L’Assedio di Minas Ithil (parte VI). Una tragica ritirata

Care lettrici, cari lettori,
siamo giunti al sesto appuntamento con la storia della guerra mossa da Sauron nei confronti del regno di Gondor alla fine della Seconda Era. Ho scelto come immagine per il mio articolo questa cartina, tratta dall’«Atlante della Terra di Mezzo» di K.W. Fonstad, che illustra le dimensioni del Regno di Gondor nel suo primo secolo di vita, compreso fra l’arrivo delle navi di Isildur e Anarion alla foce del fiume Anduin e l’inizio della guerra contro Sauron. Come potrete osservare, si trattava di un reame molto più piccolo rispetto ai confini che raggiunse nel corso della Terza Era. Ringrazio Federico Aviano, uno dei miei più affezionati lettori, per avermi dato indirettamente l’idea di mostrare questa mappa, scaturita in uno scambio di battute avute a commento del precedente articolo: in quel contesto, infatti, si ragionava sulle origini del regno di Gondor e mi è sembrato opportuno, dunque, rendere il concetto visivamente più chiaro a tutti i miei lettori attraverso questa mappa.

Si avvicina il secondo anniversario del mio blog…non posso giurarlo, ma mi farebbe piacere farvi una piccola sorpresa per quella data, tempo permettendo…stay tuned!

«Altri dettagli furono messi a punto in quella riunione e dopo due ore dacché il sole era tramontato, Isildur, scortato dai suoi cavalieri e dalla sua famiglia si accinse ad abbandonare il Reame del sud: triste fu il suo commiato ed egli si congedò da Erfea con tali parole: “Nell’abbandonare la Città della Luna, rinnovo a Erfea Morluin la fiducia che egli si è meritato in tanti anni di vigilanza; lungo tempo trascorrerà, tuttavia, prima che l’olifante dell’erede di Elendil possa echeggiare in queste terre, e molti altri eventi accadranno fino a quel momento; se il tuo cuore rimarrà saldo nella tempesta che è prossima ad abbattersi sulle nostre opere, allora il tuo animo troverà giusta ricompensa e l’amarezza che provi nel cuore sarà lenita”.

“Mio signore, invero il destino dei Secondogeniti è noto a Mandos soltanto e di rado le sue parole vengono sussurrate alle orecchie degli Uomini; tuttavia, possente è la lungimiranza della tua stirpe e può essere che tu intraveda eventi che devono ancora essere e che la mia anima non scorge, incapace di lacerare il velo che occulta infausti ricordi e che sapientemente ha tessuto in anni di esilio per mascherare il dolore della perdita”.

“Questo ti dico, Erfea figlio di Gilnar: il velo sarà squarciato, ché la morte ti sarà prossima; se tuttavia il tuo cuore saprà essere saldo in tale frangente, questo io non so prevederlo ché l’Oscurità incalza e ottenebrate sono le vie del mio pensiero”.

Nulla rispose il Sovrintendente di Gondor e, inchinatosi lesto, condusse il suo signore al cancello orientale della città, ove una nutrita scorta lo attendeva; infine, dopo aver levato un’ultima volta la mano in segno di saluto, si recò nelle case di Guarigione, offrendo i suoi servigi a coloro che ne abbisognavano, ché egli era un uomo pietoso e di rado la stanchezza prendeva il sopravvento sulle sue membra, sicché attese al suo lavoro per l’intera durata della notte; parola non fu però pronunciata ed il suo viso era fosco e pallido, simile ad un bianco fiore notturno che la bruma occulta agli sguardi dei viaggiatori erranti del deserto.

Giunse infine il mattino e con esso le prime cattive novelle: esploratori, inerpicatesi lungo il pendio degli Ephel Duath, avevano scorto immensi accampamenti estendersi nella piana di Gorgoroth e, atterriti da tale visione, erano corsi lesti a Minas Ithil; Orchi ed altre creature erranti delle Tenebre erano ancora dispersi, eppure ogni cosa lasciava prevedere che presto si sarebbe scatenato un nuovo assedio alla Città della Luna.

