L’assedio di Minas Ithil (parte VII). La reggenza di Erfea

Care lettrici, cari lettori,
riprendo con questo articolo la narrazione dell’assedio di Gondor da parte delle armate del nazgul Adunaphel. Nel precedente articolo L’Assedio di Minas Ithil (parte VI). Una tragica ritirata avete letto dell’abbandono della Città della Luna da parte dei civili e dei soldati numenoreani, ormai ridotti in condizioni tali da non poter più opporre resistenza ai nemici soverchianti. Questo sarà l’ultimo capitolo di questa serie: a partire da questo momento, infatti, i lettori che vorranno seguire le avventure di Erfea a comando dell’esercito di Gondor, dopo il ferimento e successivo stato di coma raggiunto da Anarion, avranno a disposizione una nuova serie di articoli che riguarderanno gli sviluppi della situazione bellica: i combattimenti, infatti, dopo la caduta di Minas Ithil, si spostarono verso la Città delle Stelle, come era allora chiamata la capitale del Regno di Gondor. Potrete, dunque, continuare la lettura qui: In difesa di Osgiliath (I parte).

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Meneldur, erede di Anarion, ricevette Erfea, allorché costui ebbe terminato il proprio turno da guardia, nella sala del trono ed ebbe con il Sovrintendente un breve colloquio. “La sovranità del regno di Gondor resterà nelle mani dei discendenti di Isildur, a meno che un oscuro flagello non conduca tutti noi verso un’amara morte; tuttavia vorrei che Erfea Morluin assumesse il comando delle armate di Osgiliath e di tutti i nostri bastioni in tale contrada, ché tale sarebbe stato anche il desiderio di mio padre se egli fosse stato cosciente; notevole fama hai acquisito in questi lunghi anni di esilio e fra i soldati della Guardia corre voce che nessuno sia più lesto di te nel manovrare la spada. Possa tu condurci alla vittoria finanche in tale ora oscura”.
Dopo essersi inchinato, Erfea parlò: “Se tale è la volontà dell’erede del re di Arnor e Gondor, ebbene, non sarò io a metterla in discussione. Farò quanto tu chiedi e possa la grazia dei Valar permettere a tuo padre di sopravvivere ai mali di quest’epoca”.
Nessun’altra parola fu pronunciata fra i due né quel giorno, né i giorni seguenti, ché il Sovrintendente presenziava numerosi consigli, intento a programmare la difesa della città di Osgiliath, mentre Meneldur giaceva accanto al capezzale del proprio padre, silente come le statue del Rith Dinen[1] e pallido in volto.
Il giorno seguente l’evacuazione da Minas Ithil, un messaggero giunse alla Città delle Stelle, recando con sé notizie gravi, sebbene ormai prevedibili; una possente flotta, quale non se ne vedeva una simile da numerosi anni, aveva assaltato Pelargir nel Sud; la città era stata sguarnita e la sua popolazione si era rifugiata a Dol Amroth e ad Edhellond.

“Non fu tuttavia il terrore delle vele provenienti da Umbar a colmare il nostro cuore di panico, né l’udire il suono di centinaia di corni echeggiare nella calma aria del mattino – riferì il messaggero – ma la visione di due oscure figure, quali mai la nostra gente aveva scorto dacché la città era stata fondata. Esse si ergevano sulla poppa di una fra le navi più splendide che i miei occhi abbiano mai mirato; lunga quaranta metri, le sue lucide fiancate nere lambivano l’acqua e tuttavia sembravano sfiorarla appena; letale era però il suo equipaggiamento bellico e le sue baliste ripetutamente crivellavano di colpi i nostri bastioni. Feroce fu l’attacco ma non meno disperata la nostra difesa; scagliammo frecce in gran quantità e numerose navi presero fuoco, sicché parve che le acque del fiume stesso bruciassero.
Il nemico, tuttavia, non sembrò tenere in gran conto la nostra minaccia, e continuò l’attacco per quattro giorni e quattro notti, sempre, così parve, con il suo malefico occhio volto a settentrione. Due notti fa, le vedette sulle mura avvistarono una grande nube di fumo levarsi da nord e gli animi di tutti, pur nulla sapendo di quanto avveniva in tal contrade, furono presi da grande terrore e sgomento; le schiere dell’avversario, al contrario, presero ad esultare e la furia del loro attaccò sembrò centuplicata: macchine forgiate nelle loro fucine comparvero sul ponte delle loro navi ed esse erano ignote ai nostri occhi; fin troppo presto, tuttavia, ne apprendemmo lo spaventoso uso che il nemico si apprestava a farne, ché esse scagliarono contro le nostre mura un gran quantità di proiettili di svariate dimensioni, gli uni più piccoli, gli altri più grandi, finché numerose crepe non si aprirono al loro interno e i nemici non si furono impadroniti del cancello e dei bastioni che si ergevano attorno ad esso, sicché la nostra difesa divenne impervia e tutti coloro che non potevano impugnare un’arma furono costretti ad abbandonare la città, le cui fiamme spettrali si riflettevano sulle acque del mare per molte miglia intorno.
Invano sperammo che rinforzi potessero giungere in nostro soccorso da Osgiliath; infine, al sorgere del nuovo sole, la nostra gente si mise in viaggio ed ora dimora nelle grotte che si ergono nei colli a nord; i soldati, tuttavia, non vollero abbandonare le armi e proseguirono nella lotta, ritirandosi in buon ordine nelle cerchie interne della città, ove l’assedio ancora prosegue. Io fui mandato da Herugil, signore di Pelargir, a domandare l’aiuto dei nostri sovrani in un’ora sì buia per la nostra città”.
“Riferisci al tuo signore che non vi è altro conforto per il vostro popolo che la spada, né un destino differente dalla guerra, ché le armate di Mordor sono prossime alla città di Osgiliath; Minas Ithil è caduta quattro giorni fa e molti soldati sono stati uccisi nella sua difesa e durante la ritirata che a essa ha fatto seguito”.
Tali furono lo sgomento e il timore che si dipinsero sul volto del messaggero, che costui abbandonò la sala senza pronunciare parola; Erfea, tuttavia, non lo fermò, ché non vi sarebbe stata parola tale da poter arrestare il corso degli infausti eventi. Lesti, i soldati della Guardia si schierarono sui bastioni e lungo le mura di Osgiliath, mentre solo la voce del vento si udiva in tutta la pianura; forte echeggiava il vento del Sud in quella ora oscura, sicché ogni altro suono venne ridotto al silenzio; e, tuttavia, fu un bene, ché se il suo canto fosse venuto meno, gli uomini avrebbero ascoltato solo il terrore albergare nei loro cuori e lo spavento echeggiare negli oscuri antri della mente.

La grande città di Osgiliath era stata edificata sulle due rive del fiume Anduin ed i suoi alteri palazzi, le sue imponenti torri e le austere terrazze erano difesi da bastioni e fortificazioni che correvano lungo il suo perimetro esterno: non vi erano che due soli accessi per entrare nella città, ed entrambi erano stati collocati da mani sapienti al termine di due imponenti strade, le quali, inerpicandosi lungo i bastioni esterni, conducevano ai cancelli orientale e occidentale; qualunque nemico che avesse voluto raggiungere i massicci portoni in quercia che si ergevano alla sommità dei due percorsi fortificati, avrebbe dovuto esporsi al tiro di numerosi arcieri collocati all’interno di invisibili torri e lungo i camminamenti che ne univano le strutture.

Bella, eppure micidiale, la capitale del regno di Gondor ammaliava il forestiero con la medesima grazia con la quale gli si sarebbe accanito contro, qualora costui avesse voluto farne scempio; nessun mortale avrebbe avuto la follia di prendere d’assalto i suoi poderosi bastioni o le sue imponenti torri.

Non era però un rozzo abitante dei colli, né un sudicio Orco di caverna che giungeva a sfidarne la potenza, ma una creatura imbevuta di odio e ambizioni pari a quelle che un tempo mossero Morgoth, l’antico nemico, contro la fiorente città di Gondolin; a lungo gli eserciti di Mordor erano stati addestrati all’uopo e ora giungevano per appropriarsi di quanto desideravano conquistare; torri mobili erano spinte innanzi da creature mostruose, più simili a bestie che ad uomini, mentre fitte schiere di Orchi, ne circondavano le mura, facendo risuonare a lungo gli scudi in segno di sfida; eppure, la città non tremò e il sussulto di paura che era germogliato nel cuore degli Uomini tosto disparve, ché Osgiliath era ben fortificata e finanche la potenza delle schiere del Nemico poteva punto o poco contro di essa: frecce erano scagliate dalle feritoie e dai merli, né gli Orchi riuscivano a superare il fossato senza subire gravi perdite, ed essi non avevano recato con loro alcun natante per superarne le gelide e profonde acque.

Accadde dunque che la città resistette a lungo, oltre le aspettative di Adunaphel, la quale ardeva invero di ottenere la sua vendetta sui Dunedain scampati alla Caduta; al termine del quindicesimo giorno dacché l’assedio aveva avuto inizio, i cavalieri della città uscirono per compiere una sortita a cavallo, al fine di incutere terrore nelle schiere di Mordor; allora i servi di Sauron si sparpagliarono come le foglie nell’autunno e la vittoria arrise ai figli di Gondor.
Lieti furono i cuori dei Secondogeniti quella sera e canti si levarono da ogni vicolo della città; solo Erfea non condivideva tale entusiasmo e il suo animo rimaneva impassibile, ché non aveva obliato la potenza delle armate di Sauron, né aveva ignorato che gli Orchi erano stati condotti dinanzi alla mura di Osgiliath non già per raderla al suolo, ma per verificare la resistenza della Guarnigione e della fortificazioni, allo scopo di mostrare al Nemico quali fossero i punti deboli della Città.
È stato detto che i Numenoreani avessero una vista sì acuta da scorgere un bersaglio a molte leghe di distanze; pure, sebbene tale notizia corrispondesse al vero, solo il Sovrintendente individuò nove remote figure a cavallo stagliarsi sui colli che si ergevano ad Oriente, simili a statue silenti eppure remote; parola non avevano sussurrato, eppure Erfea non ebbe dubbi sull’identità che i loro abiti neri occultavano alla vista degli uomini: essi infatti erano gli Ulairi, gli schiavi dell’Anello e nessun’azione bellica era sfuggita ai loro rapaci occhi, ché vi sono altri sensi oltre la vista e l’udito ed invero i Nazgul erano profondi conoscitori delle arti del Nemico ormai obliate. A lungo i nove capitani di Sauron ristettero sul colle, infine, allorché i loro eserciti furono sconfitti, svanirono ad Oriente e più furono visti per lunghi giorni; ultimo a svanire nella bruma della sera che strisciava dai Monti Bianchi, fu colui che in seguito avrebbe condotto possenti e feroci armate contro la città degli uomini del mare; una ferrea corona ne incorniciava il volto e nulla di questo era visibile, ad eccezione degli occhi, la cui malvagità sembrava irradiarsi a tutto il corpo: ignoto era agli uomini dell’epoca il suo sembiante, eppure, se avessero avuto follia a sufficienza per approssimarsi, tremanti, innanzi al suo spaventoso destriero, avrebbero scorto delle rune intarsiate lungo tutto il suo elmo e infine la sua origine sarebbe stata rivelata, ché codesto era l’elmo di Tar-Ciryatan, undicesimo sovrano di Numenor.
Colui che ora si arrogava il diritto di indossarlo, altri non era che il secondogenito di costui: Er-Murazor era il suo nome tra i Numenoreani Neri ed egli era noto anche come il Signore dei Nazgul, capitano delle legioni di Mordor; per qualche istante il suo sguardo si posò su Erfea che lungi l’osservava, infine svanì nella bruma vespertina, recando con sé letali giuramenti di vendetta contro colui che, anni prima, ne aveva impedito la vittoria.

I giorni successivi furono allietati dalle feste e dai canti che accompagnarono la celebrazione della vittoria sugli eserciti di Mordor, resi ancor più dolci dalle notizie che giungevano da Nord e da Sud: infatti, sebbene la città di Pelargir fosse stata incendiata dalla flotta comandata da Akhorahil ed Indur, i soccorsi prestati ai Dunedain dagli elfi di Edhellond avevano condotto alla resa degli avversari, le cui imbarcazioni giacevano ora nel profondo del mare del Belegaer; al guado di Carrock, inoltre, gli eserciti degli Eothraim scampati ai massacri e ai saccheggi perpetuati da Hoarmurath, si erano alleati agli elfi di Lorien e alle altre stirpi di Uomini che abitavano le vaste contrade del nord e avevano messo in fuga le avanguardie del nemico, impedendo ai suoi Orchi di conquistare la contrada dell’Alto Anduin e le terre del Rhovanion occidentale.

Tali erano dunque gli avvenimenti delle ultime settimane, ché i Popoli Liberi sembravano aver impedito il sorgere di una seconda oscurità su Endor; ma la vigilanza degli Uomini venne meno ed essi si gloriavano per quella che credevano essere stata una grande vittoria sulle forze di Mordor; Isildur, tuttavia, era giunto ai lidi del Lindor ed ivi aveva esternato a Gil-Galad, l’alto re dei Noldor in esilio, e a suo padre Elendil, sovrano di Arnor, le inquietudini che nutriva nel suo cuore, ed essi avevano convenuto con lui che era necessario consentire ai capitani delle liberi genti e ai Saggi di incontrarsi per deliberare sulle sorti di Endor, onde assicurarsi che il pericolo di Sauron fosse o meno reale; indi, rapidi messaggeri erano stati inviati in tutti i reami ove erano ancora ascoltate le parole dei Valar e fu stabilito che il concilio si tenesse ad Orthanc, la poderosa e solitaria fortificazione che i Numenoreani avevano edificato negli anni successivi alla Caduta all’estremo sud delle Montagne Nebbiose.

Le storie di quei giorni ricordano che fra coloro che presero parte al concilio, vi fossero Gil-Galad, Galadriel, Celebrian ed Elrond per i Noldor; Oropher[2] e Cirdan per i Sindar; Elendil, Isildur ed Erfea, in qualità di sovrintendente e rappresentante del regno di Gondor, ché era ancora infermo Anarion, per i Dunedain; Aldor Roc-Thalion per gli Eothraim e gli uomini del Nord e Naug Thalion e Groin per i nani di Khazad-Dum; ma poiché di tale avvenimento si narra altrove[3], qui non se ne trova resoconto completo.

A lungo discussero i sovrani e i rappresentanti dei Popoli Liberi, ché l’attacco di Sauron aveva colto di sorpresa ognuno di loro, eccetto Erfea e Gil-Galad, supremo re dei Noldor, né vi era concordia sulla strategia da adottare per contrastare le mire egemoniche del Nemico, ché vi erano ancora ostilità, solo a stento soffocate da uno sterile formalismo, tra i Naugrim ed i Sindar di Oropher[4], ed i Silvani non desideravano riconoscere come comandanti supremi dei loro eserciti gli orgogliosi Noldor; fu in tale frangente che molti dei frutti concepiti da Eru Iluvatar e benedetti dalle lacrime di Yavanna, germogliarono freschi e limpidi, ché gli spiriti dei Dunedain, non rosi da alcun astio o risentimento verso le altre Libere Genti, si applicarono affinché tali contrasti in seno al Concilio fossero superati in nome del buon senso e dell’impellente necessità di condividere una strategia comune prima che il secondo attacco di Sauron piombasse sulle loro contrade.

Al termine di una settimana, dunque, fu approvata e firmata dalle parti contraenti un’Alleanza, il cui scopo primario era arrestare la minaccia di Sauron ai reami dei figli di Eru Iluvatar, e qualora le condizioni lo avessero reso possibile, di umiliare il nero spirito di Sauron, ricacciandolo nelle Tenebra dalla quale giungeva; ciascun popolo, secondo le proprie possibilità e i propri mezzi, avrebbe contribuito alla costituzione e all’armamento di un esercito quale non si vedeva dai tempi della Guerra d’Ira, allorché Morgoth fu abbattuto ed Endor, per alcuni tempi, liberato dalla lordura dei suoi servi.

Confortato da tali notizie, Erfea Morluin fece ritorno ad Osgiliath di gran carriera, ché notizie non gli erano giunte della sua patria ad Orthanc e il suo cuore molto temeva per la sorte di Anarion che ancora giaceva nell’oblio; nulla, tuttavia era accaduto nella città in sua assenza e Meneldur era sempre al capezzale del padre, le cui ferite, sebbene fossero state curate secondo l’arte dei Numenoreani, la cui scienza all’epoca non era ancora svanita dal mondo, pur recavano nei loro labbri un veleno invisibile ai guaritori della città; pallido era il viso del sovrano e a tratti sconvolto da dolorose smorfie che incupivano l’animo e il cuore di coloro che in quei giorni l’assistevano».

Note

[1] Con tale nome si indicava la strada ove erano situate le dimore dei morti a Minas Anor, oggi nota come Minas Tirith.

[2] Si veda l’Appendice F, “Il Consiglio di Orthanc”.

[3] Sovrano degli elfi silvani di Bosco Verde il Grande e padre di Thranduil, condusse la sua gente a  Sud e  perì durante il primo assalto ai Cancelli Neri di Mordor; si veda anche “Il Racconto del marinaio e della grande battaglia”.

[4] Tali rancori erano dovuti al ricordo, mai obliato dalla stirpe di Oropher, dell’assassinio di Thingol, re degli Elfi, da parte degli artigiani nani provenienti dalla cittadella di Nogrod, avvenuto nella Prima Era a causa del possesso del Silmaril: in realtà, nessuno degli assassini era sfuggito al giusto castigo, ché erano stati trucidati da Beren e dagli Ent; pure i Sindar avevano nutrito da quel dì avversione per i Naugrim, sebbene la stirpe di Khazad-Dum fosse stata estranea a tali vicende.

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L’Assedio di Minas Ithil (parte VI). Una tragica ritirata

Care lettrici, cari lettori,
siamo giunti al sesto appuntamento con la storia della guerra mossa da Sauron nei confronti del regno di Gondor alla fine della Seconda Era. Ho scelto come immagine per il mio articolo questa cartina, tratta dall’«Atlante della Terra di Mezzo» di K.W. Fonstad, che illustra le dimensioni del Regno di Gondor nel suo primo secolo di vita, compreso fra l’arrivo delle navi di Isildur e Anarion alla foce del fiume Anduin e l’inizio della guerra contro Sauron. Come potrete osservare, si trattava di un reame molto più piccolo rispetto ai confini che raggiunse nel corso della Terza Era. Ringrazio Federico Aviano, uno dei miei più affezionati lettori, per avermi dato indirettamente l’idea di mostrare questa mappa, scaturita in uno scambio di battute avute a commento del precedente articolo: in quel contesto, infatti, si ragionava sulle origini del regno di Gondor e mi è sembrato opportuno, dunque, rendere il concetto visivamente più chiaro a tutti i miei lettori attraverso questa mappa.

Si avvicina il secondo anniversario del mio blog…non posso giurarlo, ma mi farebbe piacere farvi una piccola sorpresa per quella data, tempo permettendo…stay tuned!

«Altri dettagli furono messi a punto in quella riunione e dopo due ore dacché il sole era tramontato, Isildur, scortato dai suoi cavalieri e dalla sua famiglia si accinse ad abbandonare il Reame del sud: triste fu il suo commiato ed egli si congedò da Erfea con tali parole: “Nell’abbandonare la Città della Luna, rinnovo a Erfea Morluin la fiducia che egli si è meritato in tanti anni di vigilanza; lungo tempo trascorrerà, tuttavia, prima che l’olifante dell’erede di Elendil possa echeggiare in queste terre, e molti altri eventi accadranno fino a quel momento; se il tuo cuore rimarrà saldo nella tempesta che è prossima ad abbattersi sulle nostre opere, allora il tuo animo troverà giusta ricompensa e l’amarezza che provi nel cuore sarà lenita”.

