Numenor: Game of Thrones (parte V ed ultima). La giustizia di Pharazon

Care lettrici, cari lettori, bentrovati. Concludo in questo articolo la narrazione del racconto «L’Ombra e la Spada», approfondendo la personalità di Pharazon, il pretendente al trono di Numenor. Fino a questo punto del racconto, infatti, la sua figura è apparsa in secondo piano, oscurata non solo da quella dei Nazgul, ma anche dagli altri numenoreani ribelli più anziani. Mi è sembrato importante, dunque, cogliere un aspetto importante del suo carattere, ossia la sua intrinseca crudeltà; cresciuto senza alcuna regola e, per converso, alimentato da una gelosia crescente verso la cugina Miriel, Pharazon era diventato un giovane sadico e spietato; non abbastanza lungimirante, tuttavia, per evitare di finire schiacciato da esseri molto più crudeli e furbi di lui. In questo articolo, inoltre, giungono a maturazione anche i piani finali dei Nazgul e dei loro complici per impadronirsi del potere…e si vedrà che, alle volte, anche una piccola svista, un errore a prima vista trascurabile, può rivelarsi determinante per decretare il fallimento del migliore progetto…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

P.S. Presto avrete l’occasione di ammirare nuove illustrazioni!

Nell’immagine in alto potete ammirare la città di Armenelos, capitale del regno di Numenor.

«Akhôrahil ed Adûnaphel, l’uno alla destra, l’altra alla sinistra del loro oscuro Capitano, presero a mormorare un basso canto, le cui parole evocavano nelle menti degli sprovveduti mortali che avessero udito i loro echi, nient’altro che follia e panico; Er-Murazôr, al contrario, concentrò ogni sua attenzione sull’anziano Khôrazid, ché questi, oramai, non era più di alcuna utilità al suo Padrone e, senza pronunciare parola alcuna, evocò con un rapido gesto della sua sottile mano, dalle profonde tenebre che il canto dei suoi sottoposti avevano ispessito, una creatura quale gli uomini non dovrebbero mai scorgere, finanche nei loro più angoscianti incubi, allorché ogni ragione sembra essersi smarrita e l’eco di ancestrali paure sembra concretizzarsi dinanzi ai loro occhi. Il demone avanzò e invisibile agli occhi dei Numenoreani, balzò ratto sull’Ammiraglio, e per un solo istante, gli si rivelò nella sua terrificante forma, svelandogli il suo vero nome; Khôrazid si portò entrambe le mani al collo e stramazzò al suolo, mentre un’espressione di terrore indicibile a narrarsi gli si dipingeva sul volto sfigurato. Fra coloro che erano in quella sala, solo Pharazôn e i Nazgûl conoscevano quanto realmente si era verificato e a lungo tacquero su questo; gli altri, al contrario, videro un’inspiegabile follia impossessarsi di Ântenora e spingerla a trucidare con inusitata violenza il suo coniuge: inorriditi, essi gridarono angosciati e domandarono a gran voce che fosse fatta giustizia: Pharazôn, allora, chiamò a sé le sue guardie, delle quali nessuno sino a quel momento aveva sospettato l’esistenza, e diede loro ordini affinché la donna fosse catturata. I soldati eseguirono con spietatezza il compito che era stato loro assegnato, infine si voltarono al loro principe e chiesero con quale pena fosse colpita la Numenoreana: Pharazôn, allora, quasi obbedendo ad un ordine che altri aveva sussurrato al suo orecchio molti anni prima, afferrò brutalmente la donna per i capelli, nonostante quella gemesse e si proclamasse innocente, e domandò a gran voce: “Quale verdetto volete che io pronunci dinanzi a questo crimine? Rispondete, o Numenoreani!” Essi, in tutta risposta, levarono a gran voce un solo grido: “La punizione che gli Antenati erano soliti pronunciare in casi come questi!” Il cugino della regina, allora, afferrò la lama che il capitano delle sue guardie gli porgeva e con un rapido colpo decollò la vittima, lasciando cadere a terra subito dopo le sue tristi spoglie. Esultarono i principi allorché la condanna fu eseguita dinanzi ai loro occhi ed essi presero a sorridere ferocemente, ché, ora lo comprendevano bene, un simile fato avrebbe colpito tutti i loro nemici, i quali, ancora ignari di quanto sarebbe da lì a breve accaduto, riposavano nelle loro avite dimore: inebriati dal sangue versato in quella oscura sala, avrebbero a lungo perseverato nelle loro espressioni di feroce gioia, se non avessero udito una gelida voce risuonare alta fra quante commentavano i fatti di recente accaduti: “Principi di Numenor, rallegratevi, ché una solida guida avete scelto sulla strada per il potere ed essa non vi tradirà mai; esultate, ma siate più cauti nelle esternazioni della vostra gioia, almeno sino a quando tutti i vostri nemici non saranno stati abbattuti ed il Nuovo Ordine non regni sovrano su queste contrade. Credete, infatti, che sia semplice sconfiggere i Paladini? Alcuni, non ne dubito, saranno uomini di infima qualità e di scarso coraggio; non è, tuttavia, da simili nemici che dovreste guardarvi le spalle, ma da coloro i quali, chiusi nelle loro ricche dimore, tramano ancora e sempre contro il vostro successo”.

Ëargon, il quale era fra tutti il più inebriato per quanto accaduto, rispose sprezzante, per nulla temendo la reazione del Signore degli eserciti di Mordor: “Brethil è anziano, e non è troppo lontano il giorno in cui spirerà; quanto ad Amandil, credo che Khûriel abbia espresso l’opinione di tutti noi, ché sarà sufficiente evitare di minacciare palesemente la regina, pur di ottenere il suo tacito assenso alla nostra impresa. In verità, dunque, l’unico Paladino verso il quale dovremo adoperare la forza delle armi sarà Ërfea ed egli, sebbene sia sufficientemente abile nell’adoperare la spada, è pur sempre un mortale e nulla potrà contro le nostre gloriose armate”.

“Non sottovalutare la stirpe dei principi dell’Hyarrostar – tale fu la gelida risposta che Er-Murazôr pronunziò – ché essi sono Paladini di un valore superiore a quello che le tue sciocche parole hanno con imprudenza assegnato loro. Gilnar, sebbene sia giunto al termine dei suoi giorni, è un veterano sopravvissuto a molte battaglie ed il suo nome è ancora riverito tra gli eserciti di Numenor; quanto ad Ërfea, oserò dire, in questa ora incerta per i fati di molti fra voi, che è destinato a superare in possanza il padre, Brethil e finanche Amandil, che pure è il più esperto fra i Paladini dell’Accademia e detiene il titolo di Maestro Supremo: tuttavia, l’ora della gloria per il giovane principe numenoreano non è ancora giunta ed egli è un guerriero poco esperto, se paragonato ad alcuni dei suoi avversari – e qui parve a tutti che il consigliere di Pharazôn alludesse a sé stesso e ai suoi compagni – sicché non dovremmo preoccuparcene oltre misura”.

“Tuttavia – parlò irato Ëargon, il quale non tollerava che alcuno osasse contraddirlo – egli resta pur sempre l’amante di Miriel; non credi che tenterà di scendere a patti con i suoi antichi nemici, allorché avrà sentore che la sopravvivenza della regina sia in pericolo?”

“Non hai compreso i nostri piani, dunque? – lo rimproverò il Re degli Stregoni, palesemente irritato dai dubbi che le parole del giovane ammiraglio tradivano – La sovrana non dovrà essere minacciata in alcun modo, sicché ella non debba ritenere di ricorrere alla protezione dei suoi Paladini; quanto ad Ërfea – e qui il suo sguardo cadde minaccioso su quanti erano intorno alla sua ombra – dovrà essere tratto in catene per essere condotto ove non sarà più in grado di nuocere, né dovremmo preoccuparci che possa arrecare in alcun modo danno al nuovo sovrano” concluse, volgendo un cortese cenno del capo a Pharazôn, il quale, per tutta risposta e con grande sorpresa dei presenti, si levò dallo scranno e gli si inchinò profondamente.