Alla terza ora dopo il sorgere del sole, soldati giunsero da Osgiliath e da Minas Anor, recando i vessilli dei figli di Elendil: Anarion affidò a costoro, secondo quanto era stato stabilito il giorno precedente, la custodia delle donne e dei bambini di Minas Ithil: “Siate lesti, ché non è nei nostri mezzi sfidare la potenza delle schiere di Sauron in campo aperto, né i suoi eserciti tarderanno a giungere, ché il loro obiettivo è ancora lungi dal concretizzarsi”.

Un’ immensa processione di profughi si avviò allora mesta sotto un pallido sole e poche erano le parole pronunciate, ché ognuno custodiva nel proprio cuore le paure che in quell’ora buia spiravano da Oriente: per tre giorni colonne silenziose di donne avvolte in ampi manti e di bimbi aggrappati ai grembi delle loro madri percorsero l’ampia strada che conduceva a Osgiliath e ancora nessuna lancia si scagliava contro di loro, né si udivano le gracchianti voci degli Orchi, ché l’Oscuro Signore radunava tutti i suoi eserciti ed essi viaggiavano lungo percorsi sconosciuti alla gente di Gondor: come gli avvoltoi seguono i lupi allorché costoro cacciano il cervo, così decine di migliaia di cavalieri dall’Harad, fanti dal Khand e da Nuriag[1], carri dalle contrade poste intorno al Rhun, cani da combattimento dalle remote giungle di Dwar accorrevano a Mordor, comandati da crudeli Principi attratti dal sentore di un immane massacro.

Orchi si agitavano nelle Montagne Nebbiose e nell’estremo Nord, obbedendo al volere dell’Anello, desiderosi di impossessarsi di un bottino di sangue; eppure Sauron non era soddisfatto di un tale dispiegamento di forze, ché altre creature, eredi delle aberranti oscenità che la mente di Melkor aveva partorito, attendevano un suo comando ed esse erano astute ed infide come il loro antico signore.

Ben poco di tali movimenti era noto a Gondor e gli Uomini di Minas Ithil attendevano, silenti e immobili, che la tempesta si abbattesse su di loro; alcuni, i più fiduciosi, contavano le leghe che separavano Isildur da Cirdan e discutevano di quanti giorni sarebbero stati necessari a Gil-Galad per radunare le sue schiere; altri, più scettici, sussurravano che nessuna nave aveva osato sfidare la collera di Ulmo in tale stagione e temevano che le loro speranze giacessero ormai nel fondale del Belagaer.

Nessuno comprese quali pensieri nutrisse nel suo cuore Erfea Morluin in quei giorni terribili e sovente la Guardia scorgeva il suo elmo alato brillare accanto ai vessilli dei Re; ultimo ad abbandonare i suoi soldati allorché la tenebra calava i suoi strali su di loro e primo a destarsi all’alba, non disdegnava partecipare alla ronda; grande amore i fanti provarono per il Sovrintendente ed egli accorreva ovunque la sua mente acuta e il suo forte braccio fossero necessari: silente era però il suo volto e nessuna luce brillava nei suoi grigi occhi. Nei brevi istanti in cui nessun pericolo minacciava la Città della Luna, Erfea giaceva in un sonno angoscioso, ove i timori e i rimorsi si mescolavano; a volte, lo si udiva cantare a bassa voce antiche cantiche di Edhellond e di Numenor: affascinati lo ascoltavano allora gli Uomini, ché in essi rinasceva la speranza e per alcuni momenti pareva loro di obliare le pene che avevano di recente sofferto.

