Sedici anni dopo: cosa resta della trilogia di P. Jackson. Analisi di un fenomeno culturale controverso

Interrompo momentaneamente la narrazione degli eventi che condussero alla cattura di Minas Ithil da parte delle armate di Sauron per affrontare un tema sul quale sono stato sollecitato, sia pure indirettamente, dal moltiplicarsi, in questi giorni, di una serie di meme e ricordi condivisi da molti utenti su Facebook in merito all’uscita, nel gennaio del 2004 per il mercato cinematografico italiano, dell’ultima parte della trilogia de “Il Signore degli Anelli”, prodotta dalla New Line, con la regia di P. Jackson.

Cosa rimane, sedici anni dopo, del capitolo conclusivo di una saga capace di registrare incassi altissimi e di ottenere, nel complesso, ben 17 statuette degli Oscar, piazzandosi così come la trilogia più premiata (fino ad ora) nella storia del cinema?

Non è semplice dare una risposta che non risenta, inevitabilmente, dei gusti personali di ciascuno, per cui ritengo doveroso avvertire il lettore che questo articolo sarà influenzato da considerazioni a carattere personale. Non me ne vogliate, insomma, se quello che scriverò non dovesse incontrare il vostro favore.

Per scrivere questo articolo, quindi, devo partire da una premessa personale, ma che credo sia ampiamente condivisibile: il rapporto con la trilogia cinematografia risente – almeno a sentire tanti appassionati di Tolkien – da una precisa circostanza, ossia dal ruolo che questa ha avuto nel far conoscere (o meno) allo spettatore il legendarium tolkieniano. Pur senza voler eccessivamente generalizzare, è possibile azzardare una grande suddivisione: da un lato, infatti, ci sono coloro che non avevano mai letto nulla delle opere del professore di Oxford sino a quel momento, ai quali la visione delle pellicole (e non poteva essere diversamente, del resto) ha spalancato le porte di un vero e proprio mondo fantastico e che tendono, dunque, ad apprezzare particolarmente la versione cinematografica del Signore degli Anelli. Dall’altro, invece, ci sono quanti, all’epoca dell’uscita de «La Compagnia dell’Anello» (2002), avevano avuto già modo di conoscere gli scritti di Tolkien e che, in linea di massima (ma anche qui non mancano eccezioni, naturalmente) tendono a sottolineare i limiti dell’impresa di trasposizione cinematografica. Si tratta, spesso, anche di una questione anagrafica: i più anziani, di solito appartengono al secondo gruppo, mentre i più giovani al primo. Esiste poi un gruppo di dimensioni minori che si è avvicinato al Signore degli Anelli grazie alla visione del lungometraggio di animazione di Ralph Bakshi del 1978 (per saperne di più, vi suggerisco di leggere l’esaustiva analisi di Lettrice a questo link: https://wordpress.com/read/blogs/141936457/posts/4473).

Personalmente appartengo a questo gruppo. Non sono così «anziano» da aver avuto la possibilità di vedere l’opera di Bakshi al cinema (anzi, non ero ancora nato nel 1978), ma sono stato «svezzato», per così dire, dalla visione di questo lungometraggio. Non mi dilungherò eccessivamente su questa opera (magari prima o poi, sulla scorta di quanto ha scritto Lettrice, vi dedicherò un articolo anche io), se non per sottolineare un elemento che può apparire forse secondario, ma sul quale, invece, vorrei che i miei lettori potessero riflettere. Se dovessi trovare un aggettivo per definire la sceneggiatura di Bakshi, infatti, al di là delle scelte condivisibili o meno in fatto di resa dei personaggi, direi che un termine molto calzante per caratterizzarla sarebbe quello di «malinconico». Non ci sono momenti particolarmente ilari nella trasposizione di Bakhsi: perfino le parole «Ma io non ce la faccio a correre fino a Isengard!» che pronuncia uno sfinito Gimli, mentre è intento a dare la caccia agli Orchi che hanno catturato Pipino e Merry, possano strappare tutt’al più un sorriso, ma non certo provocare grasse risate. La stessa scena ripresa ne «Le Due Torri» di Jackson, al contrario, sortisce un effetto opposto: si ride di gusto di Gimli che sostiene che «i Nani siano scattisti, pericolosissimi sulle brevi distanze», mentre arranca e sbuffa per tenere il passo dei ben più agili Legolas e Aragorn.

Che «Il Signore degli Anelli» sia un’opera distante anni luce da facili battute e risate, d’altra parte, lo conferma un personaggio del tutto estraneo alle dinamiche tolkieniane e in un contesto del tutto diverso rispetto a quello della Terra della Mezzo. Mi riferisco al romanzo «Matilde», scritto dallo scrittore inglese (ma norvegese di nascita) Roald Dahl, il quale pone in bocca alla bambina protagonista della sua opera queste parole: «Anche i libri di Tolkien non fanno per niente ridere» (p. 75 dell’edizione Salani). Pur non condividendo questa analisi in toto (vedi sotto per quel che concerne lo Hobbit) non si può nascondere che il Signore degli Anelli possa far sorridere in alcune scene – per esempio nella diatriba fra Gollum e Sam intorno alle patate, oppure nel dialogo fra Ioreth e la sua cugina di campagna dopo il ritorno degli eserciti dell’Ovest a Minas Tirith – ma riuscire a far sbellicare di risate il suo lettore, direi proprio di no.