“Mio signore, invero il destino dei Secondogeniti è noto a Mandos soltanto e di rado le sue parole vengono sussurrate alle orecchie degli Uomini; tuttavia, possente è la lungimiranza della tua stirpe e può essere che tu intraveda eventi che devono ancora essere e che la mia anima non scorge, incapace di lacerare il velo che occulta infausti ricordi e che sapientemente ha tessuto in anni di esilio per mascherare il dolore della perdita”.

“Questo ti dico, Erfea figlio di Gilnar: il velo sarà squarciato, ché la morte ti sarà prossima; se tuttavia il tuo cuore saprà essere saldo in tale frangente, questo io non so prevederlo ché l’Oscurità incalza e ottenebrate sono le vie del mio pensiero”.

Nulla rispose il Sovrintendente di Gondor e, inchinatosi lesto, condusse il suo signore al cancello orientale della città, ove una nutrita scorta lo attendeva; infine, dopo aver levato un’ultima volta la mano in segno di saluto, si recò nelle case di Guarigione, offrendo i suoi servigi a coloro che ne abbisognavano, ché egli era un uomo pietoso e di rado la stanchezza prendeva il sopravvento sulle sue membra, sicché attese al suo lavoro per l’intera durata della notte; parola non fu però pronunciata ed il suo viso era fosco e pallido, simile ad un bianco fiore notturno che la bruma occulta agli sguardi dei viaggiatori erranti del deserto.

Giunse infine il mattino e con esso le prime cattive novelle: esploratori, inerpicatesi lungo il pendio degli Ephel Duath, avevano scorto immensi accampamenti estendersi nella piana di Gorgoroth e, atterriti da tale visione, erano corsi lesti a Minas Ithil; Orchi ed altre creature erranti delle Tenebre erano ancora dispersi, eppure ogni cosa lasciava prevedere che presto si sarebbe scatenato un nuovo assedio alla Città della Luna.

Alla terza ora dopo il sorgere del sole, soldati giunsero da Osgiliath e da Minas Anor, recando i vessilli dei figli di Elendil: Anarion affidò a costoro, secondo quanto era stato stabilito il giorno precedente, la custodia delle donne e dei bambini di Minas Ithil: “Siate lesti, ché non è nei nostri mezzi sfidare la potenza delle schiere di Sauron in campo aperto, né i suoi eserciti tarderanno a giungere, ché il loro obiettivo è ancora lungi dal concretizzarsi”.

Un’ immensa processione di profughi si avviò allora mesta sotto un pallido sole e poche erano le parole pronunciate, ché ognuno custodiva nel proprio cuore le paure che in quell’ora buia spiravano da Oriente: per tre giorni colonne silenziose di donne avvolte in ampi manti e di bimbi aggrappati ai grembi delle loro madri percorsero l’ampia strada che conduceva a Osgiliath e ancora nessuna lancia si scagliava contro di loro, né si udivano le gracchianti voci degli Orchi, ché l’Oscuro Signore radunava tutti i suoi eserciti ed essi viaggiavano lungo percorsi sconosciuti alla gente di Gondor: come gli avvoltoi seguono i lupi allorché costoro cacciano il cervo, così decine di migliaia di cavalieri dall’Harad, fanti dal Khand e da Nuriag[1], carri dalle contrade poste intorno al Rhun, cani da combattimento dalle remote giungle di Dwar accorrevano a Mordor, comandati da crudeli Principi attratti dal sentore di un immane massacro.

Orchi si agitavano nelle Montagne Nebbiose e nell’estremo Nord, obbedendo al volere dell’Anello, desiderosi di impossessarsi di un bottino di sangue; eppure Sauron non era soddisfatto di un tale dispiegamento di forze, ché altre creature, eredi delle aberranti oscenità che la mente di Melkor aveva partorito, attendevano un suo comando ed esse erano astute ed infide come il loro antico signore.

Ben poco di tali movimenti era noto a Gondor e gli Uomini di Minas Ithil attendevano, silenti e immobili, che la tempesta si abbattesse su di loro; alcuni, i più fiduciosi, contavano le leghe che separavano Isildur da Cirdan e discutevano di quanti giorni sarebbero stati necessari a Gil-Galad per radunare le sue schiere; altri, più scettici, sussurravano che nessuna nave aveva osato sfidare la collera di Ulmo in tale stagione e temevano che le loro speranze giacessero ormai nel fondale del Belagaer.

Nessuno comprese quali pensieri nutrisse nel suo cuore Erfea Morluin in quei giorni terribili e sovente la Guardia scorgeva il suo elmo alato brillare accanto ai vessilli dei Re; ultimo ad abbandonare i suoi soldati allorché la tenebra calava i suoi strali su di loro e primo a destarsi all’alba, non disdegnava partecipare alla ronda; grande amore i fanti provarono per il Sovrintendente ed egli accorreva ovunque la sua mente acuta e il suo forte braccio fossero necessari: silente era però il suo volto e nessuna luce brillava nei suoi grigi occhi. Nei brevi istanti in cui nessun pericolo minacciava la Città della Luna, Erfea giaceva in un sonno angoscioso, ove i timori e i rimorsi si mescolavano; a volte, lo si udiva cantare a bassa voce antiche cantiche di Edhellond e di Numenor: affascinati lo ascoltavano allora gli Uomini, ché in essi rinasceva la speranza e per alcuni momenti pareva loro di obliare le pene che avevano di recente sofferto.

Infine giunse il giorno che essi avevano a lungo temuto, ché l’aria fu scossa da centinaia di urla selvagge e gli Orchi calarono nuovamente su Minas Ithil; codesti, tuttavia, erano in numero maggiore rispetto all’ultimo assalto ed erano astuti e crudeli. Sovente, gli uomini della Guardia, udivano l’oscena voce di Adunaphel incitare le sue truppe verso la vittoria ed essi provavano nel profondo dei loro cuori grande timore; non una spada fu tuttavia abbandonata da mano codarda, né una lancia spezzata nell’ora della pugna, ché invero i Dunedain erano una nobile stirpe e la luce degli Eldar di Tol-Eressea era ancora nei loro occhi, sicché i nemici ne erano sgomenti.

Per sette giorni la pugna regnò feroce sulla Città della Luna crescente, né gli Orchi sembravano aver placato la loro sete di sangue; infine, troppo lesto per il cuore di chi difendeva le amate dimore della sua gente e troppo tardi per colui che ambiva atroce vendetta, giunse l’ora in cui le difese di Minas Ithil sembrarono non potersi più opporre al potere dell’Oscuro Signore: allora Erfea cercò il suo signore Anarion e lo trovò mentre incoraggiava i suoi soldati nei pressi di un’alta torre.

Grave era lo sguardo del Sovrintendente, e il Signore di Gondor apprese lesto i motivi di tale angoscia: “Mio re, il cancello è prossimo a cadere nelle mani del Nemico: dobbiamo scegliere se difendere una fortezza, sapendo che non vedremo altre albe sorgere, oppure ritirarci ad Osgiliath e ivi continuare a difendere il nostro popolo”.

Anarion, tuttavia, non poté rispondere a tale richiesta, ché in quel momento un Orco, il quale aveva atteso nell’ombra di una nicchia, balzò fuori e menò un gran fendente al capo dell’erede minore di Elendil; l’elmo alato forgiato a Numenor attutì l’impatto, tuttavia egli cadde disteso in terra. Troppo tardi Erfea trucidò l’ignobile creatura di Mordor, ché altre della sua schiatta si avventarono sul corpo del sovrano, avendo intenzione di portarne in dono le spoglie al loro Oscuro Signore: atroce allora divampò la lotta tra il Sovrintendente e gli Orchi, né egli poteva sperare nei rinforzi, ché i soldati di Minas Ithil ancora superstiti erano impegnati a fronteggiare altre schiere dell’Avversario.

Fu in tale frangente che si manifestò la lungimiranza dei Valar, ché le aquile di Ar-Thoron calarono sulle laide creature di Sauron, lacerandone le membra e cavandone gli occhi; forte allora gridò Erfea e il suo olifante squillò fiero, sicché gli Orchi fuggirono in preda al panico, abbandonando il corpo esamine di Anarion.

“Se anche mi fosse concesso il tempo di Aman, non vi sarebbero parole sufficienti per esprimere la mia gratitudine, ché non solo la mia vita, ma anche quella del figlio di Elendil avete salvato da morte certa”.

“Non ti dissi forse che ci saremmo rivisti quando la morte ti sarebbe stata prossima, Erfea Morluin? – rispose Ar-Thoron, inchinandosi a sua volta, seguito dai suoi vassalli del Nord – Non meravigliarti dunque, ché la lungimiranza dei messaggeri di Manwe è superiore a quella degli uomini, fossero anch’essi i prodi Numenoreani”.

“Sagge sono le tue parole, Signore delle Aquile, e grato è l’aiuto che in questa ora buia le tue schiere offrono ai Popoli Liberi di Endor; numerose sono state tuttavia le nostre perdite e la città è ormai indifendibile”.

“Il vento del Nord mi ha narrato della dipartita di Isildur da Minas Ithil e ora mi avvedo che Anarion è gravemente ferito: in qualità di Sovrintendente di Gondor e in assenza del legittimo sovrano toccherà a te condurre i soldati della Città della Luna a Osgiliath. Sei saggio a sufficienza, Erfea, per non disperare, tuttavia, sappi che altri poteri sono all’opera in questa ora buia e che altri pericoli dovrai fronteggiare in questi giorni, ché, tienilo sempre a mente, codesto è solo uno degli eserciti di Mordor e il Capitano Nero attende ancora nell’Ombra”.

Mentre così discorrevano Erfea e Ar-Thoron, alcuni soldati della guardia reale si erano approssimati al corpo del sovrano e osservarono sgomenti quanto era accaduto; Erfea tuttavia incoraggiò i loro stanchi animi e li esortò ad abbandonare la città appena fosse giunto il mattino, nell’attesa difendendo strenuamente il ponte che conduceva alla Città delle Stelle, finché l’ultimo uomo non avesse abbandonato Minas Ithil.

Tali erano i progetti del Sovrintendente di Gondor ed essi avrebbero avuto buon esito se improvvisa non fosse calata una tenebra sì fitta che neppure le aquile di Manwe riuscirono a scorgere alcunché; stridule allora si levarono dall’oscurità le fredde voci dei Nazgul e gli eserciti di Mordor si lanciarono alla carica, trucidando chiunque si opponesse alla loro rapida avanzata; i fanti gondoriani furono costretti ad indietreggiare in modo disordinato, taluni privilegiando la difesa delle loro case e di quante esse racchiudevano, altri ritirandosi, secondo gli ordini di Erfea, ad occidente.

Nelle prime ore del meriggio, radunati intorno a sé quanti più fanti e cavalieri possibili, Erfea ordinò alla guarnigione di Minas Ithil di ripiegare a Osgiliath e inviò le aquile di Manwe nei forti dei Dunedain nell’Ithilien, pregando loro di riferire ai comandanti di condurre le proprie truppe alla capitale, senza attendere, chiusi nelle proprie mura, l’impeto degli eserciti di Mordor: entro sera, le avanguardie dell’esercito di Minas Ithil giunsero ad Osgiliath, mentre la retroguardia copriva la ritirata: nulla pareva turbare tali manovre di ripiegamento e già duemila soldati della guardia avevano fatto il loro ingresso in città, allorché Adunaphel, resasi conto dei movimenti del nemico, inviò un messaggio a Dwar di War[2], il terzo in possanza fra i Nazgul, affinché costui inviasse i suoi feroci cani da combattimento a sostegno delle sue armate che inseguivano i superstiti di Minas Ithil.

Erano, i mastini di Dwar, le bestie più feroci di Endor, ad eccezione dei grandi vermi di Morgoth e la loro crudeltà era pari all’intelligenza che essi dimostravano di possedere allorché davano la caccia alla preda; lesti balzarono dalle loro tane, allorché ricevettero l’ordine di trucidare i superstiti dell’esercito di Gondor, e in breve tempo furono sopra i fanti e gli arcieri di Minas Ithil. Sulle prime gli Uomini risero, ché non credevano possibile che simili animali potessero lacerare le cotte di maglia forgiate secondo l’antica tradizione numenoreana; tosto, però, il riso si tramutò in orrore e infine in dolore, ché i denti dei segugi di Dwar squarciavano qualunque parte del corpo non fosse protetta dall’armatura e la loro precisione nel colpire era pari solo alla ferocia con cui il morso era inferto alle sfortunate vittime: la ritirata si tramutò così in fuga disordinata, né i capitani erano in grado di riorganizzare le file delle proprie schiere, ché il panico si era impadronito dei Dunedain ed essi pensavano solo a mettersi in salvo, abbandonando la piana che si estendeva tra l’Ithilien e Osgiliath.

Invero tale catastrofe fu ancor più grave di quanto apparve inizialmente, ché, se i soldati anziché indietreggiare confusamente, avessero recuperato lo schieramento iniziale, i mastini di Dwar sarebbero stati crivellati dalle mortali frecce numenoreane e i loro danni sarebbero stati limitati; tuttavia, il panico ebbe la meglio sul coraggio, e numerose lacrime versarono nei giorni seguenti le donne di Gondor.

Erfea, sopravvissuto a tale attacco furioso, condusse alla carica i cavalieri superstiti di Minas Ithil, un centinaio in tutto, contro le immonde schiere di Dwar, disperdendole e impedendo loro di straziare i cadaveri dei gondoriani caduti; al termine della notte, pochi soldati erano ancora in grado di brandire un’arma, ché molti erano i feriti e ancor più i morti: tristi parole si levarono quella notte, frammiste a pianti ed imprecazioni contro le schiere di Mordor».

Note

[1] Contrada posta a sud di Mordor e abitata da stirpi di uomini Haradrim, servi di Sauron e guerrieri implacabili.

[2] Capitano dell’armata dei Cancelli Neri e Signore dei Cani. Per una biografia su questo Nazgul si veda il seguente articolo: Dwar di Waw, il Terzo, il Signore dei Cani.

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L’assedio di Minas Ithil (Parte V). Una resistenza impossibile

L’assedio di Minas Ithil (Parte IV). Due fratelli.

L’assedio di Minas Ithil (III parte). Un antico nemico…

L’assedio di Minas Ithil (parte II). Un sogno premonitore

L’assedio di Minas Ithil (parte I). Il ritorno di Sauron

L’assedio di Minas Ithil (Parte V). Una resistenza impossibile

Care lettrici, cari lettori, in questo articolo proseguo la narrazione degli eventi che condussero le armate di Sauron a conquistare la parte orientale del Regno di Gondor, inclusa la città di Minas Ithil, dove Isildur aveva il suo trono. Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Per dodici giorni la Città della Luna subì un terribile assedio, eppure i suoi difensori non accennavano a deporre le armi, ché molto temevano gli Orchi gli esuli di Numenor e fuggivano terrorizzati allorché scorgevano Sulring brillare nelle tenebre; pure, molti valorosi combattenti erano caduti, vittima della nequizia di Sauron e fra costoro vi erano capitani di grande valore; infine, durante la notte del dodicesimo giorno dell’assedio, grave ed improvvisa sorse una nuova minaccia ad oriente ed essa atterrì i cuori dei Dunedain: un’imponente macchina avanzò, alta cento piedi e lunga il doppio, trainata da massicci Troll e si fermò a meno di una lega dal cancello.

“Quale nuovo artificio del nemico è codesta arma? – gridò Erfea rivolto ad Anarion che combatteva al suo fianco – Non ho mai veduto nulla di simile, eppure il mio cuore teme, ché mai ho obliato le fucine di Amon-Lanc[1] ed esse sono ben poca cosa se paragonate alle immense forge di Barad-Dur, ove i fuochi ardano da mane a sera e infiniti sono gli schiavi ivi torturati dal possente calore che questi generano.”

Non si erano ancora spenti gli ultimi echi di tali parole, che altre scale furono issate e su di esse salirono Orchi imponenti, la cui immonda pelle era ricoperta da grandi cotte di maglia; non erano però costoro ad ottenebrare le menti di coloro che difendevano le mura, ché, nel medesimo istante, si udì un gran sordido brontolio e la terra parve tremare sotto i loro piedi, mentre un’intensa luce brillava ad oriente. Parecchi Uomini e Orchi caddero dalle mura, sfracellandosi al suolo, mentre alte urla di gioia si levavano dall’accampamento di Adunaphel. Inquieto divenne allora il viso di Erfea ed egli si precipitò innanzi al cancello, ove a lungo rimase immobile, quasi che la sua mente si rifiutasse di credere a quanto l’oscura arte del nemico aveva realizzato: un imponente fusto di acciaio, montato su decine di ruote, si ergeva innanzi a lui e molti Uomini gli si accalcavano intorno, gli uni sfregando il nero metallo, gli altri versando al suo interno barili di polvere nera. Nessun racconto ha mai tramandato il nome di codesta poderosa macchina d’assedio ed essa fu utilizzata solo durante l’assedio di Minas Ithil: non vi era però dubbio che provenisse dalle oscure fucine di Barad-Dur, ché rune malefiche ne adornavano la superficie ed esse erano scritte secondo il modo di Mordor. Stupito, il Sovrintendente osservava silente tale artefatto, chiedendosi in quale modo avrebbe potuto arrestare la sua temibile forza distruttiva, allorché, per la seconda volta, una luce brillò, forte e terribile ad oriente, e il Cancello tremò nuovamente, come se migliaia di magli si fossero abbattuti sulle sue porte di ferro. La terra levò un gemito e alcune costruzioni nei pressi della prima cinta muraria caddero al suolo, conducendo nella loro agonia gli sfortunati abitanti.

Lesto come un incendio in estate, il panico dilagò in città e molti soldati indietreggiarono, chiedendosi cosa fosse accaduto: Isildur e Anarion erano infatti dispersi, né vi era tempo sufficiente per indagare sulla loro sorte, ché molti Orchi si radunavano innanzi al cancello e questo non avrebbe retto ancora a lungo; in tale ora buia, la speme tuttavia non disparve ché Elendur, primogenito di Isildur e Uomo di grande valore, prese il comando dei soldati superstiti e riuscì a condurne molti al riparo della seconda cerchia di mura, senza che la sua retroguardia subisse dure perdite: trinceratisi alle spalle dell’imponente muraglia, Elendur si premurò affinché i feriti fossero condotti nella Case di Guarigione e con orrore si rese conto che meno di tremila soldati di Gondor erano con lui in tale frangente; rabbia mista a dolore allora si destò nel suo cuore, ché nessuno era in grado di affermare ove fossero i sovrani di Gondor. Aratan e Cyrion erano tuttavia con l’erede di Isildur, ché erano i suoi fratelli minori ed essi ne amavano la fermezza del carattere e la sua lungimiranza, ed erano temprati dal medesimo fuoco della battaglia; torvi però erano i loro sguardi in quell’ora oscura ed essi parlavano poco finanche con i loro capitani, i quali, impazienti, attendevano ordini.