Khûriel, la quale, in verità, aveva intuito cosa celassero le parole pronunciate da Er-Murazôr, annuì: “Figlio di Morlok, davvero conosci poco del nemico verso il quale nutri, per invidia o per paura non saprei dire, un odio sì profondo: egli, infatti, non rinuncerà a sacrificare la sua vita per la salvezza dello Stato e dei suoi compagni, ma non accetterà che i suoi sentimenti lo inducano a mostrar maggior clemenza verso quanti attenteranno nei confronti dell’Ordine e del Popolo; non esiterebbe, qualora il corso degli evento dovesse porlo dinanzi a questa scelta – senza alcun dubbio per lui molto gravosa – a condannare la stessa Tar-Miriel all’esilio, se ella dovesse mostrarsi troppo tollerante verso i suoi nemici. In verità, miei cari camerati – aggiunse la donna dopo aver riflettuto – Ërfea è un uomo quale pochi fra i suoi compagni o i suoi avversari possono ammettere di conoscere bene e il fine ultimo di molte sue azioni è destinato a rimanere celato per molto tempo ancora: oso credere, infatti, che finanche la stessa Tar-Miriel non abbia compreso il suo cuore e sia innamorata di un’ombra, quale il figlio di Gilnar non è, né mai sarà”.

“Simili elucubrazioni sfuggono alla mia lungimiranza – commentò pensoso il Re degli Stregoni – tuttavia il fato di Ërfea si compirà al di là di questa isola ed egli, a prescindere dall’esito della lotta che tosto avrà inizio, avrà l’animo infranto dal dolore della perdita o della sconfitta: qualora, infatti, dovesse ottenere il successo sulle nostre armate, pure dovrebbe punire la regina per non aver sostenuto i suoi Paladini e l’ingresso al suo dolce talamo gli sarebbe per sempre negato. Persa la battaglia, invece, il Terzo Ammiraglio di Numenor dovrà, ad ogni modo, conoscere l’onta della sconfitta, alla quale, inevitabile, si aggiungerà il disprezzo di colei che un tempo aveva amato sì profondamente, ché, dica pure Khûriel quanto il suo cuore avverte, pure il sentimento che lo lega alla bionda fanciulla è veritiero e profondo”. Così parlò il Re Stregone e nessuno osò contraddirlo; egli, tuttavia, non espresse a voce alta i suoi reconditi pensieri, ché, in verità, aveva compreso quanto la stessa figlia di Tar-Palantir, contrariamente alle parole pronunciate con veemenza da Khûriel,  contraccambiasse con forza il sentimento che lo legava al principe e se, talvolta, accadeva che esitasse nel mostrarlo apertamente, ciò avveniva solo per timore di dover ottenere una risposta che l’avrebbe intristita e condotta verso un grande dolore, incapace come era di leggere nelle reali intenzioni di Ërfea.

Adûnaphel, la quale aveva prestato molta attenzione alle parole pronunciate dal suo Capitano, allora interloquì e la sua voce si levò alta: “Nessuno di noi oserà levare la mano contro il Morluin ed egli sarà ignorato almeno finché non avremo vinto la guerra: che la morte ed il disonore si abbattano su quanti ignoreranno l’avvertimento dei consiglieri di Pharazôn.”

Ëargon, il quale era in verità propenso ad ignorare quanto il Re degli Spettri aveva ordinato, a malincuore mutò parere, allorché si avvide che la principessa al suo fianco lo sosteneva e si convinse ad abbandonare, almeno per i primi tempi, ogni disio di vendetta sul Morluin, verso il quale, come Khûriel aveva compreso, egli nutriva un sentimento misto di invidia ed ammirazione; quanto al giuramento stretto nelle mani del suo nuovo signore, il giovane ammiraglio lo considerava nient’altro che una vacua formula, la quale l’avrebbe tutelato da ogni vendetta dei suoi guerrieri, almeno finché fosse rimasto in vita. L’orgoglio si accrebbe nel cuore di Ëargon e nella sua mente scorsero, vivide, le immagini di un futuro non troppo lontano, nel quale egli avrebbe impugnato lo scettro di Numenor ed Adûnaphel sarebbe stata regina al suo fianco, mentre Tar-Miriel la schiava con la quale trastullarsi a suo piacimento; nessuno, fra questi desideri, era però sconosciuto ai Nazgûl e diffidenza nacque nel loro cuore nei confronti dei figlio di Morlok, ché si avvidero quanto la sua ambizione fosse smisurata; non ignorarono, tuttavia, che egli avrebbe potuto svolgere un ruolo di primaria importanza, figurando dinanzi agli occhi dei Paladini come il nemico più pericoloso da combattere: se fosse caduto in battaglia, la sua perdita non sarebbe stata considerata irreparabile; se, al contrario, fosse sopravvissuto, la stessa Adûnaphel si sarebbe incaricata di ucciderlo, dopo che i suoi sensi avessero goduto della sua giovinezza e del suo ardore. Er-Murazôr, il quale aveva compreso quali malvagi pensieri nutrisse il nero spirito della Spadaccina, sorrise e assentì leggermente con il capo, mentre colei che era stata presentata come la Principessa delle Terre dell’Aurora, si inchinava con femminile grazia, avendo intuito la sua volontà, la quale, in verità, derivava da quella di Sauron in persona.

Akhôrahil, lieto che fosse stato finalmente raggiunto un accordo, parlò: “Non è sufficiente, o camerati, che abbiate prestato giuramento al nostro signore, ché i nostri nemici non saranno sconfitti solo dalla nostra ritrovata unità di intenti: è necessario, dunque, che si trovi un pretesto per scatenare un conflitto che vedrà i loro destini incontrare un fato di morte: se i vostri pareri saranno favorevoli, mi appellerò alla vostra saggezza e lungimiranza perché un solco, ancor più profondo di quanti fino ad oggi il destino ha voluto che esistessero fra la regina ed il suo amante, separi definitivamente i due giovani.”

I Numenoreani, molti dei quali nutrivano un forte rancore nei confronti del principe dell’Hyarrostar, lanciarono grida di giubilo allorché il Quinto fra i Nazgûl si ebbe rivolto loro e domandarono a gran voce quale fosse il suo piano: “O sommo fra i principi del fato, rivelaci dunque quali sono i tuoi intenti!”

“Camerati, non vi è volontà che non possa essere piegata, non vi è spirito che non possa essere dominato, non vi è mente che non possa conoscere il giogo della schiavitù, se di essa è noto il nome segreto: nessuno fra noi conosce, tuttavia, quale sia quello del Morluin ed egli si è dimostrato negli anni invero prudente ed accorto nel pronunciarlo ad alta voce”.

“Credi che quanto hai testé affermato costituisca per noi motivo di sorpresa? – interloquì sprezzante Azâran, il quale, sino a quel momento, non aveva preso parte ad alcuna discussione – Erfëa è un paladino: vuoi forse che si comporti diversamente da quanto il codice del suo Ordine dispone? Un paladino è solito non rivelare ad alcuno il proprio nome, a meno che questi non abbia contratto con quello un giuramento che l’obblighi al silenzio su tale rivelazione: solitamente, solo il consorte viene a conoscenza del reale nome del paladino suo sposo; non potremmo mai, perciò, ottenere questa informazione, né adoperando la forza, né l’astuzia, ché Erfëa non è vincolato a nessuno e questo dovresti saperlo bene”.

Akhôrahil rivolse un ironico inchino all’anziano principe, infine pronunciò parole sarcastiche: “Ti ringrazio per l’approfondita lezione sull’Ordine dei Paladini; se la tua presenza fosse venuta a mancare quest’oggi, dubito che altri avrebbero saputo parlare con tanta arguzia ed erudizione. Non capisci? – mentre pronunciava tali parole, il suo tono si indurì – il figlio di Gilnar è legato alla regina ed essi si frequentavano ancor prima che questi abbandonasse il nome paterno: ella conoscerà, dunque, il suo vero nome[1]”.