Mi si risponderà: un film (anzi una trilogia) – peraltro di consideravole lunghezza – non può non avere momenti comici. E io sono d’accordo con questa affermazione, ci mancherebbe. Il problema è chiedersi se queste scene, queste battute, possano essere «sovrascritte» nella trasposizione cinematografica di qualunque romanzo, racconto o componimento letterario che si possa immaginare, senza avere lo sgradevole effetto acustico di un gatto che graffi il vetro di uno specchio.
Provare per credere: immaginate Dante che, nel suo viaggio all’Inferno, si fermi a guardare le anime dei trapassati per esclamare: «Questo vale comunque uno!» (Gimli dixit).

Allo scopo di essere più chiaro nella mia analisi prenderò a esempio una scena molto bella che è visibile (o leggibile) sia nel romanzo che nelle due trasposizioni cinematografiche (quella di Bakshi e quella di Jackson, per intendersi). La scena in questione riguarda la tentazione nella quale cade Bilbo dopo aver rivisto, a distanza di anni, l’Unico Anello nelle mani di suo cugino Frodo.

Ecco come è descritta nel Signore degli Anelli: «Bilbo tese la mano; immediatamente Frodo ritrasse l’Anello. Con angoscia e sommo stupore si accorse che non stava più vedendo Bilbo; un’ombra sembrava essere scesa tra di loro, ed egli scorgeva dall’altro lato un piccolo essere avvizzito dal viso avido e dalle ossute mani ingorde. Sentì il desiderio di colpirlo. La musica e i canti intorno a loro parvero svanire, e vi fu un profondo silenzio. Bilbo lanciò un rapido sguardo a Frodo e poi si passò la mano sugli occhi. «Ora capisco», disse. «Mettilo via! Mi dispiace: mi dispiace che tocchi a te sopportare questo peso, mi dispiace tanto. Possibile che le avventure non abbiano una fine? Ma forse no. C’è sempre qualcun altro che prosegue la storia. Ebbene, non vi è altro da fare. Chissà se vale la pena cercare di terminare il mio libro…ma per il momento non pensiamoci, voglio sentire delle vere notizie! Parlami della Contea!» Frodo nascose l’Anello, e l’ombra scomparve lasciando soltanto un vago ricordo. La luce e la musica di Gran Burrone lo circondavano nuovamente».

Nella pellicola de «La Compagnia dell’Anello», invece, la scena non avviene all’interno del banchetto offerto da Elrond per la vittoria al guado del Bruinen; al contrario, è stata spostata in un momento successivo, poca prima che la Compagnia si metta in viaggio verso Mordor. Nulla di male in questa «posticipazione», per carità, tuttavia cerchiamo di capire come procedono le cose nella pellicola di Jackson: Frodo, dopo aver ricevuto Pungolo e la cotta di maglia di mithril dall’anziano parente, indossa quest’ultima su suggerimento di Bilbo, lasciando intravedere, per un attimo, l’Anello al suo collo. Di fronte alla richiesta di Bilbo di tenerlo in mano per un’ultima volta, Frodo si richiude la camicia (plausibilmente per non indurlo maggiormente in tentazione) e Bilbo per un secondo si trasforma in una creatura non molto dissimile da Gollum, salvo poi pentirsi immediatamente del suo gesto. A quel punto, dopo essersi scusato per quello che è avvenuto e per il peso dell’Anello che ha lasciato a Frodo (in modo abbastanza simile rispetto a quanto avviene nel libro), scoppia in lacrime, consolato da Frodo che gli pone affettuosamente una mano sulla spalla. La terza «versione», se così si può definire, è quella di Bakshi: in questo caso l’incidente fra i due Hobbit avviene, come nel romanzo, alla festa tenuta in onore di Frodo, e si mantiene abbastanza fedele al romanzo, salvo per la conclusione; in questo caso, infatti, Bilbo scoppia a piangere (come sopra), ma non riceve nessun conforto da Frodo. Anzi, a interrompere il suo pianto è Gandalf che richiama – in modo forse un po’ brusco – i due Hobbit a prendere parte al Consiglio di Elrond.

Come si può vedere, si tratta di tre scene simili ma diverse allo stesso tempo: la vera questione, tuttavia, non è rappresentata da quale sia quella più fedele al romanzo, ma, invece, quale sia quella che ne interpreta meglio lo spirito. Possono sembrare due concetti analoghi, ma non lo sono affatto. Il senso profondo di questa scena, secondo me, è il seguente: Frodo non può mostrarsi troppo accondiscendente verso Bilbo, non perché non gli voglia bene – tutt’altro – ma perché, qualche istante prima, questi aveva tentato di sottrargli l’Unico. Nella casa di Elrond la possessione esercitata dall’Anello nei confronti del suo Portatore non era ancora giunta a quei livelli percepibili al termine del lungo viaggio che avrebbe condotto Frodo a Mordor, tuttavia, è senza dubbio molto forte; lo era già, del resto, quando Frodo si dimostrò riluttante a lanciare l’Anello nel fuoco di Casa Baggins per poter leggere l’iscrizione incisa sulla sua superficie. Può essere dispiaciuto, certo, ma non può perdonare Bilbo di aver provato a toglierli l’Anello. Questa scena, quasi mai trattata negli articoli degli appassionati del mondo tolkieniano, è secondo me invece importante per comprendere gli effetti dell’Unico sugli esseri viventi. Tornando alla questione iniziale, quale scenografia riprende meglio lo spirito del romanzo? Opto per quella di Bakshi, perché pur avendo inserito la figura di Gandalf al termine dell’alterco fra i due Hobbit (assente nel libro in quel frangente) si dimostra, tuttavia, valida nel richiamare alla realtà Bilbo, quasi scuotendolo dai suoi rimorsi per esortarlo, forse anche con una certa durezza, a riprendere il possesso della propria coscienza per combattere il potere dell’Unico.

