Il lungo sonno di Erfea – The last goodbye

Care lettrici, cari lettori,
come vi anticipavo la scorsa settimana, siamo giunti a una svolta importante del Ciclo del Marinaio: la morte di Erfea. Ovvero, come avrebbero detto i Numenoreani (e da qui il titolo del post), un lungo sonno di morte nel quale essi si abbandonavano quando capivano che era ormai giunto il momento di abbandonare la vita. Questa parte del racconto prende inizio subito dopo la sconfitta di Sauron ad opera dell’Ultima Alleanza: potrete leggere o rileggere la descrizione di questo episodio qui: L’ultima battaglia della Seconda Era.

È stato emozionante, in questi quattro anni di attività del blog, raccontarvi le storie di Erfea, di Miriel e degli altri personaggi – di finzione o no, rispetto al legendarium tolkieniano – che ho avuto modo di presentarvi. Spero di essere riuscito a trasmettervi non solo la mia grande passione per la Terra di Mezzo, ma anche un senso di famigliarità nei confronti di questi personaggi.

Ci saranno ancora tante altre storie da raccontare…devo completare il racconto sull’adolescenza di Miriel e Pharazon…provare a dare una risposta ad alcune domande – una su tutte: che fine hanno fatto gli sfortunati possessori degli Anelli minori, ossia delle «prove» che gli artigiani elfici avevano forgiato prima di procedere con la creazione dei Grandi Anelli? Sono diventati anch’essi degli spettri? – eliminare alcuni errori (per esempio il rapporto tra un giovanissimo Erfea e il suo mentore Numendil, che in realtà era molto più vecchio di lui)…

Prima o poi, dunque, tornerò con i miei racconti…e chissà, sarà anche l’occasione per commentare insieme gli episodi della nuova serie di Amazon che sarà ambientata proprio nella Seconda Era.

Grazie di cuore.

Vi lascio con un’immagine inedita che rappresenta la partenza di Bilbo e Frodo verso Occidente e con il video della canzone «The last goodbye» che chiude il terzo capitolo cinematografico dell’Hobbit…avrà tanti difetti quella trilogia, ma la colonna sonora è all’altezza delle migliori composizioni musicali.

«La rovina degli eserciti di Sauron fu totale, e coloro che sopravvissero alla sua caduta fuggirono nelle remote contrade del levante, ove si narra che anche gli Úlairi e il nero spirito del Maia umiliato trovassero scampo per lunghi secoli, finché non ebbero acquisito forza a sufficienza per tornare a reclamare quanto avevano perduto al termine della Seconda Era. Invero, fu quella una vittoria incompleta, ché l’Anello non andò distrutto, come avrebbe dovuto essere, ma fu concupito da Isildur, il quale, nonostante i saggi ammonimenti degli altri comandanti, reputò di avere forza di volontà sufficiente per dominarlo e lo portò seco al Nord, ove fu trucidato dagli Orchi due anni dopo la morte del padre.

Glorfindel ed Erfëa, tratti in salvo dalle aquile assieme agli altri signori dell’Ovest allorché la terra tremò e vomitò fiamme possenti, furono condotti nella contrada di Udûn, ove erano gli accampamenti dei loro soldati e quivi ritrovarono quanti avevano disperato di poter incontrare nuovamente: Aldor Roch-Thalion e Groin accolsero festanti il Sovrintendente di Gondor e gli altri guerrieri, sì che, per lungo tempo, essi furono occupati nel festeggiare con banchetti e danze la vittoria sull’Oscuro Nemico del mondo. Al termine dell’Estate, dunque, le armate dell’Ovest, dopo aver incendiato e distrutto ogni fortezza costruita da Sauron nella sua dimora, fecero ritorno a Osgiliath, ove furono accolte dalla popolazione festante: numerosi idiomi furono ascoltati allora per le vie della città degli Uomini del mare e per molti giorni la gioia e il diletto allietarono i cuori dei Figli di Ilúvatar.

Giunsero Galadriel e Celeborn e la loro figlia Celebrían, il sovrano di Khazad-Dûm, Durin IV e altri principi e re quali mai Osgiliath aveva mirato nel corso della sua pur breve esistenza. Canti furono composti in quei giorni ed essi narrarono delle vicende che avevano condotto alla caduta di Sauron; eppure, i Signori degli Eldar, nonostante condividessero la letizia dei bardi, scuotevano il capo allorché udivano tali canti echeggiare nelle vaste sale della reggia di Isildur, ora divenuto sovrano dei Dúnedain, ché sapevano quanto era accaduto allorché Sauron era svanito e ritenevano che, seppur informe, egli avrebbe fatto ritorno alla sua contrada, allorché fosse giunto il tempo e molto temevano per la sorte di Isildur. Allorché costui, tuttavia, morì e l’Anello del Potere fu smarrito, essi ritennero che fin quando non fosse stato ritrovato, i loro reami avrebbero continuato a prosperare, sebbene i più lungimiranti avvertissero nei loro cuori il presagio di un grande mutamento e iniziassero ad avere tedio del mondo e di quanto ivi accadeva.

Tale, però, non era il parere di Elrond e di Celebrían, ché in loro l’amore per Endor non era ancora venuto meno e numerose erano le contrade che desideravano conoscere, ora che Sauron dormiva e le sue armate erano distrutte. Al termine di uno di questi viaggi, essi si recarono a Osgiliath, ché molto desideravano incontrare Erfëa, né essi si meravigliarono che fosse ancora in vita, ché conoscevano l’antica profezia che Manea gli aveva rivelato allorché era ancora in fasce. Lo trovarono che egli si attardava a mirare il rosso tramonto dalla sua finestra a occidente e dava loro le spalle; tuttavia, allorché questi si avvide che costoro avevano fatto il loro ingresso, si voltò e il suo anziano volto fu lieto nel vederli ancora una volta.

Si discusse a lungo degli eventi cui avevano preso parte negli anni precedenti, infine Elrond sospirò e mirando il volto di Erfëa, pronunziò tali parole: “Ebbene, figlio di Gilnar, felice è stato il tuo cammino, se ti ha concesso di giungere ove il tuo animo potrà trovare riposo e le tue ferite essere sanate, colmo di saggezza e della fama che le tue nobili imprese ti hanno procurato”.

