L’assedio di Minas Ithil (Parte V). Una resistenza impossibile

Care lettrici, cari lettori, in questo articolo proseguo la narrazione degli eventi che condussero le armate di Sauron a conquistare la parte orientale del Regno di Gondor, inclusa la città di Minas Ithil, dove Isildur aveva il suo trono. Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Per dodici giorni la Città della Luna subì un terribile assedio, eppure i suoi difensori non accennavano a deporre le armi, ché molto temevano gli Orchi gli esuli di Numenor e fuggivano terrorizzati allorché scorgevano Sulring brillare nelle tenebre; pure, molti valorosi combattenti erano caduti, vittima della nequizia di Sauron e fra costoro vi erano capitani di grande valore; infine, durante la notte del dodicesimo giorno dell’assedio, grave ed improvvisa sorse una nuova minaccia ad oriente ed essa atterrì i cuori dei Dunedain: un’imponente macchina avanzò, alta cento piedi e lunga il doppio, trainata da massicci Troll e si fermò a meno di una lega dal cancello.

“Quale nuovo artificio del nemico è codesta arma? – gridò Erfea rivolto ad Anarion che combatteva al suo fianco – Non ho mai veduto nulla di simile, eppure il mio cuore teme, ché mai ho obliato le fucine di Amon-Lanc[1] ed esse sono ben poca cosa se paragonate alle immense forge di Barad-Dur, ove i fuochi ardano da mane a sera e infiniti sono gli schiavi ivi torturati dal possente calore che questi generano.”

Non si erano ancora spenti gli ultimi echi di tali parole, che altre scale furono issate e su di esse salirono Orchi imponenti, la cui immonda pelle era ricoperta da grandi cotte di maglia; non erano però costoro ad ottenebrare le menti di coloro che difendevano le mura, ché, nel medesimo istante, si udì un gran sordido brontolio e la terra parve tremare sotto i loro piedi, mentre un’intensa luce brillava ad oriente. Parecchi Uomini e Orchi caddero dalle mura, sfracellandosi al suolo, mentre alte urla di gioia si levavano dall’accampamento di Adunaphel. Inquieto divenne allora il viso di Erfea ed egli si precipitò innanzi al cancello, ove a lungo rimase immobile, quasi che la sua mente si rifiutasse di credere a quanto l’oscura arte del nemico aveva realizzato: un imponente fusto di acciaio, montato su decine di ruote, si ergeva innanzi a lui e molti Uomini gli si accalcavano intorno, gli uni sfregando il nero metallo, gli altri versando al suo interno barili di polvere nera. Nessun racconto ha mai tramandato il nome di codesta poderosa macchina d’assedio ed essa fu utilizzata solo durante l’assedio di Minas Ithil: non vi era però dubbio che provenisse dalle oscure fucine di Barad-Dur, ché rune malefiche ne adornavano la superficie ed esse erano scritte secondo il modo di Mordor. Stupito, il Sovrintendente osservava silente tale artefatto, chiedendosi in quale modo avrebbe potuto arrestare la sua temibile forza distruttiva, allorché, per la seconda volta, una luce brillò, forte e terribile ad oriente, e il Cancello tremò nuovamente, come se migliaia di magli si fossero abbattuti sulle sue porte di ferro. La terra levò un gemito e alcune costruzioni nei pressi della prima cinta muraria caddero al suolo, conducendo nella loro agonia gli sfortunati abitanti.

Lesto come un incendio in estate, il panico dilagò in città e molti soldati indietreggiarono, chiedendosi cosa fosse accaduto: Isildur e Anarion erano infatti dispersi, né vi era tempo sufficiente per indagare sulla loro sorte, ché molti Orchi si radunavano innanzi al cancello e questo non avrebbe retto ancora a lungo; in tale ora buia, la speme tuttavia non disparve ché Elendur, primogenito di Isildur e Uomo di grande valore, prese il comando dei soldati superstiti e riuscì a condurne molti al riparo della seconda cerchia di mura, senza che la sua retroguardia subisse dure perdite: trinceratisi alle spalle dell’imponente muraglia, Elendur si premurò affinché i feriti fossero condotti nella Case di Guarigione e con orrore si rese conto che meno di tremila soldati di Gondor erano con lui in tale frangente; rabbia mista a dolore allora si destò nel suo cuore, ché nessuno era in grado di affermare ove fossero i sovrani di Gondor. Aratan e Cyrion erano tuttavia con l’erede di Isildur, ché erano i suoi fratelli minori ed essi ne amavano la fermezza del carattere e la sua lungimiranza, ed erano temprati dal medesimo fuoco della battaglia; torvi però erano i loro sguardi in quell’ora oscura ed essi parlavano poco finanche con i loro capitani, i quali, impazienti, attendevano ordini.