Da questo primo passaggio, capirete bene perché apprezzi più la trasposizione cinematografica de «Lo Hobbit» all’interno del quale, invece, i momenti comici non mancano: basti pensare a Dori e Nori che si accapigliano intorno al fuoco, oppure alle battute divertenti che si lanciano Bilbo e Dori quando questi è costretto a prendere lo Hobbit sulle sue spalle nelle caverne dei goblin, o ancora alla descrizione che Tolkien dedica ai nani e a Gandalf appesi sui rami del pino delle Montagne Nebbiose, da lui paragonata a una scena natalizia…per tacere, poi, degli Elfi di Rivendell, che sono molto più ilari di quanto non appaiano nel Signore degli Anelli. E potrei continuare a lungo. La scelta di Jackson di calcare in qualche scena questo lato «comico» (i Nani che si lanciano il cibo addosso, mentre sono ospiti di Elrond, per esempio) può essere certamente criticabile (alla fine anche le scene divertenti devono essere dosate con sapienza, a meno che non si tratti di un Cinepanettone, ma questa è, come si suol dire, un’altra storia), ma ciò non toglie che, personalmente, trovi queste scene in grado di rispecchiare più fedelmente lo spirito dell’Hobbit. Gli stessi Nani della Compagnia di Thorin, per esempio, per quanto possano apparire eccentrici (basti pensare a Bifur con l’ascia impiantata nel cranio) in fondo sono rappresentazioni visive di personaggi che, nel romanzo di Tolkien, hanno barbe di colori diversi, anche molto accesi (un dettaglio, quest’ultimo, che si perde del tutto nel Signore degli Anelli). Forse Tolkien desiderava ottenere un effetto comico con quelle barbe colorate? Non lo sapremo mai con certezza, però non si può nascondere che contribuiscano a rendere i Nani molto più comici rispetto a Gimli, uno dei personaggi più malinconici e forse sottovalutati del Signore degli Anelli (basti pensare al dialogo struggente fra lui e Legolas intorno alle sorti degli Uomini per capire come si tratti di un personaggio totalmente diverso da quello rappresentato nella trilogia cinematografica, impegnato in gare di rutti e in battute «facili» come quella sopra riportata).

E veniamo ora a un altro punto ampiamente controverso e criticabile dei film di Jackson: l’Amore. Prima ancora che qualcuno possa solo pensare che io sia ostile alla presenza di relazioni amorose nella Terra di Mezzo, lo invito a leggere (o a rileggersi) la storia fra Erfea e Miriel per dissipare qualunque dubbio: le vicende sentimentali, se ben strutturate, rappresentano una delle colonne portanti della letteratura di ogni tempo, anche di quella fantastica o epica che dir si voglia. Gli esempi sono pressoché infiniti, dal triangolo amoroso Artù-Ginevra-Lancillotto agli struggimenti di Didone per Enea, agli amori extraconiugali di Zeus…e davvero, si potrebbe continuare per pagine e pagine.
Ciò non toglie, tuttavia, che anche questo tema debba essere calibrato per bene rispetto alle vicende interne di un’opera letteraria. Nel romanzo del Signore degli Anelli, per esempio, appare una sola storia d’amore classicamente intesa, vale a dire quella in cui due personaggi si conoscono, si piacciono e magari convolano a giuste nozze e non è certo quella di Aragorn e Arwen attorno alla quale, invece, ruota buona parte di un’importante sottotrama della trilogia cinematografica. Mi riferisco, invece, alla storia fra Eowyn e Faramir, alla quale, forse, si sarebbe potuto attribuire un maggior spazio, ma tant’è.
Anticipo già una buona dose di critica a questa mia osservazione con la seguente auto-accusa: «Eh, ma Tolkien dedicò grande attenzione alla coppia Aragorn-Arwen nelle Appendici del Signore degli Anelli!»
Vero, eppure questa affermazione non fa altro che aprire una questione a mio parere ancora più importante rispetto al modo in cui è stata affrontata la storia d’amore fra i due e riguarda il carattere di entrambi i personaggi. Arwen non è una guerriera, né – cosa forse ancora più importante – deve impegnare particolarmente Aragorn ad accettare la sua scelta di diventare mortale: ricordiamo, infatti, che se fisicamente poteva essere scambiata per un giovane elfa, a un osservatore attento come Frodo non sfuggiva la sua reale età: Giovane era, eppur non tanto. La chioma corvina non era sfiorata dalla brina, le braccia bianche ed il viso limpido erano lisci e vellutati, e miriadi di stelle risplendevano negli occhi grigi come crepuscolo luminoso; ma il portamento era regale e lo sguardo rivelava riflessione e saggezza, apprese attraverso anni di esperienza.