Sorrise il figlio di Gilnar: “Invero, figlio di Eärendil, molto ho ottenuto nel corso della mia lunga esistenza e grato volgo il mio pensiero a coloro che hanno protetto i miei passi; ancor più accetto è tuttavia il dono di Ilúvatar, ché molto sono stanco e forte è divenuto in me il desiderio di rivedere colei che abbandonai allorché il mio cuore non era ancora pronto ad amare”.

Lentamente annuì Celebrían e le sue parole echeggiarono leggere nell’aria vespertina: “Grande sarà la memoria che gli Eldar preserveranno del tuo nome e del tuo sembiante, Erfëa Morluin, ché invero hai trionfato anche nella tua ultima prova e ora il tuo spirito è pronto ad abbandonare i mortali lidi della Terra di Mezzo”.

Levatosi dallo scranno ove aveva discorso con i suoi più cari amici, Erfëa si distese allora sul letto che gli imbalsamatori avevano approntato per lui e si congedò dal sovrano Meneldur e da quanti egli aveva amato e che gli sarebbero sopravvissuti. Consegnò a Elrond un voluminoso tomo e lo pregò di recarlo al Signore della torre di Orthanc, ché questi l’avrebbe custodito nelle recondite sale della fortezza e infine si addormentò. Lento, il Sole si tuffò nel profondo occaso e ad Erfëa parve di udire un remoto canto giungergli da Númenor perduta nei flutti, sicché si premurò di seguirlo e il suo spirito si allontanò dalla città di Osgiliath, che molto gli era stata cara, recandosi ove il suo volere desiderava giungere, ed egli spirò lieto».

Spunti di lettura: Erfea, o degli eroici imperfetti; Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»; Cronologia della vita di Erfea e dei racconti del Ciclo del Marinaio

La battaglia della Dagorlad – L’assedio alla Barad-Dur

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi vi presenterò l’ultimo brano tratto da «Il Racconto del Marinaio e della Grande Battaglia» che vi ha accompagnato in queste ultime settimane: scoprirete in che modo fu condotto l’assedio di Barad-Dur, la grande torre che Sauron aveva costruito nella Seconda Era come dimora a sua difesa dei nemici. Sarà un assedio lungo e che richiederà un alto tributo di sangue, come sa chi ha letto le appendici del Signore degli Anelli: per tutti i miei lettori, comunque, sarà l’occasione di ricordare una pagina drammatica di quegli anni. Al termine di questo brano vi suggerisco di leggere quella che è la vera conclusione di questo racconto: L’ultima battaglia della Seconda Era, che racconterà della sconfitta finale di Sauron e del (piccolo) ruolo che Erfea ricoprì in quel caso…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

Immagine in copertina: Barad-dur and the Lord of the Nazgul by DonatoArts

«Due giorni dopo la caduta dei Cancelli di Mordor, giunsero ai Signori dell’Alleanza liete novelle: una grande aquila, araldo di Ar-Thoron, comunicò loro la sconfitta subita da Ren il Folle per mano degli eredi di Isildur e di Anarion: “Invero grande è stato il valore mostrato da Elendur e da Meneldur – tali furono le parole del messaggero di Manwe –  ché non solo hanno messo in fuga al nemico, ma anche conquistato il valico di Cirith Ungol, sicché nessun rinforzo potrà ora giungere al Nemico per quella via ed egli è chiuso tra il martello e l’incudine”.

Lieti furono allora i volti di Isildur e di Anarion ed essi si strinsero in un fraterno abbraccio, orgogliosi per quanto avevano saputo mostrare i figli; tuttavia, Erfea, pur condividendo la medesima gioia, ammonì i comandanti con tali severe parole: “Esultiamo per la sconfitte che il Nemico ha testé subito, ma non obliamo che tale guerra è ancora lungi dal concludersi e che saranno necessari anni perché la dimora di Sauron cada e le nostre contrade possano conoscere l’agognata pace”.

Un inquieto silenzio scese allora fra quanti ascoltarono tale affermazione ed Elendil espresse ad alta voce le perplessità che ognuno provava nel profondo del proprio animo, ad eccezione, forse, di Gil-Galad e Cirdan: “Perché asserisci questo? Forse che le armate di Mordor non sono state messe in fuga e gli Ulairi non si nascondono ora negli antri profondi di Barad-Dur? Forse che i cancelli che custodivano l’ingresso alla terra nera non giacciano ora distrutti e non sono divelte le orgogliose serrature che un tempo ne tutelavano l’oscuro ingresso? Perché dovremmo noi temere colui che non è più in grado di muovere guerra contro la maestà dei popoli liberi?”

A lungo Erfea rimase in silenzio, forse temendo di rivelare quanto il suo cuore temeva in quell’ora oscura; infine, scuro in volto, così egli parlò: “O re, una parte della verità è stata svelata ai nostri sguardi e raccontata alle nostre orecchie, eppure, sappi questo, ché ancora numerose armate attendono all’Est, sicché, mentre noi discorriamo in tale luogo, esse si radunano ed accorrono sotto il vessillo di Sauron; amara sarà la sua resa, ché essa richiederà un alto tributo di vite e ognuno di noi verserà amare lacrime”.

Impallidì Elendil, ché egli aveva compreso, unico fra i Dunedain, a cosa alludesse il Sovrintendente di Gondor costì parlando; pure, parole non seppe adoperare per rispondergli ed abbandonò il consiglio di guerra: stupiti e turbati, gli altri capitani presero a mormorare quanto i loro pensieri celavano e più non discorsero di quanto si erano inizialmente preposti di affrontare.

