L’Akallabeth: il monologo di Miriel (III Atto)

Care lettrici, cari lettori, vi presento il terzo atto della tragedia intitolata «La Caduta»: a questo link L’Akallabeth: la corruzione di Pharazon (II Atto) potrete trovare la prima parte e la spiegazione della genesi di questa opera. In questo articolo, invece, cercherò di tratteggiare un ritratto intimistico di Miriel, ormai divenuta sposa di Pharazon contro la sua volontà, assumendo il nome di Ar-Zimpharel (come sa bene chi ha letto questo articolo L’Infame Giuramento_IX Parte e ultima (Il trionfo di Pharazon). Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

P.S. Vi piace l’immagine in copertina? Così, personalmente, immagino Miriel…

Scena III, Parte I: il Monologo di Ar-Zimpharel

(Ar-Zimpharel è accanto all’uscio che conduce alla sala del trono; si accerta che Ar-Pharazon e Sauron siano usciti, infine si sfoga)

Ar-Zimpharel (con una voce bassa e roca che cresce tuttavia d’intensità nel tempo): Quanta amarezza nel constatare che il mio destino altri hanno forgiato! Come lo schiavo legato ai ceppi, così io ho atteso questo giorno, con timore, ché ben sapevo quali catene avrebbero soffocato, lentamente, la mia esistenza. Se io non sapessi, almeno potrei vivere nell’illusione della speranza, ma anche tale privilegio mi è stato privato molti anni or sono, allorché con la forza e il ricatto, Ar-Pharazon mi costrinse a cedergli lo scettro e la mia persona; lacrime amare ornavano il mio petto e non perle di mare, il giorno che fummo vincolati e tutto quanto avevo si tramutò in polvere, perfino il ricordo di cose liete, ma ormai trascorse.
Molte volte tentai di condurre alla ragione il mio sposo, ma egli non ha mai voluto ascoltare altro parere che il suo e amari sono stati i miei giorni accanto a lui.

Nessun altro suono ho mai udito in questa gelida reggia, se non l’eco dei condannati a morte salire dal patibolo e il crudele riso dei loro aguzzini; sempre freddo il letto alle prime luci dell’alba, ché il mio signore (queste ultime due parole devono essere pronunciate facendo stridere i denti, come se costituissero un suono sgradevole da pronunciare) dopo aver soddisfatto i suoi sconci piaceri, mi abbandona per concedersi nuovi abusi con le altre schiave, ed io non sono meno legata ai suoi voleri di quanto non lo siano le principesse inviate dai reami della Terra di Mezzo per placare la sua lussuria.

Un figlio ebbi, o perlomeno così mi fu detto: eppure, mai lo sguardo di sua madre si posò su di lui, ché mi fu strappato appena nato e ignoro quale sorte abbia conosciuto, se sia ancora nella mia terra o se sia ormai morto in battaglia.

Tutto questo ignoro, perché io, Principessa erede al trono di Numenor, Miriel, figlia di Tar-Palantir, sono ora schiava di colui che siede al mio fianco ed è mio consorte e cugino; perfino il nome mio fu mutato dal suo tirannico volere ed esso suona estraneo alle mie orecchie ed al mio cuore: Ar-Zimpharel fui chiamata il giorno delle mie nozze, ché io ottenebrassi quanto era accaduto nella mia giovinezza e diventassi succuba della sua perfidia».