Infine giunse il giorno che essi avevano a lungo temuto, ché l’aria fu scossa da centinaia di urla selvagge e gli Orchi calarono nuovamente su Minas Ithil; codesti, tuttavia, erano in numero maggiore rispetto all’ultimo assalto ed erano astuti e crudeli. Sovente, gli uomini della Guardia, udivano l’oscena voce di Adunaphel incitare le sue truppe verso la vittoria ed essi provavano nel profondo dei loro cuori grande timore; non una spada fu tuttavia abbandonata da mano codarda, né una lancia spezzata nell’ora della pugna, ché invero i Dunedain erano una nobile stirpe e la luce degli Eldar di Tol-Eressea era ancora nei loro occhi, sicché i nemici ne erano sgomenti.

Per sette giorni la pugna regnò feroce sulla Città della Luna crescente, né gli Orchi sembravano aver placato la loro sete di sangue; infine, troppo lesto per il cuore di chi difendeva le amate dimore della sua gente e troppo tardi per colui che ambiva atroce vendetta, giunse l’ora in cui le difese di Minas Ithil sembrarono non potersi più opporre al potere dell’Oscuro Signore: allora Erfea cercò il suo signore Anarion e lo trovò mentre incoraggiava i suoi soldati nei pressi di un’alta torre.

Grave era lo sguardo del Sovrintendente, e il Signore di Gondor apprese lesto i motivi di tale angoscia: “Mio re, il cancello è prossimo a cadere nelle mani del Nemico: dobbiamo scegliere se difendere una fortezza, sapendo che non vedremo altre albe sorgere, oppure ritirarci ad Osgiliath e ivi continuare a difendere il nostro popolo”.

Anarion, tuttavia, non poté rispondere a tale richiesta, ché in quel momento un Orco, il quale aveva atteso nell’ombra di una nicchia, balzò fuori e menò un gran fendente al capo dell’erede minore di Elendil; l’elmo alato forgiato a Numenor attutì l’impatto, tuttavia egli cadde disteso in terra. Troppo tardi Erfea trucidò l’ignobile creatura di Mordor, ché altre della sua schiatta si avventarono sul corpo del sovrano, avendo intenzione di portarne in dono le spoglie al loro Oscuro Signore: atroce allora divampò la lotta tra il Sovrintendente e gli Orchi, né egli poteva sperare nei rinforzi, ché i soldati di Minas Ithil ancora superstiti erano impegnati a fronteggiare altre schiere dell’Avversario.

Fu in tale frangente che si manifestò la lungimiranza dei Valar, ché le aquile di Ar-Thoron calarono sulle laide creature di Sauron, lacerandone le membra e cavandone gli occhi; forte allora gridò Erfea e il suo olifante squillò fiero, sicché gli Orchi fuggirono in preda al panico, abbandonando il corpo esamine di Anarion.

“Se anche mi fosse concesso il tempo di Aman, non vi sarebbero parole sufficienti per esprimere la mia gratitudine, ché non solo la mia vita, ma anche quella del figlio di Elendil avete salvato da morte certa”.

“Non ti dissi forse che ci saremmo rivisti quando la morte ti sarebbe stata prossima, Erfea Morluin? – rispose Ar-Thoron, inchinandosi a sua volta, seguito dai suoi vassalli del Nord – Non meravigliarti dunque, ché la lungimiranza dei messaggeri di Manwe è superiore a quella degli uomini, fossero anch’essi i prodi Numenoreani”.

“Sagge sono le tue parole, Signore delle Aquile, e grato è l’aiuto che in questa ora buia le tue schiere offrono ai Popoli Liberi di Endor; numerose sono state tuttavia le nostre perdite e la città è ormai indifendibile”.

“Il vento del Nord mi ha narrato della dipartita di Isildur da Minas Ithil e ora mi avvedo che Anarion è gravemente ferito: in qualità di Sovrintendente di Gondor e in assenza del legittimo sovrano toccherà a te condurre i soldati della Città della Luna a Osgiliath. Sei saggio a sufficienza, Erfea, per non disperare, tuttavia, sappi che altri poteri sono all’opera in questa ora buia e che altri pericoli dovrai fronteggiare in questi giorni, ché, tienilo sempre a mente, codesto è solo uno degli eserciti di Mordor e il Capitano Nero attende ancora nell’Ombra”.