Invero, quanto aveva affermato Erfea si rivelò veritiero, ché, lungi dall’essere sconfitto, il Signore di Mordor aveva radunato nuovi eserciti e, pur non disponendo di schiavi a sufficienza per muovere all’attacco, difese a lungo la sua fortezza, provocando con improvvise sortite e con sortilegi, che atterrivano i mortali come gli immortali, gravi perdite fra quanti erano dell’Alleanza. Cadde, dunque, Anarion, secondogenito del sovrano dei reami in esilio, colpito da un oscuro proiettile scagliato dalla torre oscura mentre egli tentava, invano, di raggiungerne il possente cancello e con lui molti dei signori di Gondor, accorsi a difenderlo con i loro scudi ed i loro corpi; altresì, perirono Furin della sesta casata dei Naugrim combattendo contro un possente troll, Thur, condottiero delle schiere di Belegost, trafitto da un dardo avvelenato, Eorsen, principe del Rhovanion e congiunto dell’Alto Theng, Aldor Roch-Thalion ed altri, i cui nomi sono andati smarriti nel corso dei secoli».

Suggerimenti di lettura:

L’ultima battaglia della Seconda Era

La fine della Battaglia della Dagorlad: la nomina dei nuovi sovrani

La Battaglia della Dagorlad – La profezia di Oropher si compie

La Battaglia della Dagorlad – L’intervento di Uvatha e delle Grandi Aquile

La battaglia della Dagorlad – L’arrivo della cavalleria alleata

La Battaglia della Dagorlad – Morte di un eroe

La Battaglia della Dagorlad – La strategia del Re Stregone

La Battaglia della Dagorlad – Una vittoria apparente…

La battaglia della Dagorlad – La carica dei Mumakil

La prima fase della battaglia della Dagorlad

Il discorso di incitamento di Gil-Galad ai soldati dell’Ultima Alleanza

La Battaglia della Dagorlad – Il catalogo delle forze alleate e nemiche

La Battaglia della Dagorlad – L’arrivo degli Ent

I piani di battaglia per la Dagorlad

Dwar a colloquio con i Signori dell’Ovest

Il coraggio di Morwin e la morte di Oropher e Amdir

Il primo attacco ai Cancelli Neri

Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

Un’alleanza difficile

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

 

La fine della Battaglia della Dagorlad: la nomina dei nuovi sovrani

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi vi accompagnerò alla fine della battaglia della Dagorlad: dopo aver sconfitto le forze di Sauron grazie anche all’arrivo inaspettato delle forze dei Nani delle casate situate nell’Estremo Oriente (leggi La Battaglia della Dagorlad – La profezia di Oropher si compie) le schiere dell’Alleanza decidono di porre l’assedio alla dimora di Sauron, il complesso di fortificazioni turrite che prende il nome di Barad-Dur. Prima di accingersi a questo difficile compito, tuttavia, ci sono alcuni sovrani che devono essere acclamati al posto di quelli morti in battaglia…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Benché provati dal dolore della perdita per la scomparsa di numerosi congiunti e dalla stanchezza che la vittoria aveva richiesto alle loro membra, pure i Signori dell’Occidente esortarono le loro armate a compiere un ultimo sforzo, impadronendosi del Cancello Nero, difeso da esigue truppe nemiche; avanzarono allora i possenti Ent ed essi rasero al suolo le imponenti costruzioni che gli schiavi del nemico avevano eretto. Terrorizzate dall’apparizione delle creature di Yavanna, le tremanti schiere di Sauron dopo aver tentato di opporre loro un’effimera resistenza, si arresero, consegnando le proprie armi nelle mani dei sovrani dell’Alleanza, domando loro pietà e di aver salva la vita; magnanimi, i condottieri dell’Occidente acconsentirono alle loro richieste, ché invero essi non avevano alcuna pietà solo verso le creature della Tenebra e non desideravano che, inutilmente, la terra fosse oltraggiata dal sangue di altri figli di Iluvatar quali erano questi uomini che tremanti avevano loro chiesto mercé.

Tre giorni era durata la battaglia campale ed essa aveva mietuto numerose vite in entrambi gli schieramenti, sicché, nelle settimane successive, i soldati del vespro furono occupati nella ricerca delle spoglie degli amici, dei congiunti. Grande invero era la strage, sicché occhio umano mai avrebbe potuto scorgerne la reale estensione e sebbene la vittoria fosse loro arrisa, pure pochi o punti furono uditi canti lieti negli accampamenti che essi avevano edificato all’interno della terra nera, nella piana che era detta di Udun, non distante dalla lugubre dimora dell’Oscuro Signore, ché ciascuno lamentava la perdita dei propri cari.

Bòr, caduto mentre tentava di spezzare l’assedio che le schiere di Mordor avevano mosso a quelle di Gil-Galad e di Elendil, fu seppellito in un tumulo, come richiedeva la tradizione del suo popolo e i sovrani delle liberi genti gli tributarono grandi onori, ché egli era stato trovato con ancora l’ascia stretta nel pugno, nonostante la vita l’avesse abbandonato da tempo: accanto al suo corpo furono deposti i frammenti della scimitarra di Indur, ché tutti sapessero che era stato vittima della crudeltà del Nazgul. Lacrime amare versò Erfea, ché egli considerava l’anziano nano come un secondo padre e nei giorni seguenti nel suo animo balenarono, rapidi come voli di gabbiani nella bruma, immagini dei giorni passati, allorché egli era ancora giovane e Bòr ambasciatore della sua gente presso la corte numenoreana; spesso discorreva con Groin delle imprese che il padre aveva compiuto nei lunghi anni della propria esistenza e, sebbene il dolore scemasse, pure mai venne meno il ricordo di Naug Thalion nel cuore del Sovrintendente di Gondor.

Infine, allorché ogni cerimonia funebre fu compiuta e gli onori ai caduti tributati, il condottiero delle schiere della sesta e della settima casata dei Khazad si inchinò ad Erfea e così lo salutò: “Salute a te, Khevialath, possente tra gli uomini! Tre mesi sono trascorsi dacché comparve il messaggero alato e ci annunziò che il principe dei Numenoreani era sopravvissuto all’assedio che il Nemico aveva mosso alla città del suo popolo e che egli abbisognava dell’aiuto di quanti fossero stati in grado di offrirlo; tosto, le nostre armate furono schierate e ben m’avvedo che se fossimo giunti anche un sol giorno innanzi, non avremmo trovato che la morte ad attenderci, ché invero i servi dell’Oscuro Signore erano sul punto di sopraffare ogni vostra resistenza”.

