L’assedio di Minas Ithil (parte VII). La reggenza di Erfea

Care lettrici, cari lettori,
riprendo con questo articolo la narrazione dell’assedio di Gondor da parte delle armate del nazgul Adunaphel. Nel precedente articolo L’Assedio di Minas Ithil (parte VI). Una tragica ritirata avete letto dell’abbandono della Città della Luna da parte dei civili e dei soldati numenoreani, ormai ridotti in condizioni tali da non poter più opporre resistenza ai nemici soverchianti. Questo sarà l’ultimo capitolo di questa serie: a partire da questo momento, infatti, i lettori che vorranno seguire le avventure di Erfea a comando dell’esercito di Gondor, dopo il ferimento e successivo stato di coma raggiunto da Anarion, avranno a disposizione una nuova serie di articoli che riguarderanno gli sviluppi della situazione bellica: i combattimenti, infatti, dopo la caduta di Minas Ithil, si spostarono verso la Città delle Stelle, come era allora chiamata la capitale del Regno di Gondor. Potrete, dunque, continuare la lettura qui: In difesa di Osgiliath (I parte).

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Meneldur, erede di Anarion, ricevette Erfea, allorché costui ebbe terminato il proprio turno da guardia, nella sala del trono ed ebbe con il Sovrintendente un breve colloquio. “La sovranità del regno di Gondor resterà nelle mani dei discendenti di Isildur, a meno che un oscuro flagello non conduca tutti noi verso un’amara morte; tuttavia vorrei che Erfea Morluin assumesse il comando delle armate di Osgiliath e di tutti i nostri bastioni in tale contrada, ché tale sarebbe stato anche il desiderio di mio padre se egli fosse stato cosciente; notevole fama hai acquisito in questi lunghi anni di esilio e fra i soldati della Guardia corre voce che nessuno sia più lesto di te nel manovrare la spada. Possa tu condurci alla vittoria finanche in tale ora oscura”.
Dopo essersi inchinato, Erfea parlò: “Se tale è la volontà dell’erede del re di Arnor e Gondor, ebbene, non sarò io a metterla in discussione. Farò quanto tu chiedi e possa la grazia dei Valar permettere a tuo padre di sopravvivere ai mali di quest’epoca”.
Nessun’altra parola fu pronunciata fra i due né quel giorno, né i giorni seguenti, ché il Sovrintendente presenziava numerosi consigli, intento a programmare la difesa della città di Osgiliath, mentre Meneldur giaceva accanto al capezzale del proprio padre, silente come le statue del Rith Dinen[1] e pallido in volto.
Il giorno seguente l’evacuazione da Minas Ithil, un messaggero giunse alla Città delle Stelle, recando con sé notizie gravi, sebbene ormai prevedibili; una possente flotta, quale non se ne vedeva una simile da numerosi anni, aveva assaltato Pelargir nel Sud; la città era stata sguarnita e la sua popolazione si era rifugiata a Dol Amroth e ad Edhellond.