Tale era stata la manovra di Elendur, che gli Orchi non si dettero pensiero di inseguire i superstiti all’interno della seconda cerchia di mura, ma si accanirono contro il cancello; lenta, sorse un’alba vermiglia ma essa non recò sollievo nel cuore degli uomini, ché pochi erano ancora desti e molti giacevano nei loro miseri ricoveri, nelle piazze, ovunque vi fosse uno spazio sgombro dalle macerie e dai detriti delle mura che crollavano attorno a loro; infine la Guardia levò un grido di stupore e meraviglia, sicché molti soldati si destarono e corsero ad armarsi, temendo che gli Orchi fossero penetrati nella Città: grande fu dunque la loro sorpresa e gioia allorché essi scorsero i figli di Elendil e il Sovrintendente salire lungo le scale interne della seconda cinta di mura; trombe allora echeggiarono nelle aule diroccate e nelle piazze affollate ed Elendur strinse commosso suo padre, mentre costui elogiava il coraggio dei suoi eredi. Nessuno, tuttavia, fu allora in grado di apprendere quale compito avessero portato a termine i tre Uomini, ché essi non ne fecero parola con alcuno, eccetto i figli di Isildur; solo in seguito fu detto che essi avevano impedito che la poderosa arma di Adunaphel potesse far echeggiare nuovamente il suo odio nei confronti di Gondor ed essa giacque distrutta nella pianura, simile all’immonda carcassa di una bestia mostruosa vissuta nelle lande selvagge di Angband, e gli Orchi di Mordor l’evitavano, sicché per qualche ora più gli archi furono tesi e le spade sguainate.

Lesto allora si tenne un consiglio di guerra e la situazione parve subito grave a quanti lo presenziarono. Prima fra tutte si levò la chiara voce di Erfea: “La difesa della città è ormai divenuta impossibile, a meno che non giungano rinforzi da altre contrade. La popolazione di Minas Ithil deve essere fatta evacuare adesso, né è possibile aspettare altro tempo: dobbiamo scegliere se preservare l’onore o le vite di migliaia di donne e bambini.”

Silenti, i capitani di Gondor rifletterono a lungo su quale strada percorrere, ché entrambe le scelte avrebbero potuto condurre ad un triste destino, ché, se gli Orchi fossero stati in numero tale da impedire un ripiegamento del loro popolo ad Osgiliath, essi sarebbe andati incontro ad una carneficina; infine, scuro e irato in volto, Isildur parlò: “A che pro dovremmo fuggire innanzi al nemico? Non sarebbe soluzione più saggia far sì che le truppe di stanza ad Osgiliath e a Minas Anor accorrano in nostro aiuto, piuttosto che presentarci dinanzi ai loro attoniti occhi sconfitti? Un cancello è caduto nelle mani del Nemico, eppure la città resiste ancora! Se il parere dei miei capitani sarà favorevole a tale proposta, invierò dei rapidi messaggeri ad Aldor Roc-Thalion, l’Alto Theng dei popoli del Rhovanion, antichi alleati della nostra gente affinché egli possa condurre le sue schiere in nostro soccorso.”

Elendur sostenne lesto la proposta del padre: “Nessun Orco può vantare di aver mai catturato una città difesa da uomini valorosi quali noi siamo. Perché dovremmo abbandonare le nostre dimore, che edificammo al prezzo di molti sacrifici e di duro lavoro? Se tale è il nostro destino, che il mondo degli Eldar e degli Edain debba perire nella Tenebra, ebbene possano essere l’elmo e la cotta di maglia i nostri orgogliosi sudari!”

Molte voci contrastanti si levarono, le une sostenendo che la proposta di Erfea fosse ragionevole, le altre affermando che il coraggio del sovrano doveva essere premiato dalla fedeltà incondizionata del suo popolo; ancor prima che si giungesse ad una soluzione, tuttavia, lesto fece il suo ingresso un messaggero, il cui viso era provato dall’enorme tensione che si agitava nel suo animo. Stupiti e costernati lo osservarono Isildur e Anarion, ché sembrava evidente che costui recasse con sé novelle foriere di sventura: infine il messaggero parlò e invero le sue parole furono orribili ad udirsi in quell’ora oscura.

“Signori di Gondor, la sventura è caduta sui nostri popoli! Hoarmurath di Dìr, il cui nome sia cento e cento volte maledetto, ha incendiato i campi e gli accampamenti del mio popolo; lunga è stata la pugna, ma al calar della notte le sue schiere hanno infine trionfato, impadronendosi di un ricco bottino in armi e viveri. Inutile è stato contro la potenza del Signore della Terra Nera il coraggio delle schiere dei popoli liberi ed essi ora sono dovuti arretrare, abbandonando l’intero Rhovanion nelle mani dell’infame spettro.”

Silenzio regnò per un lunghissimo istante, infine le voci dei presenti si levarono nel medesimo istante, quasi che una misteriosa volontà avesse ordinato loro di parlare all’unisono: il panico si impadronì di quanti avevano prima sostenuto tale assedio essere la stolta opera di un servo di Mordor e non già del suo Oscuro Signore; alcuni, con la mente sconvolta da tali notizie infauste, gridarono che finanche Osgiliath avrebbe dovuto essere abbandonata, ché l’intera sponda orientale dell’Anduin era ormai indifendibile, mentre altri corsero ad affacciarsi alle finestre a nord, temendo che le schiere di Hoarmurath fossero prossime a reclamare nuovo bottino.

Erfea, tuttavia, soffiò nel suo olifante ed ecco che i cuori degli Uomini si calmarono e il silenzio scese nuovamente fra loro: “Non perdete la speme, uomini di Gondor! Non è forse stato detto che il tempo è tiranno sia con coloro che servono la causa dei Valar sia con coloro che la contrastano? Ebbene, ancor prima che le nostre schiere si scontrino con quelle dell’Avversario, sappiate che entrambi gli schieramenti dovranno vincere la propria battaglia contro il Tempo, che, inevitabilmente, corre verso Occidente.

Questo io ti chiedo di rivelarci, messaggero di Aldor Roc-Thalion: quanti giorni sono passati dacché è crollata l’ultima resistenza nel Rhovanion?”

“Mio signore, trenta lune si sono levate da quel triste giorno: il mio popolo è ora fuggito ad Occidente e dimora nei pressi del Guado del Carrock[2], a molte leghe a nord dalle città degli uomini del Mare.”

Erfea rifletté per un attimo, infine parlò: “Sauron ha dato infine dimostrazione di voler schierare le sue forze in tempi diversi, ché vuole saggiare il morso degli eserciti dell’Ovest prima di scatenare il suo più pericoloso servo; non tutti voi, credo, si rendono conto dell’incredibile fortuna che la Sorte ha riservato ai figli di Eru Iluvatar, perfino in tali sventure.”

Anarion, dopo aver ponderato in silenzio quella che a molti pareva una frase senza alcun senso, ne intese il significato e il suo cuore fu pieno di gioia, ché comprese non essere ancora perduta la guerra.

“Erfea Morluin, sagge e veritiere sono le tue parole, ché il Signore dei Nazgul non è ancora giunto nelle nostre terre; tale è dunque il corso degli eventi che sarà possibile salvare il maggior numero di vite prima che giunga il Capitano degli eserciti di Mordor. Sappiate, tuttavia, che è stata concessa solo tale occasione per evitare che la catastrofe si abbatta su di noi; celere deve essere la nostra azione, ché essa non dovrà insospettire il nemico.”

Isildur rifletté a lungo sulle parole che il fratello aveva pronunciato, infine parlò a sua volta: “Se ho ben compreso il pensiero del Sovrintendente, altre schiere dell’Avversario potrebbero giungere nei prossimi giorni e non è nelle nostre attuali possibilità fermare una tale potenza; è necessario dunque che uno fra noi prenda la via che conduce al mare e di lì al reame di Arnor, affinché Elendil possa essere avvisato del pericolo che corrono le libere genti di Endor e possa soccorrerci con le sue schiere. Tale è la mia volontà, in questa ora oscura, ché prendo su di me la responsabilità di assicurare il buon esito di una missione sì importante per le sorti del nostro popolo.”

Aratan, secondogenito del sovrano, espresse allora il suo pensiero: “Nobile padre, non sarebbe meno rischioso comunicare con il nostro sovrano tramite il palantir di Osgiliath, piuttosto che sfidare la collera di Ulmo?”

“Giovane principe, sebbene l’Oscuro Signore di Mordor non abbia simili strumenti, sarebbe tuttavia capace di interferire con la sua tirannica volontà, qualora uno fra noi, finanche il Signore di Gondor, osasse fare uso del Palantir; forse Sauron si limiterebbe ad osservare, ma se anche egli non pronunciasse parola, tuttavia i nostri piani sarebbero messi a nudo ed egli infine trionferebbe. Ecco dunque il mio consiglio: una piccola spedizione dovrà abbandonare Minas Ithil prima che il sole sorga, ché la luna non sarà visibile questa notte e gli Orchi vagano ancora qua e là, resi inoffensivi dalla paura; essa tuttavia sarà presto occultata dalle promesse di saccheggio e il cuore mi dice che tale giorno non tarderà a giungere. Un vascello sarà allestito ad Osgiliath ed esso condurrà ai porti di Cirdan la speme del popolo di Gondor.”»

Note

[1] Si veda “Il racconto del Marinaio e del Nanosterro”.

[2] Il Guado del Carrock era situato nella contrada dell’Alto Anduin, a nord dei Campi Iridati.

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Proseguo in questo articolo la narrazione dell’assedio di Minas Ithil da parte delle armate del nazgul Adunaphel. Nell’ultima parte abbiamo lasciato Erfea di vedetta nel passaggio di Cirith Ungol affinché potesse scorgere le avanguardie dell’esercito di Mordor. Ritornato alla città di Minas Ithil, il Sovrintendente di Gondor deve ora misurarsi con le reazioni dei due fratelli, Isildur e Anarion. Nel brano che segue, perciò, avrete modo di approfondire la conoscenza dei figli di Elendil…buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Infine l’armata di Mordor giunse alla porta orientale di Minas Ithil che il sole ancora tingeva i colli degli Ephel Duath e l’oscurità non era calata; risero gli Uomini allora nello scorgere la moltitudine dei servi di Mordor ed alcuni fra loro presero a farsi beffe di loro apertamente: “Nessun servo di Sauron ha calcato il suolo della nostra città ed essa ride delle minuscole figure che muggiscono in una barbara lingua; vengano pure, gli eserciti dell’Oscuro Signore, ché non uno troverà scampo alla giusta morte, e il ricordo della loro disfatta echeggerà fino a Barad-Dur”. Voci simili furono udite in tutta la città, riempiendo di gioia il cuore di Isildur, ché costui non mostrava tema dell’armata di Adunaphel, né avrebbe mai ceduto la sua dimora al Nemico; di diverso parere era tuttavia suo fratello Anarion, il quale così gli si rivolse: “Una grande paura ha invaso il mio animo, ché esso teme per la sorte di Minas Ithil: fa evacuare la città, ché il Nazgul non risparmierà né uomo né donna, qualora essi dovessero cadere preda dei suoi laidi artigli.”

Irata fu la risposta di Isildur, che si espresse in tali termini: “Noi siamo i figli di Elendil e i signori di Gondor. Nostro padre ci affidò il reame del Sud affinché vigilassimo sulle sue genti e sulle sue terre e mai, fino ad ora, il nostro giuramento è venuto meno, ché esse sono sfuggite alla violenza dei servi dell’Avversario. Vorresti dunque venire meno al tuo dovere, abbandonandole alla mercé degli Orchi? Come un contadino che temendo per la sua vita, permetta che il suo campo sia bruciato da rozzi briganti, così tu condanneresti Minas Ithil a una triste sorte? Sarebbe invero una grave infamia!”

“Non è atto infame temere il lungo braccio del Nemico! Fratello, vi sono altre contrade, altri popoli che attendono impazienti di offrire i propri servigi a Sauron e codesto è solo uno dei suoi numerosi eserciti che egli spinge ad ovest; il Rhovanion è ormai in rovina, risparmia alla tua città una sorte simile! Ordina invece che la popolazione sia condotta ad Osgiliath, le cui possenti mura fermeranno la carica dei nostri nemici. Non desidero che la nostra gente sia condotta in una trappola ed ivi debba morirvi prigioniera delle sue medesime debolezze.”

Rise allora Isildur, e sguainata la sua lama, diede ordine di issare sul pinnacolo della torre più alta il vessillo di Elendil, in modo che l’esercito di Mordor potesse scorgerlo e provarne terrore; infine, voltatosi verso il fratello, adoperò simili parole: “Non è forse vero che i Valar risparmiarono i Fedeli ché essi avversavano il dominio di Ar-Pharazon e del suo oscuro mentore? Non è forse vero che le braccia di Ulmo hanno permesso ai nostri vascelli di recarci nella Terra di Mezzo ove fondammo i reami in esilio? Perché dunque noi dovremmo temere colui che già una volta è caduto sotto la loro possente ira? Il nostro destino è di innalzarci al di sopra delle debolezze che in passato hanno condannato la nostra stirpe: grandi atti di valore saranno compiuti questa notte e la sete di vittoria del nemico sarà placata dal sangue che i suoi eserciti verseranno.”

Lesto balzò sulla terrazza più alta e di lì si rivolse al suo popolo: “Soldati di Gondor! Per molti secoli la nostra stirpe ha compiuto tali atti di valore contro Sauron e i suoi servi che le sue schiere tremano al solo sentire il nome dei Numenoreani! Uomini poco lungimiranti hanno permesso che l’Oscuro Signore perdurasse e sfuggisse alla nostra giusta vendetta, eppure, mirate, l’ora della rivalsa è prossima! Grande sarà la nostra vittoria ed essa inaugurerà la nuova Primavera di Arda, ché Endor sarà stata liberata dalla lordura dei servi di Morgoth. Uniamoci dunque nell’ora del bisogno e possa il sacro fuoco che infiamma i nostri animi brillare nella Tenebra incombente!”

Possenti si levarono grida di giubilo e l’aria fu percorsa dagli squilli di numerose trombe d’oro e argento: i capitani condussero le loro truppe sugli spalti delle mura, attendendo impavidi che l’oscura marea piombasse su di loro. Erfea, tuttavia, parola non levò, ché condivideva il pensiero di Anarion, né aveva obliato la nequizia di Sauron, laonde per cui ordinò ai suoi soldati di assicurarsi che nessun nemico si impadronisse del cancello che conduceva a Osgiliath e alle contrade occidentali di Gondor.

Frecce furono incoccate e torce accese, ché l’oscurità aveva ora coperto del suo manto le cime dei monti e fredda era scesa la notte; silenzio regnava sugli spalti, tale che solo l’eco dei secchi ordini dei capitani di Mordor giungeva loro, né alcuna delle schiere di Adunaphel osava avvicinarsi alle mura ed esse erano immobili; molte ore trascorsero dunque nella veglia, nulla temendo gli Uomini di Gondor, ché  nessun colpo era stato levato e saldi erano i loro animi; quella notte i Signori dei Dunedain tennero un consiglio per decidere sul da farsi. Alcuni, e fra questi erano Isildur e i suoi figli maggiori desideravano attaccare il nemico con la cavalleria, affinché esso fuggisse lontano; Erfea, tuttavia, respinse con forza tale proposta ché temeva le picche del nemico e non credeva possibile manovrare in uno spazio sì ridotto come quello che si estendeva tra la città e i monti.

Tesa era divenuta l’aria e minacciose si levarono voci contrastanti; nulla però fu possibile decidere, ché lesta si diffuse la notizia che le schiere dell’Avversario muovevano contro la città: tale, infatti, era stata la perfidia di Adunaphel da attendere che un prematuro entusiasmo riempisse di folle gioia il cuore dei Dunedain prima di scatenare il suo feroce attacco alle mura; scale vennero innalzate e su di esse centinaia di Orchi presero posto, scuotendo le corte lance e le scimitarre dalla fosca lama. I Warg[1] correvano lungo tutto il perimetro della cinta muraria e i loro orribili richiami echeggiarono durante tutta la durata dell’assedio, mentre Adunaphel, ritta sul suo nero destriero, osservava lieta quanto accadeva, ché ora i suoi eserciti erano spiegati e la vittoria sarebbe giunta lesta; veloci, alcuni cavalcalupi correvano da una schiera all’altra per trasmettere gli ordini dei capitani di Mordor e l’aria era satura dei loro gutturali versi: pure, Minas Ithil non cedeva.

Arcieri erano stati collocati in gran numero lungo i parapetti e di lì bersagliavano il nemico con i loro temibili archi d’acciaio; Orchi ed altre creature della Tenebra crollavano dalle scale, mentre le luminose lame dei soldati di Gondor trucidavano quanti riuscivano ad aggrapparsi ai merli dei bastioni: Isildur conduceva la difesa del cancello orientale, mentre i suoi figli avevano ciascuno preso il comando di una cerchia di mura.

Rapide trascorsero le ore della notte, né l’alba sembrava portare speranza nel cuore degli Uomini, ché la furia degli Orchi anziché scemare, sembrava crescere di intensità: altre schiere, di cui nessuno aveva prima sospettato l’esistenza, erano giunte sul luogo della battaglia e respingevano i soldati di Gondor all’interno della città, rendendo loro impossibile qualsivoglia sortita».

Note

[1] I warg erano i discendenti di quelle creature nate dall’incrocio fra i demoni servi di Sauron e i lupi della Terra di Mezzo; feroci d’aspetto, erano noti per la loro insaziabile fame e per la loro abilità nel comprendere il Linguaggio Nero.

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In questa terza sezione del racconto de “Il Marinaio e il Re Stregone”, Erfea, reso inquieto da un sogno premonitore, decide di verificare se un’armata partita da Mordor si stia effettivamente dirigendo verso la città di Minas Ithil. Il paladino di Numenor scoprirà che i suoi peggiori timori erano fondati quando comprenderà chi cavalca alla testa delle truppe nemiche…un suo antico, affascinante, nemico.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Un’ora era trascorsa dacché il sole si era levato e ancora nessun messaggero giungeva a Isildur; rapido allora crebbe nell’animo dei soldati il timore che essi fossero stati traditi e che la loro ultima ora stesse giungendo sulle ali del nauseabondo vento dell’oriente: eppure essi non ne facevano parola a nessuno e ognuno serbava nel suo cuore lo sgomento di tale attesa, quasi provando vergogna nello spezzare con la propria voce roca il silenzio che altri aveva creato per loro. Lunga e penosa fu l’attesa, tuttavia anch’essa giunse a termine, ché i primi cavalieri giunsero da Osgiliath e Minas Anor, conducendo con loro messaggi che furono uditi da pochi e intesi ancor da meno, ché essi furono condotti a corte e solo il primogenito di Elendil e il sovrintendente furono presenti allorché le notizie che costoro recavano furono divulgate; scuri erano invero i loro volti ed essi non fecero parola con alcuno di quanto avevano appreso, ma si recarono lesti ad oriente, ché le vedette inviate durante la notte non avevano fatto ancora ritorno e dubbio e timori si impadronivano dei cuori degli uomini.
Elrohir cavalcava innanzi a tutti e splendido il suo pelame fulvo brillava sotto la luce di Anor, eppure non vi era letizia nello sguardo del suo cavaliere ché la cenere di Mordor ne copriva il capo e foschi erano i suoi pensieri; cento cavalieri erano con lui ed essi seguivano una traccia incerta e oscura: eppure, sebbene ognuno temesse un grave male nel proprio cuore, nulla di quanto avrebbero visto in seguito era stato mai concepito da mente mortale. Alcuni dicevano che fantasmi senza volto ululavano sopra corpi straziati e furono colti da grande orrore; altri, nonostante pietà e lacrime soffocassero i loro occhi, pure scorsero i segni di una disperata resistenza condotta dagli esploratori, senza tuttavia che rimanesse traccia visibile dei loro aggressori: a lungo, inibiti dal terrore e dalla grande sofferenza, cercarono tra i volti deturpati, gli uni intenti ad arrestare i singulti, gli altri ricolmi di smarrimento e profonda pena.
Un vento gelido spazzava la gola montuosa in cui essi avevano trovato rifugio e l’eco della sua oscura risata sembrava deridere il loro dolore; infine Erfea si mosse e scorse una runa profondamente incisa nella viva roccia, le cui linee risaltavano nette sulla sua superficie, quasi che il suo incisore avesse voluto dimostrare quanta forza avesse nel braccio.
“Non è un’incisione eseguita dalla rozza mano di un orco, ché essi non conoscono le Tengwar[1], né Sauron permette che il suo nome venga pronunciato o scritto, ed essi adoperano l’effigie del Rosso Occhio su elmi e scudi; inoltre – proseguì chinandosi – codesta non è una esse ma una a”.
Rifletté a lungo, infine chinatosi sulla roccia, né sfiorò ripetutamente la lucida superficie, mormorando alcune parole che gli uomini hanno ormai obliato; tosto tuttavia, il suo viso mutò espressione ed egli risalì a cavallo, invitando i suoi uomini a precederlo in Città, affinché rivelassero che il nemico era prossimo a giungere; quanto a lui, sarebbe rimasto in codesto luogo, finché l’invasore non fosse giunto.