“Grati sono i nostri animi per quanto i tuoi sovrani hanno ordinato che avvenisse, ché non attendevamo altro aiuto alle nostre armate; possano i giorni delle vostre stirpi non avere mai fine e conoscere gloria e ricchezza sufficienti a rendere a ciascuno di voi grande gioia”.

Piacque a Furin – ché tale era il nome dell’araldo e condottiero delle schiere dei re Druin e Barin – le parole che Erfea aveva tosto pronunciato ed egli si inchinò nuovamente dinanzi a lui, prima di recarsi nella sua dimora.

Nei giorni seguenti, i condottieri dell’Alleanza tennero numerosi consigli di guerra, ché numerosi capitani erano caduti nella battaglia della Dagorlad ed era dunque necessario provvedere ad attribuire tali titoli di comando ad altri delle loro stirpi. Groin, in qualità di figlio di Bòr e per il valore che aveva dimostrato nelle battaglie cui aveva preso parte, divenne il nuovo comandante delle schiere di Khazad-Dum; gli elfi di Edhellond, ancora scossi per la perdita degli ultimi sovrani che avevano condotto loro in battaglia, preferirono, data la gravità della situazione, delegare ogni scelta a giorni di pace, ché, come disse uno fra loro, “siamo della schiatta dei Noldor ed essi hanno giurato fedeltà a Gil-Galad”. I discendenti di Bòr l’Orientale, scelsero il re di Gondor come loro signore, ché messaggeri avevano loro riferito che le contrade in cui un tempo avevano abitato erano state devastate dalla guerra, mentre le donne ed i bambini erano fuggiti al di là dell’Anduin, nella verde contrada del Lebennin, ché Elendil donò loro come feudo, memore delle sofferenze che tale stirpe aveva subito nel passato, con il solo impegno di soccorrere Gondor ed Arnor qualora tali reami avessero abbisognato del loro aiuto. Piacque agli uomini del Sud tale proposta ed essi, allorché la Seconda Era ebbe termine, si stabilirono alla foce del Grande Fiume, ed i loro eredi dimorano ancora in quelle contrade. I silvani originari di Lorien, infine, inviarono rapidi araldi ad Amroth, figlio di Amdìr, il quale non aveva preso parte ad alcuno degli scontri ché era rimasto nella patria, curandosi degli affari interni del suo reame; restio era il suo volere a scendere in guerra, ché egli era simile al padre, tuttavia, allorché apprese della morte di costui non poté rifiutarsi e assunse il titolo di re e comandante delle schiere del suo popolo».

Suggerimenti di lettura:

La Battaglia della Dagorlad – La profezia di Oropher si compie

La Battaglia della Dagorlad – L’intervento di Uvatha e delle Grandi Aquile

La battaglia della Dagorlad – L’arrivo della cavalleria alleata

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Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

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Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

 

La Battaglia della Dagorlad – La profezia di Oropher si compie

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi voglio accompagnarvi all’epilogo del «Racconto del Marinaio e della Grande Battaglia», che si concluderà con la vittoria dell’Alleanza e la caduta dei Cancelli Neri. La conclusione di questa battaglia era stata già, in verità, preannunciata dal morente re Oropher (potete rileggere qui la sua profezia), per cui i lettori più attenti potrebbero aver già colto quello che si dice uno «spoiler». Per gli altri, mi auguro che la conclusione possa essere di loro gusto. Un’ultima precisazione: questa battaglia avrebbe certamente richiesto una trattazione più lunga, tuttavia devo invitarvi a considerare che il narratore interno della vicenda – vale a dire Erfea – partecipando direttamente allo scontro dovette interrogare molti alleati e nemici prima di avere un quadro preciso di quanto era accaduto e, per questa ragione, il suo resoconto finale può sembrare più «asciutto» rispetto a una narrazione più approfondita ma – inevitabilmente – meno capace di raccontare una vicenda così grande e articolata.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

L’immagine in copertina è di Mikel Janin, «Battle of Azanulbizar»

«Il panico si impadronì allora della creature della Tenebra ed esse fuggirono dinanzi agli Ent o furono travolti dall’impeto delle loro forti braccia: Troll, Orchi o mastini che fossero, gli schiavi di Mordor furono sbaragliati e le schiere di Gil-Galad e di Elendil liberate dal mortale laccio che il Re Stregone aveva posto loro intorno; eppure, all’ala destra, le armate di Mordor, rinforzate dai cavalieri di Uvatha, tenevano ancora testa ai soldati di Isildur e di Glorfindel, sicché questi erano ormai prossimi a cedere, né avrebbero potuto essere in alcun modo raggiunti dagli Ent o da altra truppe dell’Alleanza, ché il Re Stregone mosse contro di loro i veterani del suo esercito, i Numenoreani Neri che portavano impresse sul proprio corpo le cicatrici di mille battaglie vinte. Nuova speme sorse allora nel cuore degli schiavi della Terra Nera, ché essi si avvidero della potenza dei loro padroni e presero ad esultare, consapevoli che se avessero impedito ai vari reparti del nemico di unirsi nuovamente, la vittoria sarebbe stata raggiunta.

Improvviso, un rauco corno fu udito nella piana e gli sguardi di tutti furono attratti dalla visione di piccole figure che giungevano da levante; esultanti, i cavalieri del Nemico si approssimarono ad andare loro incontro, ché credevano essere costoro i mercenari che i re dell’oriente avevano inviato in soccorso. Grande fu perciò la meraviglia e lo stupore dell’intero esercito di Mordor, allorché costoro udirono riecheggiare un nome per loro oscuro: “Khevialath! Khevialath!”(1) e si avvidero che costoro non erano uomini ma nani. Silenzio cadde allora fra quanti erano presenti nel campo di battaglia, rotto dal possente canto di battaglia di Erfea e di Groin, ché essi compresero quali aiuti erano giunti loro in quell’ora sì oscura; nuova speme sorse allora negli animi dei soldati dell’Alleanza, ché essi si avvidero che nuovi soccorsi giungevano e riacquistarono le forze che le crudeli ore di combattimento avevano sottratto loro. Incredulità si dipinse invece sui biechi volti degli schiavi di Mordor, ché essi non comprendevano da quale luogo fossero giunti quei nani le cui insegne erano sconosciute pressoché a tutti, eccetto a quelli della stirpe di Bavòr (2), che sino a quel momento si erano tenuti in disparte.

