L’Infame Giuramento_VII Parte (Il coraggio dei Paladini)

Bentrovati! In questo articolo proseguo la storia del colpo di Stato di Pharazon che portò alla fine del regno di Miriel: nel brano che vi apprestate a leggere c’è un «racconto nel racconto», narrato da Erfea ai suoi compagni. Si tratta, a mio parere, di uno dei più commoventi passaggi del «Ciclo del Marinaio», ispirato all’eccidio dei Fratelli Cervi nel 1943: spero possa piacervi leggerlo, così come a me è piaciuto scriverlo.

Buona lettura!

«Il figlio di Numendil diede ordini affinché l’intero esercito si mettesse in marcia alla volta del porto alle foci del Gwathlò; non vi erano, tuttavia, navi a sufficienza per tale scopo, sicché il Signore di Andunie pregò i nostri alleati di difendere le contrade che erano loro familiari, piuttosto che una terra quale mai avevano mirato; essi, seppur riluttanti, prostrarono il capo, dichiarando, tuttavia, che mai avrebbero abbandonato la causa degli Uomini del Mare e che, piuttosto, si sarebbero nascosti tra i monti e le selve, continuando la guerra con gli scarsi mezzi a loro disposizione, nell’attesa che i Numenoreani facessero nuovamente vela alla Terra di Mezzo, ché, come ebbe a dire uno di loro, appartenente al popolo di Haleth, non sarebbero trascorsi molti anni che tale evento si sarebbe verificato.

Pur non sapendo a cosa alludessero queste parole, Amandil ebbe parole di elogio per codesti soldati e pregò loro di condurre quanti erano della medesima schiatta nei forti e nelle cittadelle dei Fedeli, affinché ricevessero adeguata protezione; in tal modo, dunque, si accrebbe l’amicizia tra le stirpi dei popoli mortali della Terra di Mezzo ed i Numenoreani ed i primi presero a popolare le contrade che sarebbero in seguito appartenute ai regni di Gondor e Arnor: dopo alcune settimane di viaggio, giungemmo al Grande Mare e ivi c’imbarcammo alla volta di Elenna.

“Erfea, poca o punta conoscenza ho delle arti marinare, eppure, ben m’avvedo quanto la vostra fosse una piccola, seppur valorosa schiera, se paragonata alle imponenti armate che servivano la causa di Pharazon; non temevate, dunque, che la vostra flotta sarebbe caduta vittima di un agguato teso dalle navi di uno fra i capitani dei Neri?” domandò allora Aldor Roc-Thalion, e sul suo viso era impresso il dubbio.

“Signore degli Eothraim, quanto tu dici non è lungi dall’essere vero, ché Amandil temeva sovra ogni altro pericolo che una simile eventualità potesse realizzarsi; allora Elendil, anch’egli un grande capitano di mare, suggerì al padre una manovra diversiva, che avrebbe tratto in inganno i nostri nemici; il loro capitano, infatti, attendeva un attracco delle schiere dei Fedeli al porto di Romenna, credendo – non a torto – che codesta sarebbe stata la strada più breve per giungere ad Armenelos; la nostra flotta, invece, fu divisa e le navi giunsero ai porti della mia contrada, che Pharazon reputava troppo piccoli per accogliere una flotta come era la nostra prima che fosse scissa.

Vi erano solo due porti nello Hyarrostar; il più grande, situato a nord est, aveva nome Laure Londe; il secondo, Lond Rhynin, si trovava invece a sud est; dopo alcuni giorni, dunque, secondo i piani previsti, le nostre schiere presero contatto con gli araldi della mia casata ed esse percorsero il cammino che conduceva a Minas Laure, ove mio padre ancora resisteva ai Numenoreani Neri; le schiere di Pharazon, che mai si sarebbero attese che i rinforzi a Gilnar giungessero da sud, si diedero alla fuga non appena intravidero i nostri stendardi; per qualche tempo, allora, la pace regnò nella mia contrada ed io fui riunito alla mia famiglia.

Erfea interruppe il suo racconto, la mente ed il cuore immersi in antichi ricordi; affascinati, i suoi compagni gli si strinsero attorno, pregandolo di continuare la sua narrazione, ché molto erano ansiosi di ascoltarne il triste epilogo.

