Il primo attacco ai Cancelli Neri

Care lettrici, cari lettori,
riprendo in questo articolo la narrazione dell’assedio mosso dai Popoli Liberi a Mordor alla fine della Seconda Era. Negli articoli precedenti avete letto dei tentativi di sedazione portati avanti dai sovrani degli elfi Sindar e Silvani di Lorien e di Bosco Atro, che condussero le loro armate a prendere una decisione inaspettata e dagli esiti drammatici, come vedremo, che porterà una parte dell’esercito dell’Ultima Alleanza a provare un attacco ai Cancelli Neri di Mordor.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Squilli gravi furono uditi echeggiare in tutto l’accampamento ed i Silvani presero ad armarsi; non una voce si levò nell’aria, eccetto quelle dei Capitani di tale stirpe e severi erano gli sguardi che volgevano ad essi i Dunedain e i Noldor; pure, Elrond, non poté esimersi dal lanciare loro un ultimo accorato appello:

“Soldati di Lorien e delle contrade del Nord, prestatemi ascolto! Non comprendete quanto la volontà dei vostri signori sia divenuta folle? Con una mano costoro vi spingono verso la gloria, con l’altra vi gettano nell’Abisso di coloro che riposo non hanno! Restate presso coloro che non hanno ancora obliato saggezza e lungimiranza, ché il diritto al comando che i vostri sovrani hanno acquisito non è certo equiparato all’arte di comandare!”

Sprezzante risuonò allora il riso di Oropher e la sua eco risuonò a lungo: “È concesso essere timidi e vili a coloro che possono far ritorno alle loro amene contrade, consci che la loro terra e i loro campi accoglieranno costoro nella fuga; voi, invece, siete costretti ad essere soldati coraggiosi, ché non vi sarà altra scelta fra una gloriosa vittoria sulle schiere di Mordor o, se la sorte sarà contraria ai nostri voleri, una morte onorevole in battaglia anziché in una fuga disperata. Sappiate questo, o schiere di Primogeniti: nessun’altra arma i Valar hanno concesso ai loro figli per ottenere la vittoria se non il disprezzo della morte stessa”.

“Pure – replicò Elrond – se tale fosse il vostro destino e il Fato vi sorridesse, dovreste sfidare le oscure schiere di Sauron racchiuse nella sua nera torre; non possedete altra arma se non il vostro folle coraggio, né i possenti manieri di Barad-Dur cederanno dinanzi alla vostra vanagloria”.

Avvampò allora il cuore di Thranduil ed egli spronò le sue schiere con parole di odio e arroganza intrise: “A lungo i Noldor vi hanno impedito di mostrare il vostro virile coraggio, ché essi credono la nostra stirpe inferiore fra quante si destarono sulle sponde del Cuivienen; eppure, se si eccettua il solo fulgore del nome della schiera di Finwe, che cosa rimane perché essi possano essere paragonati a noi? Chi venne meno alla parola data, trucidando i nostri parenti nelle gelide acque di Valinor, allorché il mondo era giovane? Chi obbligò con la forza il padre mio ad abbandonare le ricche e fertili contrade dell’Eregion per favorire coloro che condussero alla rovina il Doriath? Non furono forse i Noldor, la cui stirpe è macchiata da innumerevoli crimini contro i figli di Iluvatar? Poiché mi sembra chiaro che guerrieri valorosi come voi non abbiano alcun tema di obbedire ai migliori – ché solo in questo, infatti, sta il vincolo della fedeltà – allora saldi saranno i vostri animi, ché essi saranno condotti alla vittoria da capitani valorosi quali sono i Signori dei Silvani!”

Alte grida di approvazione si levarono da entrambe le armate, e i guerrieri si apprestarono a schierarsi fuori le porte dell’accampamento; penoso era tuttavia lo sguardo che Amdìr, sire del Lorien, rivolgeva ai comandanti dell’Alleanza e nei loro volti lessa la morte; allora si voltò un’ultima volta e a Gil-Galad rivolse queste parole di commiato: “Addio, Alto re dei Noldor in esilio! Non ti domando pietà e comprensione per i miei insensati atti, ché non ne comprenderesti i motivi, eppure vorrei che la mia gente trovasse ospitalità presso i popoli liberi, qualora la rovina dovesse piombare su di noi”.