Molti signori annuirono e presero a congratularsi con il Nazgul per la sua astuzia; inaspettatamente, tuttavia, e per buona sorte di Erfëa e di Tar-Miriel, la glaciale voce di Er-Murazor si levò fra lo stupore ed il terrore dei presenti: “Quanto affermi, Akhôrahil, sarebbe stato vero qualora il nostro principe si fosse dimostrato uomo colmo di quei sentimenti che gli abitanti di queste contrade coltivano con grande passione e che sono soliti essere espressi nelle ballate e nelle romanze suonate durante le feste di primavera; tuttavia, il Morluin non è incline a queste emozioni e considera la salvezza del regno un bene più grande di quello che un’emozione rubata tra il tramonto e l’alba potrebbe procurargli. Lo spirito del Paladino della casa degli Hyarrostar è freddo e razionale ed egli mai si sarà arrischiato a rivelare il proprio nome ad una donna: non è capace di simili confessioni”. Le convinzioni dell’uditorio vacillarono e furono sostituite da dubbi ed inquietudini: solo, ché egli altri erano troppo atterriti per parlare, il Quinto fra i Nazgûl osò esprimere il suo dissenso: “Eppure, concorderai su questo, il figlio di Gilnar ama teneramente la sua regina ed ella era un tempo la sua più fedele confidente”.

“Questo lo credi tu – gli rispose il Capitano Nero – I miei sensi scorgono sì un sentimento amoroso dibattersi nel petto di Erfëa, eppure esso è così nascosto che dubito profondamente possa spingerlo a sussurrare all’orecchio della sua amata una parola così imprudente da pronunciare”.

Azâran, avvedutosi che il suo pensiero era simile a quello del Capitano Nero, si pronunciò in favore di questi, né egli aveva alcuna simpatia per Akhôrahil, del quale, come altri, diffidava profondamente: “Perfino nell’esprimere i propri sentimenti il Morluin dimostra profonda conoscenza del Codice: in esso, infatti, è scritto che il Cuore parla attraverso la voce del Silenzio; se egli si fosse invaghito di una Paladino, ecco che quella, forse, avrebbe saputo comprendere il suo silenzio; eppure, non fu forse Miriel stessa, allorché era ancora re suo padre, ad abbandonare l’Accademia per dedicarsi all’incarico che sapeva esserle presto destinato?”

“È vero – concordò Khûriel – sembra che Miriel non tollerasse il duro addestramento al quale era stata sottoposta e che la sua fuga dall’Accademia avesse infuriato profondamente Ërfea”.

“Ho conosciuto un’altra versione del medesimo evento – interloquì Ëargon – secondo la quale fu lo stesso Ërfea a rifiutarsi di prendere come sua allieva colei che sarebbe stata un domani regina, perché i sentimenti che provava per lei gli impedivano di attenere ai suoi doveri.”

“Sia come sia – lo interruppe con forza il Capitano Nero – la regina di Numenor non conosce il reale nome del nostro più pericoloso avversario e se provassimo a sottoporla a tortura per ottenere dalla sua bocca informazioni che mai potrebbe darci, non otterremmo altro che un rifiuto ed un pericoloso irrigidimento delle sue posizioni nei nostri confronti.”

Akhôrahil, scaltro eppure timoroso nei confronti dell’autorità del suo Signore, chinò il capo in segno di resa e sospirò: “Cosa proponi, dunque?”

“È necessario, ancor prima di contrarre battaglia contro i nostri nemici, che uno di noi sieda al Consiglio dello Scettro, ché in tal modo ci sarà più semplice influenzare la debole mente della regina ed allontanarla dai suoi Paladini”.

Ëargon, il quale aveva un animo sì ambizioso da non temere alcuna conseguenza delle sue azioni, finanche delle più crudeli ed infami, si fece avanti e propose la propria candidatura ad un tale ruolo: dichiaratisi che furono gli altri principi a favore di tale soluzione, Er-Murazôr, il quale, in verità, auspicava che il figlio di Morlok si offrisse per un simile incarico, si rallegrò e gli affidò un compito tanto abietto quanto periglioso: “Giovane Ammiraglio, il tuo animo è forte e nutre grande bramosia di potere; solo, fra coloro che hanno autorità nel Consiglio dello Scettro, tuo padre potrebbe ostacolare ogni tuo progresso, avendo a tema che il tuo giudizio possa essere troppo immaturo rispetto a quello degli altri consiglieri: per tale ragione, liberati della sua influenza perniciosa e reclama a te quanto il Fato ha decretato che fosse tuo diritto ottenere”.

Sulle prime, Ëargon dubitò, non perché provasse alcun sentimento di pietà nei confronti dell’anziano padre, essendo la sua mente ed il suo cuore già corrotti, ma a causa della difficoltà che tale missione comportava: egli, infatti, si avvedeva di essere nient’altro che una semplice pedina nelle mani di forze ben più grandi di lui, eppure, fu tanto arrogante quanto sciocco da credere che le stesse potenze che oggi lo obbligavano a percorrere un sentiero periglioso, un domani egli potesse ambire a dominare. L’ammiraglio prestò allora giuramento nelle mani di Adûnaphel e si avvide che esse erano calde al tatto e profumate all’olfatto, sicché forte crebbe nel suo spirito la lussuria e l’ambizione di farla sua; questa, alla quale non erano sfuggite le reali intenzioni del figlio di Morlok, si decise ad assecondare ogni suo disio, finché Pharazôn non fosse stato proclamato Sovrano di Numenor ed i piani del suo Padrone non fossero stati realizzati.

I Principi di Elenna, allorché si avvidero che ogni cosa era compiuta, si inginocchiarono ancora una volta ai piedi del futuro re e lo acclamarono per tre volte; infine, ad un suo cenno, abbandonarono l’oscura sala e si dispersero come foglie nella gelida nebbia dell’alba,  custodendo ciascuno nel proprio cuore il ricordo di quanto era accaduto quella notte colma di terrore e di meraviglia e della quale, in verità, non recarono che una pallida reminiscenza, che divenne sempre più sbiadita man mano che il sole reclamava il suo dominio: le notti future, tuttavia, afflissero i loro spiriti con incubi di ogni sorta ed essi non ebbero più alcun riposo sin quando il loro fato non si fu compiuto ed esso, se le storie che si narrano dinanzi al fuoco sono vere[2], fu invero terribile ed atroce, ché furono divorati dall’oscuro potere che avevano contribuito, per arroganza e per vanagloria, ad accrescere».

Fine

Note

[1] Cfr.  «Il racconto della Rosa e dell’Arpa».

[2] Segue una nota, scritta da Erfëa, a proposito del destino ultimo dei principi che avevano preso parte al consesso degli Uomini del Re: Azâran perì nell’incendio che consumò la sua dimora e che alcuni affermano essere stato appiccato dai servi di Akhôrahil, essendo questi desideroso di appropriarsi delle sue ricchezze; Ëargon fu trucidato da Adûnaphel (si veda anche il racconto de «Il marinaio e l’infame giuramento»); Khûriel, infine, morì a causa di un misterioso morbo che contrasse allorché, resasi conto che era ormai nel novero dei nemici del nuovo sovrano, fuggì nel regno dei Chey e trovò ospitalità presso il signore di quella contrada, il quale era in realtà Ren il Folle, Ottavo tra i Nazgûl. Sulla sorte di Pharazôn, al contrario, non vi sono notizie certe: secondo i Saggi fra i Noldor, egli, intrappolato dalla volontà di Iluvatar nelle Caverne dell’Oblio, attende ancora l’ultima alba, giunta la quale prenderà parte alla battaglia finale contro Morgoth ed i suoi servi; secondo i Fedeli, invece, il suo corpo, distrutto dall’ira dei Valar, non sarebbe mai stato più ritrovato.
È noto, tuttavia, che all’indomani della Caduta, sulla spiaggia dinanzi alle mura di Pelargir, fu rinvenuto un cimelio la cui presenza lasciò stupefatti tutti gli Uomini che lo esaminarono: era, infatti, la corona di Ar-Pharazôn ed essa risultava integra, non avendo perduto alcunché del suo splendore; i Fedeli la raccolsero e la condussero ad Osgiliath, ove, in quei giorni, si trattenevano Elendil l’Alto ed i suoi figli. I consiglieri del figlio di Amandil, allora, pregarono il sovrano di distruggere il cimelio, ancorché fosse di mirabile fattura e piacevole a vedersi, ché esso era stato forgiato a Mordor e recava seco incisi incantesimi esiziali per i seguaci dei Valar: Elendil, scagliata con forza la corona nelle fornaci della città, decretò che nessuno, pena la morte, avrebbe dovuto impossessarsi dell’oro ormai informe e delle gemme ancora splendenti: egli stesso, accompagnato da Erfëa, si recò poi sul promontorio del Belfalas, lì ove, secoli dopo, sarebbe sorta la città di Dol-Amroth, e restituì l’oro maledetto al mare dal quale era giunto, mentre le gemme, che provenivano dal tesoro di Miriel, su suggerimento del Sovrintendente dei Reami in esilio, furono incastonate nei diademi che, da allora, indossarono le donne della famiglia reale nelle occasioni solenni.

