arrestare il corso degli eventi così come si era configurato.
Al termine dell’estate, giunse a Tharbad un’armata proveniente da Sud e recante le insegne nere e dorate di Pharazon; lo scontro fu crudele, ma breve, ed essa fu tosto messa in rotta e fuggì ad oriente; ai comandanti che esultavano per la vittoria raggiunta, così però ribattei: “Questa vittoria esigerà un tributo di sangue superiore a quello di molte battaglie perdute nell’antichità”.
Amandil, che mai si era spinto così lontano nel Meridione e conosceva poco o punto i popoli chi ivi avevano preso dimora, così ribatté: “Perché affermi questo? Checché codesti guerrieri non appartengano alla nostra stirpe, sono pur seguaci di Pharazon”.
Brethil, tuttavia, avendo compreso il mio pensiero, parlò a sua volta: “Dove è dunque Pharazon? Si nasconde forse ove le nostre spie non riescono a scorgerlo? Egli è informato sul movimento delle nostre truppe; perché non è giunto qui, dunque, onde spezzare il nerbo dei Paladini di Elenna?”
Allora Amandil comprese quali timori si celassero dietro i nostri interrogativi senza risposta e riunì un nuovo consiglio nella sua tenda; gli altri comandanti, che nulla avevano sentito dei nostri colloqui, attendevano novelle di buono auspicio, ma le loro aspettative, come dimostrarono gli eventi successivi, andarono presto deluse.
Si parlò a lungo della vittoria e molti crederono che il Capitano dei Numenoreani Neri attendesse a sud delle sorgenti dell’Isen, nel medesimo luogo ove discorriamo adesso, forse credendo in tal modo di celarsi ai nostri sguardi indagatori; altri, invece, temettero che egli fosse in cammino e che sarebbe giunto presto ai nostri accampamenti: “È noto, infatti – sostenevano costoro – che i governanti di Umbar sono soliti mandare avanti le loro avanguardie prima di contrarre battaglia ed esse sono sovente costituite da Haradrim ed altri mercenari arruolati nell’estremo sud”.
Qualunque fosse il pensiero di Amandil in quell’ora, egli non lo volle rivelare ad altri che non fosse il figlio; lo sguardo di costui, tuttavia, mostrava infinita pena, come se temesse di ascoltare una condanna pronunciata da lungi ma non ancora udita; quanto a me, credevo che Pharazon, lungi dal percorrere la strada che conduceva a nord, attendesse nella sua fortezza di Umbar, lì ove il suo potere era maggiore, nell’attesa che fosse pronto per l’assalto finale.

Lungi dall’aver raggiunto un accordo su tale questione, giunse trafelato un messaggero recante il vessillo di Numenor; stremato, si inchinò ai piedi di Amandil e pronunciò parole che mai più oblierò nel corso della mia vita: “Sire, Armenelos è caduta; i seguaci di Pharazon hanno levato il loro stendardo sul palazzo reale e si stanno abbandonando a vendette e a soprusi sulle donne; la regina è tenuta prigioniera nella sua dimora e nulla sappiamo della sorte di coloro che sono con lei”.
Mille voci si levarono nel medesimo istante e presero a parlare in maniera confusa; a fatica Elendil raggiunse l’araldo, domandando chi gli avesse dato l’ordine di raggiungere Endor e questa fu la risposta che ricevette: “Mio signore, l’ordine giunge direttamente dalla sovrana; ella desidera che la guerra cessi e che i suoi comandanti facciano appello alla lealtà verso la casa reale, di cui anche Pharazon è discendente, per imporre la loro volontà sui soldati e condurli a Numenor disarmati”.
Il viso di Elendil esprimeva un’angoscia indicibile a narrarsi: «Cos’è accaduto ai miei figli? Quali notizie hai su di loro?”; tuttavia il messaggero, affranto, così rispose: “Nessuna nuova ho di loro dacché ho abbandonato i lidi di Numenor.”