Annuì lentamente il figlio di Fingon, infine così si rivolse al sovrano dei Silvani: “Alcuni fra noi sono soliti dire che sovente la verità è misconosciuta; sappi, tuttavia, che essa non si spegne mai. Colui che avrà disprezzato la gloria, otterrà la vera gloria. Lascia pure che invece di prudente ti chiamino vile, invece di riflessivo, pigro; invece di esperto capitano ti chiamino codardo. Non lasciar perdere l’occasione a te favorevole, ma non offrire a tua volta l’occasione al nemico.”

Parole non seppe adoperare Amdìr per replicare al sovrano dei Noldor e il suo destriero si allontanò tristemente nelle brume dell’alba; silenziose ed intimorite dalle lugubri ombre che dagli Ered Lithui si propagavano nelle piane di Mordor, le schiere dei Silvani marciavano spedite, ché esse non recavano seco carichi gravosi e nessun nemico si opponeva loro: eppure, Sauron era vigile, ché invisibili spie seguivano gli spostamenti degli Avari ed essi riferivano ogni cosa al Signore degli eserciti della piana di Udun e del Cancello Nero, Dwar di Waw, Terzo fra i Nove spettri dell’anello; costui, allora, condusse una grande armata di orchi dinanzi alla pianura che si estendeva al di là degli oscuri cancelli di Mordor, premurandosi, tuttavia, di tenere alla retroguardia diecimila mastini e segugi da combattimento; altresì, diede ordini affinché i mumakil di Indur fossero schierati sul fianco sinistro, protetti ed occultati dall’enorme mole degli Ered Lithui ed attese che il nemico osasse avvicinarsi dinanzi ai neri cancelli.

Tre giorni durò la marcia delle schiere di Lorien e di Bosco Verde il Grande attraverso distese arse dal sole e malsani acquitrini; infine, all’alba del quarto giorno, essi giunsero dinanzi alle fortezze del Morannon ed ivi si arrestarono, impauriti, ché non pareva loro fosse possibile che Sauron avesse edificato simili manieri, la cui vetta lambiva le volte del remoto cielo, i cui colori erano offuscati dai miasmi e dai veleni che da levante si levavano; tuttavia, essendo profondamente radicata nei cuori dei condottieri la volontà di muovere guerra al Signore degli Anelli, essi mossero avanti e schierarono le schiere secondo i propri desideri. I guerrieri di Oropher furono posti all’avanguardia, ché essi erano alti e feroci e la precisione delle loro frecce mortale; in seconda linea, Amdìr dispose i suoi soldati, raccomandando ai suoi capitani di tenere salde le fila e di non temere l’oscurità incipiente; infine, l’esigua cavalleria fu schierata alla retroguardia, decisione, questa, che suscitò non poche sorprese  e perplessità fra i soldati, ché essa solitamente era adoperata per proteggere i fianchi dell’esercito. Oropher, tuttavia, placò ogni loro timore, asserendo che le armate di Mordor, dopo essere state falcidiate dagli arcieri, sarebbero state travolte dall’impeto dei destrieri del Nord e il loro destino sarebbe stato segnato; né, aggiunse, vi era possibilità che il Nemico attaccasse su uno dei fianchi, dal momento che il terreno era impervio e gli elfi avrebbero avuto il tempo di disturbare ogni azione fosse giunta dall’ala sinistra o destra, essendosi schierati su un altopiano che la lenta azione della natura aveva eroso nel corso delle ere.

Infine, allorché ogni discussione parve essere terminata, le trombe presero a squillare e le schiere dei Silvani e dei Sindar attesero l’urto delle armate di Sauron; non dovettero tuttavia indugiare a lungo, ché tosto lugubri olifanti furono uditi riecheggiare in basso e comparvero orchi imponenti, pesantemente armati e schierati su linee compatte. Un presagio parve questo ad Oropher, ché egli si avvide che le schiere del Nemico sarebbero state alla sua mercé; rapide, infatti, le frecce degli arcieri elfici si abbatterono sui servi di Sauron trucidandoli in gran numero, sicché essi presero a sbandarsi e vi fu chi tra i Primogeniti sussurrò che la vittoria sarebbe giunta presto: allora un grande urlo si levò dalle schiere di Oropher ed esse avanzarono a passo di carica, venendo a scontrarsi con i soldati di Mordor; costoro, sbigottiti dalla rabbia che animava i Silvani ed i Sindar, si dispersero e il sire di Bosco Atro diede disposizioni affinché la cavalleria caricasse i superstiti e inviò rapidi messaggeri all’Alleanza, ché, reso orgoglioso del suo immanente trionfo, egli desiderava condividere tale gloria con chi non l’aveva assecondato.