“Non fu tuttavia il terrore delle vele provenienti da Umbar a colmare il nostro cuore di panico, né l’udire il suono di centinaia di corni echeggiare nella calma aria del mattino – riferì il messaggero – ma la visione di due oscure figure, quali mai la nostra gente aveva scorto dacché la città era stata fondata. Esse si ergevano sulla poppa di una fra le navi più splendide che i miei occhi abbiano mai mirato; lunga quaranta metri, le sue lucide fiancate nere lambivano l’acqua e tuttavia sembravano sfiorarla appena; letale era però il suo equipaggiamento bellico e le sue baliste ripetutamente crivellavano di colpi i nostri bastioni. Feroce fu l’attacco ma non meno disperata la nostra difesa; scagliammo frecce in gran quantità e numerose navi presero fuoco, sicché parve che le acque del fiume stesso bruciassero.
Il nemico, tuttavia, non sembrò tenere in gran conto la nostra minaccia, e continuò l’attacco per quattro giorni e quattro notti, sempre, così parve, con il suo malefico occhio volto a settentrione. Due notti fa, le vedette sulle mura avvistarono una grande nube di fumo levarsi da nord e gli animi di tutti, pur nulla sapendo di quanto avveniva in tal contrade, furono presi da grande terrore e sgomento; le schiere dell’avversario, al contrario, presero ad esultare e la furia del loro attaccò sembrò centuplicata: macchine forgiate nelle loro fucine comparvero sul ponte delle loro navi ed esse erano ignote ai nostri occhi; fin troppo presto, tuttavia, ne apprendemmo lo spaventoso uso che il nemico si apprestava a farne, ché esse scagliarono contro le nostre mura un gran quantità di proiettili di svariate dimensioni, gli uni più piccoli, gli altri più grandi, finché numerose crepe non si aprirono al loro interno e i nemici non si furono impadroniti del cancello e dei bastioni che si ergevano attorno ad esso, sicché la nostra difesa divenne impervia e tutti coloro che non potevano impugnare un’arma furono costretti ad abbandonare la città, le cui fiamme spettrali si riflettevano sulle acque del mare per molte miglia intorno.
Invano sperammo che rinforzi potessero giungere in nostro soccorso da Osgiliath; infine, al sorgere del nuovo sole, la nostra gente si mise in viaggio ed ora dimora nelle grotte che si ergono nei colli a nord; i soldati, tuttavia, non vollero abbandonare le armi e proseguirono nella lotta, ritirandosi in buon ordine nelle cerchie interne della città, ove l’assedio ancora prosegue. Io fui mandato da Herugil, signore di Pelargir, a domandare l’aiuto dei nostri sovrani in un’ora sì buia per la nostra città”.
“Riferisci al tuo signore che non vi è altro conforto per il vostro popolo che la spada, né un destino differente dalla guerra, ché le armate di Mordor sono prossime alla città di Osgiliath; Minas Ithil è caduta quattro giorni fa e molti soldati sono stati uccisi nella sua difesa e durante la ritirata che a essa ha fatto seguito”.
Tali furono lo sgomento e il timore che si dipinsero sul volto del messaggero, che costui abbandonò la sala senza pronunciare parola; Erfea, tuttavia, non lo fermò, ché non vi sarebbe stata parola tale da poter arrestare il corso degli infausti eventi. Lesti, i soldati della Guardia si schierarono sui bastioni e lungo le mura di Osgiliath, mentre solo la voce del vento si udiva in tutta la pianura; forte echeggiava il vento del Sud in quella ora oscura, sicché ogni altro suono venne ridotto al silenzio; e, tuttavia, fu un bene, ché se il suo canto fosse venuto meno, gli uomini avrebbero ascoltato solo il terrore albergare nei loro cuori e lo spavento echeggiare negli oscuri antri della mente.

La grande città di Osgiliath era stata edificata sulle due rive del fiume Anduin ed i suoi alteri palazzi, le sue imponenti torri e le austere terrazze erano difesi da bastioni e fortificazioni che correvano lungo il suo perimetro esterno: non vi erano che due soli accessi per entrare nella città, ed entrambi erano stati collocati da mani sapienti al termine di due imponenti strade, le quali, inerpicandosi lungo i bastioni esterni, conducevano ai cancelli orientale e occidentale; qualunque nemico che avesse voluto raggiungere i massicci portoni in quercia che si ergevano alla sommità dei due percorsi fortificati, avrebbe dovuto esporsi al tiro di numerosi arcieri collocati all’interno di invisibili torri e lungo i camminamenti che ne univano le strutture.

Bella, eppure micidiale, la capitale del regno di Gondor ammaliava il forestiero con la medesima grazia con la quale gli si sarebbe accanito contro, qualora costui avesse voluto farne scempio; nessun mortale avrebbe avuto la follia di prendere d’assalto i suoi poderosi bastioni o le sue imponenti torri.

Non era però un rozzo abitante dei colli, né un sudicio Orco di caverna che giungeva a sfidarne la potenza, ma una creatura imbevuta di odio e ambizioni pari a quelle che un tempo mossero Morgoth, l’antico nemico, contro la fiorente città di Gondolin; a lungo gli eserciti di Mordor erano stati addestrati all’uopo e ora giungevano per appropriarsi di quanto desideravano conquistare; torri mobili erano spinte innanzi da creature mostruose, più simili a bestie che ad uomini, mentre fitte schiere di Orchi, ne circondavano le mura, facendo risuonare a lungo gli scudi in segno di sfida; eppure, la città non tremò e il sussulto di paura che era germogliato nel cuore degli Uomini tosto disparve, ché Osgiliath era ben fortificata e finanche la potenza delle schiere del Nemico poteva punto o poco contro di essa: frecce erano scagliate dalle feritoie e dai merli, né gli Orchi riuscivano a superare il fossato senza subire gravi perdite, ed essi non avevano recato con loro alcun natante per superarne le gelide e profonde acque.