Numenor: Game of Thrones (parte IV): Un sovrano per domarli tutti.

Care lettrici e cari lettori, bentrovati. Dopo essermi dedicato alla stesura del Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio» del quale consiglio la lettura per chiarire dubbi o semplicemente rinfrescare la memoria sui protagonisti che agiscono in questo articolo, ritorno alla narrazione del «Racconto dell’Ombra e della Spada». In questo brano verranno alla luce le divisioni esistenti fra i Fedeli, delle quali sapranno approfittare Pharazon e i Nazgul suoi consiglieri per costringere gli altri Numenoreani ribelli a sostenere la sua candidatura al trono. A proposito dei Fantasmi dell’Anello, mi piace sottolineare come in questa parte del racconto abbiano un ruolo fondamentale, soprattutto a livello oratorio: credo che questa sia una profonda differenza rispetto alle opere di Tolkien, nelle quali, invece, i Nazgul proferiscono poche parole, legate essenzialmente alla caccia dell’Anello e del suo portatore…per non parlare, poi, del celebre dialogo Re Stregone vs Eowyn, ormai reso oggetto (anche) di numerose parodie sul Web.

P.S. L’immagine che ho scelto come illustrazione principale per questo articolo, in effetti, non è ispirata alle vicende numenoreane, ma a quelle raccontate ne «La Caduta di Gondolin». Con un po’ di fantasia, tuttavia, non è impossibile immaginare che la figura corrispondente ad Idril sia Miriel, e che quella riferita a Maeglin sia invece Pharazon. Per quanto non abbia mai fatto cenno (almeno fino ad ora) ai trascorsi esistenti tra i due cugini, non è forse suggestivo immaginare che Miriel sospettasse fin dall’inizio delle oscure ambizioni di Pharazon? (osservate lo sguardo che Idril, la dama dalla bionda capigliatura, rivolge a Maeglin per rispondere a questa domanda). Buona lettura, aspetto come sempre i vostri commenti!

«Malumore e timori serpeggiavano ancora fra i Numenoreani, sicché Akhôrahil così ammansì i loro animi: “Amici, camerati di vecchia data, perché consumare nel nostro sangue la vendetta che noi tutti vogliamo ottenere su altri? Non sarò certo io a decantare le lodi di colei che così ferocemente ha tranciato i fili dell’esistenza di Dôkhôr, eppure, se le mie parole rivestono ancora importanza fra voi, dirò che ha agito secondo giustizia, né questo deve sembrarvi in contraddizione con quanto poc’anzi ho riferito, ché sovente essa si mescola alla ferocia, né, in tempi bui come questi, ove stolti governanti ed infidi ministri desiderano abolire diritti che i nostri antenati si procurarono versando il loro sangue in epiche imprese, è possibile agire in modo diverso. Io scorgo nei vostri occhi la medesima voglia di vendetta che si agita nel mio petto e che vorrei condividere con voi tutti: vendetta contro Tar-Miriel, vendetta contro Ërfea e Brethil, vendetta contro tutti coloro che tramano alle nostre spalle, fingendo di offrirci la loro amicizia in cambio del nostro silenzio. Il principe Dôkhôr è morto, e questa circostanza – spiacevole, indubbiamente – ci offre, tuttavia, la seguente scelta: obliamo tutti gli antichi rancori di cui la vittima – per ambizione personale o per poca lungimiranza non saprei dire – era portavoce e uniamoci al fine di salvaguardare le nostre esistenze. Ricordatelo, o Numenoreani – concluse poi, ritirandosi lentamente verso lo scranno di Pharazôn – i nostri nemici non sono in questa sala, ma dimorano oggi nelle vetuste aule della reggia di Armenelos”.

I Numenoreani allora si acquietarono e si sedettero nuovamente: Khûriel, che fra le Signore di Andor era quella più anziana e temuta, si levò allora dal suo scranno – unica fra tutti a non averlo abbandonato quando i suoi camerati erano stati presi dal terrore e dal panico – e così parlò: “Sei saggio e risoluto, mio signore; entrambi, lo sappiamo bene, condividendo la conoscenza delle arcane scienze che sono prerogativa di ben pochi iniziati, siamo giunti alla medesima conclusione, né è possibile attendere ancora, ché se così agissimo, ci comporteremmo invero stoltamente”.

Akhôrahil trasalì allorché udì le parole pronunciate così avventatamente dalla donna: ella osava paragonarsi ad uno degli immortali capitani di Sauron! Tanta audacia non poteva essere lasciata impunita! Egli formulò allora rapido nella propria avvizzita mente le parole che avrebbero costretto la Numenoreana a strisciare sul lurido suolo della caverna, simile ad un cieco verme che si agiti, inerme, nell’oscurità: furente, levò la mano, eppure, chiare e distinte gli giunsero altre parole, pronunciate per un diverso fine, ma che ebbero il potere di arrestare la sua ira. “Mia signora – aveva domandato Ëargon, incuriosito dalla sua affermazione precedente – qual è il tuo consiglio in questa ora buia per il tuo popolo?”

Khûriel tossì leggermente – aveva ormai superato il duecentottantesimo anno di vita ed il suo corpo iniziava lentamente, ma costantemente, ad indebolirsi, sebbene fosse ancora lucida di mente – e così rispose: “Giovane Ammiraglio, sei stato risoluto allorché hai affrontato Dôkhôr senza mostrare esitazione alcuna, ché se la Principessa delle Terre Orientali non fosse intervenuta al tuo fianco – e qui si inchinò leggermente dinanzi ad Adûnpahel, la quale, condividendo l’opinione del Quinto Nazgul sul destino che avrebbe voluto riservare alla donna, fu costretta, suo malgrado, a mostrare per il momento la medesima cortesia, in attesa che il Re degli Stregoni, che ora era nuovamente immerso in profonda meditazione, mostrasse quale fosse la sua opinione al riguardo – non avrei avuto alcuna tema a prendere il suo posto, né sarei stata tanto clemente così come lo è stata lei, ché l’avrei ucciso seduto stante ed egli non avrebbe potuto oppormi alcuna resistenza, ché, osservatemi, io non sono disarmata”. Rapida, Khûriel levò allora in alto uno spadino che aveva occultato nelle pieghe del suo scialle nero, sicché finanche coloro tra i Numenoreani avevano manifestato ilarità dinanzi alla sua dichiarazione, furono costretti a ricredersi e più non risero. Soddisfatta dall’aver visto negli occhi dei suoi camerati la paura, la donna proseguì ed ella si rivolse a tutti loro: “Se non fosse stato per lady Adûnaphel, tutti voi saresti morti due volte: la prima volta, a causa del cieco terrore che si era impadronito delle vostre membra e che avrebbe prostrato ogni volontà di resistenza; la seconda, per i colpi che vi sareste inferti l’un l’altro senza più discernere l’amico dal nemico, il saggio dallo sciocco. Stolti! – rimproverò loro con quanta forza aveva in corpo – conoscete così poco dei vostri avversari da non capire quanto essi siano deboli e divisi al loro interno? Credete forse che nell’Accademia dei Paladini, ove essi risiedono meditando e duellando ogni dì, perseguano tutti un medesimo scopo? No, camerati, vi sono gravi motivi per ritenere che vi siano fratture al loro interno, delle quali potremmo approfittare se agiremo tempestivamente e con forza”.