Tale era stata la manovra di Elendur, che gli Orchi non si dettero pensiero di inseguire i superstiti all’interno della seconda cerchia di mura, ma si accanirono contro il cancello; lenta, sorse un’alba vermiglia ma essa non recò sollievo nel cuore degli uomini, ché pochi erano ancora desti e molti giacevano nei loro miseri ricoveri, nelle piazze, ovunque vi fosse uno spazio sgombro dalle macerie e dai detriti delle mura che crollavano attorno a loro; infine la Guardia levò un grido di stupore e meraviglia, sicché molti soldati si destarono e corsero ad armarsi, temendo che gli Orchi fossero penetrati nella Città: grande fu dunque la loro sorpresa e gioia allorché essi scorsero i figli di Elendil e il Sovrintendente salire lungo le scale interne della seconda cinta di mura; trombe allora echeggiarono nelle aule diroccate e nelle piazze affollate ed Elendur strinse commosso suo padre, mentre costui elogiava il coraggio dei suoi eredi. Nessuno, tuttavia, fu allora in grado di apprendere quale compito avessero portato a termine i tre Uomini, ché essi non ne fecero parola con alcuno, eccetto i figli di Isildur; solo in seguito fu detto che essi avevano impedito che la poderosa arma di Adunaphel potesse far echeggiare nuovamente il suo odio nei confronti di Gondor ed essa giacque distrutta nella pianura, simile all’immonda carcassa di una bestia mostruosa vissuta nelle lande selvagge di Angband, e gli Orchi di Mordor l’evitavano, sicché per qualche ora più gli archi furono tesi e le spade sguainate.

Lesto allora si tenne un consiglio di guerra e la situazione parve subito grave a quanti lo presenziarono. Prima fra tutte si levò la chiara voce di Erfea: “La difesa della città è ormai divenuta impossibile, a meno che non giungano rinforzi da altre contrade. La popolazione di Minas Ithil deve essere fatta evacuare adesso, né è possibile aspettare altro tempo: dobbiamo scegliere se preservare l’onore o le vite di migliaia di donne e bambini.”

Silenti, i capitani di Gondor rifletterono a lungo su quale strada percorrere, ché entrambe le scelte avrebbero potuto condurre ad un triste destino, ché, se gli Orchi fossero stati in numero tale da impedire un ripiegamento del loro popolo ad Osgiliath, essi sarebbe andati incontro ad una carneficina; infine, scuro e irato in volto, Isildur parlò: “A che pro dovremmo fuggire innanzi al nemico? Non sarebbe soluzione più saggia far sì che le truppe di stanza ad Osgiliath e a Minas Anor accorrano in nostro aiuto, piuttosto che presentarci dinanzi ai loro attoniti occhi sconfitti? Un cancello è caduto nelle mani del Nemico, eppure la città resiste ancora! Se il parere dei miei capitani sarà favorevole a tale proposta, invierò dei rapidi messaggeri ad Aldor Roc-Thalion, l’Alto Theng dei popoli del Rhovanion, antichi alleati della nostra gente affinché egli possa condurre le sue schiere in nostro soccorso.”

Elendur sostenne lesto la proposta del padre: “Nessun Orco può vantare di aver mai catturato una città difesa da uomini valorosi quali noi siamo. Perché dovremmo abbandonare le nostre dimore, che edificammo al prezzo di molti sacrifici e di duro lavoro? Se tale è il nostro destino, che il mondo degli Eldar e degli Edain debba perire nella Tenebra, ebbene possano essere l’elmo e la cotta di maglia i nostri orgogliosi sudari!”

Molte voci contrastanti si levarono, le une sostenendo che la proposta di Erfea fosse ragionevole, le altre affermando che il coraggio del sovrano doveva essere premiato dalla fedeltà incondizionata del suo popolo; ancor prima che si giungesse ad una soluzione, tuttavia, lesto fece il suo ingresso un messaggero, il cui viso era provato dall’enorme tensione che si agitava nel suo animo. Stupiti e costernati lo osservarono Isildur e Anarion, ché sembrava evidente che costui recasse con sé novelle foriere di sventura: infine il messaggero parlò e invero le sue parole furono orribili ad udirsi in quell’ora oscura.

“Signori di Gondor, la sventura è caduta sui nostri popoli! Hoarmurath di Dìr, il cui nome sia cento e cento volte maledetto, ha incendiato i campi e gli accampamenti del mio popolo; lunga è stata la pugna, ma al calar della notte le sue schiere hanno infine trionfato, impadronendosi di un ricco bottino in armi e viveri. Inutile è stato contro la potenza del Signore della Terra Nera il coraggio delle schiere dei popoli liberi ed essi ora sono dovuti arretrare, abbandonando l’intero Rhovanion nelle mani dell’infame spettro.”