Mentre così discorrevano Erfea e Ar-Thoron, alcuni soldati della guardia reale si erano approssimati al corpo del sovrano e osservarono sgomenti quanto era accaduto; Erfea tuttavia incoraggiò i loro stanchi animi e li esortò ad abbandonare la città appena fosse giunto il mattino, nell’attesa difendendo strenuamente il ponte che conduceva alla Città delle Stelle, finché l’ultimo uomo non avesse abbandonato Minas Ithil.

Tali erano i progetti del Sovrintendente di Gondor ed essi avrebbero avuto buon esito se improvvisa non fosse calata una tenebra sì fitta che neppure le aquile di Manwe riuscirono a scorgere alcunché; stridule allora si levarono dall’oscurità le fredde voci dei Nazgul e gli eserciti di Mordor si lanciarono alla carica, trucidando chiunque si opponesse alla loro rapida avanzata; i fanti gondoriani furono costretti ad indietreggiare in modo disordinato, taluni privilegiando la difesa delle loro case e di quante esse racchiudevano, altri ritirandosi, secondo gli ordini di Erfea, ad occidente.

Nelle prime ore del meriggio, radunati intorno a sé quanti più fanti e cavalieri possibili, Erfea ordinò alla guarnigione di Minas Ithil di ripiegare a Osgiliath e inviò le aquile di Manwe nei forti dei Dunedain nell’Ithilien, pregando loro di riferire ai comandanti di condurre le proprie truppe alla capitale, senza attendere, chiusi nelle proprie mura, l’impeto degli eserciti di Mordor: entro sera, le avanguardie dell’esercito di Minas Ithil giunsero ad Osgiliath, mentre la retroguardia copriva la ritirata: nulla pareva turbare tali manovre di ripiegamento e già duemila soldati della guardia avevano fatto il loro ingresso in città, allorché Adunaphel, resasi conto dei movimenti del nemico, inviò un messaggio a Dwar di War[2], il terzo in possanza fra i Nazgul, affinché costui inviasse i suoi feroci cani da combattimento a sostegno delle sue armate che inseguivano i superstiti di Minas Ithil.

Erano, i mastini di Dwar, le bestie più feroci di Endor, ad eccezione dei grandi vermi di Morgoth e la loro crudeltà era pari all’intelligenza che essi dimostravano di possedere allorché davano la caccia alla preda; lesti balzarono dalle loro tane, allorché ricevettero l’ordine di trucidare i superstiti dell’esercito di Gondor, e in breve tempo furono sopra i fanti e gli arcieri di Minas Ithil. Sulle prime gli Uomini risero, ché non credevano possibile che simili animali potessero lacerare le cotte di maglia forgiate secondo l’antica tradizione numenoreana; tosto, però, il riso si tramutò in orrore e infine in dolore, ché i denti dei segugi di Dwar squarciavano qualunque parte del corpo non fosse protetta dall’armatura e la loro precisione nel colpire era pari solo alla ferocia con cui il morso era inferto alle sfortunate vittime: la ritirata si tramutò così in fuga disordinata, né i capitani erano in grado di riorganizzare le file delle proprie schiere, ché il panico si era impadronito dei Dunedain ed essi pensavano solo a mettersi in salvo, abbandonando la piana che si estendeva tra l’Ithilien e Osgiliath.

Invero tale catastrofe fu ancor più grave di quanto apparve inizialmente, ché, se i soldati anziché indietreggiare confusamente, avessero recuperato lo schieramento iniziale, i mastini di Dwar sarebbero stati crivellati dalle mortali frecce numenoreane e i loro danni sarebbero stati limitati; tuttavia, il panico ebbe la meglio sul coraggio, e numerose lacrime versarono nei giorni seguenti le donne di Gondor.