“Deve essere stato invero un momento di grande sconforto per tutti voi – interloquì allora Groin – ché il nemico era giunto ove mai avrebbe potuto dirigersi se la fiducia di Tar-Miriel fosse stata maggiore nei confronti di quanti tutelavano il suo reame.”
Invero, Groin, nessun racconto potrebbe testimoniare lo sgomento che si impadronì del Consiglio dello Scettro in quel momento; fu allora, tuttavia, che Amandil mostrò grande saggezza e si guadagnò molta stima presso i principi del Regno: egli, infatti, pose all’araldo la medesima scelta che avrebbe domandato a ciascuno di noi. “Araldo di Numenor, non è più tempo di indugi; quale lealtà osserverai? Quella dei nuovi signori assurti dalle Tenebre e dall’inganno o quella dei Paladini di Elenna? Scegli dunque!”
L’araldo osservò il volto del Sovrintendente di Numenor e sul suo viso si lesse coraggio e determinazione; egli allora si inginocchiò e, sguainata la sua lama, ne offrì l’elsa al figlio di Numendil, giurando di servire la causa di Elenna. Commossi da tale gesto, molti fra noi pronunciarono le medesime parole ed il suono di molte spade sguainate riecheggiò nella fresca ora del vespro; Amandil, tuttavia, mostrando grande umiltà, si schernì innanzi a loro e dichiarò che se vi era un uomo che meritava tali omaggi, quello era il figlio di Gilnar. Stupefatto, lo osservai mentre si genufletteva innanzi a me e chiedeva perdono per non aver accolto in precedenza i miei pareri presso di sé e aver ignorato a lungo la minaccia di Pharazon e la follia di Tar-Miriel, senza opporre ad esse valida resistenza; io però non avrei gradito che la designazione giungesse per altro mezzo che non fosse la scelta del popolo; e, poiché i soldati del regno attendevano trepidanti un verdetto, dichiarai che avrei accettato tale investitura solo se essi si fossero dichiarati in tal senso.
“Una strana scelta, la tua, Dunadan – osservò Glorfindel mirando il sembiante di Erfea rischiarato dalla pallida luna – ché, se avessi invero trionfato, avresti riportato l’ordine a Numenor ed il destino del Mondo sarebbe stato forse mutato”.
Erfea ristette per lunghi attimi in silenzio, infine gli rispose in questi termini: “Vi erano diversi motivi per i quali caldeggiavo una simile soluzione; da un lato, infatti, la mia stirpe era prossima alla scomparsa ed io ero privo di discendenti, sicché, se anche avessi ottenuto il trono di Numenor, pure sarebbero sorte altre contestazioni alla mia morte e non desideravo che la mia patria piombasse nel disordine di un’altra guerra civile; dall’altro, era forte in me l’amore per la casa di Andunie ed essi erano i parenti più prossimi al sovrano; se vi era dunque una che avrebbe meritato un simile onore quella era senza dubbio la casata di Amandil e dei suoi discendenti. Mi appellai al popolo perché conoscevo quanto fosse forte la sua stima e la sua lealtà nei confronti della stirpe di Numendil ed esso avrebbe condiviso la mia scelta; inoltre, se anche quanto avevo sperato non si fosse realizzato, avrei desiderato che coloro i quali avevano sostenuto la lealtà a Numenor a costo della loro vita potessero scegliere un sovrano che paresse loro il migliore.
“Eppure, figlio di Gilnar, riconoscerai tu stesso che superiori ad Amandil erano la tua esperienza ed il tuo coraggio e la tua sapienza non era inferiore alla tua forza – interloquì allora Aldor Roc-Thalion – Perché, quando giunse l’ora, rifiutasti dunque tale incarico?”
Principe degli Eothraim, il tuo giudizio è lungi dall’essere nel vero, ché Amandil era un Uomo quale la nostra gente abbisognava in quel momento di grave sconforto; quanto a me – concluse ridendo – ho sempre privilegiato il ruolo del consigliere rispetto a quello del sovrano!”