Lesti, i guerrieri travolsero qualunque resistenza venisse loro opposta; finanche i cavalieri di Uvatha fuggirono in preda al panico, ché i Nani della Sesta e della Settima casata erano numerosi e bene armati, né era possibile incutere loro timore, ché erano armati di una temibile arma, quale mai i Variag del Khand e i popoli dell’Harad avevano mirato: una mazza lunga ottanta pollici che i Nani impugnavano con entrambe le mani, mirando ai garretti dei destrieri dei nemici, sicché questi cedettero e furono travolti dai pesanti stivali che i figli di Aule calzavano.

Il panico si impadronì allora di quanti servivano nelle file di Mordor ed essi presero a fuggire, mentre il Re Stregone ordinava alle schiere di Bavòr di proteggere la ritirata delle sue truppe sul suo fianco sinistro; vana si rivelò tuttavia tale mossa, ché i Nani dell’Oriente travolsero finanche quest’ultima resistenza e permisero alle schiere di Isildur e di Glorfindel di spezzare le linee nemiche e di riunirsi ai loro congiunti. Grande fu allora la rovina degli eserciti di Mordor, ché essi subirono gravissime perdite, sicché solo un decimo dei guerrieri che avevano fatto il loro baldanzoso ingresso dagli ampi Cancelli della Nera terra fece ritorno alla dimora di Sauron, abbandonando nelle mani dell’Alleanza una gran quantità di viveri e di strumenti bellici di ogni sorta».

Note:

  1. Khevialath era il nome che i nani avevano attribuito ad Erfea: nella loro favella significa «Il lungimirante».
  2. La stirpe di Bavòr combatteva sotto le insegne di Mordor.

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Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

 

La Battaglia della Dagorlad – L’intervento di Uvatha e delle Grandi Aquile

Care lettrici, cari lettori,
siamo ormai quasi giunti al termine di una lunga serie di articoli incentrati sulla narrazione della grande battaglia combattuta dinanzi ai Cancelli Neri di Mordor alla fine della Seconda Era. In questo brano leggerete delle geste di Uvatha il Cavaliere, uno dei Nove Nazgul, e dell’arrivo delle Grandi Aquile, il cui intervento fu salvifico per evitare la sconfitta delle truppe dell’Alleanza…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Gli Orchi e gli Uomini si adunarono ancora una volta e mossero all’attacco, spronati gli uni dalla malizia del loro Oscuro Signore, gli altri dalle fruste dei loro aguzzini; i Cancelli neri si aprirono e nuove schiere presero parte alla battaglia ed erano costoro i cavalieri di Uvatha, Nono tra coloro che accettarono gli anelli del potere degli uomini, colui che le sue schiere temevano sopra ogni altro capitano di Sauron, eccetto il Re Stregone in persona. Implacabile era infatti l’odio di Uvatha verso le schiere dell’Occidente e si narra che egli fosse il più abile cavaliere della Terra di Mezzo, superiore finanche a Glorfindel e ad Erfea; rapidi i suoi diecimila cavalieri caricarono, travolgendo nel loro impeto alleati ed avversari.
Le trombe soffiarono e gli scudi furono scossi, sicché parve che nuovamente la sorte arridesse ai servi di Mordor: ritto sul suo crudele destriero il Signore dei Nazgul rise oscenamente e le sue truppe ne condividevano la letizia; eppure, come qualche giorno prima aveva profetizzato Cirdan del Lindon, vi erano voleri che neppure il crudele artiglio dell’Oscuro Signore avrebbe potuto arrestare. Giunsero infatti le possenti aquile di Manwe e parve ai nemici che fosse in atto una grande stregoneria, quale si sussurrava compissero i Priminati nell’oscuro delle loro dimore, ché una vasta selva parve muovere contro di loro e l’aree fu pieno dei rauchi richiami che i pastori degli alberi, gli antichi Onodrim, si rivolgevano l’un l’altro».

Suggerimenti di lettura:

La battaglia della Dagorlad – L’arrivo della cavalleria alleata

La Battaglia della Dagorlad – Morte di un eroe

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La battaglia della Dagorlad – La carica dei Mumakil

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La Battaglia della Dagorlad – L’arrivo degli Ent

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Dwar a colloquio con i Signori dell’Ovest

Il coraggio di Morwin e la morte di Oropher e Amdir

Il primo attacco ai Cancelli Neri

Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

Un’alleanza difficile

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

 

La battaglia della Dagorlad – L’arrivo della cavalleria alleata

Care lettrici, cari lettori,
riprendo in questo articolo la narrazione della grande battaglia combattuta alla fine della Seconda Era dinanzi ai Cancelli Neri di Mordor. Per recuperare gli altri episodi vi suggerisco di leggere i link che troverete in basso.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«All’ala sinistra, Erfea ed Elrond opponevano una strenua resistenza alle armate di Adunaphel, nonostante avessero subito gravi perdite; tosto, tuttavia, essi furono raggiunti dalle truppe di Gondor e spezzarono le linee avversarie, caricando il fianco sinistro dello schieramento centrale dell’armata del Re Stregone; rapido, costui ordinò ai possenti troll di montagna e di caverna di avanzare ed essi, sbucati dalle luride tane nelle quali erano occultati alla luce del sole, si avventarono su soldati di Gondor che giungevano recando seco soccorsi e ne trucidarono le avanguardie. Invero, fu detto che mai giunse sì prossimo alla vittoria il Capitano Nero, ché non vi erano più rinforzi che i suoi avversari potessero gettare nella mischia ed egli aveva ancora numerose armate che, richiamate dalla fortezza di Barad-Dur e dal valico di Cirith Ungol, attendevano silenti – al di là del Nero Cancello – un suo ordine per avanzare contro le superstiti truppe dell’Occidente; eppure, egli non sapeva che tosto sarebbero giunti i cavalieri del Lindon e del Rhovanion a muovere battaglia alle orde di Mordor e invero grande fu la sorpresa nel suo animo allorché furono uditi corni echeggiare nella desertica piana ed apparvero cinquantamila destrieri sormontati da Elfi e Uomini spietati.