Accadde dunque che la città resistette a lungo, oltre le aspettative di Adunaphel, la quale ardeva invero di ottenere la sua vendetta sui Dunedain scampati alla Caduta; al termine del quindicesimo giorno dacché l’assedio aveva avuto inizio, i cavalieri della città uscirono per compiere una sortita a cavallo, al fine di incutere terrore nelle schiere di Mordor; allora i servi di Sauron si sparpagliarono come le foglie nell’autunno e la vittoria arrise ai figli di Gondor.
Lieti furono i cuori dei Secondogeniti quella sera e canti si levarono da ogni vicolo della città; solo Erfea non condivideva tale entusiasmo e il suo animo rimaneva impassibile, ché non aveva obliato la potenza delle armate di Sauron, né aveva ignorato che gli Orchi erano stati condotti dinanzi alla mura di Osgiliath non già per raderla al suolo, ma per verificare la resistenza della Guarnigione e della fortificazioni, allo scopo di mostrare al Nemico quali fossero i punti deboli della Città.
È stato detto che i Numenoreani avessero una vista sì acuta da scorgere un bersaglio a molte leghe di distanze; pure, sebbene tale notizia corrispondesse al vero, solo il Sovrintendente individuò nove remote figure a cavallo stagliarsi sui colli che si ergevano ad Oriente, simili a statue silenti eppure remote; parola non avevano sussurrato, eppure Erfea non ebbe dubbi sull’identità che i loro abiti neri occultavano alla vista degli uomini: essi infatti erano gli Ulairi, gli schiavi dell’Anello e nessun’azione bellica era sfuggita ai loro rapaci occhi, ché vi sono altri sensi oltre la vista e l’udito ed invero i Nazgul erano profondi conoscitori delle arti del Nemico ormai obliate. A lungo i nove capitani di Sauron ristettero sul colle, infine, allorché i loro eserciti furono sconfitti, svanirono ad Oriente e più furono visti per lunghi giorni; ultimo a svanire nella bruma della sera che strisciava dai Monti Bianchi, fu colui che in seguito avrebbe condotto possenti e feroci armate contro la città degli uomini del mare; una ferrea corona ne incorniciava il volto e nulla di questo era visibile, ad eccezione degli occhi, la cui malvagità sembrava irradiarsi a tutto il corpo: ignoto era agli uomini dell’epoca il suo sembiante, eppure, se avessero avuto follia a sufficienza per approssimarsi, tremanti, innanzi al suo spaventoso destriero, avrebbero scorto delle rune intarsiate lungo tutto il suo elmo e infine la sua origine sarebbe stata rivelata, ché codesto era l’elmo di Tar-Ciryatan, undicesimo sovrano di Numenor.
Colui che ora si arrogava il diritto di indossarlo, altri non era che il secondogenito di costui: Er-Murazor era il suo nome tra i Numenoreani Neri ed egli era noto anche come il Signore dei Nazgul, capitano delle legioni di Mordor; per qualche istante il suo sguardo si posò su Erfea che lungi l’osservava, infine svanì nella bruma vespertina, recando con sé letali giuramenti di vendetta contro colui che, anni prima, ne aveva impedito la vittoria.

I giorni successivi furono allietati dalle feste e dai canti che accompagnarono la celebrazione della vittoria sugli eserciti di Mordor, resi ancor più dolci dalle notizie che giungevano da Nord e da Sud: infatti, sebbene la città di Pelargir fosse stata incendiata dalla flotta comandata da Akhorahil ed Indur, i soccorsi prestati ai Dunedain dagli elfi di Edhellond avevano condotto alla resa degli avversari, le cui imbarcazioni giacevano ora nel profondo del mare del Belegaer; al guado di Carrock, inoltre, gli eserciti degli Eothraim scampati ai massacri e ai saccheggi perpetuati da Hoarmurath, si erano alleati agli elfi di Lorien e alle altre stirpi di Uomini che abitavano le vaste contrade del nord e avevano messo in fuga le avanguardie del nemico, impedendo ai suoi Orchi di conquistare la contrada dell’Alto Anduin e le terre del Rhovanion occidentale.

Tali erano dunque gli avvenimenti delle ultime settimane, ché i Popoli Liberi sembravano aver impedito il sorgere di una seconda oscurità su Endor; ma la vigilanza degli Uomini venne meno ed essi si gloriavano per quella che credevano essere stata una grande vittoria sulle forze di Mordor; Isildur, tuttavia, era giunto ai lidi del Lindor ed ivi aveva esternato a Gil-Galad, l’alto re dei Noldor in esilio, e a suo padre Elendil, sovrano di Arnor, le inquietudini che nutriva nel suo cuore, ed essi avevano convenuto con lui che era necessario consentire ai capitani delle liberi genti e ai Saggi di incontrarsi per deliberare sulle sorti di Endor, onde assicurarsi che il pericolo di Sauron fosse o meno reale; indi, rapidi messaggeri erano stati inviati in tutti i reami ove erano ancora ascoltate le parole dei Valar e fu stabilito che il concilio si tenesse ad Orthanc, la poderosa e solitaria fortificazione che i Numenoreani avevano edificato negli anni successivi alla Caduta all’estremo sud delle Montagne Nebbiose.