Da questa descrizione appare chiaro che difficilmente, nel momento in cui si svolge la vicenda della guerra contro Sauron, Arwen avrebbe potuto lasciarsi a un rapporto complicato sia con Aragorn che con suo padre: se scontri c’erano stati con Elrond in merito alla sua scelta di diventare mortale (e nel testo non ne troviamo traccia, possono essere solamente ipotizzati), dovevano risalire a molti anni addietro e certamente non sembrano aver intaccato la relazione fra i due innamorati. Dama Arwen, inoltre, non è assolutamente la guerriera impavida che sottrae Frodo alla caccia dei Nove e che addirittura si permette di rinfacciare ad Aragorn di essere più veloce nel cavalcare. Non perché le elfe non potessero gareggiare con i rappresentanti dell’altro sesso, al contrario: nel Silmarillion, per esempio, Tolkien scrisse che Galadriel era così forte ed agile da superare in competizioni sportive molti degli elfi Noldor. Sfortunatamente per la bella figlia di Elrond e Celebrian, tuttavia, l’autore non sembrava pensarla come gli sceneggiatori del film: quando il potere di Sauron sembra ormai rendere i viaggi rischiosi, Elrond la fa richiamare da Lorien, ove era solita recarsi per visitare i suoi nonni materni, perché le strade erano divenute pericolose. Una frase scarna, contenuta peraltro nell’appendice degli Annali della Terra di Mezzo ma sufficiente, secondo me, per far sgretolare l’immagine di Arwen che sfida addirittura il Re Stregone a farsi avanti per strapparle dal grembo un Frodo ormai morente…

Tornando alla storia d’amore fra il Ramingo e la mezzelfa, inoltre, non deve sfuggirci un punto importante: per quanto Aragorn amasse teneramente Arwen e potesse essere spinto nella sua missione di contrastare Sauron anche per effetto della promessa fatta al suo patrigno – nonché padre della sua amata – che l’avrebbe presa in sposa solo se fosse divenuto re di Arnor e Gondor, implicando questo risultato la sconfitta di Sauron, non c’è dubbio che Aragorn avesse ben chiaro che nella guerra contro l’Oscuro Signore c’era in ballo «il destino di tutta la Terra di Mezzo», tanto per usare una frase fatta. Non avrebbe mai smesso i panni del Ramingo per assumere quelli dell’erede di Isildur solo per amore di Arwen: da persona saggia e avveduta com’era, credo che avrebbe messo il massimo impegno in questa lotta anche se non fosse stato fidanzato con la mezzelfa. Inoltre Aragorn non vide mai una contrapposizione fra l’essere ramingo e l’erede di Isildur: raminghi erano semplicemente quegli eredi del popolo di Arnor che erano sopravvissuti alla sua caduta nell’anno 1974 della Terza Era e si erano dati a un’esistenza errabonda, perché troppo pochi per riportare il loro reame all’antico splendore. Tanto è vero che i discendenti di Arvedui, l’ultimo re di Arnor, presero il titolo dei Capitani del Nord, proprio a sottolineare, da un lato, il loro basso profilo assunto dopo la fine del Regno, e dall’altra la volontà di non spezzare un lignaggio che non aveva pari tra quelli umani nella Terra di Mezzo, in attesa che giungessero tempi migliori.

Personalmente trovo che l’amore tra i due, così come appare nelle pagine del Signore degli Anelli, sia struggente e romantico allo stesso tempo: Aragorn, pur nel vortice di eventi che accadono attorno a lui, non manca di prendersi un attimo per ricordarla, come avviene nel suo ingresso a Lorien (una scena che, confesso, avrei voluto tanto vedere anche nella pellicola cinematografica). È un amore profondo, che riesce a sopravvivere a tutto quello che accade intorno a loro, ma che trova poche attinenze con quello raccontato nei film; soprattutto, non riesco a capire perché Sauron dovesse mettere a rischio la vita di Arwen, suvvia! L’Oscuro Signore non sapeva neppure chi fosse l’erede di Isildur e quando lo scoprì era troppo tardi per pensare a eventuali rappresaglie «emotive».

Un film può preservare lo stesso spirito del romanzo anche – paradossalmente – con una sceneggiatura che, a prima vista, potrebbe non collegarsi in alcun modo alle pagine dell’opera in questione. Per rifarmi a un esempio concreto, prenderò in esame l’Anabasi, un’opera scritta nel IV secolo a.C. dallo storico ateniese Senofonte. Questi, nelle sue pagine, narrò le vicende dell’armata di 10.000 mercenari greci che, postisi al servizio del principio persiano Ciro il Giovane per usurpare il trono al fratello Artaserse, furono abbandonati a sé stessi dopo la morte del loro mecenate e l’eliminazione – a tradimento – della maggior parte dei loro comandanti. Attraverso un difficile viaggio in terre inesplorate e ostili, i superstiti di quell’armata riuscirono infine a raggiungere il Mar Nero. Questo romanzo è stato ripreso nell’opera letteraria «I Guerrieri della Notte» (1965), scritto da Sol Yurick, e poi nell’omonimo film del 1979. Ebbene, in questa pellicola, i membri di una gang di New York, ripercorrono le stesse gesta degli antichi greci pur in un contesto che non azzarderei a definire del tutto slegato al mondo classico antico: eppure, nonostante le ovvie diversità, il film mantiene intatto lo spirito non solo del romanzo cui si ispira, ma anche quello della sua fonte più antica, l’Anabasi di Senofonte.