Le schiere che avevano circondato l’ala sinistra dello schieramento dell’Alleanza furono travolte e calpestate dagli zoccoli dei cavalli del vespro; atterrite dall’improvvisa apparizione della cavalleria dell’Alleanza, le schiere di Mordor ondeggiarono, indi fuggirono, consentendo alle schiere di Aldor e di Herìm, ché costoro erano infatti all’avanguardia, di raggiungere le armate di Elendil e Gil-Galad, trucidando gli Orchi e gli Esterling che tenevo imprigionati in una morsa crudele le schiere dell’Occidente. Rapidi allora, nonostante la mole massiccia che ne caratterizzava i mostruosi corpi, i troll si avventarono sui cavalieri, squarciando i cavalli e scagliando i loro miseri resti contro i fanti nemici; ivi caddero molti nobili condottieri dell’Alleanza, ed Herìm ed Edheldin perirono travolti dalle rozze clave che le creature di Mordor impugnavano».

Per saperne di più:

La Battaglia della Dagorlad

Morte di un eroe

La Battaglia della Dagorlad – La strategia del Re Stregone

La Battaglia della Dagorlad – Una vittoria apparente…

La battaglia della Dagorlad – La carica dei Mumakil

La prima fase della battaglia della Dagorlad

Il discorso di incitamento di Gil-Galad ai soldati dell’Ultima Alleanza

La Battaglia della Dagorlad – Il catalogo delle forze alleate e nemiche

La Battaglia della Dagorlad – L’arrivo degli Ent

I piani di battaglia per la Dagorlad

Dwar a colloquio con i Signori dell’Ovest

Il coraggio di Morwin e la morte di Oropher e Amdir

Un giuramento infranto.

La follia di Amdir e Oropher

Un’alleanza difficile

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

La Battaglia della Dagorlad – Morte di un eroe

Care lettrici, cari lettori,
proseguo in questo nuovo articolo la narrazione della Battaglia della Dagorlad, combattuta alla fine della Seconda Era. Nel precedente articolo (clicca qui), avete letto delle strategie messe in campo dal Re Stregone per contrastare l’avanzata delle truppe di Uomini ed Elfi e del soccorso portato dai Nani (Naugrim) alle schiere dell’Alleanza: in questo capitolo leggerete del prezzo pagato dai Popoli Liberi per portare a termine questa manovra e impedire alle truppe del Re Stregone di trionfare sul campo di battaglia.

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«Indur, che sostava alla retroguardia con le sue legioni, si avvide del pericolo che le fresche ed esperte armate dei Popoli Liberi recavano seco, sicché il suo animo fu colmo di odio ed egli balzò in avanti, raggiungendo Naug Thalion nel bel mezzo della mischia; lesto come il serpente allorché addenta la sua sfortunata preda, il Nazgul colpì il prode signore dei nani al costato; la lama dello spettro andò in frantumi, ché invero gli usberghi in mithril forgiati nelle miniere di Moria erano impenetrabili e finanche le armi di uno dei Nove potevano ben poco contro di loro; l’anziano cuore del nano, tuttavia, non resse, ed egli si accasciò lentamente, stringendo nella sua morente mano l’arma che così tante vite aveva mietuto sin dal giorno in cui l’aveva ereditata dal padre.

Rise Indur, eppure la sua letizia si tramutò tosto in terrore, ché si avvide della rovina che i suoi fanti avevano subito per mano delle schiere di Gondor, sicché lesto fuggì nella tenebra, portandosi ove ancora i servi di Mordor resistevano».

Consigli di lettura:

La Battaglia della Dagorlad – La strategia del Re Stregone

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La Battaglia della Dagorlad – La strategia del Re Stregone

Care lettrici, cari lettori,
nel ringraziarvi per seguirmi con tanto entusiasmo (sfiorate ormai i 200 followers!), riprendo in questo appuntamento settimanale la narrazione della battaglia combattuta dall’Ultima Alleanza contro gli eserciti di Sauron. In questo brano avrete modo di scoprire la letale strategia portata avanti dal Re Stregone, il comandante di tutte le truppe dell’Oscuro Signore, in grado di mettere seriamente in difficoltà le armate dell’Alleanza…

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[l’immagine in copertina ritrae il Re Stregone (Er-Murazor), il Primo dei Nazgul, quando era ancora in vita, opera di Fabio Porfidia]

«Ignare di quanto sarebbe loro accaduto, le truppe dell’Alleanza marciarono a passo di carica, trucidando, durante la loro vittoriosa avanzata non pochi servi di Sauron; giunti che furono innanzi al Cancello, esse però subirono gravi perdite, ché in molti caddero trafitti dalle velenose frecce che arcieri invisibili ai loro occhi scagliavano dalle mura della fortezza; resosi conto di quanto accadeva, Gil-Galad ed Elendil diedero l’ordine immediato di retrocedere e, nel contempo, mandarono rapidi messaggeri affinché le ali muovessero all’attacco per coprire la loro ritirata: sorrise allora il Capitano degli eserciti di Mordor, ché si avvide essere le schiere dell’alleanza giunte ove non vi era protezione né da parte della retroguardia, né delle ali, sicché impartì l’ordine di attaccarli e di circondarli, di modo che i suoi nemici fossero costretti a difendersi piuttosto che ad attaccare: rapide, le legioni di orchi si disposero ai loro fianchi e alla loro spalle, finché le schiere di Elendil e di Gil-Galad non furono circondate ed esse dovettero contrastare i crudeli fanti haradrim e i possenti troll.