Erfea, sopravvissuto a tale attacco furioso, condusse alla carica i cavalieri superstiti di Minas Ithil, un centinaio in tutto, contro le immonde schiere di Dwar, disperdendole e impedendo loro di straziare i cadaveri dei gondoriani caduti; al termine della notte, pochi soldati erano ancora in grado di brandire un’arma, ché molti erano i feriti e ancor più i morti: tristi parole si levarono quella notte, frammiste a pianti ed imprecazioni contro le schiere di Mordor».

Note

[1] Contrada posta a sud di Mordor e abitata da stirpi di uomini Haradrim, servi di Sauron e guerrieri implacabili.

[2] Capitano dell’armata dei Cancelli Neri e Signore dei Cani. Per una biografia su questo Nazgul si veda il seguente articolo: Dwar di Waw, il Terzo, il Signore dei Cani.

Leggi anche:

L’assedio di Minas Ithil (Parte V). Una resistenza impossibile

L’assedio di Minas Ithil (Parte IV). Due fratelli.

L’assedio di Minas Ithil (III parte). Un antico nemico…

L’assedio di Minas Ithil (parte II). Un sogno premonitore

L’assedio di Minas Ithil (parte I). Il ritorno di Sauron

8 pensieri riguardo “L’Assedio di Minas Ithil (parte VI). Una tragica ritirata

  1. Grazie per avermi citato!
    La mappa calza a pennello con l’articolo, grazie per averla aggiunta.
    Questo ciclo di racconti è quello che mi è piaciuto di più, probabilmente perché hai descritto (in certi casi meglio di Tolkien, devo ammetterlo) gli scontri in modo assai coinvolgente.
    Una piccola domanda: l’intervento delle Aquile è realmente accaduto in tale contesto, oppure è una tua invenzione? In generale, quali dei fatti che hai descritto sono realmente accaduti?
    Sono confuso e piacevolmente impressionato perché sembra sia stato Tolkien a scrivere parola per parola

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    1. Figurati, è sempre molto proficuo per me discutere con te dei miei racconti, sono io a doverti ringraziare! Beh, sono lusingato dai tuoi complimenti, devo ammettere che per le battaglie ho un certo debole. Quando si arriverà allo scontro davanti al Cancello di Nero, avrai a disposizione anche degli schemi che mostreranno la disposizione delle truppe e i movimenti delle varie fasi della battaglia.
      Per rispondere alla tua domanda finale, posso dirti che Tolkien si è solo limitato a menzionare questi tre eventi: 1) l’attacco di Sauron a Minas Ithil; 2) la fuga di Isildur verso suo padre Elendil nel Nord; 3) la difesa di Osgiliath e di Minas Anor da parte di Gondor. Fatti salvi questi tre eventi, che sono scarsamente descritti negli Annali della Seconda Era del Signore degli Anelli e nel Silmarillion, il resto è stato tutto inventato da me. Sono molto soddisfatto di essere riuscito a rispettare lo stile della narrazione di Tolkien, mi hai rivolto davvero un bellissimo apprezzamento.

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    2. Tolkien nn h mai descritto nel dettaglio i suo scontri, pensa solo a Gothmog vs Feanor, che duello epico sarebbe stato circondati da Balrog, sappiamo solo che Gothmog uscì vincitore

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      1. Beh, però quello fra Morgoth e Fingolfin non è descritto male…idem anche per lo scontro fra Eowyn e il Re Stregone. In generale, tuttavia, concordo con te: molti duelli sono stati lasciati abbastanza in secondo piano, compreso forse quello più epico di tutti, a mio parere: Sauron contro i signori dell’Ovest alla fine della Seconda Era. La mancanza della descrizione di un tale duello è davvero una grave pecca…

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