“Cavalcate rapidi, figli di Gondor, ché il pericolo è prossimo né codesta sarà l’unica sventura che i popoli liberi di Endor dovranno fronteggiare, ché le armate di Mordor tosto dilagheranno impetuose”. Rapidi, i cavalieri si mossero e l’eco della loro corsa disperata riecheggiò lungo l’antico cammino roccioso, chiamato Cirith Ungol nella lingua degli Eldar: un crudele demone, ostile ai figli di Iluvatar, l’aveva eletta come sue dimora e sovente la sua progenie, viscida e immonda si aggirava cauta e affamata in tali recessi rocciosi, né essa mostrava di tenere in alcun conto la maestà dei re degli uomini, ché era la prole di Shelob, ultima figlia di Ungoliant la grande, colei che, nella sua ingordigia, aveva fatto scempio dei Due Alberi.
Codesti esseri, simili a ragni, infestavano tali contrade, divorando gli incauti viandanti solitari che osavano percorrerne gli ardui sentieri; essi tuttavia esitavano nell’attaccare il Dunadan, ché, sebbene fosse anziano e solo, temevano la lama che costui portava al suo fianco, sicché attesero invano e infine, esausti e delusi, fecero ritorno alle loro tane.

Monotono parve scorrere a Erfea il tempo, ed egli non udiva né scorgeva alcunché, ad eccezione di rocce erratiche e di miseri cespugli battuti dal vento; restio era il suo animo a percorrere il sentiero di casa, sebbene grave sul suo capo fosse calata la stanchezza: infine si mosse, ché un nuovo timore parve invadere ogni cosa e l’aria ne fu satura. Tremò la terra e gli anfratti montuosi parvero replicare più volte l’agonia di migliaia di passi calpestarne la dura superficie: allora egli guardò in basso e il suo animo fu invaso da stupore e meraviglia, ché mai, finanche nei suoi incubi più aberranti, aveva mai immaginato che un simile orrore potesse destarsi da Mordor: schiere infinite egli scorse marciare lungo la strada che conduceva a Minas Ithil; picche, le cui sommità, adornate da spregevoli effigie, parevano puntare dirette verso il cielo, illuminavano con sinistri bagliori l’oscuro vespro; scudi imponenti reggevano coloro il cui volto era ora occultato da manti intessuti di tenebra e menzogne, ché l’Oscuro Signore mobilitava tutti i suoi eserciti e codesto era solo uno fra i molti che combattevano nel suo immondo nome. Infine, ritta sul suo nero cavallo, il sovrintendente scorse una figura procedere lentamente, quasi incurante di quale destino avrebbe incontrato nel campo di battaglia che le sue truppe si accingevano a bagnare con il proprio sangue e quello dei nemici; bella era, eppure temibile, ché il suo sembiante non era altro che un’illusione creata dalla nefanda arte di Sauron per confondere le menti di coloro che gli si opponevano. Nessuna luce della torce si rifletteva sulla sua corvina capigliatura ed ella pareva assorta in silenziosa meditazione; eppure, una cupa malizia brillava nei suoi chiari occhi e all’anulare, occultato al bieco sguardo dei suoi servitori, ella cingeva un anello forgiato in una contrada ormai distrutta dal suo oscuro padrone, ché Adunaphel l’Incantatrice era il suo nome, settima tra i Nazgul, gli immortali schiavi dell’Oscuro Signore. Una fredda rabbia celava il suo nero animo ed ella cavalcava diritta verso la vittoria; pur tuttavia, non scorse Erfea o se lo vide, minuscola figura persa tra le rocce lo ignorò, ché altro era il suo compito in quell’ora oscura ed egli sarebbe dovuto soccombere dinanzi alla potenza del suo signore.

Il Dunadan, però, la vide e rapido gli balenò nella mente il ricordo di un duello combattuto anni prima tra lui e la malefica dama di Numenor nella città di Umbar; allora fuggì e raggiunse la bianca città degli uomini, dando fiato al suo olifante affinché tutti potessero udirlo e prepararsi alla difesa delle mura: leste, allora, centinaia di trombe argentee riecheggiarono nella vasta gola montuosa mentre la sera fu riempita di speme, ché gli uomini si rincuorarono ed essi presero a sussurrare antiche cantiche apprese dai Noldor in esilio».

Note

[1] Le Tengwar erano state elaborate dagli elfi Noldor prima ancora del loro esilio nella Terra di Mezzo e sebbene non venissero più adoperate nella loro forma originaria, pure Feanor ne aveva approntato una variante ed essa si era diffusa presso Elfi, Uomini e Nani.

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Continuo in questo articolo il racconto iniziato in questa sede L’assedio di Minas Ithil (parte I). Il ritorno di Sauron per narrarvi delle vicende che accompagnarono l’inizio della guerra fra Gondor e Sauron scoppiata un secolo dopo la distruzione di Numenor. Questa seconda parte si apre con un sogno premonitore, un topos, ossia un luogo comune nell’epica antica: basti pensare, ad esempio, al sogno di Agamennone, nel quale un dio gli suggerisce – ingannandolo – che il giorno seguente avrebbe colto una grande vittoria sui Troiani. Anche in questo caso la dimensione onirica avrà modo di influenzare le vicende future di Erfea e del popolo di Gondor, salvandolo, forse, dal suo annientamento…

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«Nei giorni seguenti, si susseguirono numerosi consigli di guerra, ai quali parteciparono entrambi gli eredi di Elendil e i maggiori comandanti del regno; notizie giungevano dal Nord ed esse recavano letizia nei cuori degli Esuli, ché il nemico era in rotta ed aveva attraversato nuovamente il fiume Celudin, ritirandosi nelle remote steppe del Rhun: i saggi di Gondor non celavano la loro soddisfazione, ritenendo che il Nemico fosse stato battuto e costretto a fuggire per non far più ritorno alle terre degli Eothraim. Erfea, tuttavia, trascorreva silenti le sue giornate e il suo viso non condivideva la letizia dei consiglieri del sovrano, ma inquieto e pallido, mirava spesso le Ephel Duath, presagendo che il nemico giacesse ancora al di là degli insormontabili monti.

Lesti trascorrevano i giorni e il primo mese del nuovo anno si accingeva a terminare, allorché, una notte, il riposo del figlio di Gilnar venne turbato da una visione quale mai il sovrintendente di Gondor mirava da numerosi anni: a lungo egli si era dibattuto nella quiete della sua dimora, ché grida orribili a udirsi gli erano echeggiate nella mente; infine si era acquietato, come il marinaio che dopo la tempesta perigliosa trova riparo nel porto sicuro, ché il suo spirito si era librato oltre il Mare ed egli era giunto a Feneria, ora sommersa dalle acque. Ivi, una voce a lui cara, gli aveva sussurrato dolci parole nella mente: “Mio signore, è giunta l’ora della pugna! Impugna Sulring di Gondolin, ché colei che serve l’Oscuro Signore ha condotto le armate di Mordor presso la città di Minas Ithil ed essa cadrà, a meno che i tempi non mutino nuovamente e il volere di Eru Iluvatar non sia rivelato ai suoi figli.”

Lesto Erfea si scosse dal sonno inquieto e indossata l’armatura, cinse al suo fianco la nobile lama; recatosi nelle stalle di Osgiliath sellò Elrohir[1], il cui pelame spendeva luminoso finanche nella buia notte del novilunio, e cavalcò diretto verso la città di Isildur: penoso e solitario fu il suo viaggio e grande crebbe nel suo cuore la paura, ché temeva essere vano ogni avvertimento e atto di valore. A lungo cavalcò nella tenebra, spronando il figlio delle terre del nord affinché costui lo conducesse ove il suo animo desiderava recarsi; infine la vide, remota, eppure chiara, ergersi al di sopra dei banchi di nebbia che salivano dall’Anduin: grato fu allora il suo cuore ed egli volse, commosso, il pensiero a colei che gli aveva permesso di evitare una ignominiosa sconfitta. Stupefatte, le guardie del Cancello accorsero allorché egli diede ordine di destare dal suo sonno il sovrano: non dovette tuttavia attendere a lungo il figlio di Gilnar, ché Isildur lo ricevette nella sua dimora.

“Erfea, tarda è l’ora e l’alba è lungi dal giungere. Quale richiesta di mio fratello ti ha spinto ad abbandonare il tuo giaciglio per recarti a Minas Ithil? Una grande paura vedo impressa sul tuo volto, sebbene la notte sembri calma e il vento non abbia condotto alcuna nuova da est.”

Fosco in volto, Erfea si approssimò al grande braciere che splendeva, simile ad un fiore rosso, nel centro della notte, ché la gelida morsa di Narvinye l’aveva stretto a lungo tra i suoi artigli ed egli ne portava ancora le fresche cicatrici; parole sulle prime non pronunciò, ché erano ancora in lui stupore misto ad angoscia ed egli ignorava con quali parole avrebbe comunicato tale sventura al suo signore; infine, reputando il silenzio un male ben più grave delle paure che gli si agitavano nell’animo, parlò, ché il tempo era tiranno e insensibile alle sventure della prole di Eru Iluvatar.

“Una grande armata, comandata dal Nazgul Adunaphel[2], giunge ora dal passo di Cirith Ungol e tosto la città sarà circondata; questa notte, parole di ammonimento e saggezza hanno destato in me profonda preoccupazione e ora giungo da te perché come erede maggiore del Sovrano, prenda il comando di questa città e del regno: Sire Anarion ignora tali avvertimenti ed Osgiliath riposa, dolcemente cullata dal canto che sale dal Fiume. Minas Ithil, tuttavia, deve essere destata, ché in caso contrario i suoi ignari abitanti si recheranno alle aule di Mandos con le ferite ancora impresse sui volti e sui corpi.”

Solo il silenzio fu udito echeggiare nei vuoti e freddi corridoi della reggia, ché Isildur, profondamente turbato, parola non adoperava; infine, dopo aver a lungo sospirato, parlò a voce bassa: “Quali prove possiedi per sostenere tali parole? Può forse una visione indurci a confondere fantasia con realtà, speme con disperazione, passato con presente? Invero, Erfea, colui che chiamano il Morluin, mai il coraggio degli uomini è venuto meno a causa di simili profezie di sventura, ché esse confondono solo i cuori degli stolti e degli ignavi e mi rifiuto di credere che gli anni trascorsi nel lungo esilio abbiano corroso a tal punto la tua lungimiranza da renderti cieco e sordo dinanzi alla realtà presente”. Nulla rispose il sovrintendente di Gondor, ma sguainata la sua lama dal lucido fodero, la mostrò ad Isildur: “Se tale è il tuo pensiero, figlio di Elendil, non sarò io a dichiararlo mendace, ma la mia lama: essa infatti fu forgiata a Gondolin dai Noldor in esilio e si illumina di luce propria allorché i servi di Morgoth sono prossimi. Se dunque basi i tuoi giudizi solo su quanto i tuoi sensi percepiscono, ebbene non potrai ignorare tale avvertimento”.

Profondamente turbato, il signore di Minas Ithil abbassò l’orgoglioso sguardo a terra e, ispirato da giusta vergogna, parlò: “In nome del legame che ci vincola, ti chiedo di obliare le amare parole che hai udito pronunciare dalla mia favella: era il timore di udire una condanna a lungo temuta a parlare in me; tuttavia, essa è ora svanito, come bruma al mattino e più i nostri cuori dovranno disperare, sebbene è destino che mesi di tormenti debbano attenderci. L’ora del confronto è giunta: possa essere infausta per i servi del Nemico!”

Lesto l’erede di Elendil ordinò che i suoi scudieri fossero destati e si affettassero a rivestirlo, ché una grande collera covava ora nel suo sguardo ed egli aveva già cinto la sua lama; a lungo squillarono le campane, ché il pericolo si approssimava e più poteva essere ignorato: uomini corsero ad armarsi e grida furono udite riecheggiare nelle strade ancora avvolte dalla bruma della notte. I comandanti chiamavano i guerrieri a raccolta e le prime compagnie avevano preso posto dinanzi al Cancello; veloci reparti a cavallo furono spediti ad est e ad ovest, gli uni per comunicare tale minaccia ad Osgiliath, gli altri per scorgere le schiere del nemico. Erfea, tuttavia, non prese parte a tali preparativi, ché nel suo cuore un nuovo presagio era sorto ed egli era titubante a comunicarlo al suo sovrano; tale fu il suo comportamento che non sfuggì a Luiniell, Signora di Minas Ithil, la quale era in verità del suo lignaggio[3]: “Erfea, signore della mia schiatta e sovrintendente di Osgiliath, non vi è luce nei vostri occhi. Cosa temete dunque?”

Lenta fu allora la risposta di Erfea ed egli parlò a voce bassa, quasi temendo che orecchie indiscrete fossero occultate dalle ombre della notte: “Invero, mia signora, la presenza di un solo Nazgul potrebbero costituire minaccia sì grave da provocare tale turbamento nel mio sguardo e nella mia voce, né sarò io in grado di smentire tale affermazione; tuttavia, altri Poteri sono pronti a destarsi in tale ora oscura ed essi io temo, ché non solo Sauron servì l’Antico Nemico ed altri spiriti, ignoti alle genti libere, vagano ancora per le ampie distese desertiche della Terra di Mezzo, taluni sotto forme che gli sprovveduti troverebbero belle, altri ammantati di terrore e ombra: ricordi e presagi si agitano nel mio animo, né il fuoco della tua dimora potrebbe riscaldare il mio cuore in tale fredda ora”.

“Suvvia, Dunadan! Finanche in tale frangente, la speme non è scomparsa dal cuore degli uomini! Molte leghe i tuoi passi hanno coperto, da Osgiliath a Mordor, da Numenor all’Harad e sovente il pericolo è stato l’unico compagno durante le sofferte peregrinazioni che il tuo spirito ha dovuto affrontare; eppure, non fu forse Erfea Morluin colui che affermò esservi pericoli maggiori nella propria dimora che nelle Terre Selvagge?”

Sorrise il figlio di Gilnar, destando in Luiniell meraviglia e stupore, ché di rado il sovrintendente esprimeva in modo sì palese la sua letizia e vi erano pochi o punti motivi in quei giorni per nutrire nel proprio animo un simile sentimento; destatosi dal suo scranno, le prese allora la mano e baciatala, sorrise nuovamente: “Invero quanto affermi corrisponde a verità, che  in numerose occasioni la Morte mi è stata prossima e sempre nella mia casa”. Fece per andar via, eppure si voltò nuovamente e parlò ancora una volta: “Non credere che io abbia smarrito ogni speranza; sappi tuttavia che altrove risiede il tuo destino e che mai più farai ritorno a Minas Ithil, a meno che il Fato non muti nuovamente e ad altri sia data in sorta una grave responsabilità”. Lesto si inchinò Erfea e altre parole non trovò per salutare la sua Signora; costei, tuttavia, gli rimembrò quanto la casa di Amandil fosse grata al sovrintendente di Osgiliath, ché numerosi servigi le aveva procurato in quegli anni, fin da quando Numenor era caduta: silente, lo sguardo perso nel ricordo di eventi passati, Erfea la stette ad ascoltare, infine sospirò: “Non credere che tali eventi abbia obliato, ché io conosco essere veritiera ogni tua affermazione e tale sarebbe anche il parere di Amandil, se egli fosse qui; temo, tuttavia, che ad altri toccherà in sorte narrare tali vicende, ché molti fra coloro che ne furono protagonisti riposano ora nella calda coltre della sabbia dell’Oceano; dolce è il ricordo per chi ancora non ha obliato ed esso ha il sapore del nettare colto all’alba, tuttavia non lenisce le cicatrici di coloro che rimembrano Numenor e la sua gloria e non terrorizzerà il turpe animo dei nostri nemici.”

Lesto allora Erfea si inchinò a Luiniell e sguainata Sulring, la tenne nella destra, ché il suo baluginare potesse rischiarare le Tenebre che adesso occultavano la Città della Luna: lente trascorsero le ore della notte per chi vegliava, rapide per chi cercava riposo nella sua coltre fredda ed umida; vapori ed esalazioni si levarono da oriente, sì che il sole ne fu oltraggiato e più la sua luce illuminò gli stendardi di Gondor ed essi parvero morire nella fredda alba. Rapide, lacrime della notte scivolavano lungo i pendii delle mura e l’eco della loro malinconica melodia colmava di sgomento i cuori degli uomini ed essi non parlavano, ma tacevano, ascoltando, rapiti, i brevi singulti di qualche infante il cui sonno era stato turbato dallo stridere di armi e dall’ululare dei lupi.

Note

[1] “Cavallo della stella”: tale animale, donato dagli Eothraim ad Erfea, sebbene non avesse ricevuto la facoltà di parlare le favelle dei figli di Iluvatar, era tuttavia in grado di comprendere le lingue degli uomini e degli elfi, ché era discendente del possente destriero che Orome, il cacciatore dei Valar, aveva condotto con sé durante i suoi viaggi nella Terra di Mezzo nelle Ere che precedettero il sorgere del sole e della luna.

[2] Settimo fra i Nazgul, nota anche come l’Incantatrice.

[3] Le storie di quell’epoca non menzionano affatto quale fosse il legame di parentela tra Erfea e Luiniell; secondo alcuni storici di Gondor, ella era nipote del Principe dell’Hyarrostar per parte paterna, ma i pareri sono discordi e questa è solo una ipotesi.