Cavalcalupi furono inviati presso Adunaphel ed Akhorahil ed entrambi gli Ulairi presero ad avanzare, nel tentativo di bloccare, o quantomeno ritardare, l’avanzata delle ali dell’Alleanza: invero abile si rivelò tale strategia, ché né Erfea o Elrond, né Isildur o Glorfindel poterono portare soccorso alle armate dei loro congiunti ed essi furono intrappolati tra l’incudine ed il martello, ché alcune schiere fra quanto servivano l’Occhio, resesi conto dell’esigua consistenza delle armate avversarie alle ali, presero ad avanzare impedendo loro di ricongiungersi finanche alla retroguardia e costringendo i Signori delle liberi genti ad opporre una eroica resistenza; lieti erano i malvagi cuori dei Nazgul, ché ogni cosa sembrava procedere secondo le loro aspettative, eppure costoro non mostravano di tener conto delle armate di Gondor che sostavano alla retroguardia, né delle schiere dei Naugrim e dei Silvani: costoro, infatti, avvedutosi che le armate dei popoli dell’ovest erano in palese difficoltà, lanciarono possenti grida di battaglia e si lanciarono all’attacco, travolgendo nel loro impeto ogni resistenza, che inutilmente i servi di Mordor tentavano di opporre loro; simile a Durin I allorché il mondo era giovane e le sale di Khazad-Dum gloriose, tale era il sembiante di Bòr e le schiere dei nemici arretrarono dinanzi alla sua furia, sicché i Naugrim riuscirono ad aprirsi un varco tra le file degli orchi e a raggiungere Elendil e Gil-Galad che ancora resistevano».

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La Battaglia della Dagorlad – Una vittoria apparente…

Care lettrici, cari lettori,
eccomi al consueto appuntamento settimanale per presentarvi un nuovo brano de «Il Racconto del Marinaio e della Grande Battaglia». Nel precedente articolo avete letto del primo attacco condotto dall’avanguardia di Sauron contro le forze dell’Alleanza, terminato però con la sua sconfitta. In questo articolo proseguirò la descrizione del primo atto della battaglia e dimostrerò come in guerra nulla debba essere mai dato per scontato…e che un glorioso e rapido successo può tramutarsi altrettanto velocemente in una sconfitta…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Lieti in volto, Gil-Galad ed Elendil compresero che le ali del Nemico erano state messe in fuga, ché i loro capitani non avevano saputo comprendere quale strategia sarebbe stata adoperata contro le loro schiere ed invero letale si era rivelata la mossa di Erfea di posizionare sull’ala i fanti armati di picche. Al centro, tuttavia, essi sapevano di aver innanzi un comandante quale mai i loro eserciti erano riusciti a sconfiggere in campo aperto, intriso della malizia di Sauron e profondo conoscitore delle tattiche e delle arti belliche dei popoli dell’Occidente; non appena il Re Stregone si avvide della grande rovina che le sue schiere avevano subito alle ali, diede ordine ad Akhorahil di condurre i suoi fanti sulla sinistra, ché essi erano bene armati e si sarebbero opposti con successo ai nani e agli elfi colà schierati, mentre Adunaphel inviò i suoi servi sull’ala destra, ove avrebbero incrociato le proprie lame contro i soldati di Elrond ed Erfea. Dopo aver operato secondo tali intenzioni ed aver impartito altri comandi ai cavalcalupi che conducevano la sua avanguardia, il primo Capitano di Mordor mosse all’attacco.

Lesti, i mastini di Dwar si scagliarono contro le linee dei fanti dell’Alleanza, ma essi perirono in gran numero, ché furono trafitti dai leggeri giavellotti scagliati dagli Elfi Silvani; inutilmente le schiere del Signore dei Cani tentarono di raggiungere i loro mortali avversari, ché costoro si rifugiarono all’interno delle linee centrali ed esse, logore per il gran correre, finirono trucidate dalle lunghe lame degli uomini di Arnor; tripudio e gioia si dipinsero allora sul volto dei soldati ed essi presero ad avanzare, convinti che non fosse saggio offrire nuovamente al nemico l’iniziativa.

Avvedutosi di quanto era accaduto, il Re Stregone ordinò alle schiere degli Orchi di avanzare a linee serrate, sperando che la superiorità numerica di costoro fosse sufficiente per spezzare lo schieramento nemico; a nulla valsero tuttavia la cieca furia e il grande odio che animavano codesti esseri, ché essi furono abbattuti dalle spade dei Dunedain e dagli acuti dardi degli arcieri elfici.

La paura sorse allora nel cuore dei servi di Mordor ed essi vacillarono, ché avevano subito notevoli perdite laddove le schiere del nemico erano rimaste pressoché integre, sicché l’armata di Mordor prese a indietreggiare, in principio molto lentamente, in seguito rapidamente, dando l’impressione in chi avesse assistito a tale manovra che la loro fuga si sarebbe interrotta solo dinanzi ai Cancelli Neri o, forse, al loro interno. Tosto, le schiere centrali dell’Alleanza avanzarono, galvanizzate dall’improvvisa fuga degli eserciti del Nemico ed avendo premura di sterminarli ancor prima che giungessero al di là delle muraglie che si estendevano tra gli Ered Lithui e gli Ephel Duath; inutilmente, dalle retrovie giunse un grido angoscioso ad udirsi, ché Thranduil non aveva obliato quanto era accaduto alle sue armate solo alcuni giorni prima e si avvedeva che codesta era una trappola».

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La battaglia della Dagorlad – La carica dei Mumakil

Care lettrici, cari lettori,
proseguo, in questo nuovo articolo, la narrazione della battaglia finale combattuta dinanzi al Cancello Nero al termine della Seconda Era. La scorsa settimana avevo spiegato quali posizioni avessero assunto le diverse armate schierate nella piana della Dagorlad (leggi qui). In questa fase, invece, vi racconterò della prima carica delle schiere di Sauron e della resistenza dei Numenoreani e dei Noldor.