Silenzio regnò per un lunghissimo istante, infine le voci dei presenti si levarono nel medesimo istante, quasi che una misteriosa volontà avesse ordinato loro di parlare all’unisono: il panico si impadronì di quanti avevano prima sostenuto tale assedio essere la stolta opera di un servo di Mordor e non già del suo Oscuro Signore; alcuni, con la mente sconvolta da tali notizie infauste, gridarono che finanche Osgiliath avrebbe dovuto essere abbandonata, ché l’intera sponda orientale dell’Anduin era ormai indifendibile, mentre altri corsero ad affacciarsi alle finestre a nord, temendo che le schiere di Hoarmurath fossero prossime a reclamare nuovo bottino.

Erfea, tuttavia, soffiò nel suo olifante ed ecco che i cuori degli Uomini si calmarono e il silenzio scese nuovamente fra loro: “Non perdete la speme, uomini di Gondor! Non è forse stato detto che il tempo è tiranno sia con coloro che servono la causa dei Valar sia con coloro che la contrastano? Ebbene, ancor prima che le nostre schiere si scontrino con quelle dell’Avversario, sappiate che entrambi gli schieramenti dovranno vincere la propria battaglia contro il Tempo, che, inevitabilmente, corre verso Occidente.

Questo io ti chiedo di rivelarci, messaggero di Aldor Roc-Thalion: quanti giorni sono passati dacché è crollata l’ultima resistenza nel Rhovanion?”

“Mio signore, trenta lune si sono levate da quel triste giorno: il mio popolo è ora fuggito ad Occidente e dimora nei pressi del Guado del Carrock[2], a molte leghe a nord dalle città degli uomini del Mare.”

Erfea rifletté per un attimo, infine parlò: “Sauron ha dato infine dimostrazione di voler schierare le sue forze in tempi diversi, ché vuole saggiare il morso degli eserciti dell’Ovest prima di scatenare il suo più pericoloso servo; non tutti voi, credo, si rendono conto dell’incredibile fortuna che la Sorte ha riservato ai figli di Eru Iluvatar, perfino in tali sventure.”

Anarion, dopo aver ponderato in silenzio quella che a molti pareva una frase senza alcun senso, ne intese il significato e il suo cuore fu pieno di gioia, ché comprese non essere ancora perduta la guerra.

“Erfea Morluin, sagge e veritiere sono le tue parole, ché il Signore dei Nazgul non è ancora giunto nelle nostre terre; tale è dunque il corso degli eventi che sarà possibile salvare il maggior numero di vite prima che giunga il Capitano degli eserciti di Mordor. Sappiate, tuttavia, che è stata concessa solo tale occasione per evitare che la catastrofe si abbatti su di noi; celere deve essere la nostra azione, ché essa non dovrà insospettire il nemico.”

Isildur rifletté a lungo sulle parole che il fratello aveva pronunciato, infine parlò a sua volta: “Se ho ben compreso il pensiero del Sovrintendente, altre schiere dell’Avversario potrebbero giungere nei prossimi giorni e non è nelle nostre attuali possibilità fermare una tale potenza; è necessario dunque che uno fra noi prenda la via che conduce al mare e di lì al reame di Arnor, affinché Elendil possa essere avvisato del pericolo che corrono le libere genti di Endor e possa soccorrerci con le sue schiere. Tale è la mia volontà, in questa ora oscura, ché prendo su di me la responsabilità di assicurare il buon esito di una missione sì importante per le sorti del nostro popolo.”

Aratan, secondogenito del sovrano, espresse allora il suo pensiero: “Nobile padre, non sarebbe meno rischioso comunicare con il nostro sovrano tramite il palantir di Osgiliath, piuttosto che sfidare la collera di Ulmo?”

“Giovane principe, sebbene l’Oscuro Signore di Mordor non abbia simili strumenti, sarebbe tuttavia capace di interferire con la sua tirannica volontà, qualora uno fra noi, finanche il Signore di Gondor, osasse fare uso del Palantir; forse Sauron si limiterebbe ad osservare, ma se anche egli non pronunciasse parola, tuttavia i nostri piani sarebbero messi a nudo ed egli infine trionferebbe. Ecco dunque il mio consiglio: una piccola spedizione dovrà abbandonare Minas Ithil prima che il sole sorga, ché la luna non sarà visibile questa notte e gli Orchi vagano ancora qua e là, resi inoffensivi dalla paura; essa tuttavia sarà presto occultata dalle promesse di saccheggio e il cuore mi dice che tale giorno non tarderà a giungere. Un vascello sarà allestito ad Osgiliath ed esso condurrà ai porti di Cirdan la speme del popolo di Gondor.”»

Note

[1] Si veda “Il racconto del Marinaio e del Nanosterro”.

[2] Il Guado del Carrock era situato nella contrada dell’Alto Anduin, a nord dei Campi Iridati.

Leggi anche:

L’assedio di Minas Ithil (Parte IV). Due fratelli.

L’assedio di Minas Ithil (III parte). Un antico nemico…

L’assedio di Minas Ithil (parte II). Un sogno premonitore

L’assedio di Minas Ithil (parte I). Il ritorno di Sauron