Udendo quelle parole, l’ira di Akhôrahil decadde ed egli considerò sotto una nuova luce la donna: sino a quel momento, infatti, aveva finto di essere a conoscenza di informazioni utili a distruggere il nemico senza, tuttavia, avere la minima cognizione di esse, ché suo scopo non era divulgare, ma istigare gli animi dei Numenoreani affinché rivoltassero il governo di Tar-Miriel. Nessuna parola, tuttavia, fu mormorata a proposito di quello che era il vero obiettivo del Re Tempesta: avere la testa di Ërfea Morluin, l’unico ad aver profanato la fortezza dei Nazgûl situata nel profondo delle sabbie dell’Harad, sottraendo loro documenti di importanza vitale, ed egli era molto cauto nel pronunciare il suo nome, per tema che i Numenoreani intuissero le sue ambizioni e comprendessero quanto sarebbe stato meglio celare il più lungo possibile. Per molte leghe tutt’intorno, infatti, erano note le gesta del figlio di Gilnar e, nelle lunghe veglie serali, alcuni soldati erano soliti mormorare che questi fosse venuto a conoscenza di arcani segreti appresi nel lontano Oriente, fra i quali erano compresi la facoltà di domare la mente dei suoi nemici e di arrestare il corso del tempo. Akhôrahil, naturalmente, sapeva che era tutto falso, né gradiva che sul suo acerrimo nemico circolassero voci che avrebbero contribuito a rendere la sua figura ancora più potente a corte: quanto al suo Signore, egli non rivelava alcunché dei suoi pensieri agli altri Nazgûl, a meno che Sauron non avesse espresso parere contrario, e questo perché, come tutti coloro che un tempo erano stati Paladini, Er-Murazôr riteneva poco degno confidarsi con altri che non fossero la propria mente ed il proprio congiunto[1]. Non avendo preso moglie neppure negli anni in cui era stato solo il secondo figlio del re di Numenor, il Capitano Nero custodiva ogni cosa gelosamente e quanto all’indovinare in quale direzione si orientasse il suo pensiero, solo l’Oscuro Sire in persona aveva forza sufficiente a scoprirlo.

Khôrazid, credendo di aver trovato un’alleata nell’anziana donna, così l’apostrofò: “Deh, parla dunque! Cosa ti spinge a credere che i Fedeli siano divisi quanto lo siamo noi?” e qui la sua bassa voce si alterò in modo orribile ad udirsi, affinché tutti potessero cogliere l’intrinseca ironia sottesa a quelle parole.

Khûriel non fu parca di spiegazioni: “Sappiate, o camerati, che fra i nostri nemici, solo Amandil gode di una popolarità tale fra il popolo da poterlo spingere, un giorno, a ribellarsi all’autorità della regina, se volesse impadronirsi del trono o favorire l’ascesa di un suo compagno; tuttavia, mai egli avrà in mente un tale desiderio, essendo la sua stirpe la più prossima fra quelle che servono Tar-Miriel ed i legami di sangue con lei troppo profondi per poter essere spezzati senza aver tema di attirare su di sé la vendetta dei Valar, cui Amandil, come tutta la sua gente, è molto devoto”.

Ëargon allora interloquì: “Eppure, non posso fare a meno di ritenere Ërfea l’ostacolo più imponente che ci separa dalla vittoria. Forse che io erro prestando fede a ciò che il mio cuore mi suggerisce?”

Khûriel replicò: “Non sbagli, figlio di Morlok; tuttavia, è stato detto che l’errore coesiste spesso con la verità ed un giovane Paladino di Numenor dovrebbe conoscere questo precetto, che è uno dei più importanti fra i Precetti dell’Ordine”.

Pharazôn, il quale era sorpreso da una simile dichiarazione, non avendo mai militato fra i Paladini, dei quali il padre aveva avuto una pessima considerazione, così interrogò la donna: “Sai questo? Come è possibile?”

Trascorse molto tempo prima che la donna rispondesse, infine, quando la maggior parte dei camerati si era convinta che si fosse ormai tramutata in una roccia grigia per effetto di un perverso incantesimo, parlò e la sua voce parve, per qualche istante, provenire dagli algidi abissi al di là del tempo: “Sono stata una Paladino, molti anni fa, quando i vostri nemici erano giovani”; infine si scosse, e parve che il suo spirito fosse ritornato nel loro mondo provenendo da universi senza nome: “I Paladini sono invisi al popolo e tardivo si è rivelata l’apertura dei cancelli dell’Accademia anche a quanti non sono di sangue reale”.

“Eppure – interloquì perplesso Pharazôn – Amandil stesso è un Paladino ed il suo nome è onorato da tutti”.

“Sì, lo è – rispose la donna – ma solo perché il popolo vede in lui l’erede primigenio di Elros Tar-Minyatur[2] ed egli è stato abile a porsi al di sopra delle due fazioni in diverse occasioni, sembrando l’uomo più indicato per porre fine alla guerra civile che ormai da troppi secoli persevera nella nostra isola. I miei informatori riferiscono che Amandil è un moderato e non intende entrare nella lotta tra partiti, ambendo solo al bene del suo popolo; ciò significa, non di meno, che dovremmo considerarlo sin d’ora un nostro nemico, perché egli si opporrà con violenza alla nostra marcia su Armenelos e difenderà la cugina con ogni mezzo.”

“Sono stato un fraterno amico di Amandil, allorché avevamo entrambi un minor numero di primavere sulle spalle, prima che la condanna di mio padre all’esilio ci allontanasse e conosco la sua umiltà e la sua determinazione; ammetto, invece, di conoscere poco Ërfea, sebbene pochi anni ci separino ed egli sia uno dei miei nemici più acerrimi, anche per questioni che in questa sala non menzionerò[3] – ammise Pharazôn – “tuttavia, non condivido il medesimo parere di Khûriel e ritengo che il figlio di Gilnar rimanga pur sempre l’avversario più temibile fra quanti si frappongono fra noi ed il trono”.

“Non nego la tua ultima affermazione – replicò la donna – eppure, sai meglio di me che a difendere un reame la spada di un solo Paladino, per quanto micidiale, non è sufficiente.”

“Ritieni dunque – le domandò, inquieto, Ëargon – che nessuno fra i Paladini accorrerebbe in difesa del Morluin se noi dovessimo minacciare la vita della sovrana?”

Khôrazid, che sino a quel momento aveva meditato in silenzio su quanto ascoltava, espresse il suo dissenso ad una soluzione che portasse alla morte di Tar-Miriel e questo perché, come ammise egli stesso – “per molti anni, quando era un’infante, ero solito tenerla sul mio grembo, come fosse stata una delle mie figlie, ed ora il mio cuore, al solo pensiero che la luce dei suoi biondi capelli possa essere soffocata dal rosso sangue, trema ed è preso da grande sgomento”.

Akhôrahil, che era sul punto di scagliare una pesante invettiva contro l’anziano principe, allorché scorse serpeggiare un grande disagio tra quanti erano della fazione moderata, mutò parere e si limitò a rispondergli con ironia mista a sarcasmo: “È nel fato degli uomini incontrare quando meno se l’attendano la morte ed abbandonare questo mondo; se la tua gente, tuttavia, inorridisce dinanzi a tale realtà, non è affar mio o di quanti mi sostengono; in fondo – ammise, mentre una nuova malvagia idea gli sorgeva nella mente – non è necessario che la regina muoia”.