“Erfea, hai dunque narrato della volontà di Amandil di conferire a te la maestà dei Sovrani di Elenna e di quanto la tua scelta fosse stata di appellarti al popolo; quali erano, tuttavia, i pareri degli altri nobili del regno su tale designazione?” domandò allora Bòr.

Il principe di Numenor rifletté per qualche istante, quasi che la sua mente stesse andando a quei giorni ormai lontani nello spazio e nel tempo; infine così rispose: “Brethil condivideva la medesima scelta di Amandil e mi esortava ad accettare un simile incarico; i suoi soldati, grati per i servigi che avevo reso alla casata del loro capitano, sostenevano la volontà del Principe del Mittalmar ed intonavano canti allorché mi scorgevano; quanti erano, invece, della casa di Morlok e non erano venuti meno alla lealtà nei confronti di Elenna, scelsero la stirpe di Andunie; nulla di certo potevo affermare riguardo i vassalli di Tar-Miriel, ed anzi temevo che essi sarebbero venuti meno alla parola data, preferendo non levare le armi contro i commilitoni che avrebbero scelto di difendere la regina, a costo di essere considerati traditori.
Allorché, dunque, si delegò al popolo la scelta su chi avrebbe ottenuto la maestà sui Numenoreani, un grave problema si pose dinanzi ai nostri occhi; vi erano più di cinquantamila soldati che attendevano ed essi, pur mostrandosi entusiasti di prendere parte ad una simile scelta, levarono al cielo un gran numero di opinioni discordanti, sicché nessuno parve comprendere alcunché di quanto accadeva; fu allora che Elkano, che un tempo era stato mio scudiero ed in seguito era assurto alla carica di capitano della cavalleria di Numenor, elaborò un’idea che consentì ai soldati di esprimere la propria volontà in tempi minori a quelli che avevamo previsto, impedendo che la confusione regnasse sovrana.

Vi erano, all’epoca, numerosi orci vuoti, che i servi accumulavano dinanzi alle porte dell’accampamento, non essendoci di alcuna utilità; Elkano ordinò che essi fossero trasportati all’interno del grande piazzale e frantumati; infine, pregò di distribuire ai soldati, incuriositi da tali gesti, i cocci costì ricavati e mostrò loro come usarli. Estratto il lungo pugnale dal fodero, Elkano tracciò sul coccio che aveva disteso sul palmo della mano sinistra due rune Anghertas, una “A” ed una “E”: i soldati avrebbero dovuto incidere la creta con l’iniziale del comandante che avevano scelto; in questo modo, dunque, nel volgere di poche ore, tutti i soldati espressero la loro volontà.
Non solo i figli di Numenor, ma anche i nostri alleati del Nord e del Sud si prodigarono per esprimere la loro preferenza, ché essi avevano a cuore le sorti dei loro signori e, pur non reputando Elenna la loro patria, soffrivano molto per la stato di guerra continua che affliggeva le loro contrade e desideravano che la maestà dei Signori degli Edain andasse ad un capitano di alto valore e provato coraggio; al termine della notte, infine, risultò essere vincitore Amandil e tutti i comandanti fedeli a Numenor giurarono che l’avrebbero seguito ovunque egli si fosse diretto».

P.S. Questo racconto nasce da un episodio storico che mi impressionò particolarmente e del quale, tra pochi giorni, ricorre l’anniversario: il giorno 13 settembre 1943, a Cefalonia, un’isola greca allora occupata dall’esercito regio italiano, si sarebbe svolto, secondo alcune fonti, una sorta di referendum tra le truppe italiane per sondare la loro disponibilità o meno a combattere l’esercito tedesco che richiedeva la loro resa. All’ispirazione fornitami da questo episodio, inoltre, ho unito il ricordo di una pratica adottata nell’Atene democratica, vale a dire l’ostracismo: essa veniva adoperata per sancire l’esilio di uomini politici ritenuti pericolosi per la sopravvivenza dell’istituzione democratica. Ciascun cittadino ateniese poteva esprimere il proprio voto, incidendo il nome del cittadino da ostracizzare su un coccio di vaso di terracotta, chiamato in greco, per l’appunto, ostrakon.