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Care lettrici, cari lettori, in questo articolo riprendo la narrazione dei racconti del Ciclo del Marinaio, che negli ultimi mesi sono stati un po’ tralasciati per fare spazio ad altri progetti figurativi. La serie di articoli che mi accingo a scrivere nelle prossime settimane riguarderà i primi eventi bellici che interessarono Gondor e Mordor circa un secolo dopo la Caduta di Numenor.
Non vi nasconderò che questi eventi costituirono per me una vera e propria sfida: dovetti superare il classico «blocco dello scrittore» per andare avanti nella trattazione della vita di Erfea, perché non riuscivo a capire come riprendere i fili della vita di un Uomo distrutto spiritualmente dalla morte di Miriel, la principessa numenoreana della quale era innamorato e dalla scomparsa di Elwen, la mezzelfa di Edhellond, della quale si erano perse le tracce. Impiegai qualche tempo per ritrovare il filo della matassa e decisi così da ripartire da un nuovo ruolo per Erfea, quello di Sovrintendente del nuovo regno di Arnor e Gondor – perché, ricordiamolo, fintantoché fu vivo Elendil, queste regioni erano considerate parte di un unico organismo statale – che ha in qualche modo ritrovato la forza di andare avanti perché preoccupato dal ritorno di Sauron.
Su questo argomento vorrei qui spendere qualche parola: per quanto possa sembrare strano, Numenoreani ed Elfi – salvo qualche rara eccezione, come vedremo – erano convinti che l’unico vantaggio derivato dalla distruzione di Numenore fosse stata quella del suo peggiore nemico, l’Oscuro Signore di Mordor. Gli eventi, tuttavia, presero una piega diversa: il corpo di Sauron era stato effettivamente distrutto durante la Caduta ed egli era ritornato sulle ali di un vento malvagio alla Terra di Mezzo, laddove, grazie ai poteri dell’Unico, aveva recuperato la sua forma fisica, seppure orribile a vedersi. Certo, aveva perso la capacità di assumere un aspetto bello a vedersi (Tolkien utilizza il termine «storpiato», riferendosi alla sua condizione dopo la Caduta), tuttavia, a dispetto delle speranze di tutti, era sopravvissuto. Ed era ansioso di ottenere vendetta sui suoi nemici: i Duneadain sopravvissuti alla Caduta e gli Elfi di Gil-Galad…

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«Centodieci anni erano trascorsi dalla caduta di Ar-Pharazon e dall’inabissamento di Numenor nei profondi flutti del Belagaer, allorché una nuova minaccia sorse per tutto l’Occidente ed essa mieté numerose vite, implacabile come il crudele vento del Nord che soffia gelido nei mesi di Hrive[1]. Gemiti e lamenti si levarono tosto nelle contrade di Endor, ché molti temevano l’oscura terra che si estendeva oltre gli Ephel Duath, le Montagne dell’Ombra: ivi, nella Terra Oscura, dimorava Sauron l’Aborrito, Signore degli Anelli e corruttore del cuore dei Secondogeniti.
A lungo i Saggi avevano creduto che il suo spirito giacesse ove il sembiante di costui era stato umiliato, allorché egli era stato scagliato nell’Abisso, ed erano soliti predicare che finanche il Maia corrotto avesse trovato la morte in tale sciagura. “No – tali erano le parole che costoro avevano ispirato in Elendil l’Alto, sovrano di Gondor e Arnor – nessuno sarebbe potuto sopravvivere all’ira di Eru Iluvatar ed ora il trono dell’Oscuro Signore giace negli abissi profondi, corroso dalla salsedine e dalla furia di Ulmo”; tuttavia non tutti fra i consiglieri del re erano dello stesso partito, ché ve n’era uno, il cui pensiero discordava da costoro e temeva la nequizia di Sauron. Erfea era il suo nome, ultimo signore di Minas Laure ora sommersa dai flutti, colui che chiamavano il Morluin perché in gioventù aveva abbattuto un drago di tal nome: bello era il suo portamento e nobile ogni suo atto, ché Manwe e Varda vegliavano su di lui ed egli era caro a Tulkas, il Paladino dei Valar; mai Erfea aveva dismesso la sorveglianza degli Ephel Duath, ché temeva nel suo cuore la minaccia di Mordor e sapeva che l’Ombra dei Nazgul non era scomparsa dalla Terra.
Silenti erano i giorni, né voce alcuna giungeva da oriente, tuttavia Erfea vagava inquieto, abbandonando sovente Osgiliath, di cui pure era stato nominato sovrintendente, per esplorare contrade selvagge ed ignote ai più; infine una notte di Narvinye[2], un messaggero a cavallo chiamò a gran voce i Signori di Gondor al cancello orientale di Osgiliath: tosto egli venne ricevuto e nuova inquietudine crebbe nel cuore di Erfea, ché l’ora era tarda e gravida di sventure. Lesto lo straniero si inchinò dinanzi ad Anarion, infine prese la parola: “Graziosissimo signore degli uomini, il mio nome è Aldor Roc-Thalion, signore degli Eotrahim, e giungo da voi latore, mio malgrado, di morte e distruzione, ché l’Ombra si è destata a levante ed ora leva la sua mano corruttrice fino alle terre della mia gente, nel Rhovanion”.
Grave scese il silenzio dopo che furono udite tali parole, ché il sovrano si avvide che nella sala le paure del suo sovrintendente si erano tramutate in realtà; infine egli invitò il suo ospite a disquisire sui motivi che l’avevano spinto così lontano dalla sua dimora, desideroso di apprendere cosa fosse accaduto e il messaggero, sebbene portasse in volto impressi i segni di una recente fatica, non fu parco di parole: “Due settimane sono trascorse dacché l’Ombra è scesa su di noi, disonorando le terre dei nostri padri e inaridendo la nostra letizia! Eravamo nei nostri accampamenti posti sulla riva occidentale del Celudin[3], allorché le vedette di guardia ci riferirono di aver scorto un’immensa moltitudine di carri marciare a poco meno di tre miglia da noi; lesti i nostri Thaeng[4] ordinarono che fosse allestita una spedizione per verificare quali intenzioni avessero tali uomini.
Molte ore trascorremmo nell’attesa gelida che ognuno portava nel suo cuore, invano lenita dai grandi bracieri che splendevano nella notte: al sorgere del sole, un uomo tornò all’accampamento; lesti i miei signori gli andarono incontro, ma la sorpresa che essi provarono in tale frangente non fu inferiore all’orrore che ne incupì i volti. La vita aveva infatti abbandonato il corpo mutilato del cavaliere e la sua testa era stata orrendamente sfigurata con il marchio della Lancia Nera in campo giallo: la rabbia si impadronì dei nostri animi, allorché scorgemmo tale marchio, perché esso era opera dei Logath[5] e degli Asdragh[6], antichi nemici del nostro popolo; eppure esso non era il solo infame marchio che deturpava il volto dell’uomo. Vi era infatti un simbolo quale nessuno fra noi aveva scorto fino a quel momento: un occhio rosso circondato da lingue di ghiaccio. A lungo ponderammo su quale significato potesse avere per noi tale disegno: giunse il mattino ed esso non portò consiglio, bensì la morte; udimmo infatti un lungo stridio e i nostri cuori furono avvolti dalla gelida morsa della paura, ché nessun animale della steppa e nessun uccello del cielo emette versi simili, impregnati di oscurità. Rapido giunse allora in risposta il suono di molti olifanti e vedemmo piombare sui nostri accampamenti migliaia di carri; lesti i nostri guerrieri corsero ad armarsi, eppure ogni resistenza fu vana, ché la confusione regnava nelle nostre menti e il terrore pareva dilagare ovunque: io fui uno degli ultimi ad abbandonare i nostri campi prima di rifugiarci ad est, ove il mio popolo ancora si oppone all’invasore”. S’interruppe per un attimo, infine parlò nuovamente, ma una profonda angoscia era scesa sul suo volto e le sue parole parvero echeggiare da antri oscuri: “Fu allora che lo vidi: innanzi a me vi era un essere simile in apparenza ad un uomo, eppure differente! Un re sembrava essere, ché una corona forgiata nell’acciaio ne adornava il capo, mentre un mantello regale gli scendeva lungo le spalle; tuttavia le luci delle capanne in fiamme non illuminavano alcun viso ed egli sembrava farsi beffa delle frecce che i nostri arcieri inutilmente scagliavano contro di lui: una grande tenebra lo accompagnava e la sua stessa gente fuggiva dinnanzi al suo cospetto. Mai i cavalieri Eothraim avevano veduto una potenza simile all’opera: buia fu la notte, eppure il giorno non recò sollievo nei nostri cuori, ché le armate del nemico incalzavano la nostra ritirata, impedendoci ogni fuga verso sud; numerosi Orchi si erano aggiunti agli Asdragh e agli altri popoli dell’Est ed essi conducevano un grande stendardo innanzi a loro, adornato da un marchio simile a quello che aveva deturpato le spoglie dell’esploratore.
Molte leghe percorse il mio popolo e alfine giunse nei pressi di un lago, nelle cui acque cristalline si specchiava una roccia imponente: qui l’avanguardia del nemico fu costretta ad arretrare ed essi si ritirarono verso Sud, ove riorganizzarono le loro file e si spartirono il bottino accumulato nei giorni precedenti. Io fui inviato presso le genti di Gondor, perché corre voce qui viva un possente capitano, il cui nome è noto presso il mio popolo: Erfea Morluin è chiamato e grato sarebbe il mio cuore se le fatiche del mio viaggio fossero alleviate dalla sua presenza in tale consesso”.

“La tua cerca è giunta al termine, cavaliere del Rhovanion! Io sono Erfea Morluin, figlio di Gilnar di Numenor, sovrintendente di Gondor e a te dico di non crucciarti, ché nessuna delle armi forgiate nelle vostre fucine è in grado di ferire Hoarmurath di Dìr[7], sesto in possanza fra coloro che servirono in vita l’Oscuro Signore di Mordor ed ora perseverano nella schiavitù che contrassero con costui allorché accettarono, bramosi dell’immortalità, gli Anelli del Potere degli uomini”. Indi Erfea si levò dallo scranno e i suoi capelli, ancora neri, sebbene egli fosse ormai anziano, furono illuminati dalle luci della sala: “Codesto atto infame d’aggressione è un monito per tutti i popoli liberi di Endor. Sauron, l’Oscuro Signore di Mordor è tornato e reclama il suo dominio perduto”. Gravi divennero i visi dei presenti, tuttavia solo Anarion espresse apertamente il suo parere: “Se quanto tu affermi corrisponde al vero, Erfea Morluin, perché il signore di Mordor esita ancora nell’attaccare i nostri possedimenti? Forte è l’odio che egli nutre per noi, ché se davvero il suo nero spirito è tornato sulle ali di un vento malefico, ebbene, le sue spie gli avranno riferito che non tutte le genti di Numenor perirono nella Caduta e che i Fedeli perdurarono alla sciagura che colpì tempo addietro l’Isola del Dono”. Perplessi e inquieti, i consiglieri del sovrano osservarono Erfea e nei loro occhi palesava il dubbio; lesto tuttavia il sovrintendente rispose: “Mio signore, Sauron non è uno sciocco; gli Eothraim sono stati per le sue armate niente altro che una prova per verificare il loro stato di preparazione e l’efficienza dei propri comandanti; tuttavia, non tarderà a lungo l’attacco al nostro regno, ché forte è nell’animo dell’Oscuro Sire il desiderio di vendetta ed egli non ha obliato né il vostro nome, né quello della vostra stirpe”.
Anarion sospirò, infine, levatosi anch’egli dal proprio scranno, si approssimò al suo comandante: “Cosa vuoi che faccia? – gli sussurrò a voce bassa, ché grande era scesa nel suo cuore la paura ed egli nutriva fiducia nel giudizio di Erfea – non vi sono uomini a sufficienza per sorvegliare l’intero confine di Mordor e il pericolo potrebbe giungere dai regni a meridione dell’Anduin come da quelli posti sulla sua riva orientale”. Tetro in volto, così Erfea rispose al suo sovrano: “Mio sire, convoca Isildur a Osgiliath, perché pesante grava sul mio cuore una minaccia”.
Silenzioso stette Anarion per qualche istante, infine congedò l’ambasciatore degli Eothraim con queste parole: “Le storie tramandateci dai nostri padri narrano che la gente di Haladin non proseguì il suo viaggio verso Occidente, ma che preferì stabilirsi nei territori che il vostro popolo ha difeso sì strenuamente; siamo dunque fratelli e il nostro aiuto non verrà meno in questa ora del bisogno. Invieremo un corpo di cavalleria a Nord: temo tuttavia che altrove risieda una minaccia ancor più grave e che le difese di Gondor non possano essere private di troppi uomini”.
Grato chinò il capo l’ambasciatore, infine parlò: “Sia fatta la volontà dei Signori della Terra del Sud; possano i rinforzi non tardare a lungo, ché la mano del Nemico si protende su contrade sulle quali mai era calata la Tenebra”».

Note

[1] “Inverno” nella favella degli elfi Noldor

[2] “Gennaio” nella favella degli Elfi Noldor

[3] Questo fiume scorre a ponente dei Colli Ferrosi e sfocia nel mare interno di Rhun

[4] I “Thaeng” erano i capitani delle tribù che costituivano la federazione degli Eothraim; ogni dieci anni, essi eleggevano un uomo fra loro che avrebbe dovuto rappresentarli innanzi agli altri popoli della Terra di Mezzo e a costui veniva dato il titolo di “Alto Thaeng”: durante gli anni che opposero gli Alleati alle armate di Mordor, tale incarico fu ricoperto da Aldor Roc-Thalion.

[5] I Logath erano una confederazione di popoli dell’estremo Est, servi di Sauron e discendenti degli Orientali che avevano militato nelle schiere di Morgoth durante la Prima Era; le storie di quell’epoca narrano che essi fossero prevalentemente cacciatori e domatori di bestie, ché le loro terre erano incolte e perennemente battute dal vento. Nel terzo millennio della Seconda Era, subirono l’influenza dei Signori della Guerra Hoarmurath e Khamul e costituirono le avanguardie degli eserciti di Mordor fino alla distruzione di Barad-Dur.

[6] Sotto tale nome erano comprese numerose tribù stanziate presso le coste orientali del Rhun; feroci e rudi d’aspetto, costoro praticavano l’agricoltura, seppure in forma rudimentale e veneravano i Demoni della Natura e le rappresentazioni degli Antenati; superstiziosi e bellicosi, essi militarono nelle schiere di Sauron per tutto il corso della Seconda Era.

[7] Sesto fra i Nazgul; si veda Hoarmurath di Dir, il Re del Ghiaccio, il Sesto.

Gli anni dell’assedio di Gondor. Una cronologia

E finalmente vennero gli anni dell’Assedio di Gondor! In questo articolo troverete una dettagliata cronologia degli eventi che condussero le Armate di Mordor a minacciare – e in alcuni casi a conquistare – non solo il Regno di Gondor, ma anche altri territori che si opponevano alla tirannia di Sauron e dei suoi alleati. L’ispirazione mi è stata suggerita dalle pagine che Tolkien, con cura certosina, dedicò alla descrizione degli eventi che si succedettero nei mesi degli anni 3018 e del 3019 della Terza Era.

Prima di lasciavi alla lettura di questo articolo, voglio fare una premessa doverosa: molti degli eventi descritti sommariamente – come prevede, del resto, la forma letteraria di una cronologia – potrebbero costituire ottimi spunti per tanti racconti inediti che, tuttavia, per il momento sono destinati a restare pensieri e non ancora parole su carta…vedremo cosa riserverà il futuro, per il momento non mi resta che augurarvi buona lettura e restare in attesa dei vostri commenti!

Anno 3429 della Seconda Era

4 Gennaio: Sauron ordina al nazgul Hoarmurath di attaccare gli Eothraim, cavalieri del Rhovanion.

14 Gennaio: gli Eothraim sono sconfitti sul fiume Celudin ad opera dei Carrieri e dalle armate di uomini ed orchi di Hoarmurath.

1 Febbraio: Sauron ordina al nazgul Adunaphel di attaccare la città di Minas Ithil.

13 Febbraio: Erfea convince Isildur – nel frattempo rifugiatosi a Osgiliath con la sua famiglia – ad abbandonare la città ormai in fiamme e di trovare rifugio a Nord, per avvisare Elendil del pericolo che incombe sui Popoli Liberi; durante la notte, a bordo di un piccolo vascello, Isildur abbandona la città.

18 Febbraio: Anarion decide di evacuare la città di Minas Ithil, per evitare di essere preso alle spalle dalle truppe che potrebbero giungere da Nord; lo stesso giorno, Sauron  ordina ai nazgul Akhorahil e Indur di attaccare con le loro flotte Pelargir.

27 Febbraio: Gli orchi di Adunaphel espugnano la città di Minas Ithil e bruciano l’Albero Bianco; duemila soldati di Gondor si sacrificano per ritardare la loro avanzata. Anarion, colpito da un orco alla testa, resta in coma per alcuni mesi, impossibilitato ad agire; Erfea, in qualità di Sovrintendente del reame, assume il comando delle armate di Gondor.

7 Marzo: Le postazioni dei Dunedain nell’Ithilien cadono nelle mani del nemico o sono abbandonate.

28 Marzo: Sauron ordina al nazgul Dwar di attaccare le genti di Lorien e gli uomini del Bosco Verde il Grande.

6 Aprile: Gli elfi di Lorien e gli uomini dei boschi ottengono una vittoria sulle legioni di Dwar ed esse vengono respinte oltre il Guado di Carrock.

20 Aprile: Sessantamila orchi di Adunaphel giungono dinanzi alle mura di Osgiliath e iniziano l’assedio.

4 Maggio: Le forze di Adunaphel sono messe in fuga e si ritirano nella fortezza di Minas Ithil.

18 Maggio: Pelargir è incendiata, ma le flotte degli elfi di Edhellond e di Gondor distruggono le navi di Umbar.

26 Maggio: Isildur giunge a Mithlond ed avverte Gil-Galad del pericolo che corre il Regno del Sud.

31 Maggio: Erfea si incammina lungo il sentiero che conduce a Nord e ad Angrenost (Isengard) viene riunito un consiglio di tutti i rappresentanti dei Popoli Liberi della Terra di Mezzo per decidere quale strategia adottare contro le genti di Mordor.

3 Giugno: Erfea giunge ad Angrenost, ove ritrova i Signori degli Eldar, Bòr, suo figlio Groin e Aldor Roc-Thalion, signore dei cavalli del Rhovanion.

10 Giugno: Fine del concilio e nascita dell’Alleanza tra Uomini, Elfi e Nani per distruggere la minaccia di Sauron.

Luglio-Agosto-Settembre: Si succedono scontri di piccola entità nel Rhovanion e nell’Ithilien, senza tuttavia che il confine tra Gondor e Mordor subisca mutamenti di rilievo.

7 Ottobre: Sauron ordina ai Nazgul Ren e a Uvatha di attraversare il confine tra Gondor e l’Harad; essi sono tuttavia fermati dai discendenti di Bòr l’orientale e devono arretrare.

20 Ottobre: Mentre i sovrani dei Popoli Liberi iniziano a radunare le proprie armate, Ar-Thoron, Signore delle aquile di Manwe, comunica ad Erfea che il Re di Morgul è intento a radunare un immenso esercito nella città di Minas Ithil.

Anno 3430 della Seconda Era

2 Marzo: Sauron rinnova i suoi attacchi ad ovest, a sud e a nord: i superstiti del Rhovanion e del popolo di Bòr trovano rifugio entro i confini del regno di Gondor.

18 Marzo: Erfea, temendo la minaccia di Mordor, invia Ar-Thoron, Re delle Grandi Aquile, presso i suoi alleati, affinché rechino ad Osgiliath rinforzi.

30 Marzo: Le prime forze dell’Allenza giungono ad Osgiliath: esse sono rappresentati dai guerrieri di Edhellond, sotto il comando di Edheldin.

14 Aprile: Le superstiti genti del Rhovanion e dei Boschi, condotte da Aldor Roc-Thalion, prestano soccorso alla città dei Re.

16 Aprile: Le schiere degli eredi di Bor prestano giuramento al Sovrintendente di Gondor.

17 Aprile: I nani della stirpe di Bòr e Groin offrono i loro servigi al capitano di Osgiliath.

20 Aprile: La cavalleria di Imladris, comandata da Glorfindel, raggiunge la città dei Dunedain.

23 Aprile: Le donne guerriere del Rast Vorn, discendenti delle Amazzoni del popolo di Haleth, comandate da Ariel l’Impavida, giungono al cancello di Osgiliath.

