Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

Si torna al racconto delle geste sfortunate di Oropher e di Amdir – rispettivamente sovrani di Bosco Verde il Grande e di Lorien – che mal tolleravano l’autorità di Gil-Galad in seno all’Alleanza e non sopportavano di combattere a fianco dei Nani di Khazad-Dum. Potrete trovare il testo introduttivo qui.

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«“Se le nostre schiere marciassero contro quelle del nemico, o figlio del Doriath, credi che esse conseguirebbero la vittoria? I nostri soldati non posseggono che fragili archi e deboli lance, né essi sono gli eredi di un popolo guerriero, ché i Silvani hanno sempre vissuto all’ombra delle grandi querce e non hanno mai preso parte alle vicende degli orgogliosi Noldor e dei giovani Dunedain. Non desidero che le vite della mia gente siano consumate dalla medesima ambizione che avvizzisce il tuo animo.”

L’ira avvampò allora nel cuore di Oropher; tuttavia, con grande fatica egli la dissimulò e si rivolse al suo interlocutore con parole più miti: “Se i tuoi occhi fossero ciechi e la tua lingua traditrice, ecco che sciocchi sarebbero i miei ammonimenti e la mia amicizia ti verrebbe meno, ché non potrei tollerare che un sovrano dei Primogeniti fosse sì codardo nel cuore e nella mente; tuttavia, niente, se non i vacui consigli di coloro che ci assicurarono la loro alleanza, salvo poi venire meno ad essa allorché non furono più le loro contrade ad essere sfiorate dai crudeli schiavi di Sauron, potrebbe trattenerti dal pronunciare ferma condanna degli intenti di costoro.

Naugrim militano nelle loro schiere ed essi si rivolgono ai nostri guerrieri con cortesi parole, pronunciate nella medesima lingua di costoro; eppure, non fu forse detto che Sauron in persona sedusse gli sfortunati fabbri elfici dell’Eregion camuffando i suoi crudeli intenti con sembiante piacevole a vedersi e con sagge parole? Quale signore fra i Noldor ed i Dunedain può giurare che i Naugrim, come già avvenne in passato, non verranno meno alla parola data e trucideranno il nostro popolo impunenemente? Costoro, eredi di una razza che lo stesso Iluvatar mai avrebbe gradito venisse al mondo, asseriscono di non aver mai preso parte a tali misfatti e che la loro amicizia nei confronti delle stirpi dei Sindar è leale; eppure, annientati gli eserciti di Mordor, non rivolgerebbero forse la loro attenzione su quanto i loro occhi bramano possedere?”

Si interruppe per un attimo, quasi che temesse che orecchie indiscrete fossero in ascolto, infine proseguì e la sua voce fu solo un sussurro nella gelida notte: “Non ritieni che ambita preda sarebbe per Durin IV, rinchiuso nei suoi gelidi antri sotterranei, la cattura degli Anelli degli Elfi? Ben conosciamo quali Signori fra gli Eldar possiedono tali artifizi e mai il nostro cuore è stato sfiorato dall’idea di possederne uno, sebbene molto i nostri regni abbisognino di essi; eppure, se cadessero nelle bieche e rapaci mani dei Naugrim, allora costoro si impadronirebbero delle nostre contrade e ove vi fosse l’albero in fiore, la loro cupidigia lo tramuterebbe in legna da ardere per le loro lugubri fornaci.”

Poco amore vi era nel cuore di Amdìr per i figli di Aule e nella sua mente non era mai svanito il ricordo del sacco delle antiche dimore del Doriath perpetuato da costoro; eppure, egli era lungimirante e si avvedeva di quanto le parole che Oropher aveva pronunziato in preda alla collera, avrebbero procurato gravi lutti al suo popolo, se fossero state tramutate in azioni; pure, nel suo animo cresceva il timore per quanto Oropher gli aveva rivelato, e a fatica dissimulò, nel rispondergli, quanto il suo cuore nutriva:

“Se quanto dici corrispondesse al vero, pure molti dei Priminati perirebbero e non rivedrebbero più le scure sale di Lorien e di Bosco Verde il Grande; non ritieni che i nostri popoli avrebbero molto a soffrire per quanto accadrebbe se le nostre armate fossero sterminate e noi fossimo costretti a far ritorno alle nostre dimore come furtivi ladri nella notte, derubati dell’onore e della maestà dei Primogeniti?”

