Celebrimbor o della Forgiatura degli Anelli del Potere: I Atto, II scena (continuazione)

Care lettrici, cari lettori,
proseguo con questa storia la narrazione della tragedia di Celebrimbor, alle prese con i desideri inconsci (e terribili) del suo animo…se vi siete persi le altre parti di questo racconto, vi suggerisco di leggerle (o rileggerle) qui: Celebrimbor o della Forgiatura degli Anelli del Potere – I Atto, Scena I; Celebrimbor o della Forgiatura degli Anelli – Primo Atto, Seconda Scena.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Celebrimbor: Se davvero sei chi affermi di essere e se i desideri più inconsci del mio spirito non ti sono ignoti, allora ben comprenderai quanto le tue parole non possano obliare alcuno fra i dolori che il mio cuore affliggono.
Annatar: Sappi, tuttavia, che i miei doni non sono semplici artefatti o parole pronunciate con saggezza, ché altre sono le ricompense che il mio spirito nutre ardentemente poter consegnare nelle tue abili mani.
Celebrimbor (rivolgendo ad Annatar uno sguardo sospettoso): Perché dovrei dunque credere che un figlio del popolo degli Ainur sia giunto in siffatta contrada per distribuire i suoi doni con tanta generosità? Perché i Valar non sono giunti dinanzi al cancello di questa città per redimersi dai loro errori e chiedere perdono al popolo dei Noldor? Certo, pur non essendo signore di alcuna schiatta e privo dell’autorità che i miei padri conobbero allorché l’Oscuro Nemico ancora dominava i fati dei figli di Iluvatar, mai potrei accettare che un loro servo, se pur dotato di arti quali gli elfi forse non saranno mai in grado di raggiungere, possa parlare in loro vece!
Annatar: Giunsi da Valinor, ma non per conto dei Signori di quella contrada; essi, infatti, riposano nella coltre delle nubi che si ergono fra il mare ed il cielo, più non curandosi di quanto avviene nelle terre mortali; tuttavia, lungi dal nutrire il mio animo astio nei loro confronti, esso gioisce, ché, altrimenti, il mio corpo avrebbe indugiato troppo a lungo nelle aule che furono della schiatta di Aulë il Fabbro senza conoscere la selvaggia bellezza della Terra di Mezzo. Fu detto che i Valar dovessero intendere solo in parte il pensiero di Ëru, ché questi era superiore a loro quanto a possanza e a splendore: gli Ainur, tuttavia, non devono servitù alcuna al loro signore, se non quella che priverebbe la loro volontà dei desideri più inconsci che nutrono i loro animi. Cos’è un’esistenza, dunque, se non adempiere ad una missione? E se la nostra missione fosse quella che mani troppo deboli temono di voler afferrare, non sarebbe questa paura simile a codardia? Realizzare il volere di Ëru riempirebbe il mio ed il tuo animo di possente gioia che nessun Vala disconoscerebbe; al contrario, codesti Signori onorerebbero il mio ed il tuo nome nei secoli a venire, lieti che queste contrade non siano state adombrate dall’ombra dei servi di Morgoth.
Celebrimbor: Se tale, come tu dici, fosse la mia volontà, quale vantaggio ti apporterebbe il mio assenso? O, forse, credi che i Noldor non siano che stolti strumenti nelle tue orgogliose mani?
Annatar: Mio Signore, non è sugli abili Noldor che il mio volere vuole imporsi, ché esso non trarrebbe alcun beneficio da una simile schiavitù, né, certo, avrei la forza di poter assoggettare il tuo orgoglioso popolo, né alcuno altro della Terra di Mezzo: perché, al contrario, non realizzare una grande lega fra tutti i popoli, affinché cià che i nostri spiriti ambirono poter ottenere per pochi eletti sia infine patrimonio comune a tutti i figli di Iluvatar?
Celebrimbor: Quale sarebbe, dunque, il pegno che ogni popolo libero dovrebbe versare per ottenere una simile alleanza?
Annatar (avvicinandosi ancor più all’elfo e chinandosi sul suo orecchio destro): Le alleanze stringono in un ferreo patto coloro che ne seguono gli intenti, legando i loro destini l’uno con l’altro, di modo che nessuno appaia più estraneo e cessi la guerra fa i giovani mortali ed i vetusti immortali; sia dunque un Anello il simbolo della nostra alleanza, affinché ognuno di noi possa condividere l’altrui destino. (CONTINUA)

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