1 Maggio: Attraverso il Palantir, Isildur ordina ad Erfea di chiamare le genti dei Monti Bianche, ma esse tradiscono l’alleanza con Gondor e l’erede di Elendil le maledice.

12 Maggio: Il Monte Fato emette una quantità di polveri e di ceneri tale che il cielo sopra Osgiliath ne viene oscurato.

19 Maggio: Il Capitano Nero conduce il suo esercito, forte di centomila creature delle tenebre e di cinquantamila uomini in direzione di Osgiliath, mentre Sauron ordina a Khamul di condurre, attraverso il Cancello Nero, l’Armata di Nurn alla capitale di Gondor.

27 Maggio: Il Signore dei Nazgul arresta il suo enorme esercito sulla riva destra dell’Anduin; la fortezza di Cair Andros è rasa al suolo dalle armate di Khamul e l’isola è occupata dalle schiere di Mordor.

3 Giugno: I Nazgul riuniscono le loro schiere dinanzi alle mura di Osgiliath: la città è circondata da duecentomila nemici e può contare solo su meno di un quarto di soldati per contrastare la loro azione.

4 Giugno: Inizia l’assedio di Osgiliath; Erfea decide di evacuare la popolazione civile e ordina che sia condotta nella fortezza di Minas Anor, mentre le sue schiere e quelle degli alleati difendono il Fiume, le mura e il fossato.

22 Agosto: Dopo mesi d’assedio, un terzo dei difensori è morto e meno della metà dei superstiti è ancora in grado di brandire un’arma.

28 Agosto: I Nazgul ricevono l’ordine da parte di Sauron di far avanzare tutte le linee; i troll di caverna conducono dinanzi alla città le possenti macchine d’assedio necessarie per distruggere il cancello.

1 Settembre: La Grande Alluvione: le macchine di Mordor si impantano nel fango e le schiere del Signore degli Anelli sono costrette a ritirarsi.

Anno 3431 della Seconda Era

26 Marzo: Le forze di Elendil composte da quindicimila soldati, si incontrano con quelle di Gil-Galad, forti di ventimila unità, sul colle di Amon Sul e si dirigono verso Imaldris.

31 Marzo: Il Re degli Stregoni convoca i grandi draghi di Morgoth, affinché lo aiutino ad abbattere il possente muro di laen bianco che difende la città.

4 Aprile: Riprende l’assedio ad Osgiliath: le grandi macchine d’assedio vengono fatte avanzare fino al fossato, ove iniziano a crivellare di colpi la città.

14 Aprile: Molti edifici di Osgiliath sono in fiamme; Erfea, nonostante le insistenze di Glorfindel ed Aldor, non ordina a diecimila cavalieri di prendere alle spalle il nemico per distruggerne i trabucchi e gli arieti, dal momento che il guado di Cair Andros è in mano alle armate di Khamul.

21 Aprile: Tre possenti draghi alati appaiono dinanzi alle mura di Osgiliath: grande atto eroico di Ariel, che sacrifica la propria vita per distruggere Ando-Anca, il più potente tra i Vermi Alati; il suo enorme corpo, precipitando in basso, distrugge le macchine d’assedio forgiate a Mordor; l’esercito nemico, atterrito, si dà alla fuga e l’assedio subisce una pausa.

1 Maggio: Sauron viene a conoscenza dei piani dell’Alleanza, e temendo un attacco al Cancello di Mordor da parte delle armate di Elendil e Gil-Galad, ordina al Re Stregone di inviare a nord alcuni reparti di Mumakil, Sudroni, Carrieri e Haradrim, convinto ormai che l’assedio a Gondor sia prossimo a concludersi.

5 Maggio: Il Capitano Nero ordina alle truppe di stanza a Cair Andros di evacuare l’isola per sostenere l’attacco a Osgiliath.

9 Maggio: Alle due del mattino il grande drago del ghiaccio Bairanax apre una breccia nelle mura di Osgiliath, mentre il soffio gelido di Angurth crea una spessa coltre di ghiaccio nel fossato, permettendo alle truppe di Mordor di entrare in città. Nel disperato tentativo di evitare la sconfitta ormai imminente, Erfea affronta a singola tenzone il Signore dei Nazgul e lo sconfigge. Il sovrintendente di Gondor affida il comando della città ai suoi alleati, e venuto a conoscenza che il guado di Cair Andros è scoperto, attraversa il fiume e conduce la cavalleria alle spalle del nemico.

10 Maggio: Mentre Osgiliath orientale è occupata, Aldor, Glorfindel e Bòr difendono il ponte che conduce ai quartieri occidentali e a Minas Anor.

11 Maggio: Aldor uccide Bairanax e gli orchi fuggono innanzi a lui. Alle sei del mattino, l’olifante di Erfea echeggia per le pianure dell’Ithilien e l’esercito di Mordor è colto di sorpresa; Anarion, tornato cosciente, guida i fanti di Gondor contro le legioni del Nemico: i soldati del Regno del Sud, galvanizzati dall’improvvisa apparizione del loro sovrano sconfiggono l’esercito di Mordor.

15 Maggio: Il nemico è in rotta e si rintana tra le mura di Minas Ithil.

20 Giugno: Tutto l’Ithilien viene liberato dalla lordura dei servi di Mordor.

31 Agosto: Ha inizio l’assedio di Minas Ithil condotto dalle forze dell’Alleanza.

26 Settembre: Per mezzo delle macchine d’assedio progettate da Groin, la città della luna è presa.

OttobreDicembre: Si susseguono scontri nella provincia del Calhenardon fra le forze di Dwar e quelle di Anarion, le quali alla fine trionfano.

Anno 3432 della Seconda Era

Gennaio: Agenti di Gondor informano Erfea che Sauron durante l’inverno ha radunato nuove truppe a Mordor e temono perciò che sia imminente un nuovo assedio alla città di Osgiliath. Sauron ordina agli orchi di Gundaband di attaccare Khazad-Dum.

17 Gennaio: Le truppe degli orchi subiscono una grave sconfitta nei pressi del Mirolago e si disperdono; alcuni guerrieri trovano rifugio nelle caverne nei Monti Nebbiosi e ivi si rintanano in attese che giungano nuovi ordini da parte di Sauron.

Marzo: Le forze dell’Alleanza attraversano l’Alto Passo ed entrano nel Rhovanion, ove attendono le armate dei Nani di Khazad-Dum, degli elfi di Lorien e di Bosco Verde il Grande.

4 Aprile: Khamul e Dwar attaccano Gil-Galad ed Elendil, ma essi sono presi alla retroguardia dagli eserciti di Lorien e vengono sconfitti.

15 Aprile: Ar-Thoron comunica ad Erfea che una nuova razza di orchi è stata avvistata compiere delle scorrerie: sono gli Orchi Neri di Modor.

24 Aprile: Sauron tenta di impadronirsi nuovamente di Cair Andros, ma le truppe di Dwar sono respinte.

1 Maggio: Le forze dell’Alleanza raggiungono il Calhenardon ove soggiorneranno per i successivi sei mesi.

28 Maggio: Una grossa avanguardia di Orchi Neri attacca Minas Ithil, ma sono trucidati dai soldati di Gondor.

6 Giugno: Sauron ordina ad Hoarmurath, Uvatha e Ren di condurre i Carrieri e gli Esterling alla riva sinistra dell’Anduin per attaccare sul fianco le forze dell’Alleanza.

22 Giugno: Le schiere dell’Ovest sono sbaragliate, ma esse si rifugiano nella fortezza di Angrenost, ove gli uomini di Sauron, privi di macchine d’assedio, non possono raggiungerli.

21 Luglio: Adunaphel, Akhorahil ed Indur muovono dal sud con ingenti forze e si dirigono verso Osgiliath; ad esse si aggiungono diecimila Orchi Neri provenienti da Mordor.

1 Agosto: La città di Osgiliath è nuovamente circondata: Erfea e Glorfindel spediscono messaggeri ad Elendil e a Gil-Galad, affinché inviino rinforzi consistenti.

23 Agosto: Gli Ent di Fangorn giungono nell’Ithilien e distruggono le armate degli orchi.

28 Agosto: La Notte delle Termiti: entrate negli accampamenti dei Carrieri, distruggono gli archi e i finimenti dei cavalli: l’armata di Hormurath è in rotta.

1 Settembre: I Nazgul si ritirano da Osgiliath.

7 Settembre: Agli eserciti dell’Alleanza si uniscono anche i nani delle stirpi di Belegost e di Ruurik.

12 Settembre: Le avanguardie delle forze di Gil-Galad ed Elendil giungono a Minas Anor.

3 Ottobre: I fanti dell’Alleanza giungono al cancello occidentale di Osgiliath.

8 Ottobre: Il Capitano Nero prende il comando delle forze del Signore degli Anelli innanzi al Cancello Nero.

Novembre 3432Febbraio 3434: Mesi di inattività, in cui entrambi gli schieramenti addestrano nuovi soldati all’interno delle proprie roccaforti.

Anno 3434 della Seconda Era

3 Marzo: Le schiere dell’Alleanza, forti di centomila unità, affrontano nella piana della Dagorlad, dinanzi al Cancello Nero, 400.000 guerrieri di Mordor.

Osgiliath cadrà? Scontro finale

Proseguo la narrazione della storia dell’assedio di Osgiliath da parte delle armate di Sauron al termine della Seconda Era. Nell’articolo precedente il Drago del Freddo Bairanax aveva aperto una breccia nelle mura della città: mi rendo conto, tuttavia, che non ho spiegato per quale motivo il Re Stregone avesse reclutato questa specifica specie di drago. Le mura esterne della città era state costruite con il laen, un materiale refrattario al fuoco, ma estremamente vulnerabile nei confronti delle temperature basse. Per questa ragione Sauron desiderava avere nei suoi eserciti i draghi del freddo: essi, infatti, a differenza dei più noti draghi del fuoco, erano in grado di emettere un getto di azoto liquido, avente punto di ebollizione pari a -195,82 gradi celsius, che aveva un effetto deleterio sulle mura di Osgiliath (oltre che sui malcapitati esseri viventi che avessero avuto la sfortuna di trovarsi nei paraggi). Buona lettura!

«Un grande e selvaggio clamore si levò dalle schiere di Sauron ed esse esultarono, ché la città era prossima a cedere; tuttavia, essi non avevano mezzi per superare il profondo canale ed erano riluttanti a immergere le proprie membra nella fredda acqua che lambiva le mura; Angurth allora soffiò sulla sua morbida superficie e la rese rigida, affinché le creature di Mordor potessero attraversarla e recarsi in città. Grida confuse si levarono da Osgiliath e molti capitani, senza che alcun ordine fosse stato dato loro, gettarono le armi e a nuoto attraversarono l’Anduin, raggiungendo in tal modo la sponda occidentale, ove credevano stoltamente non sarebbe giunta la minaccia dei Nazgul; impaurite, le schiere degli alleati arretrarono e la catastrofe sarebbe invero giunta su ali di tenebra, se Erfea non fosse balzato lesto sulla breccia, soffiando nel suo olifante.

Risero gli schiavi di Mordor, ché erano ancora in gran numero e non temevano la collera del Numenoreano; allora Erfea suonò nuovamente e coloro che si davano alla fuga, impugnarono nuovamente le armi e nuovo coraggio e vigore affluì nelle vene dei combattenti dell’Alleanza. Una terza volta risuonò nella notte il corno del Sovrintendente ed era codesta una sfida all’Oscuro Signore e alle sue armate; possente si levò la voce di Erfea ed essa chiamava a duello il Capitano Nero: “Murazor! Murazor! Murazor! Se non hai obliato la ignominiosa caduta dinanzi al cancello di Edhellond, vieni innanzi a me! O forse la parole di Erfea, figlio di Gilnar, colui che chiamano il Morluin, incutono troppo timore nel tuo codardo cuore?” Stupiti si arrestarono allora i soldati di entrambi gli schieramenti, ché non pareva loro possibile che un Uomo osasse sfidare il Capitano degli eserciti di Mordor, il Signore dei Nazgul e Re di Morgul: lame furono abbassate, frecce dall’acuminata punta riposte nelle loro faretre e visiere alzate; per un lungo istante gli schiavi di Mordor dubitarono e le loro membra sembrarono cedere dinanzi alla terribile sfida che il Comandante dei loro nemici aveva lanciato; stupefatti e timorosi, essi si guardavano l’un altro, senza pronunciare parola alcuna; finanche i grigi segugi di Dwar si accucciarono e l’unico suono che si udì nella pianura fu quello dei loro silenziosi guaiti.  Non vi era follia nello sguardo di Erfea, né rassegnazione, ché la morte non gli incuteva timore, avendola scorta infinite volte nel corso della sua vita; rapide, le sue labbra levarono un’ultima preghiera a colui che è sopra le potenze di Arda, infine aspettò che il suo nemico gli si mostrasse e accettasse la sua sfida: non dovette attendere tuttavia a lungo, ché il Capitano Nero tosto apparve. Fosco era lo sguardo del nemico dei Popoli Liberi e nulla era possibile leggervi in esso, eccetto l’odio e il disprezzo: lente riecheggiarono le sue parole e coloro che le ascoltarono furono presi da grande terrore: “Nessuno aveva mai osato pronunciare prima d’ora tale nome, Erfea figlio di Gilnar”. Si interruppe, infine riprese a parlare: “Forti erano le tue membra e lungimirante la tua mente, tuttavia ben m’avvedo come tu sia ora solo un pallido fantasma di quanto un tempo eri. A lungo sei sfuggito alla cattura e ora giungi alla mia lama come un incauto mendicante; se è un destino di morte quello che il tuo cuore ambisce ottenere, ebbene esso non mancherà di essere da me soddisfatto”. Rapida allora levò la possente mazza e stridulo echeggiò nella silenziosa piana un urlo foriero di odio indicibile; saldo tuttavia restò il cuore del Dunadan ed egli con elegante maestria si scansò lesto: allora Sulring si abbatté sul capo dell’oscuro nemico, eppure la ferrea corona attutì l’impatto, sebbene essa stessa finisse in frantumi.

Cruento fu il duello e nessuno fra quanti vi assistettero ne obliò mai il ricordo: letale era tuttavia il Signore dei Nazgul e la potenza del suo padrone era in lui, mentre il braccio di Erfea era stanco per il gran combattere di quei lunghi mesi, e il suo animo era provato dal dolore e dalla perdita; gioì lo spettro, ché la sua oscura lama affondò nel basso ventre del suo avversario e vicino fu a ottenere la sua vendetta, allorché essa gli sfuggì di mano e un intenso dolore gli attraversò il nero spirito; annebbiata gli divenne la vista, mentre tutt’intorno a lui l’aere brillò e la luce penetrò nelle sue carni. “A use, mol Mordoro! (Fuggi, servo di Mordor)”; sopraffatto da tali parole, il Signore degli Stregoni fuggì lontano e le sue schiere tremarono e si dispersero nella pianura; alto sorse il Sole sul mondo ed esso allontanò le tenebre di Mordor; Glorfindel e Bor furono lesti a impugnare le armi e la loro furia fu tale che nessuno fra quanti combattevano nelle fila dell’Avversario poté resistere loro.

Esamine giaceva Erfea sulle rovine delle mura; per un istante egli obliò ogni cosa e gli parve di intraprendere sentieri che nessun altro essere aveva mai percorso: lucida allora gli parve l’immagine di Elwen dinanzi a sé e nel suo cuore baluginò la speranza che ad altri toccasse l’arduo cammino intrapreso anni prima. Infine tutto disparve ed egli ascoltò nuovamente il lamento delle armature scosse da fredde lame, i gemiti degli Uomini morire nella triste alba e le oscene voci dei Nazgul reclamare la preda perduta: la realtà penetrò allora in lui, simile a un rapido coltello ed egli si scosse ché la guerra lo chiamava alla sua folle danza. Non vi era più traccia della ferita che il nero servo di Mordor aveva inflitto alle sue carni ed egli non avvertiva nel suo cuore più alcuna paura o dolore; lacrime felici gli ornarono il viso, ché aveva compreso a chi dovesse la vita: liete, allora salirono al cielo parole di ringraziamento e di amore ed egli si rizzò in piedi mentre la calda luce parve avvolgerlo nel suo abbraccio. Glorfindel era lesto accorso al suo fianco, allorché lo aveva visto cadere sotto il crudele colpo del Re Stregone e ora lo mirava in volto, stupefatto per quanto era accaduto: per alcuni istanti nessuno parlò fra loro, infine Glorfindel rise e coloro che lo udirono non poterono fare a meno di provare il medesimo sollievo: “Lieto è il mio cuore nello scorgere il Signore dei Dunedain in salute, ché molto avevo temuto per la tua vita; nessuno oblierà quanto compisti per le nostri sorti e il tuo nome risuonerà come un monito per le schiere dell’Avversario”. Rise anche Erfea, infine parlò: “Non fui io a sconfiggere l’oscuro spettro, ma colei che i miei sensi mortali perdettero molti anni fa e che in questa ora buia mi ha salvato da morte certa”. Ristette un istante in silenzio, infine parlò nuovamente e le sue parole echeggiarono chiare per tutta la piana: “Elwen vanimelda, namarie!” (Elwen dolce amata, addio!) Annuì lentamente Glorfindel: “Comprendo quanto le tue parole affermano e il mio cuore gioisce, ché non dovremo temere l’oscuro braccio del Capitano Nero per qualche tempo; temo, tuttavia, che egli non sia stato distrutto e che debbano trascorrere molte altre epoche prima che ciò accada”. “Lungimiranti sono le tue parole, Signore dei Noldor; non sarà per mano di un Uomo che egli perirà, eppure ciò accadrà, quando sarà giunta l’ora. Suvvia, ora rechiamoci dai nostri compagni, ché grave una minaccia pesa ancora su di noi, e la malefica schiatta di Morgoth non è stata ancora abbattuta”.

Discesero i due capitani e a lungo Glorfindel serbò nel suo cuore le parole del Numenoreano, senza che nessun altro ne venisse a conoscenza; Uomini, Elfi e Nani andavano adunandosi innanzi a loro, ché la speme era tornata a fiorire nei loro cuori e sebbene i quartieri orientali di Osgiliath fossero stati invasi dalle armate di Mordor, pure il ponte sull’Anduin non era caduto e la fortezza che su esso era stata edificata al principio della fondazione della città restava sotto il loro controllo: lesti, dunque, essi accumularono travi annerite e qualunque altro materiale fosse reperibile e si accinsero a fortificare l’accesso che dava ai quartieri occidentali e a Minas Anor. Barricate furono innalzate nelle strade che conducevano alla cittadella e i soldati corsero a recuperare le armi e altro materiale bellico che, nella confusione della prima rotta, erano stati incautamente abbandonati: severi erano i loro sguardi, ché più non avvertivano la disperazione nei loro cuori e sebbene la difesa della città fosse ora molto più difficoltosa che in partenza, pure erano fiduciosi e i loro animi privati dall’Ombra che il Capitano Nero aveva portato fra loro.