“Ben dici, Amdìr, allorché affermi che grande sarebbe la nostra vergogna se tornassimo alle nostre dimore simili a pallide ombre della gloria degli Elfi, eppure, maggior sarebbe il nostro disonore se dinanzi ai Cancelli Neri il nostro coraggio venisse meno e il timore si insinuasse nei nostri animi”.

“Vorresti dunque venire meno al giuramento stretto ad Orthanc? Vorresti che Eru Iluvatar, sul quale abbiamo solennemente giurato, punisca la nostra arroganza e invidia? Perigliose sarebbero le conseguenze di un tale gesto, ché una morte ignominiosa piomberebbe sui nostri corpi ed essi si consumerebbero insepolti nella calura della steppa di Mordor”.

Per un attimo Oropher parve vacillare, infine parlò nuovamente e la sua mente fu ottenebrata dalla follia: “Pure, i nostri corpi altro non sono che il simulacro di gloriosi spiriti ché nessuna punizione temono, eccetto la vergogna! Grande sarà la stima che i nostri atti acquisteranno dinanzi agli occhi dei Valar e di Colui che è Sopra Arda, ché, non è venire meno al giuramento fatto, conseguirlo percorrendo altri percorsi quali i vili Noldor non ambiscono seguire”.

Pallido, il volto di Amdìr espresse il suo palese turbamento; allora, presa la mano di Oropher, egli pronunziò un ultimo accorato appello alla sua ragione: “Non credi che infausto sarebbe il destino di tuo figlio, se, morti i nostri corpi e allontanatisi i nostri spiriti, dovesse egli assumere la reggenza di una contrada quale le altre stirpi guarderanno sempre con astio, pronunciando aspre parole allorché ne percorreranno i segreti sentieri?”

A lungo esitò Oropher, ché invero amava il suo unico erede e mai avrebbe tollerato che il suo destino fosse segnato da un volere quale egli non avrebbe tollerato e vi fu chi, nei secoli successivi, affermò che mai nessuna sventura sarebbe caduta sul popolo dei Silvani se Thranduil non fosse improvvisamente apparso dinanzi a suo padre, in assetto di guerra: fosco era il suo volto e la consueta tunica che egli indossava, era stata sostituita da una grigia cotta di maglia, mentre un bianco elmo ne copriva l’imponente capo. Gravi furono le parole che pronunziò in quell’ora buia il figlio di Oropher, ché esse decretarono la sorte di coloro che avevano permesso una simile follia:

“Non vi è soldato, o Amdìr di Lorien, che potrebbe arretrare; non vi sarà, infatti, nessun altra Osgiliath che potrebbe concederci tempo e speme sufficienti per poter ritenere che le armate del Nemico siano impossibilitate ad addentrarsi nelle nostre amene contrade; qui sarà la nostra difesa, qui il sepolcro di ogni speranza se il nostro destino sarà morte; eppure, ove altro potremmo trovare la salvezza se non nei nostri usberghi di maglia?”

Cedette allora Amdìr, ché egli non desiderava lo sprezzo dei suoi parenti e temeva che se avesse abbandonato Oropher maggiori sarebbero state le sventure per la sua stirpe, il cui marchio dinanzi agli altri popoli sarebbe stato quello della vergogna; allora, riluttante, egli chiamò a gran voce i suoi capitani, eppure un’ombra era scesa sul suo animo ed egli non osava mirare i volti degli Condottieri dell’Alleanza, costernati, sebbene non sorpresi per quanto stesse accadendo».

Consigli di lettura:

Un’alleanza difficile

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

Il primo racconto è su Wattpad!

Care lettrici, cari lettori,
troverete il primo racconto integrale «Il racconto del marinaio e del messere di Endore» de «Il Ciclo del Marinaio» al seguente link https://www.wattpad.com/story/218582196-il-ciclo-del-marinaio

Aggiungerò che è stato estremamente piacevole rileggere la prima avventura per intero, avendo cura, inoltre, di correggere alcuni errori che erano rimasti nella precedente stesura…il brano che racconta del primo ballo tra Erfea e Miriel, in particolare, mi ha emozionato ancora a distanza di tanti anni.

Buona lettura e fatemi sapere cosa ne pensate!