La trilogia cinematografica del Signore degli Anelli, invece, è andata oltre la trama stessa del libro, quasi riscrivendola per la prima volta: anzi, si può dire che sia stato proprio il grande successo di questi film a decretare una sorta di contrapposizione fra la resa cinematografica e l’originale letterario. Non è infrequente, infatti, imbattersi in rete in fan della saga di Jackson pronti a giurare che ogni azione, ogni scena e perfino ogni battuta del film corrispondano a quelle descritte nel libro. Alcune settimane fa ho cercato inutilmente di far comprendere a uno di questi fan che Tolkien non ha mai disegnato nessun Balrog, né tantomeno ha edito una versione illustrata del Signore degli Anelli e che doveva aver ritenuto che le immagini di John Howe fossero state disegnate da Tolkien stesso. Credetemi, non c’è stato verso di fargli cambiare idea: per lui, il Balrog del film doveva per forza essere stato disegnato da Tolkien stesso non per un semplice e banale errore di attribuzione – che avrei compreso perfettamente – quanto per la convinzione che fosse così ben riuscito da non aver mai potuto, lo scrittore inglese, immaginare un altro tipo di Demone. Al termine di un’estenuante quanto inutile discussione, mi sono ricordato di un episodio che mi aveva colpito molti anni fa e che riguardava la ricezione, negli Stati Uniti, del film «Troy» (2004, quindi coetaneo al «Ritorno del Re» di Jackson); ebbene, per aiutare la vendita di un’opera quale l’Iliade che, diciamolo pure, non è mai stata considerata un best-seller (non solo negli Stati Uniti, ma anche nella cara vecchia Europa) un editore statunitense aveva pensato bene di ricorrere a uno stratagemma che doveva aver certamente considerato molto ingegnoso. Sulla copertina della versione americana dell’opera omerica, infatti, aveva inserito questo logo: «Il libro tratto dal kolossal Troy». A quel punto il povero Omero si doveva essere disintegrato nella sua tomba (ovunque egli riposi). Intendiamoci: a me il film Troy è piaciuto e pure molto, ma lo ritengo una liberissima resa del capolavoro epico greco e, soprattutto, al di là dei gusti personali, non penserei mai di rileggere le vicende di Achei e Troiani basandomi sugli eventi trattati nel film!

Concludo questa lunga dissertazione esprimendo il mio giudizio finale su questa trilogia cinematografica: l’opera di P. Jackson, acclamata da critica e pubblico (anche se Cristopher Tolkien, figlio dello scrittore inglese e recentemente scomparso, non la pensava così e questo dovrebbe far riflettere, dal momento che chi meglio di lui poteva giudicare le rese cinematografiche del romanzo paterno, considerato l’impegno profuso nel valorizzare le opere di cotanto genitore?) ha finito col creare – difficile dire se l’abbia fatto esplicitamente o meno – un «Signore degli Anelli» alternativo all’opera prima. Si è trattato, come accennato nel titolo di questo articolo, di un fenomeno culturale che ha finito coll’influenzare profondamente l’opinione pubblica: qualche mese fa, discutendo con Angelo Montanini (uno dei più grandi artisti italiani che si siano cimentati con l’opera tolkeniana, autore, fra l’altro, di due illustrazioni di Erfea e Miriel che potrete vedere qui: Ritratti) abbiamo entrambi constatato come l’apparato iconografico e simbolico post-2004 sia stato irremediabilmente egemonizzato dalla trilogia di Jackson: ormai Aragorn, tanto per fare un esempio, non può che avere le fattezze di Viggo Mortensen, Legolas non può che ricordare Orlando Bloom e così via. Si badi bene; non ho nulla contro l’interpretazione fornita da questi due bravissimi attori, ma è avvilente constatare che non ci sia più spazio per illustrazioni diverse. Negli anni Ottanta e Novanta, invece, le rappresentazioni di personaggi, luoghi ed eventi ispirati al legendarium tolkieniano erano diversissime fra loro, permettendo all’osservatore – cosa non trascurabile – di avere una vasta platea di soggetti fra i quali scegliere «la propria» rappresentazione di questo o quel personaggio tolkieniano. La potenza evocativa dei film, purtroppo, ha creato una situazione di assoluto monopolio alla quale, solo recentemente, si sta iniziando a porre rimedio, anche grazie a una nuova generazione di illustratori meno influenzati dall’immaginario scaturito dalla trilogia cinematografica di Jackson.

28 pensieri riguardo “Sedici anni dopo: cosa resta della trilogia di P. Jackson. Analisi di un fenomeno culturale controverso

  1. Tra le scene divertenti mi permetto di aggiungere quando abbiamo l’incontro di Aragorn e Eomer con gli Hobbit nelle case di guarigione loro lo chiamano Grampasso e Imrahil dice a Eomer “E’ così che ci rivolgeremo ai nostri re?”

    Sulla questione della fedeltà allo spirito del libro è un discorso interessante, per esempio io amo i videogiochi ombra di mordor e seguito proprio perché c’è lo spirito tolkieniano che cerco, la corruzione del potere, l’ilarità (gli orchi molte volte mi fanno ridere) tragedia e altro. Queste cose mi hanno portato anche ad amare la tua di opera perché c’è quello spirito tolkieniano maturo che ricerco come i momenti tra Erfea e Miriel, la loro dolcezza e malinconia e l’astio e il disprezzo di quando si affronta un servo di Sauron. Io sono molto scettico verso la serie Amazon perché dalle premesse che hanno fatto mi sembra che lo spirito tolkieniano si andrà a farsi benedire, troppi protagonisti giovani, mi sembra che sia un’avventura adolescenziale alla Shannara nel mondo di Tolkien. Io voglio protagonisti maturi che affrontano con il giusto spirito i problemi che avvengono.
    Nonostante critico la trilogia dello Hobbit nn ho mai criticato l’ilarità dei nani.

    Questione balrog: è vero che Tolkien nn ha mai dato una descrizione di esso approfondita, io penso che la forma che ha nel film dipenda dal fatto che dica che sia un demone e il demone classico della concezione cristiana alla cui fede Tolkien era legato ha quella fattezza, bipede con corna. Ora i demoni hanno le forme più disparate, ma quello generico è come il balrog del film.

    Alcuni artisti nuovi mi piacciono altri li odio (tipo quelli che mi disegnano Sauron con capelli rossi ed effemminato gli odio).
    Ora hanno annunciato il videogioco di Gollum dove hanno dichiarato che nn si rifaranno ai film ma ai libri.