Il volto di Khûriel si illuminò allorché si rese conto che, finalmente, il consigliere di Pharazôn era giunto alle sue medesime conclusioni: “Non lo è, infatti; anzi, se così agissimo, non faremmo altro che infliggerci da soli una pesante sconfitta. Non dobbiamo in alcun modo condannare a morte la sovrana, o altrimenti scateneremmo nel popolo una feroce reazione dinanzi alla quale nessun muraglione, bastione o torre potrebbe esserci d’aiuto. Tar-Miriel sarà parte integrante del Nuovo Ordine, quando questo sarà costituito”.

“Sono d’accordo con quanto affermi – interloquì allora Ëargon – tuttavia ancora non hai dato risposta alla mia domanda: nessun Paladino interverrà in aiuto del Morluin, se, anziché rivolgere le nostre armate contro la sovrana, dovessimo rivolgerle contro i Fedeli, aprendo una nuova fase della guerra civile che ormai perdura da diversi secoli? Quale sarà, inoltre, il parere di Tar-Miriel, allorché il suo generale più valido – e, diciamolo pure, il suo amante – sarà attaccato?”

“I quesiti che poni sono strettamente intrecciati, figlio di Morlok, ed ad essi verrà data risposta. Ërfea sarà sostenuto dalla sua gente ed essi, per quanto possano essere valorosi, sono pur sempre in numero minore rispetto alle genti delle altre contrade, né gli mancherà l’appoggio di Brethil ed egli, in verità, può contare su un sostegno ancor più esiguo da parte del suo popolo: le mie fonti, infatti, riferiscono che quasi tutti i cittadini del Mittalmar abbiano abbandonato le loro ancestrali dimore, trasferendosi nella grande città di Armenelos, ove sono stati tosto sedotti dai nostri agenti, rinfoltendo, in questo modo, le nostre fila di guerrieri. Per quanto concerne la tua seconda domanda, posso adesso rivelare che mai la regina ha trovato in Brethil un fedele compagno, prediligendo piuttosto i servigi che il duca Morlok, tuo padre, non ha risparmiato di offrirgli”.

“È vero che mio padre ha sempre tenuto in grande stima la sovrana – ammise pensieroso Ëargon – e questa sua preferenza ha costituito sovente motivo di contrasto tra le mie e le sue opinioni a tal riguardo; tuttavia, credevo che, spinta dall’affetto per il suo amante ritrovato, ella sarebbe stata più indulgente nei confronti di Brethil, il più anziano tra i suoi Grandi Ammiragli”.

Khûriel replicò: “Giovane comandante, non ti nascondo che nei giorni scorsi anche io ho nutrito il tuo medesimo dubbio, tuttavia, infine, le mie perplessità sono svanite allorché ho riflettuto su di un episodio avvenuto molti anni fa, quando tu non eri ancora nato, e che coinvolse un cugino di Brethil, Arthol il Superbo”.

Il figlio di Morlok annuì: “Se è il medesimo Arthol di cui mi hanno narrato i miei precettori, allora non dirò che la sua vicenda mi sia sconosciuta; cosa avrebbe a che fare, tuttavia, questa antica storia con quanto deve ancora essere?”

La donna sogghignò: “Arthol, Brethil ed Ërfea erano un tempo molto legati, costituendo un terzetto inseparabile, sicché Brethil, sebbene fosse in età maggiore rispetto agli altri due ragazzi, pure era ad essi molto legato. Come alcuni tra noi ricorderanno – e qui il suo sguardo si diresse su Akhôrahil – Brethil accompagnò suo cugino all’investitura di Cavaliere del Regno e per molto tempo ebbe per lui parole degne di ammirazione: ogni legame di amicizia e di rispetto, tuttavia, fu reciso allorché Arthol e sua sorella Gilmor furono coinvolti nell’oscuro complotto per eliminare Tar-Palantir e sua figlia, ché Brethil ed Ërfea, il quale, pure, era stato di Gilmor l’amante, denunciarono i loro sospetti a Gilnar e forse allo stesso Tar-Palantir, ché costui sembrava essere stato messo a conoscenza di quanto era accaduto ancor prima che il caso fosse dibattuto pubblicamente nell’assemblea del Senato, ed essi provvidero affinché i congiuranti fossero arrestati e giudicati. Tar-Miriel, nonostante l’indubbio legame che continua a legarla al Morluin, non ha mai dimenticato la parentela che intercorreva fra Arthol e Brethil, diffidando da quel giorno in poi di questo ultimo, né il Comandante dell’Esercito sembra abbia perdonato alla regina e a suo padre di non aver mai voluto accertare le responsabilità di coloro che, a sua detta, pur avendo preso parte al complotto, erano ancora liberi. Brethil non si fermò alle minacce, ma si diresse al Palazzo Reale, ove mostrò alla corte stupefatta un elenco dei probabili mandanti del complotto, senza però che la sua proposta fosse seriamente valutata, a causa della mancanza di prove; quanto a Brethil stesso, interrogato più volte da Amandil a proposito, non volle mai rivelare dove avesse appreso quei nomi, per tema che codesti uomini potessero essere messi sull’avviso e fuggissero da Numenor”.

Ëargon interloquì: “Non ero a conoscenza di questi avvenimenti ed è un bene per tutti noi che la tua presenza in questo consesso non sia venuta a mancare oggi; se a quanto dici si aggiunge l’invidia crescente fra Brethil e mio padre, per la sua nomina a Tesoriere del Regno, allora si intuisce che la frattura fra i principi fedeli alla corona è in realtà molto più grave di quanto non si possa credere a prima vista”. Khûriel, che era giunta al termine della sua narrazione, sorrise al giovane ammiraglio e fece ritorno al suo scranno, in attesa che altri prendessero la parola.

Pharazôn, che aveva ascoltato ogni singola parola pronunciata dalle anziane labbra della donna, prese a riflettere sui nuovi elementi che aveva testé appreso; egli, infatti, se da un lato aveva da sempre mirato a colpire i paladini più che la regina stessa, ignorava molte delle lacerazioni delle quali aveva discusso Khûriel, e credeva che queste, laddove fossero state presenti, si sarebbero ricucite per far fronte alla minaccia che i suoi uomini avrebbero portato allo Stato. Infine, dopo aver così ponderato, parlò ed espresse i suoi pensieri: “Supponiamo, per un solo istante, che Ërfea sia abbattuto, la sua gente condotta in catena per il divertimento dei miei guerrieri e Minas Laure ridotta ad un cumulo di macerie; supponiamo, altresì, che gli altri Paladini non accorrano in suo aiuto e che decidano di non immischiarsi in questioni che ritengano non essere di loro interesse; supponiamo, infine, che ogni nostra speranza si realizzi e che la Regina si mostri indulgente nei nostri confronti e disposta ad offrirci la sua collaborazione: a cosa condurrebbe tutto ciò? Al nostro successo, forse? No, ché questo sarà possibile solo quando uno tra noi – e qui il suo sguardo cadde malizioso su ognuno dei principi presenti – reclamerà ed otterrà per sé la corona di Numenor; tuttavia, se prima non facciamo chiarezza su questo punto, nessun fato sarà tanto benigno da permetterci di trionfare”.

Turbati, i Principi dei Numenoreani scrutarono nelle tenebre che circondavano gli alti scranni neri sui quali sedevano e presero a meditare sulla proposta, implicita e tuttavia fin troppo palese, che Pharazôn proponeva loro: accettare il suo dominio e sostenerlo nella lotta contro i Paladini; dapprima esitanti, essi infine furono spinti a pronunciare giuramenti ed a presentare i loro vessilli ai piedi del cugino della sovrano, ché il desiderio di trucidare Ërfea, Brethil ed i loro compagni si era accresciuto nei loro cuori ed essi non avevano più alcun timore di prestare obbedienza ad alcuno, purché si fosse mostrato in grado di ottenere la vittoria sui Fedeli. Smaniosi ed esultanti, i Principi supersiti, fra i quali Ëargon e Khûriel erano in prima fila, presero ad intonare canti bellici in onore del loro futuro re e non si avvidero, colti com’erano da questa improvvisa euforia, che i tre Nazgûl, riunitisi alle spalle del trono di Pharazôn, avevano preso a scambiarsi sguardi che esprimevano una palese soddisfazione, ché il primo obiettivo del loro Signore si era realizzato ed ora la sua vendetta su quanti l’avevano in passato sconfitto, sebbene fosse ancora lungi dal concretizzarsi, sarebbe divenuta realtà».