Le storie di quei giorni ricordano che fra coloro che presero parte al concilio, vi fossero Gil-Galad, Galadriel, Celebrian ed Elrond per i Noldor; Oropher[2] e Cirdan per i Sindar; Elendil, Isildur ed Erfea, in qualità di sovrintendente e rappresentante del regno di Gondor, ché era ancora infermo Anarion, per i Dunedain; Aldor Roc-Thalion per gli Eothraim e gli uomini del Nord e Naug Thalion e Groin per i nani di Khazad-Dum; ma poiché di tale avvenimento si narra altrove[3], qui non se ne trova resoconto completo.

A lungo discussero i sovrani e i rappresentanti dei Popoli Liberi, ché l’attacco di Sauron aveva colto di sorpresa ognuno di loro, eccetto Erfea e Gil-Galad, supremo re dei Noldor, né vi era concordia sulla strategia da adottare per contrastare le mire egemoniche del Nemico, ché vi erano ancora ostilità, solo a stento soffocate da uno sterile formalismo, tra i Naugrim ed i Sindar di Oropher[4], ed i Silvani non desideravano riconoscere come comandanti supremi dei loro eserciti gli orgogliosi Noldor; fu in tale frangente che molti dei frutti concepiti da Eru Iluvatar e benedetti dalle lacrime di Yavanna, germogliarono freschi e limpidi, ché gli spiriti dei Dunedain, non rosi da alcun astio o risentimento verso le altre Libere Genti, si applicarono affinché tali contrasti in seno al Concilio fossero superati in nome del buon senso e dell’impellente necessità di condividere una strategia comune prima che il secondo attacco di Sauron piombasse sulle loro contrade.

Al termine di una settimana, dunque, fu approvata e firmata dalle parti contraenti un’Alleanza, il cui scopo primario era arrestare la minaccia di Sauron ai reami dei figli di Eru Iluvatar, e qualora le condizioni lo avessero reso possibile, di umiliare il nero spirito di Sauron, ricacciandolo nelle Tenebra dalla quale giungeva; ciascun popolo, secondo le proprie possibilità e i propri mezzi, avrebbe contribuito alla costituzione e all’armamento di un esercito quale non si vedeva dai tempi della Guerra d’Ira, allorché Morgoth fu abbattuto ed Endor, per alcuni tempi, liberato dalla lordura dei suoi servi.

Confortato da tali notizie, Erfea Morluin fece ritorno ad Osgiliath di gran carriera, ché notizie non gli erano giunte della sua patria ad Orthanc e il suo cuore molto temeva per la sorte di Anarion che ancora giaceva nell’oblio; nulla, tuttavia era accaduto nella città in sua assenza e Meneldur era sempre al capezzale del padre, le cui ferite, sebbene fossero state curate secondo l’arte dei Numenoreani, la cui scienza all’epoca non era ancora svanita dal mondo, pur recavano nei loro labbri un veleno invisibile ai guaritori della città; pallido era il viso del sovrano e a tratti sconvolto da dolorose smorfie che incupivano l’animo e il cuore di coloro che in quei giorni l’assistevano».

Note

[1] Con tale nome si indicava la strada ove erano situate le dimore dei morti a Minas Anor, oggi nota come Minas Tirith.

[2] Si veda l’Appendice F, “Il Consiglio di Orthanc”.

[3] Sovrano degli elfi silvani di Bosco Verde il Grande e padre di Thranduil, condusse la sua gente a  Sud e  perì durante il primo assalto ai Cancelli Neri di Mordor; si veda anche “Il Racconto del marinaio e della grande battaglia”.

[4] Tali rancori erano dovuti al ricordo, mai obliato dalla stirpe di Oropher, dell’assassinio di Thingol, re degli Elfi, da parte degli artigiani nani provenienti dalla cittadella di Nogrod, avvenuto nella Prima Era a causa del possesso del Silmaril: in realtà, nessuno degli assassini era sfuggito al giusto castigo, ché erano stati trucidati da Beren e dagli Ent; pure i Sindar avevano nutrito da quel dì avversione per i Naugrim, sebbene la stirpe di Khazad-Dum fosse stata estranea a tali vicende.

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