Il terrore si impadronì delle schiere di Sauron allorché compresero che la cavalleria del nemico era su di loro; esse si dispersero, consentendo all’avanguardia dei Sindar, comandata da Thranduil, di mirare le possenti fortificazioni del Morannon da una distanza quale mai nessuno fra coloro che avevano giurato ad Orthanc aveva mai eguagliato; breve fu tuttavia il loro entusiasmo, ché, per la seconda volta, furono udite riecheggiare le lugubri fortificazioni del Morannon e nuove schiere del Nemico si avventarono su di loro; erano costoro i segugi di Dwar ed egli ora gioiva nel profondo del suo cuore nero, ché ogni cosa era andata realizzandosi secondo la sua volontà: infatti, giunti dinanzi al Morannon, i guerrieri dell’Alleanza furono travolti dai mastini che costui aveva allevato nella Terra Nera e nell’isola di Waw, né essi poterono opporre a tale armata alcuna difesa, ché le loro deboli lance furono frantumati dalle mandibole di tali bestie ed erano loro troppo vicini per poter adoperare gli archi. Essi furono dunque costretti a retrocedere, subendo numerose perdite, ché i loro corpi non erano protetti da alcuna armatura in ferro, e, sebbene fossero stati i cavalieri i primi ad imbattersi nei segugi del Nazgul ed avendo, unici fra tutti, usberghi in maglia di acciaio, pure i loro cavalli furono presi dal panico e la loro carica si tramutò in una disperata ritirata, che travolse alleati ed avversari.

Giunse la Tenebra e le voci degli Ulairi si levarono in tutta la loro orrida potenza, sicché Oropher condusse le sue armate sulle precedenti posizioni; saggia si rivelò allora tale manovra, ché gli arcieri di Amdìr furono lesti a ricevere i mastini di Dwar, crivellandoli di colpi, sicché le bestie dovettero retrocedere, atterrite dalla furia delle schiere di Lorien; nuova speme sorse allora nel cuore di Oropher e di Amdìr ed essi radunarono i loro fanti, mentre i superstiti cavalieri si schierarono ai lati, impedendo che i segugi di Mordor potessero cogliere loro alla retroguardia; per qualche tempo essi dunque resistettero, così assediati, e parve che nessuno fra i servi del Maia caduto potesse loro impedire di tenere la posizione senza indietreggiare; pure, i piani di Dwar erano lungi dall’attuarsi, ché, verso la seconda ora della notte, egli inviò cavalcalupi ad Indur affinché conducesse i suoi mumakil contro il fianco sinistro dei Primogeniti».

Consigli di lettura:

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

Un’alleanza difficile

Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»

 

20 pensieri riguardo “Il primo attacco ai Cancelli Neri

    1. Effettivamente Oropher sembra avere un carattere molto simile a quello di Feanor; le sue azioni sembrano dettate da forte arroganza e dalla convinzione che le sue azioni siano pienamente legittime…ma pagherà a caro prezzo queste convinzioni.

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  1. Vedo con piacere che hai inserito gli articoli correlati, bravo!
    Rispetto al brano, é stato in piacere leggerlo perchè hai raccontato una parte delle storia a me sconosciuta. Non avevo infatti pensato agli Elfi Silvani, ma solo a quelli Alti

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    1. Sì, ho seguito i tuoi suggerimenti:) Il massacro degli Elfi Silvani è un fatto poco noto; Tolkien ne scrive quando ancora Amdir era chiamato con il nome di Malgalad, in un brano dei Racconti Incompiuti. Purtroppo gli Elfi Silvani e Sindar detestavano i Noldor e soprattutto odiavano i Nani, ragion per cui soffrivano a combattere fianco a fianco…fu necessaria una strage del loro esercito per convincerli a cambiare idea.

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