Note

[1] Secondo il Codice dell’Ordine, dieci erano le indicazioni che i Paladini dovevano sempre tenere a mente: 1) Non coltivare pensieri perversi; 2) la Via consiste nell’addestramento; 3) coltivare parecchie Arti diverse; 4) cercare di conoscere le vie e le modalità relative a qualsiasi mestiere o attività; 5) saper discernere il successo dal fallimento nelle questioni mondane; 6) esercitare l’intuizione e la capacità di giudizio in ogni attività; 7) saper percepire le cose che non si vedono; 8) prestare attenzione perfino alle cose marginali; 9) non fare cose inutili; 10) tenere segreta la mente ed ogni suo pensiero a quanti non sono a conoscenza del proprio nome. È evidente, per altro, che Er-Murazôr aveva obliato alcune indicazioni del Codice, prestando giuramento solo a quelle che riteneva utili per raggiungere i suoi scopi.

[2] Dopo l’editto prolungato da Tar-Aldarion, anche alle donne fu permesso di salire al trono di Numenor; Silmariel, perciò, ava di Amandil e primogenita del sangue reale, avrebbe anch’ella ottenuto la corona se fosse vissuta in tempi successivi, né questo particolare, nell’epoche turbolente che seguirono la scissione dei Numenoreani, fu dimenticato dai Fedeli, sebbene Amandil in persona avesse tentato sino all’ultimo di rifiutare la maestà delle genti occidentali.

[3] Qui segue una nota frettolosamente riportata sul margine sinistro del manoscritto da Ërfea e che Ëruo volle includere nella revisione finale del testo: “In verità, è evidente che il Re (Ar-Pharazôn) ambiva ottenere la mano di Tar-Miriel non solo perché il matrimonio fra i due avrebbe aperto la sua strada verso il trono, ma anche perché era attratto dalla regina e desiderava ottenerla per soddisfare le sue brame; non è improbabile, infine, che egli abbia voluto in questo modo rendermi profondamente infelice ed ottenere così vendetta sul mio rifiuto di sostenerlo nella sua lotta per ottenere lo scettro”.

Numenor: Game of Thrones (III). Trame sinistre…

Bentrovati, care lettrici e cari lettori. Continuo in questo articolo la narrazione del racconto de «L’Ombra e la Spada»: le prime puntate dedicate a questo articolo potrete leggerle alle seguenti pagine Numenor: Game of Thrones (I) e Numenor: Game of Thrones (parte II). L’arrivo di Pharazon e dei Nazgul. In questa terza parte, dopo l’entrata in scena dei Nazgul di origine numenoreana e di Pharazon, si iniziano a delineare le sinistre trame che condurranno al colpo di Stato che porterà alla fine del regno di Tar-Miriel. Riusciranno Erfea e gli altri Paladini a fronteggiare la minaccia di Pharazon e dei suoi crudeli consiglieri? Quale sarà il ruolo che assumerà Tar-Miriel all’interno del conflitto ormai prossimo? Le risposte non tarderanno ad arrivare; in attesa di poter essere più preciso, vi auguro buona lettura e resto in attesa dei vostri commenti e suggerimenti!

«Pharazôn attese che il silenzio e la quiete tornassero a regnare sovrani fra l’uditorio, infine alzò una mano e parlò: “Vi ho convocato in questo luogo per discutere delle infinite minacce che in questi ultimi anni sono sorte ai nostri danni; tuttavia, prima che le discussioni abbiano inizio, non vorrei mai venire meno alla deferenza che la presenza di sì tanti signori e dame – e qui parve che il suo sorriso si tramutasse in un ghigno sarcastico – suscita in me, sicché non mancherò di presentarvi i miei fidati mentori. Il nome di Akhôrahil è già noto alle vostre orecchie, ed io, pertanto, non lo presenterò nuovamente innanzi a voi; eccovi, invece, coloro che mi hanno scortato in questo lungo e periglioso viaggio dall’Oriente all’Occidente.” Si interruppe per un istante, infine, con un gesto teatrale della mano destra, indicò coloro che gli erano al fianco: “Questi è Er-Murazôr, Principe di una remota contrada posta nell’Harad; ella, invece, è Adûnaphel, Maga e Sapiente proveniente dalle Terre dell’Aurora[1].” I due Úlairi si inchinarono al pubblico, che ricambiò, sebbene con maggior timore; eppure, nessuno si avvide dell’inganno, ad eccezione dell’anziano Khôrazid, il quale venne preso dall’angoscioso sospetto che tali nomi celassero, in realtà, altre identità, troppo spaventose per essere introdotte come tali; sin dai tempi del primo sbarco a Numenor da parte di Akhôrahil, infatti, egli non aveva nutrito alcuna fiducia nei confronti del Nazgûl, sebbene non fosse riuscito a comprendere la sua reale identità e questo avveniva perché, pur essendo egli fiero sostenitore del Partito degli Uomini del Re e avverso ai Valar e alla loro autorità, pure disprezzava l’eccesso di violenza che l’ala più oltranzista dello schieramento propugnava e temeva che essa avrebbe condotto ove non ci sarebbe stato più ritorno, né egli era l’unico a nutrire simili pareri, ché altri erano ispirati da simili idee e non mancavano di manifestarle.

Un tempo, l’anziano principe, giunto ormai alla soglia del duecento cinquantesimo anno di vita, era stato un Paladino di Numenor e, sebbene avesse abiurato a tale incarico molte primavere or sono, pure non aveva obliato del tutto l’antica arte della lungimiranza ed essa era ancora forte nel suo animo: concentrò allora la sua attenzione sui mentori di Pharazôn e si avvide, con sua grande paura, che essi avevano intessuto intorno a loro un’aura di potere, onde i loro reale pensieri non potessero essere disturbati o carpiti da altre volontà; era, codesta arte, una prerogativa dei Paladini e di coloro che servivano nell’Ordine, sebbene tutti i Numenoreani, se posti alle strette, si rivelassero abili ad occultare la propria mente agli avversari. Contrariamente a quanto ci si sarebbe dovuto dunque attendere, una tale premessa non sopì affatto i dubbi e le perplessità che erano cresciute nell’animo di Khôrazid, ed egli avvertì con forza come tale aura non avesse origine dalle loro menti, bensì da un artifizio, fonte di potere: intensificò allora i suoi sforzi per comprendere donde provenisse quell’incantesimo e grande fu la sua sorpresa allorché, superando la vista dei mortali, si avvide che attorno all’anulare di ciascuno di loro vi era un sottile cerchietto di metallo dorato, forse un anello o un monile simile, del quale, inizialmente aveva ignorato l’esistenza. Stremato dallo sforzo che ben pochi, finanche tra i Fedeli, avrebbero osato condurre, Khôrazid ebbe la mente sconvolta da terrificanti immagini e, dopo essersi appoggiato ad una parete dell’oscura caverna, fu costretto a chinare il capo e a premersi una mano contro il petto, tanto forte era divenuto in lui il dolore. Echi remoti di leggende ascoltate avidamente durante la sua infanzia affiorarono nella memoria del principe ed egli, come lo era stato prima di lui l’ammiraglio Ëargon, ebbe l’impressione che tali fantasmi del subconscio si agitassero ora dinanzi ai suoi febbricitanti occhi; Khôrazid, tuttavia, era più erudito del suo giovane compagno e, a dispetto dell’età, aveva ancora un forte ricordo di ciò che era avvenuto nella sua giovinezza, sicché rifletté freneticamente, finché la sua attenzione non fu attirata dal ricordo di una storia che sua nonna, duchessa di Armenelos, era solita raccontare nelle gelide e cupe notti di Inverno per indurlo a più miti consigli allorché l’ira giovanile si impadroniva del suo animo. La leggenda – o quella che sino a quel momento aveva creduto fosse solo tale – narrava di tre grandi Signori Numenoreani, i quali erano stati corrotti dalla nequizia di Sauron ed erano divenuti legati al suo fato mediante gli Anelli che Celebrimbor ed Annatar avevano forgiato molti secoli prima. Naturalmente, Khôrazid non era l’unico ad essere venuto a conoscenza di una simile diceria, ché, se fossero stati interrogati, molti dei Signori e delle Dame presenti nella sala avrebbero assentito con il capo, mostrando di possedere conoscenza di tale storia: eppure, egli fu l’unico, in quel frangente, a riflettervi, ché, sebbene gli pareva impossibile che Pharazôn avesse osato intraprendere simili rapporti di alleanza con i Signori di Mordor, pure vi erano diversi indizi che lo inducevano a credere vera questa terribili ipotesi. L’anziano ammiraglio di Numenor non avrebbe mai accettato che l’ombra di Sauron si estendesse sulla sua isola, né tollerava che i suoi servi si interessassero a questioni dinanzi alle quali avrebbero dovuto rimanere del tutto estranei: al contrario, egli ambiva annientare il reame oscuro che si estendeva al di là degli Ephel Duath, affinché la Terra di Mezzo fosse conquistata alle armate dei Numenoreani e costoro fossero proclamati i Signori di Endor; il solo pensiero che i suoi guerrieri avrebbero dovuto dividere l’alloggio e il rancio con gli orchi e gli altri spaventosi abomini che l’Oscuro Sire aveva creato durante gli anni del suo dominio gli raggelava il sangue nelle vene.