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«Leste, le figure che erano all’orizzonte si approssimarono dinanzi ai guerrieri dell’Alleanza, sicché costoro si avvidero che erano i servi di Mordor, ché ora erano ben visibili i loro oscuri ed osceni stendardi e l’aria era offesa dagli strepiti e dalle urla degli schiavi dell’Oscuro Signore; rapidi, costoro avanzavano sulla desolata piana e la polvere sollevata dalle ruote dei loro carri e dalle feroci bestie che ne costituivano l’avanguardia oscurava il sole. Tosto la terra tremò e l’Orodruin eruppe in una terrificante eruzione, sicché lapilli e scorie furono scagliati nel cielo e la tenebra avvolse nel suo mortale abbraccio Anor; tali erano le intenzioni di Sauron, ché egli sperava potesse venire meno l’ardore e la fierezza che avevano condotto i suoi nemici ove mai avrebbe creduto sarebbero giunti; ma nessun sortilegio, nessun inganno poté incutere timore nel cuore dei figli di Iluvatar ed essi attesero, impavidi come le scogliere del vasto mare allorché Osse ruggisce furioso, che le schiere di Mordor si approssimassero.

Imponente era l’armata che il Signore di Mordor aveva radunato, sicché parve che l’intera piana non potesse accoglierla tutta nel suo seno: in prima fila erano i mastini di Dwar ed essi correvano lesti, ansiosi di affondare i possenti canini nelle gole degli Uomini e degli Elfi; a breve distanza, seguivano le legioni di Orchi e altre creature originate nei profondi pozzi di Barad-Dur, ed essi erano una moltitudine, i biechi visi distorti dal feroce odio che animava le loro membra. A destra erano i temibili Carrieri e i rapidi cavalieri del Nemico, le cui letali scimitarre e le acute lance si sarebbero presto scontrate contro le pesanti armature d’acciaio dei fanti dell’Alleanza. A sinistra avanzavano, lenti nel loro maestoso incedere, i mumakil di Indur ed egli spronava con secchi ordini gli Haradrim che conducevano i possenti animali alla carica, sicché apparve chiaro che essi sarebbero stati i primi ad attaccare fra quanti seguivano l’avanguardia di Dwar. Ancora invisibili agli occhi dei Secondogeniti, ma non già a quelli degli Elfi, Numenoreani neri e Troll di caverna procedevano lentamente a formazione serrata, consapevoli che non era ancora giunto il tempo in cui si sarebbero scontrati con le armate dell’Ovest.

Dei nove spettri dell’Anello, ben sette erano presenti allorché la battaglia della Dagorlad, che molti destini decise, ebbe inizio: oltre a Dwar e ad Indur, erano anche Khamul all’ala destra e Hoarmurath, laddove, coloro che erano stati in vita Signori di Numenor, sostavano alla retroguardia e il Signore dei Nazgul era con loro, terrificante a vedersi sul suo nero destriero mentre impartiva gelidi ordini nella lingua degli schiavi di Sauron. Leste, le prime schiere avanzarono a passo di carica, le spade denudate dai sudici foderi e le lance abbassate: ancor più rapidamente, tuttavia, essi proruppero in angosciose grida, ché i dardi scagliati dagli arcieri dell’Alleanza trafissero i loro corpi, sicché in molti trovarono la morte all’inizio della pugna.

All’ala sinistra dello schieramento nemico, i Mumakil erano nel frattempo giunti a misurarsi contro i manipoli di fanti ed arcieri elfici; allora si udì una gran fanfara di corni e tamburi, ed i Nani avanzarono dalla retroguardia, mostrando ai conducenti degli animali le terrificanti maschere che essi adoperavano per proteggere il volto dagli attacchi nemici e per incutere in loro il terrore. Sconvolti da tali apparizioni e disorientati dal frastuono che gli araldi provocavano con i loro strumenti, i mumakil si smarrirono e si sbandarono, incuneandosi profondamente fra i passaggi che erano stato lasciati aperti tre le schiere dell’alleanza appositamente a tale uopo. Agonizzanti, furono uditi i loro gridi di morte ed essi caddero trafitti dalle frecce e dalle lance che gli Eldar scagliarono loro contro, mentre coloro che erano alla retroguardia, in preda al panico per quanto era accaduto a coloro che ne guidavano il branco, fuggirono terrorizzati, travolgendo nell’impeto della loro fuga gli stupefatti servi di Mordor; invero grande fu la strage che i Mumakil provocarono tra le file degli eserciti di Sauron sicché per lungo tempo l’ala sinistra del nemico cedette e gli Ulairi furono impegnati nel restaurare l’ordine tra le fila.

A destra, ove erano Khamul e Hoarmurath, grandi furono lo stupore e la gioia allorché costoro si resero conto che non vi erano cavalieri del nemico ad opporsi loro, ché essi massimamente temevano le genti del Lindon e del Rhovanion: lesti, simili a rapidi strali che il cielo impietoso versi sul capo dei mortali, i cavalieri di Mordor si lanciarono in una folle corsa, denudando le scintillanti lame e alzando le robuste lance, eppure i loro progetti naufragarono rapidamente, ché essi non avevano fatto i conti con la sapiente disposizione tattica che i Signori dell’Occidente avevano escogitato. Coloro che erano, infatti, alla retroguardia, furono abbattuti dai dardi infuocati che gli archi d’acciaio di Numenor scagliarono contro di loro; impauriti dal fuoco, i cavalli si imbizzarrirono e a stento furono ricondotti all’ordine da coloro che li cavalcavano. Quanti erano, invece, all’avanguardia, per un breve istante esultarono, ché avevano evitato di essere colpiti dai dardi nemici ed erano ora vicini alle linee dei fanti dell’alleanza, sicché spronarono i loro destrieri, sperando che l’impeto della loro cavalcata avrebbe atterrito gli arcieri e che costoro si sarebbero rifugiati dietro le linee dello schieramento centrale, abbandonando, in tal modo, l’intera posizione nelle loro mani; eppure, ogni loro attesa svanì allorché essi furono trafitti dalle picche che i fanti gondoriani impugnavano, né nulla potevano le loro esili armi contro le armature forgiate secondo gli antichi insegnamenti che Aule aveva impartito ai suoi figli sicché in gran numero perirono, disperdendosi nella bruma della notte».

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