Un messaggero a cavallo giunse lesto e chiese udienza al Sovrintendente, ché aveva da consegnargli novelle di buon auspicio; giunto che fu innanzi a lui, il messo così parlò: “Mio signore, l’isola di Cair Andros è stata sguarnita dalle truppe di Mordor, ché essi si ritirarono seguendo la direzione che conduce alle steppe della Dagorlad e ai Cancelli Neri; quali sono i tuoi ordini? Il guado è ora incustodito”. Lesto rispose Erfea: “Invero liete sono tali novelle e il tuo nome, othar, non sarà obliato: conduci innanzi a me Aldor Roch-Thalion, Signore dei Cavalli e Herim l’Impavido, affinché essi siano pronti a una sortita a cavallo”. Un breve inchino seguì la richiesta di Erfea ed ecco che i due capitani dei Popoli Liberi furono da lui: “Miei signori, per un motivo a me ignoto, le schiere di Mordor fuggono a Nord, lasciando sguarnita Cair Andros: è giunto dunque il tempo di caricare sul fianco destro l’esercito di Sauron, ché nessuno si opporrà a noi durante l’attraversamento dei Guadi e la sorpresa tra le armate del nemico sarà totale, ché essi non sospettano nulla. Celere deve però essere la nostra manovra, ché se fossimo individuati e scoperti, allora ogni nostra resistenza sarebbe vana”. Annuirono i due capitani degli Uomini, e riunirono i loro battaglioni, ai quali si aggregarono anche i cavalieri elfici comandati da Edheldin; giunti che furono innanzi alla porta occidentale, Erfea chiamò a sé Aldor e lo pregò di restare in città, ché nel suo cuore sorgeva grave una nuova minaccia e non avrebbe desiderato che Osgiliath rimanesse del tutto sguarnita di capitani di valore, ché sebbene grande fosse la sua fiducia nelle genti di Khazad-Dum, pure sapeva che essi non avevano mai sostenuto un assedio di tali dimensioni e non erano soliti combattere all’aperto.

Seppur a malincuore, ché molto gli premeva cavalcare contro le immonde schiere che minacciavano la sua gente, Aldor accettò tale ordine e, raggiunti Bor e Glorfindel, prese il comando delle schiere rimaste in città. Penose furono le ore che seguirono, ché gli schiavi di Sauron, dopo l’iniziale smarrimento seguito alla scomparsa del loro Capitano, si erano radunati nuovamente e ora marciavano contro i soldati dell’Alleanza; antichi palazzi e maestosi minareti, edifici ricolmi di antichi tomi recuperati a Numenor, nulla fu risparmiato dalla furia dei guerrieri di Mordor ed essi appiccavano il fuoco ovunque: non potettero però fare prigionieri, ché i loro nemici si erano ritirati al di là del fiume ed essi non avanzarono oltre, ché una fitta pioggia di frecce scese sulle loro avanguardie ed essi si ritirarono nei quartieri che avevano conquistato, mentre alcuni fra loro inviavano messaggi a Khamul, ora comandante delle schiere dell’Occhio, perché egli conducesse i superstiti draghi del freddo all’attacco finale.

Mai giunse tale messaggio all’Orientale, ché esso fu intercettato dalla cavalleria alleata, e invero fu un bene che ciò accadesse perché, in caso contrario sarebbero affluiti notevoli rinforzi alla città; i Vermi di Morgoth, tuttavia, resisi conto di quanto era accaduto, si mossero lesti e le loro minacciose sagome proiettarono inquietanti ombre sugli edifici della città: stridule e possenti le loro urla riecheggiarono nei vicoli deserti di Osgiliath, eppure tali malvagie creature non incutevano lo stesso timore che aveva colto impreparati i Figli di Iluvatar in precedenza, sicché i loro cuori restarono saldi e non temettero.

Sovente Aldor e Glorfindel accorrevano laddove il pericolo era maggiormente presente e coloro che li osservavano erano colti da stupore, ché parevano fratelli di antica data; eppure, nessun combattente ricevette tanti elogi quanti il figlio di Bor, Groin Hroa Sarna: saldo era infatti rimasto il suo cuore perfino quando era stata aperta la breccia nelle mura ed egli era l’erede di una stirpe spietata. In preda al panico, Orchi e altre creature delle tenebre fuggivano dinanzi alla sua ascia bipenne ed egli tenne la sua posizione senza arretrare di un solo passo. Glorfindel non pronunciava parola, né verso i suoi nemici, né nei confronti degli alleati, eppure la sua sola vicinanza procurava agli Uomini diletto e pace e nessun ombra si allungava su di lui; frecce erano scagliate dal suo arco ed egli sovente ricorreva alla sua maestosa spada allorché gli Orchi osavano avvicinarsi troppo; beltà e saggezza erano impressi sul suo volto, a gloria della maestà dei Signori degli Eldar dei tempi remoti. Aldor Roch-Thalion combatteva con una grande violenza e finanche i pesanti fanti dei Numenoreani Neri non osavano incrociare le loro larghe lame con quella del capitano degli Eothraim; alti si levavano i suoi gridi di guerra e gli Orchi erano atterriti dalla sua furia cieca; Bairanax lo scorse sul ponte, possente figura, ergersi su quanti tentavano vanamente di contrastarlo e il suo soffio gelido si abbatté su di lui, senza tuttavia scalfirlo, ché nel suo animo era scesa la forza di Orome il Cacciatore, che il suo popolo chiama Bema, ed egli non temeva alcun nemico; rapido, il Theng si scagliò allora contro il drago e balzato agilmente sul suo dorso, vi piantò la lancia in frassino che impugnava nella sua mano sinistra, gridando parole di vittoria, ché nel suo cuore non si era spento l’eco del sacrificio di Ariel ed egli desiderava ottenere giusta vendetta.

Terribile fu l’agonia di Bairanax e il suo grido di morte echeggiò per molte miglia intorno; infine si accasciò al suolo e tutte le creature di Mordor si riversarono fuori dalla città, ché temevano la furia di Aldor e non osavano avvicinarsi a lui; un grande numero di fanti si radunò tuttavia dinanzi alla Città delle Stelle e tosto si disposero nuovamente per l’assalto, ché si avvidero essere in superiorità di almeno uno a venti e non temevano le mortali frecce dei Numenoreani, né le letali asce di Khazad-Dum.

Solitario risuonò allora nella piana un olifante e un cavaliere apparve all’orizzonte; risero, le infami schiere del nemico, ché non temevano la sua sfida; allora l’olifante del cavaliere risuonò ancora e il dubbio si insinuò nel cuore degli Orchi, ché non avevano obliato il figlio di Gilnar e alcuni fra loro affermavano essere tale cavaliere il loro mortale avversario; eppure, essi erano in numero tale che non potevano temerne l’ardore e la collera e tosto l’arroganza subentrò nuovamente nei loro cuori. Lesti, però, centinaia di corni echeggiarono nuovamente e sembrava che l’intera armata dei Vanyar fosse giunta alla Terra di Mezzo su ali intessute di rugiada; tremarono gli Orchi e si diedero alla fuga, ché la cavalleria degli alleati era giunta su di loro ed essi si avvidero che la loro fine era prossima.

Nessuno udì le parole che Erfea figlio di Gilnar pronunciò prima di condurre le sue schiere alla carica, eppure, egli non abbisognava che di un solo cenno per guidarne l’assalto, ché grande era nei cuori dei soldati la stima per il Sovrintendente di Gondor e lo avrebbero seguito ovunque egli avesse condotto i loro destrieri; rapidi dunque cavalcarono i Figli di Iluvatar e nelle prime ore del mattino spezzarono le linee degli eserciti di Mordor. Nessuno poté resistere alla loro carica impetuosa; i selvaggi Esterling, i possenti Haradrim, finanche gli enormi Troll delle caverne ondeggiarono e caddero; simili a ciottoli che i flutti della marea sommergono con violenza impetuosa, così i bianchi cavalieri dell’Ovest calpestarono i nemici che si ergevano pateticamente innanzi a loro, mentre altri inseguivano coloro che tentavano di scappare.

Un giorno di gloria fu dunque quello, ché non solo l’assedio cessà e la battaglia fu vinta, ma avvenne anche che il sovrano Anarion, scosso dal suo profondo sonno dall’eco di infiniti corni nella piana, si riscuotesse e, essendo balzato fuori dal suo giaciglio, conducesse i fanti gondoriani alla vittoria ed essi combatterono lieti, ché il figlio di Elendil era tornato a nuova vita. Canti furono uditi quel giorno echeggiare nella città di Osgiliath, e sebbene altri pericoli dovevano sopraggiungere a Gondor, pure le sue imponenti mura non furono mai più minacciate nel corso di quell’era e la vittoria arrise a coloro che mai avevano disperato in essa».

Il Ciclo del Marinaio, pp. 303-310

I Draghi nell’assedio di Gondor

Sono sincero: una creatura che avrei voluto avesse più spazio nel legendarium tolkieniano è certamente il drago. Indubbiamente non si può dimenticare l’importanza di Glaurung nel Fato di Turin e di sua sorella Nienor, né si può restare indifferenti all’epico scontro verbale avvenuto tra Smaug e un piccolo hobbit coraggioso di nome Bilbo; per tacere, infine, di draghi come Ancalagon il Nero e Scatha, destinati ad affrontare grandi eroi come Earendil e Fram, per poi esserne uccisi. Tolkien scrisse anche una storia divertente, dal titolo Il cacciatore di draghi, ma per quanto ben riuscita, non rientra nel continuum spazio-temporale della Terra di Mezzo. In particolare, mi sono spesso domandato perché, nell’intero arco della Seconda Era, nessun drago sia riportato nelle cronache storiche della Seconda Era: una mancanza, questa, piuttosto curiosa, dal momento che, nel Silmarillion, l’autore spiega come Sauron, una volta forgiato l’Unico Anello e gettato la maschera del generoso e illuminato Annatar, decise di porre sotto il proprio dominio le creature che un tempo avevano servito il suo padrone Morgoth: orchi, troll, uccelli malvagi…e i draghi? Tolkien non dice nulla sul loro eventuale impiego da parte di Sauron nella Seconda Era: per amore di verità, bisogna anche ammettere che l’autore, nella cronologia finale delle tre ere della Terra di Mezzo presentata nell’appendice A del Signore degli Anelli,  sostiene che i Draghi si risvegliarono nel corso della Terza Era, dedicandosi poi al saccheggio dei tesori dei Nani conservati all’interno delle Montagne Grigie.

[Illustrazione gentilmente concessami da Andrea Piparo Art #Andreapiparoart #dragon]

Sembrerebbe, dunque, che i Draghi, così come l’ultimo (?) Balrog della Terra di Mezzo sopravvissuti alla Guerra d’Ira, avessero impiegato un maggior numero di anni, rispetto agli Orchi oppure ai Troll, per uscire da una sorta di «letargo» nel quale la sconfitta di Morgoth li aveva fatti precipitare. Nulla vieta di immaginare, tuttavia, nel pieno rispetto delle vicende narrate nel corpus tolkieniano (alle quali, mi piace precisare, ho sempre cercato di adeguarmi per quanto possibile), che il risveglio accennato dall’autore non si riferisca alla Prima Era, bensì alla Seconda (almeno per i Draghi; la questione del Balrog è più difficile da affrontare, dal momento che non sembra ve ne siano stati altri citati nelle cronache tra l’apparizione del demone a Moria e la loro sconfitta al termine della Prima Era). In fondo, è lo stesso autore a sostenere che nella battaglia sostenuta dall’Ultima Alleanza dinanzi al Cancello Nero di Mordor vi fossero rappresentanti di tutte le specie viventi della Terra: perché non pensare, dunque, anche ai Draghi? A questo proposito, mi sono posto una domanda che spero i miei lettori possano trovare stimolante e che si riallaccia a un interrogativo che a lungo angosciò i sogni di Gandalf dopo la comparsa di Smaug e la distruzione del Regno sotto la Montagna: «E se Sauron avesse potuto beneficiare dell’alleanza di un Drago, cosa sarebbe accaduto?»

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«L’assedio durava da ormai tre lunghi mesi, allorché un violento nubifragio sconvolse i piani d’assedio del nemico, ché le sue macchine d’assedio si impantanarono nel fango ed essi non riuscirono più ad avanzare; le schiere di Mordor allora si ritirarono nell’oscurità di Minas Ithil e per qualche tempo la città di Osgiliath godette di una pace inquieta, ché le aquile di Manwe non mancavano di riferire ai capitani dei Popoli Liberi quanto i servi di Sauron andassero nuovamente radunandosi, presagendo la sconfitta degli Uomini del mare. Vi erano, tuttavia, altri alleati del Nemico che i messaggeri di Manwe non riuscivano a scorgere, ché essi si erano ritirati fin dalla caduta del loro signore, al termine della Prima Era, nei recessi montuosi del Nord, lontani dalle contrade abitate dai Figli di Iluvatar; nelle steppe aride, al di là dei Monti Grigi, ove un tempo sorgeva la fortezza di Utumno, i Grandi Draghi prosperavano e nulla di quanto era prima presente in tali terre era sopravvissuto alla loro forza distruttiva. I Vermi di Morgoth non temevano Sauron, né lo servivano apertamente, reputando la sua autorità insufficiente per dominarli, ché solo al loro antico signore essi davano obbedienza; molto, tuttavia, avevano sentito dire dell’assedio che le schiere del più possente fra i servi del Vala Caduto muovevano al giovane regno di Gondor e mostravano di nutrire un certo interesse per le sorti di tale battaglia, ché volentieri avrebbero predato quanto gli eredi di Numenor avevano recato con loro dagli Abissi del Mare.

In quel periodo, tre draghi si levavano fra gli altri per possanza e crudeltà e non vi era servo di Morgoth, tra quanti condividevano il domicilio con tali perfide creature, che non ne temesse il gelido soffio e l’astuta parola; tali creature avevano nome Ando-Anca, Bairanax e Angurth ed erano nate dopo gli sconvolgimenti che avevano provocato l’inabissamento del Beleriand, al termine della Prima Era; mai essi avevano mirato le possenti torri di Thangrodim, né scorto, lugubre nella tenebra che la circondava, Barad-Dur la terribile, eppure alti si levavano in volo e finanche le grandi aquile di Manwe non osavano avvicinarsi a tali contrade, presagendo che un grande male fosse all’opera.

Orchi e altre creature della Tenebra erano all’opera in quei giorni ed essi tolleravano che prendessero parte alle battaglie che si svolgevano a Sud, ché prevedevano sarebbe giunto loro grande vantaggio dalla vittoria di Sauron, seppure non avessero in animo di prendervi tosto parte; grande fu dunque il loro stupore, allorché, una sera, giunse alla dimora nella quale erano soliti divorare i cadaveri delle loro incaute vittime, un cavaliere ammantato da un lungo manto nero e del quale erano visibili solo gli occhi, la cui rossa luminosità era tale da rischiarare perfino le tenebre nelle quali codesti esseri dimoravano; grande fu la loro ira, ché essi erano intenti all’orribile pasto e non tolleravano che alcuno disturbasse la quiete nella quale erano immersi. Ando-Anca, il più possente e anziano fra i tre, così apostrofò il nuovo venuto: “Chi sei tu che disturbi la gloriosa progenie di Glaurung? Lenta sarà la tua morte, ché nessun mortale ha osato violare la soglia dalla quale tu hai fatto sì impunemente ingresso!”

Glaciali erano state le parole che il Grande Verme aveva adoperato e gelido il suo tono; eppure, mentre egli nel suo cuore nero gioiva, pregustando un rapido e facile pasto, il suo animo fu raggelato da un potere quale mai i suoi occhi avevano scorto fin da quando era venuto fuori dal suo osceno uovo; un intenso dolore gli attraversò le membra e il suo capo fu sconvolto da visioni quali mai nessun mortale era stato in grado di infliggerli: inutile era ogni sua resistenza e presto si avvide che anche i suoi fratelli giacevano nelle medesime condizioni di dolore. Una cupa voce echeggiò allora nell’antro e coloro che la udirono furono avvinti al suo potere: “Stolti! Nessuno è in grado di pronunciare parole sì sciocche dinanzi al Capitano degli eserciti del Signore di Mordor senza avvertirne il feroce morso, ché invero io non sono un mortale quale le vostri fauci trafiggono nell’agonia della morte: Er-Murazor io sono, il Capitano dei Nazgul, gli Spettri al servizio del Re del Mondo”. Lentamente avanzò, e l’ombra parve crescere, sicché ogni cosa fu presto avvolta da una caligine fumosa e oscura, infine riprese a parlare: “Il mio signore vi rimembra che nei secoli che seguirono la dipartita dal mondo di Morgoth, il suo volere era considerato da quanti lo servivano verità e legge; vorreste forse oggi venire meno alla parola data e tradire il vostro nuovo padrone? Sappiate, Vermi di Morgoth – e qui parve che l’oscura figura ridesse – che Sauron di Mordor, colui che anticamente era noto con il nome di Gorthauron, non vi teme e non desidera che coloro che un tempo seguivano un unico vessillo, siano ora dispersi e indeboliti, ché tale infausta circostanza arreca invero molto vantaggio ai nostri nemici. Il discepolo di Melkor vi chiama e vi chiede di servire nei suoi eserciti!” Sconvolto nella mente e nel corpo, Ando-Anca tuttavia ribatté: “Se tale non fosse tuttavia la nostra volontà, cosa potrebbe la forza di un minuscolo Uomo contro la maestosità dei figli di Ancalagon? Invero, il tuo sembiante pare minaccioso e inquietante, tuttavia io dubito che tu conosca davvero quanto le tue parole sembrano dimostrare; che sia Sauron in persona, se tale è il suo disio, a reclamare il nostro aiuto, ché non ci piegheremmo certo innanzi a uno dei suoi schiavi”.

Beffardo rise il Signore dei Nazgul e, lasciato scivolare via il manto che ne occultava l’identità, si erse in tutta la sua malvagia figura; il panico si impadronì allora dei draghi, ché invero grande era la possanza di Sauron, il Signore degli Anelli, ed essa ora riluceva minacciosa nel negro spirito del suo Capitano; l’oscurità cadde sulle loro menti ed essi furono avvinti all’Anello Sovrano che adornava il nero artiglio del Crudele Nemico: remote, eppure chiare nell’oscurità, parve loro di ascoltare tali parole di potere e perfidia: “Folli! Sauron di Mordor non implora coloro che gli devono obbedienza, né tollera che la sua volontà possa essere messa in discussione! Un solo sentiero percorrerete d’ora innanzi, ed esso vi condurrà alla vittoria, ché gli auspici del mio signore si tramutano lesti in realtà”. In tale modo fu siglata la perigliosa alleanza tra i Grandi Vermi del Nord e l’Oscuro Signore che infiniti lutti avrebbe recato ai Figli di Iluvatar; lesti si mossero i draghi allorché le loro menti furono soggiogate al volere dell’Unico e all’alba del settimo giorno dacché il Capitano Nero aveva condotto da loro la parola del suo signore, essi giunsero alla città di Osgiliath, ove furono accolti dal grande entusiasmo degli eserciti del Nemico, consapevoli che non vi sarebbe stato ostacolo alla loro vittoria sulle schiere dell’Alleanza.

Cupi divennero i pensieri di Erfea allorché scorse le cuoiose ali piombare sulla città, sebbene egli sperasse nel suo cuore che non si trattasse dei Draghi del Ghiaccio, di cui molto aveva sentito dire nel corso dei suoi lunghi viaggi a settentrione; lesta, tuttavia, la sua speme venne meno allorché i servi di Morgoth ricoprirono di fredda brina i preziosi mosaici che ornavano i minareti e le ampie terrazze, seminando il panico tra i soldati. Gli arcieri di Edhellond fuggivano, abbandonando gli spalti alla mercé degli Orchi e degli altri oscuri servi di Sauron che lesti si erano arrampicati sulle torri d’assalto, poste dai Troll lungo le mura; drammatico divenne l’assedio della città per coloro che ne difendevano il bianco cancello, allorché, alla minaccia dei draghi si aggiunse quella non meno temibile di un grande ariete che era stato fatto avanzare durante la notte; centinaia di schiavi di Mordor ne trascinavano le enormi ruote e, quando alcuni di essi cedevano, sfiniti, alla fatica o erano colpiti dai proiettili che gli ultimi arcieri del regno scoccavano ancora, venivano subito sostituiti da altri Orchi e Uomini: in tal modo, nonostante l’imponente mole di cui era gravato, lesto giunse al Cancello l’enorme ariete ed esso fu trascinato lungo il ponte rialzato che conduceva alla porta.