In quei giorni – proseguì allora il principe di Elenna – la guerra si estese anche alle città e alle fortezze dell’isola, sicché ogni Numenoreano vi prese parte; molte imprese furono compiute, le une nobili, le altre spregevoli, né vi è tempo per narrarle tutte; tuttavia, una mi preme ricordare quest’oggi, ché essa è fonte per me di indicibile commozione. C’era un Uomo, il cui nome era Arras, che aveva sette figli, i quali militavano nelle nostre file ed erano soldati valorosi e leali; una notte, essi caddero vittima di un agguato e furono condotti in catene al cospetto di uno dei Signori dei Neri; allorché furono innanzi a lui, egli intimò loro di confessare i nomi dei compagni onde catturarli tutti; essi, tuttavia, non rivelarono nulla, né dinanzi alle sue insistenti richieste, né dinanzi alle torture più bieche. Stupefatto dalla resistenza che i fratelli avevano mostrato, il Capitano di Pharazon propose loro di unirsi alle armate del suo generale, con la promessa che avrebbero ricevuto grandi benefici, senza più badare a quanti erano con i suoi nemici e dei quali desiderava ardentemente ottenere i nomi, ché, come ebbe a riferire ai suoi prigionieri: “Sette uomini come voi valgono più di mille soldati!”

Essi, tuttavia, rifiutarono la proposta del loro aguzzino e furono condotti al patibolo; giunti innanzi al boia, uno di loro, che le storie narrano fosse il minore per età, ma il maggiore per valore, pronunziò queste parole, accarezzando il suntuoso mantello di cui era coperto: “Sarebbe un peccato se la furia del mio carnefice ne oltraggiasse la superficie; orsù, fratelli miei, leviamoci i manti e lasciamo che le vedove e gli orfani possano riscaldarsi con questi; a noi, infatti, non saranno più necessari.” I fratelli, allora, udite le sue parole, all’unisono levarono in alto i manti ed essi, tanta era la forza con la quale erano stati scagliati verso il cielo, ricaddero al di fuori delle mura della prigione nella quale erano rinchiusi, nei vicoli ove sovente si adunavano coloro che la guerra aveva condotto alla miseria, svettando come orgogliosi vessilli della dignità e della libertà dell’uomo che nessuna morte è in grado di uccidere”.

Commossi, i Signori delle libere genti chinarono il capo, quasi avessero voluto tributare omaggio al coraggio dei figli minori di Iluvatar e più di uno fra loro non seppe trattenere le lacrime; infine, Erfea riprese a parlare ed essi lo ascoltarono.

Troppo presto, tuttavia, giunse il momento in cui non fummo più in grado di opporci alle schiere di Pharazon ed egli era prossimo ad ottenere la vittoria; grande, allora, fu la nostra sorpresa allorché ci avvedemmo che i Numenoreani Neri non solo si ritiravano nelle loro magioni, abbandonando l’assedio alle nostre fortezze, ma domandavano finanche un incontro con i signori della fazione avversa; allorché l’ambasciata dei Neri giunse alle nostre corti, incerti, ci domandammo l’un l’altro quale oscuro significato si celasse sotto le belle spoglie con le quali gli ambasciatori del nemico si erano presentati dinanzi ai nostri occhi.

Alcuni fra noi erano per prestare ascolto agli ambasciatori, seppur con la cautela del caso, ché molta incertezza era sul destino di Tar-Miriel ed essi forse l’avrebbero mostrata ai nostri occhi; altri, e fra questi erano anche mio padre e Isildur, il giovane figlio di Elendil, che infinito valore aveva mostrato durante la guerra civile, guadagnandosi tosto l’ammirazione dei comandanti più anziani, erano per non concedere loro alcuno incontro, perseguendo nella guerra intrapresa; infine, si giunse ad un compromesso e decidemmo di recarci armati nelle aule di Armenelos, pronti a difendere la libertà dello Stato ed in nostri vessilli qualora fossimo stati ignominiosamente attaccati; in tale occasione, non vi fu un solo signore di Elenna che non prese parte alla seduta del Senato, ciascuno secondo le proprie inclinazioni. Finanche mio padre e mia madre, che pure erano molto anziani, presero parte a tale consesso, l’uno recando seco le gloriose armi che un tempo aveva adoperato contro le schiere di Mordor e di Gimilkhad, la seconda un corto pugnale che nascose fra le pieghe del suo lungo abito».