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    1. Ti ringrazio per il tuo esaustivo commento, sono felice che i miei racconti siano riusciti ad alimentare quello spirito tolkieniano che abbiamo tutti apprezzato nelle sue opere. Hai ragione a citare quell’altra scena divertente tra gli Hobbit e Aragorn, che, come le altre da me citate, strappa un sorriso senza esagerare: ecco, forse Tolkien potrebbe essere descritto come uno scrittore delle sfumature, che amava entrare nel dettaglio del personaggio o di una battaglia, senza annoiare e senza creare un effetto di irrealtà. Questa costituisce una delle tante ragioni per cui continuo a considerarlo il migliore scrittore (a parere personale).

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      1. Ok, non so perché, ma ieri sera aveva iniziato automaticamente la trasmissione dal minuto 7 e non avevo colto la prima parte…Ad ogni modo, che dire? Posto che «tutti i gusti son giusti» al signore in questione sfuggono almeno due cose fondamentali: 1. Tolkien ha sempre negato che la Terra di Mezzo fosse un’allegoria, perché detestava questa forma letteraria, così come non apprezzava, di conseguenza, la più grande opera allegorica, ossia la Divina Commedia di Dante. 2. I draghi e i Balrog sono spaventosi (se non di più) rispetto ai draghi di GoT; possono apparentemente sembrare meno distruttivi (anche se i nani di Erebor e i cittadini di Dale avrebbero qualcosa da ridire a riguardo), ma in realtà sono magistralmente tangibili e i loro poteri non sono meni efficaci e distruttivi di una testata termo-nucleare. Questo video è una conferma a quello che scrivevo io nel mio articolo: ormai l’immaginario di Jackson ha scalzato quello di Tolkien. La gente guarda il Balrog e pensa: «Che figata, è un mostro super distruttore!» e invece non ha capito nulla: le fiamme oscure sono la corruzione della Fiamma Imperitura di Eru, non servono per far esplodere ogni cosa! Si tratta di un fuoco oscuro che annulla ogni resistenza e fa piombare ogni animo nella disperazione più cupa…ma questo, ahimé, nel film non è stato sottolineato, preferendo rappresentare una creatura più impressionante – almeno apparentemente – ma certamente anche più banale, per certi aspetti. In ogni caso consiglierei sempre di scindere l’analisi del romanzo del Signore degli Anelli da quella dei film, altrimenti – come accade al signore del video – non si è in grado di giudicare correttamente.

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      2. Io penso che il Balrog sia un mix di fiamma oscura che dici tu e fiamma nel senso fuoco distruttore.
        Anche i nani di Moria avrebbero da ridire sulla situazione visto che un Balrog gli ha annientati loro che avevano asce e armi in Mithril ed erano all’apice del regno (dico all’apice perché nn si fa cenno se erano in decadenza), ricordiamo che Azaghal è riuscito a far ritirare Glaurung (è vero l’ha colpito dove era molle), i nani di Moria se sono scappati a l balrog nn hanno fatto niente.
        Il signore in questione (uno Yutuber che seguo) è uno che parla male del fantasy, io penso che abbia visto le bambinate, ma questo lo ha portato a vedere anche il Signore degli anelli così sbagliando.
        Lui critica che nel fantasy c’è un prescelto (questa cosa lo infastidisce proprio), tanti personaggi e tanti nomi in un contesto fantastico ed enorme con una macro storia alle spalle. Ora Tolkien avrà tutte queste cose, tranne una ovvero il prescelto, a frodo L’anello capita per cso perché per caso Bilbo lo trova e nn c’è nessuna profezia del tipo “quando l’insignificante trova l’Unico Anello il Grande cadrà”, e tra l’altro si offre volontario.
        Aragorn affronta Sauron come tutti i suoi antenati, solo che la guerra definitiva appare durante il suo tempo, questo nn fa di lui un prescelto.
        Dico questa cosa del prescelto perché per come ho detto prima a lui da particolarmente fastidio la questione del prescelto.
        Quando parla del Balrog nn sa che gandalf è un Maiar dello stesso lignaggio del balrog, l’unico che avrebbe potuto affrontarlo ed è per questo lo affronta altrimenti andava come diceva lui ovvero tutti in fiamme.
        Poi dobbiamo dire un’altra cosa che molti nn sanno: il Signore degli Anelli doveva essere la conclusione della storia, perché Tolkien aveva in mente di pubblicare sia Signore degli anelli che Silmarillion insieme, uno che vede solo il film, nn sa che Moria è caduta a causa del Balrog (se un gigante fa cadere una fortezza, un Balrog fa cadere un regno.
        Anch’io io pregiudizi verso certi fantasy tipo Harry Potter (purtroppo nn mi piace la scuola, lo sport e il concetto di magia che c’è lì), ho visto il film, quando ne parlo con astio mi baso sul film dicendo “io ho visto i film nn so cosa dicano nei libri”, ma vedendo i film nn ho avuto la spinta a leggere i libri (cosa accaduta col Signore degli Anelli) e grazie a Dio uno Yutuber ha detto tutte le differenze tra libro e film quindi sono ancora più invogliato a nn leggerlo e leggere altro. E per la cronaca in Harry Potter c’è la questione del prescelto.
        Detto questo mi hai dato la risposta migliore che potessi darmi.