Un tremolio lugubre scosse le fondamenta della città allorché i pesanti magli dell’ariete furono con forza issati e lasciati ricadere sulla massiccia porta: a lungo tale eco riecheggiò, si spense, e nuovamente atterrì di terrore tutti coloro che la udirono, eppure, restie a cedere erano le travi in acciaio e galvorn che sostenevano gli enormi battenti in quercia.

Ariel si ergeva ritta innanzi al cancello, simile a Varda prima che Morgoth fuggisse e la rovina piombasse su Valinor; penoso era il suo sguardo, eppure limpidi i suoi occhi, ché fiero era il suo animo e pure nella profondità della tenebra intravedeva un barlume di luce; lesta cercò l’Alto Theng del Rhovanion con lo sguardo e quando lo ebbe trovato, tali furono le sue parole di commiato: “Addio, Eothraim! Mai oblierò le tue cortesi parole e se questi non fossero stati tempi di guerra, diverso sarebbe stato il nostro percorso! Giunta è la mia ora; possa essere la tua altrettanto gloriosa!”

Possente riecheggiò l’urlo di guerra dell’Amazzone e gli Orchi fuggirono innanzi a lei; nulla poté Aldor, ché ella era una donna vigorosa e la sua scelta già presa; sola la vide avanzare nella tenebra, la lunga lama in acciaio sguainata accanto all’alto elmo di ali guarnito. Ando-Anca la osservò, minuscola figura, ergersi sulla rovina che il suo soffio gelido aveva causato; grande, allora, avvampò nel suo cuore l’ira, sicché allargò le ali e, simile a una saetta, si lanciò contro la donna; più lesta ancora fu tuttavia Ariel e con maestria affondò la mortale lama nelle fauci del nemico.

Schiumò e urlò, il possente figlio di Ancalagon, e la terra fu squarciata dalla sua atroce agonia; nulla poté tuttavia, ché, sebbene l’Amazzone fosse stata trafitta dai suoi possenti denti, pure la sua lama era affondata nel suo cranio, rimanendone fieramente incastrata, simile a un bianco vessillo ornato di sangue. Come una frana che tutto sconvolge, così Ando-Anca precipitò dalle alte mura, travolgendo quanti erano lungo la sua traiettoria; fuoco e ferro, acqua e legno, nulla sopravvisse al suo passaggio ed egli affondò in basso, trascinando nella sua rovina il possente ariete che le schiere di Mordor avevano condotto a Osgiliath; lesto allora il panico si impadronì dei servi di Sauron ed essi fuggirono per ogni dove; a nulla valsero le selvagge urla dei condottieri dell’Occhio, ché essi furono travolti dalla pazzia che sembrava aver invaso i cuori dei loro soldati. Un possente clamore si udì echeggiare nella pianura, infine tutto fu silenzio: Ariel era morta, ma il suo sacrificio aveva impedito alla città di cedere.

Smarriti si mossero gli Uomini in città, ché su tutti era piombata improvvisa una grande stanchezza; luce non vi era sul volto rigato dalle lacrime di Aldor Roc-Thalion e accanto a lui, silenti nel dolore che accomunava i loro cuori, erano Erfea e Herim, il cui braccio sanguinava copiosamente; infine, un nuovo Sole sorse e il mondo dei mortali e di coloro che non periscono sembrò vivere nuovamente, ché essi furono illuminati dai suoi possenti raggi: balzato rapidamente in piedi, il Signore del Rhovanion allora lanciò la sua spada in aria e tutti coloro che erano con lui in quel momento, crederono di aver visto Orome il Vala, possente nella sua forza.

“L’affetto più prezioso che avevo mi è stato sottratto dalle armate di Mordor e io non oblierò mai il dolore che avvolge il mio animo; possa tuttavia giungere lesta l’ora della vendetta, ché il mio cuore freme e in esso la collera è forte”. Nessun altro parlò in tale triste ora, ché non vi erano parole nei loro idiomi atte a esprimere quanto ciascuno racchiudeva nel proprio cuore ed essi si ritirarono, cercando invano nel sonno beffardo la quiete che i loro animi avevano smarrito molti anni prima.

Nei giorni successivi, sotto l’esperta guida di Bor e di suo figlio Groin, gli Uomini della città posero mano al martello e all’incudine, sanando le ferite che la guerra aveva condotto con sé; lame furono forgiate, secondo la tecnica di Khazad-Dum, ed esse atterrirono le schiere del Nemico, allorché giunse il momento di impugnarle: nessuno, tra coloro che dimoravano all’interno della mura di Osgiliath ancora inviolate, era in grado di prevedere quando sarebbe giunto nuovamente il momento del confronto. Erfea, tuttavia, diede ordine ai suoi soldati di intensificare la sorveglianza del Cancello e del Ponte e ne inviò alcuni per osservare i movimenti delle armate del Re Stregone; nulla però seppero riferire coloro che fecero ritorno alla città, ché l’Ithilien era desolato e il nemico si era trincerato nella fortezza di Minas Ithil, ove essi non avevano il coraggio di avvicinarsi, memori della crudeltà dei Nazgul e dei loro servi.

Poche o punte notizie giungevano dal Nord, ché scarsi erano i contatti tra il regno di Arnor e quello di Gondor e perfino in tale ora del bisogno Erfea ammoniva i Saggi di Gondor a evitare l’uso della Palantir, per tema che Sauron potesse impadronirsi della mente di chi avesse avuto l’ardire di scrutare nelle antiche pietre veggenti.

Trascorsero i giorni e giunse aprile, recando con sé nuove sofferenze, ché i campi furono gelati dalla neve e un gelido vento sferzava i pinnacoli delle torri della città e ancor più gli animi di coloro che la difendevano; inquieto divenne Glorfindel ed egli sovente volgeva il proprio sguardo a Nord, nella speranza di scorgere i lucidi vessilli di Gil-Galad e di Elendil; ma nulla si muoveva nelle brume settentrionali e numerosi Uomini morirono, decimati dalle malattie e dalle ferite. “Mai, dacché il reame di Gondor ebbe origine, la Primavera era stata sì crudele con i suoi abitanti – osservò Herugil una notte – “Codesta è opera del Re Stregone e dei suoi accoliti, ché si narra che egli sia in grado di evocare il freddo dagli Spazi oltre la Notte Eterna” – gli rispose Herim; nessuna parola fu pronunziata da Erfea, eppure il suo cuore sapeva essere veritiere le parole del Capitano degli orientali.

Giunse maggio e le bufere di neve sembrarono placarsi; nuova speranza sorse allora nel cuore delle Libere Genti, eppure questa altra non era che la volontà dell’Oscuro Signore, ché egli desiderava che non vi fossero impedimenti alla sua mossa finale: in gran segreto, i suoi schiavi presero nuovamente ad armarsi ed essi mossero rapidamente verso il fiume e la città di Osgiliath, finché, il primo di quel mese, essi non giunsero nuovamente alla capitale di Gondor, iniziando un nuovo assedio.

Nessun cronista di quei tempi fu in grado di apprendere quanti fossero i soldati e gli schiavi che militavano nelle file dell’Oscuro Signore, ché tale moltitudine sembrava aumentare di giorno in giorno. Scuro in volto, la mano destra che accarezzava l’elsa di Sulring, Erfea Morluin mirava quanto accadeva nella piana sottostante le possenti mura della città, mentre la mente era intenta a rimembrare altre battaglie alle quali aveva partecipato nei lunghi anni della sua vita; ratto tuttavia si voltò allorché apparve alle sue spalle Bor, seguito da Groin. Per alcuni istanti un eloquente silenzio regnò fra loro, infine la roca voce di Bor echeggiò bassa: “Salute a te, figlio di Gondor! Un nuovo assedio è pronto a iniziare e sebbene possa essere possibile che codesto sia l’ultimo al quale le nostre vite mortali prenderanno parte, non disperiamo, ché ben conosciamo il valore delle nostre stirpi ed esse non temono gli schiavi di Mordor. Mai, nel corso della mia pur lunga esistenza, avevo mirato un simile coacervo di razze unite sotto un’unica bandiera, eppure, poche fra queste risultano a me note, ché esse non provengono dalle contrade ove io in tempi di pace ho dimorato, né hanno mai incrociato le asce della mia gente prima che questo lungo assedio avesse inizio; tu però godi di una conoscenza degli schiavi di Mordor che neppure un signore degli Elfi qual è Glorfindel può vantare di possedere: illustraci dunque, o Dunadan, le stirpi di coloro che servono il Nero Nemico del Mondo”.

Erfea ristette a lungo in silenzio, infine parlò e la sua voce si levò calma e impassibile sui pinnacoli e sui minareti della città: “Invero numerose sono le genti i cui guerrieri militano negli eserciti di Sauron; vi dirò, dunque, quanto ho appreso nei miei lunghi anni di esilio nelle vaste e desolate contrade che si estendono nell’estremo oriente e meridione di Arda. Sappiate, infatti, rampolli della stirpe di Durin, che codeste regioni sono la dimora di tribù feroci e ostili ai Popoli Liberi, implacabili in battaglia e rese schiave dall’oscuro potere dell’Unico che procura infame gloria al Nemico; lesti i loro guerrieri sono accorsi a servire l’Occhio, perché i loro capitani e signori altri non sono che i Nazgul”. Annuì lentamente Groin Hroa Sarna, infine, indicando con il suo poderoso braccio le schiere di Sauron, così apostrofò il Dunadan: “A quale stirpe appartengono coloro che sono all’avanguardia dell’esercito del Nemico? Uomini sembrano, eppure sconosciuti mi sono i loro costumi e ignote al mio orecchio le favelle che essi adoperano: taluni sono armati di lunghe alabarde la cui fattura mi risulta nuova, mentre altri adoperano robusti archi di tasso. Rozzi usberghi in cuoio proteggono i loro villosi petti ed essi indossano elmi piumati”. “Codeste schiere – riferì Erfea – servono Uvatha e Ren, i due Ulairi del Sud, e provengono dalle contrade del Khand e del Chey, ché tali sono, infatti, le patrie cui appartengono quei Nazgul”.

“Imponenti sembrano ai miei occhi quelle bestie che sulla sinistra dello schieramento avanzano – interloquì Bor – e non vi è nome nella mia lingua per definirne la terribile collera che sembrano emanare”. “Veritiere sono le tue parole, ché essi sono chiamati mumakil nella lingua dei popoli presso i quali sono impiegati, e olifanti nella favella dei cavalieri del Rhovanion: innanzi a me scorgo avanzare un possente esemplare di tale razza, dipinto di rosso e nero, sul dorso del quale si erge un imponente baldacchino di oro e avorio intarsiato: colui che ne impugna con sprezzante autorità le lunghi redini, altri non è che il quarto Nazgul in possanza, Indur Re del Mumakan e delle contrade a esso sottomesse, colui che i suoi servi chiamano il Flagello dell’Alba. Prodigioso è il suo elmo ricavato dal cranio di un olifante quale egli cavalca, e letale è la scimitarra che egli impugna nella battaglia; guardatevi dal suo letale manto – concluse Erfea – ché esso conduce chi lo osserva alla follia e alla perdizione”.

“Gravi e saggi sono i tuoi ammonimenti, Erfea figlio di Gilnar e noi ne terremo conto – gli rispose Groin – Invero vasta è la tua conoscenza delle schiere del Nemico e grato ti sarà il mio animo se mi vorrai indicare il nome e la stirpe di colui che cavalca uno splendido stallone, quale mai i miei occhi hanno mirato; numerosi cavalieri seguono tale condottiero ed essi sembrano feroci nell’aspetto, sicché perfino il più valoroso fra gli Uomini potrebbe temerne la carica. Chi è dunque costui?”

“Egli è Khamul l’Orientale, colui che i suoi servi chiamano il Re Dragone, secondo in possanza fra i Nazgul; letale cacciatore delle terre che si estendono a Nord del Rhovanion, il suo elmo dorato, intagliato a guisa di drago, riluce minaccioso nella piana; non vi sono cavalieri sì audaci nelle schiere del Nemico quali sono quelli che servono nell’esercito di Khamul ed egli è invero uno spirito esperto della negromanzia e dell’arte del combattimento”. Mentre così dialogavano i tre condottieri, le schiere del nemico si approssimarono alla città e presto fu possibile scorgere anche le milizie che sostavano alla retroguardia: erano costoro i veterani dell’esercito di Mordor, coloro che avrebbero permesso al loro Oscuro Sire di trionfare, qualora avessero preso parte alla battaglia.

“Ben m’avvedo come codesti guerrieri siano d’aspetto feroce e d’indole implacabile, tuttavia ignote mi sono le stirpi cui essi appartengono; chi comanda quei carri di vimini e di seta intessuti, la cui polvere sollevata è simile a una nube?” osservò Bor, mirando tali schiere.

“Hoarmurath di Dir è il suo nome, ed egli è sesto fra i Nazgul in possanza; invero crudele è il suo animo e il suo arco nero ha mietuto numerose vittime tra i nostri eserciti; codesti guerrieri sono Esterling provenienti dal mare interno di Rhun, a levante dei Colli Ferrosi: rapidi nella pugna, essi incutono infinito timore, ché non vi è fante che non tema di essere calpestato dai loro mortali carri”.

Improvviso, un grande clamore si levò nell’aria e risa selvagge furono udite echeggiare in tutta la piana; nuova inquietudine crebbe nel cuore di Erfea ed egli indicò ai Nani coloro che comandavano le schiere che sì impunemente procedevano, acclamate dall’intera armata. “Una grande moltitudine scorgo innanzi a me, tale che ogni altra forza del nemico a essa paragonata sembra poca cosa; Orchi e Troll delle caverne ne guidano l’avanguardia, e il loro fetore è tale che giunge fin qui: non sono tuttavia costoro che incutono timore nel mio animo, ché una fitta schiera di Numenoreani Neri segue i loro passi ed essi sono i nostri nemici più pericolosi”.

“Invero – interloquì Bor – codeste nuove armate dell’Oscuro Signore sembrano meglio equipaggiate rispetto a quelle che abbiamo affrontato e vinto fino a oggi. Un grande latrare i miei orecchi ascoltano e il mio cuore è colto da improvvisa paura ché mai aveva udito simili grida, le quali paiono giungere dall’Abisso!”

Erfea annuì: “Hai dunque udito le schiere di Dwar di Waw, il capitano del Cancello Nero e terzo fra i Nazgul; Signore dei Cani lo chiamano i suoi accoliti e le sue bestie sono tra le più feroci fra quelle che calcano le contrade di Endor”.

Mentre così discorrevano, Groin emise un urlo strozzato e parve a chi lo mirava che il colore dal suo viso fosse svanito; tremante, il suo dito indicava tre possenti armate che, lentamente, procedevano verso la città: tre enormi figure nere cavalcavano alla loro testa e due fra loro erano attorniate da soldati e dai mostruosi segugi da guerra di Dwar; la terza, più alta e imponente delle altre, procedeva solitaria e nessuno aveva l’ardire di marciare a meno di cento piedi da essa, ché emanava una malvagità tale da atterrire finanche i selvaggi Orchi e gli irascibili Troll. Una grande corona ferrea cingeva il suo capo e una pesante mazza pendeva al suo fianco sinistro, mentre una lama lunga sessanta pollici era cinta alla sua destra; autorità e terrore lo procedevano e un grave silenzio scese al suo arrivo, tale che perfino sugli spalti delle mura nessuno ebbe l’ardire di spezzarlo.

“È giunto colui che temevo sopra ogni altro nemico, eccetto l’Oscuro Signore in persona: egli è infatti il Capitano Nero, Signore degli Stregoni e Re degli Spettri; infette sono le sue oscure parole e le menti degli Uomini sono avvinte al suo potere, ché la volontà del suo padrone è in lui e la sue armi, che le storie narrano siano state forgiate dalle oscure mani di Sauron in persona quando egli era ancora un servo di Morgoth, incutono timore e terrore fra quanti le osservano”.

Lesto riprese l’assedio e parve che invero fosse giunta l’ora in cui la città degli Uomini del mare avrebbe infine ceduto; restio era però il suo Sovrintendente a effettuare una sortita a cavallo, ché sebbene il parere di Herim e Glorfindel fosse contrario, sapeva essere i Guadi e l’isola di Cair Andros in mano alle schiere del Nemico ed egli era solito ricordare che dei diecimila cavalieri che erano ancora in città non ne sarebbero giunti vivi che la metà, qualora essi avessero tentato di impadronirsi dell’isola e di cogliere il nemico sul fianco destro.

Una mattina, tuttavia, giunsero a Osgiliath inaspettatamente novelle di speme intrise, ché le aquile di Manwe riferirono che le prime avanguardie delle schiere di Gil-Galad e di Elendil avevano attraversato l’Alto Passo sulle Montagne Nebbiose e si accingevano a fare il loro ingresso nelle vaste distese del Rhovanion; lesti, allora, furono richiamati a Nord i reparti di mumakil, Carrieri e delle altre schiere a cavallo, ché Sauron provava nel suo cuore grande paura e temeva che i Cancelli Neri sarebbero rimasti sguarniti qualora i nemici fossero giunti alla sua dimora.

L’entusiasmo dei condottieri dell’Alleanza si mutò tuttavia lesto in inquietudine e poi in terrore allorché comparvero nuovamente i grandi Vermi di Morgoth; l’intera città tremò sino alle fondamenta allorché il soffio gelido della maligna prole del Vala Caduto ne deturpò i possenti torrioni e i gai giardini; vana fu ogni difesa, ché i soldati dei Popoli Liberi erano ormai prostrati e non vi era più forza nelle loro bracce: numerose difese furono abbandonate e molti fuggirono al di là del ponte che conduceva a ponente e alla città di Minas Anor, convinti che Osgiliath orientale fosse perduta. Lesta cadde la notte e alle schiere di Uomini si aggiunsero quelle delle infami creature della Tenebra; restia a cedere era però la difesa del cancello e nessuno fra quanti comandavano le laide schiere del Nemico osava ancora approssimarsi al gelido splendore di Sulring, la lama di Erfea, e con lui erano anche i Principi dei Nani di Khazad-Dum e i Signori dei Noldor in esilio.

Atti di valore furono compiuti durante quella di notte ed essi risuonano ancor oggi gloriosi agli orecchi di quanti ascoltano narrare tali vicende; non vi erano, tuttavia, solo i pesanti battenti delle porte da difendere, ché le mura esterne erano state abbandonate nelle mani degli Orchi e degli altri schiavi sottomessi a Sauron e se costoro non avevano ancora fatto il loro ingresso in città avveniva solo perché gli arcieri, protetti e occultati dall’enorme mole delle torri e dei merli interni, continuavano a scagliare frecce e proiettili su quanti si approssimavano loro.

Per qualche ora, dunque, le difese ressero ancora; infine, una grande ombra cadde su di loro e Bairanax, il Verme del Ghiaccio, piombò su quanti combattevano sugli spalti a meridione, travolgendo nell’impeto della sua foga alleati e nemici; letale, il suo fetido alito imprigionò nel ghiaccio Uomini e Orchi, infine si abbatté con foga sulle mura: alle due del mattino del giorno successivo, una breccia fu aperta e il pericolo piombò improvviso sulla città».

Il Ciclo del Marinio, pp. 297-302