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      3. Mi fa piacere che il mio commento ti sia piaicuto! Purtroppo è vero che nel fantasy molto spesso appaiono figure come quelle del «prescelto», che possono rendere la trama meno avvincente. Inoltre bisogna considerare che anche la magia può essere declinata in varie forme: più è appariscente, meno funziona, secondo me, perché se si arriva al concetto estremo per cui ogni cosa può essere realizzata con un incantesimo, allora la trama di un romanzo si svilisce. Ho letto Harry Potter recentemente per la prima volta…alcune cose mi sono piaciute, altre meno, ad ogni modo ritengo che abbia pochi punti di contatto con il Signore degli Anelli. Ecco, forse il punto è proprio questo: Il Signore degli Anelli viene spesso preso per fantasy, anche per effetto della trilogia cinematografica, tuttavia sarebbe meglio paragonarlo all’Iliade…forse in questo modo il pubblico avrebbe «pretese» diverse e anche i suoi giudizi sarebbero più precisi.

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      4. Chi nn ha letto le lettere o visto qualche documentario su Tolkien nn sa che Tolkien nn volle scrivere un fantasy, ma volle creare un mondo dove parlassero le sue lingue e poi volle che l’Inghilterra avesse una sua mitologia visto che tutti i racconti erano originari di altre culture.

        Voglio sapere le cose che ti sono piaciute di HP e quali no e se secondo te Voldemort è un antagonista migliore di Sauron

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      5. Purtroppo in Hp le cose che mi sono piaciute sono 2, La storia di Piton e la questione dell’amore materno. Oltre a quelle che to ho citato sopra aggiungo il modo come viene trattata la magia, nessun effetto collaterale nel suo uso.
        Poi Voldemort, cazzarola odi così tanto Harry, invece di provare ad ucciderlo con la magia, perché nn provi a pugnalarlo, questa cosa nn è credibile.
        Mi hai fatto notare un punto, ovvero la crescita di harry: sono dell’idea che se uno cresce con amore e rispetto diventa bravo nella vita, invece un ambiente ostile lo rende stronzo, ovviamente ci sono delle eccezioni.
        HP a me nn attira.

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      6. Certo ci sono delle eccezioni, però ho trovato il carattere di Harry poco riuscito, anche considerato il fatto che non ha nessun altro con cui avere un rapporto di amicizia prima di iniziare a frequentare la Scuola di Magia…per questa ragione trovo insolito che abbia conservato un buon equilibrio interiore.

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      7. Tu hai detto che ci sono pochi punti comuni, io invece ne ho trovati tanti anzi tantissimi.
        Le differenze sono:
        ambientato ai giorni nostri che si interseca anche col nostro mondo,
        amore materno,
        scuola di magia,
        magia e come si usa,
        sport,
        presenza di prescelto.

        Similitudini:
        Protagonista che ha perso i genitori allevato dagli zii: Frodo ed Harry (cambia il rapporto tra nipoti e zii)
        Entrambi i protagonisti vivono in un posto sicuro sorvegliato.
        Entrambi iniziano il loro cammino il giorno del loro compleanno (differenza l’età dei protagonisti)
        Entrambi i protagonisti vengono marchiati dall’antagonista (cicatrice Harry, pugnale Morgul Frodo) e questa ferita farà male tutte le volte che c’è chi l’ha inferta.
        Oggetti con una propria volontà che rispondono al loro padrone per legittimità (palantir e uomini di Numenor, bacchette ed utilizzatori, con la differenza che le bacchette se disarmate cambiano la loro fedeltà invece il palantir ritorna sempre all’uomo di Numenor, se lo si vuole sottomettere bisogna avere una grande forza di volontà).
        Ci sono degli oggetti da distruggere legati all’antagonista e si compie un viaggio per distruggerli.
        Entrambi gli antagonisti hanno riversato la loro forza vitale in questi oggetti e quando si viene in contatto con loro i buoni diventano scontrosi vista l’essenza malvagia (nel film questo mostra nn so nel libro).
        L’antagonista si fa chiamare oscuro signore anche se Voldemort nn lo considero tale visto che nn ha regno, ma un mago oscuro quello sì.
        Entrambi gli antagonisti fanno il passaggio forma spirituale e forma materiale.
        Nazgul, dissennatori e mangiamorte sono simili.

        E’ vero l’ambientazione e alcune cose sono diverse, ma la base è la stessa, già trovo il trono di spade molto più diverso da Tolkien

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      8. Pur concordando sulle analogie che hai riscontrato, non posso fare a meno di sottolineare come il destino di Harry e quello di Frodo siano profondamente diversi, laddove il primo recupera tutte le sue energie al termine del suo scontro con Voldemort (e infatti il settimo libro si conclude con la considerazione, da parte di Harry, che tutto vada benissimo e di non aver più avuto dolore alla cicatrice dopo la morte di Voldemort), Frodo, come sappiamo, non smetterà di soffrire per la ferita del pugnale Morgul neppure dopo la distruzione di Sauron.

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      9. Vero però anche in questo caso l’origine è diversa: Sauron è il nome che deriva da quello che gli attribuiscono gli Elfi, mentre per Voldemort si tratta di un nome derivato da una scelta personale.

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      10. Sì, Frodo continuò a soffrire terribilmente per quel che gli era accaduto e in fondo come poteva essere diversamente? Il peso di portare l’Anello l’aveva quasi distrutto: ferite del genere, purtroppo, rimangono attive per tutta la vita…

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  2. Che meraviglia di articolo ❤ e ti ringrazio per aver citato la mia analisi del film di Bakshi! Se tu scrivessi qualcosa su quella trasposizione, io la leggerei sicuramente 🙂
    Per quanto riguarda il rapporto con la trilogia, capisco perfettamente quello che intendi, sebbene io sia approdata alla lettura del libro molto tempo dopo aver visto i film. Peter Jackson ha fatto un lavoro davvero meritevole, ma è triste vedere che la sua versione, per certi versi, ha "soppiantato" l'opera di Tolkien… Mi ritrovo a concordare con questa tua affermazione: "La trilogia cinematografica del Signore degli Anelli […] è andata oltre la trama stessa del libro, quasi riscrivendola per la prima volta: anzi, si può dire che sia stato proprio il grande successo di questi film a decretare una sorta di contrapposizione fra la resa cinematografica e l’originale letterario".
    Certo, il libro rimarrà unico e immortale, ma credo sia innegabile che molte persone lo confondono coi film, oppure non lo hanno mai letto e conoscono solo la versione cinematografica! Questo porta anche a banalizzare alcune cose, che la sceneggiatura ha semplificato o distorto: tu fai l'ottimo esempio del rapporto tra Aragorn e Arwen, mentre a me viene in mente la rappresentazione della pietà di Frodo (se ricordi, avevo dedicato un intero articolo alla questione!). A me comunque piace la Arwen di Liv Tyler, non lo nego, ma è pur vero che il suo personaggio ha delle forzature rispetto al libro – prima fra tutte la sua "malattia", in seguito alla scelta della mortalità e all'aumento del potere di Sauron. Mi sono sempre chiesta che senso avesse questa cosa, anche quando non avevo letto Tolkien…

    Parlando della scena di Bilbo e Frodo a Gran Burrone, innanzitutto ti ringrazio per aver richiamato l'attenzione su di essa 🙂 Poi ne approfitto per dire una cosa: nel libro il punto focale è Frodo, perché è lui – a causa della dipendenza che ha già iniziato a legarlo all'Unico – ad avere la sensazione di vedere una sorta di Gollum in Bilbo. Nel film, la sensazione di Frodo viene resa oggettiva, quindi il centro di tutto diventa Bilbo, con il suo desiderio verso l'Anello ancora forte a distanza di tempo. Sono sicura che Bilbo, quando nel libro distoglie lo sguardo e dice "mettilo via", reagisce così principalmente perché ha visto lo sguardo negli occhi di Frodo. Il vecchio Hobbit dev'essersi accorto che il suo erede lo stava – per usare un eufemismo – guardando male! La versione di Jackson qui è, se così si può dire, "infedele", perché non mostra quanto il Portatore sia influenzato dall'Anello… però mi permetto di dissentire sul fatto che Frodo non potesse perdonare subito Bilbo. Non dopo una reazione così affranta, perlomeno. Nel libro Bilbo si mostra più contenuto, anche se è molto dispiaciuto; nel film è praticamente disperato! Dubito che Frodo – anche il Frodo letterario, per intenderci – non avrebbe tentato di consolare in qualche modo il suo zio adottivo, se Bilbo avesse avuto una reazione intensa come nella versione di Jackson…

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    1. Ti ringrazio per i tuoi apprezzamenti, mi fanno davvero piacere! La tua disamina sull’opera di Bakshi mi è molto piaciuta, anche perché non è semplice valutare il suo lungometraggio dopo aver visto quello di Jackson e tu sei riuscita molto bene a mostrarti equilibrata nei giudizi che hai espresso. Sono d’accordo con te che nel romanzo è Frodo a percepire Bilbo come un essere mostruoso e meschino, mentre nel film questa sensazione è resa visivamente, spostando il punto di vista dall’uno all’altro Hobbit. Concordo anche sulla tua ultima considerazione, ossia che Frodo non avrebbe potuto evitare di consolare Bilbo se l’avesse visto davvero così affranto come nel film; quello che volevo sottolineare, invece, è la difficoltà, che emerge nel romanzo, da parte di Frodo, di accettare l’interesse di Bilbo per l’Anello, dopo averlo, per così dire «ereditato». La scena che avviene a Imladris sembra mettere a disagio tutti e due i protagonisti, i quali non vogliono più tornare su quell’argomento, come se non fosse mai accaduto: mi sono chiesto se questo imbarazzo non fosse provocato, almeno parzialmente per Frodo, dalla possessione dell’Anello, che non poteva lasciarlo indifferente dinanzi alla pretesa (sia pure molto abbozzata, rispetto a quella di Gollum o di Boromir) avanzata, per un istante, da Bilbo nei suoi confronti.

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  3. Come da titolo, non è facile esaminare questo fenomeno culturale controverso.
    Per quanto riguarda la mia opinione, credo che le opere del Signore degli Anelli vadano distinte fra loro.
    I film sono una cosa, i libri un’altra e il lungometraggio un’altra ancora.
    Credo che, seppur diverse, siano una più bella dell’altra.
    Il successo della trilogia di Jackson ha sicuramente favorito la diffusione a livello mondiale delle opere di Tolkien e accentuato l’interesse delle persone nei suoi confronti.
    Ad esempio, vidi per primo il cartone del Signore degli Anelli quando avevo tre anni. Poi vidi i film e poi lessi i libri.
    Insomma, il mio amore nei confronti di Tolkien è totale e tutti e tre gli aspetti lo alimentano.
    Inserirei inoltre un quarto aspetto, quello dei giochi da tavolo e dei videogiochi. Molti di questi sono spettacolari e credo che abbiano ulteriormente arricchito l’universo di Tolkien!

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    1. Vero, quello dei videogiochi è un aspetto che colpevolmente ho trascurato, ma che ha certamente contribuito a far conoscere il mondo di Tolkien a una platea più allargata. A parziale discolpa posso solo dire di non averne provato neppure uno, per cui ammetto la mia ignoranza in materia. Sarei molto felice se tu pubblicassi un articolo su questa tematica, lo leggerei con molta curiosità.

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