Er-Murazôr, il Signore dei Nazgûl, aveva assistito imperterrito alla presentazione che l’aspirante sovrano di Numenor aveva fatto della sua persona, né, apparentemente, aveva mostrato attenzione a quanto accadeva intorno a sé: in realtà, tuttavia, non vi erano parole o pensieri che gli risultassero sconosciuti in quella sala ed egli era pur sempre vigile sulle emozioni degli uomini: tosto, infatti, aveva appreso la brama di Ëargon nei confronti di Adûnaphel, né gli era sconosciuta la lussuria che nell’animo del suo Nazgûl si era fatta strada e che gli avrebbe procurato un ignaro alleato, dal momento che, similmente a Khôrazid, Ëargon mai avrebbe accettato consapevolmente un’alleanza con Mordor, se questa gli si fosse stata offerta per vie diverse da quelle delle morbide lenzuola e delle fragranti resine dell’Oriente che aleggiavano nel talamo della Spadaccina. Gioì nel profondo del suo nero cuore il Signore degli Spettri allorché fu conscio di quanto accadeva nella sala, né tenne in gran conto gli inutili e, a suo dire patetici, tentativi da parte del giovane Ammiraglio di sondare la sua mente. “Sciocco! – la voce calma e glaciale di Er-Murazôr risuonò bassa – Crede davvero di avere forza a sufficienza per indagare nei miei affari? Tra codesti gretti uomini non ve n’è uno che temerei, fossero anche essi in numero maggiore e armati delle lame che gli Eldar forgiarono nei giorni remoti”; eppure, il Principe Nero aveva parlato con imprudenza e troppo presto aveva emesso il suo sprezzante verdetto: dapprima lieve, infine sempre più forte, avvertì, infatti, la presenza di un incantesimo che nelle profondità delle tenebre qualcuno aveva osato scagliare contro la sua persona. Er-Murazôr sorrise compiaciuto, ché tosto ebbe individuato colui che si era macchiato di un crimine così grave: Khamûl, lo Scudiero di Sauron, avrebbe forse condannato l’impudente ad essere decapitato all’istante; Dwar, il Terzo, avrebbe, invece, preferito gettarlo in pasto ai suoi cani, perennemente affamati; Indûr l’avrebbe condotto nell’arena del suo palazzo, ove lo sfortunato sarebbe stato costretto a lottare a mani nude contro le feroci bestie dell’estremo Harad; Akhôrahil, al contrario, l’avrebbe attaccato a sua volta con un incantesimo e con ogni probabilità, avrebbe finito con il distruggerlo, ché il Re Stregone conosceva bene l’abilità magica del suo sottoposto; Hoarmurath l’avrebbe trucidato con le stesse mani, né abbisognava di altro strumento per portare a termine l’esecuzione; Adûnaphel, vittima di quella che il suo Signore giudicava senza dubbio essere una perversa forma di cavalleria, l’avrebbe sfidato a duello, finendo con l’abbatterlo senza alcuna esitazione; Ren, folle quanto visionario, non avrebbe escogitato soluzione migliore se non quella di condurlo sulla sommità della Voragine Infuocata a Barad-Dûr, lasciando che la vittima bruciasse al suo interno; mai nessuno tra gli Úlairi, tuttavia, sarebbe stato crudele quanto Ûvatha, né il Capitano Nero lo ignorava, ché sapeva bene essere il Re del Khand esperto nell’arte della tortura e della mutilazione. Quanto a lui, non avrebbe fatto nulla: indagasse pure, il piccolo uomo, ché scoprisse le loro reali identità e fosse atterrito, terrorizzato o semplicemente disgustato da quanto aveva appreso! Er-Murazôr era il Signore dei Nazgûl per un motivo ben preciso: aveva la conoscenza più profonda tra tutti i servi di Mordor della magia nera e questa l’aveva di gran lunga favorito nel corso della sua carriera fra i Numenoreani che servivano Sauron; era, altresì, il più prossimo all’Oscuro Maia in persona e, in qualità di suo allievo, conosceva più di ogni altro, finanche dei demoni che erano stati creati al principio del mondo, gli inganni ed i sortilegi che avevano reso Sauron il Principe dell’Oscurità dopo la sconfitta di Morgoth; queste e molte altre conoscenze egli aveva appreso, eppure non erano state queste qualità, indubbiamente molto utili, ad aver decretato la sua nomina a Signore delle Armate di Mordor, secondo per possanza solo al Maia decaduto. Invero, il Principe Nero era dotato di una freddezza che nessuno fra i suoi sottoposti poteva vantare di possedere: questa, unita alla sua malvagità, l’aveva reso esperto nel trattare i suoi servi e gli avversari, schiacciando ogni loro pretesa, inganno o adulazione alcuna. Khôrazid poteva anche ottenere una piccola vittoria, scoprendo quali poteri si celassero sotto le sue spoglie mortali e quelle dei suoi sottoposti; mai, tuttavia, il suo parere sarebbe stato accolto o preso in considerazione dagli altri camerati del suo partito[2], ché la rete di spie al servizio del servo di Mordor, gli aveva riferito quanto il vecchio ammiraglio ed il suo seguito fossero stati relegati in una posizione di marginalità, e che se i suoi alleati continuavano ad annoverarlo fra loro avveniva solo a causa delle enormi ricchezze che aveva accumulato nel corso della sua lunga esistenza e che, essendo egli stato privato del suo erede quando era ancora in tenera età, nessuno sapeva a chi sarebbero state lasciate in eredità.

Ântenora, resasi conto che il respiro del marito le giungeva affaticato e pesante, così lo rimproverò, ignorando quale fosse il reale motivo del suo disagio: “Cosa’hai ancora, dunque? Fremi a tal punto per la carne di quella giovane donna da non saper arrestare il tuo sconcio desiderio? Hai avuto numerosi amanti, molte delle quali potrebbero essere considerate tue figlie o nipoti, così come io ho trovato spesso fra i giovani guerrieri del tuo seguito il soddisfacimento alla mia lussuria; tuttavia, mai ho tollerato che simili atti venissero compiuti dinanzi al mio sguardo, ché dimostreresti possedere mancanza di stima nei confronti di colei la quale ora ti rivolge questo appunto.”
Pallido in volto, Khôrazid la ignorò, né ella ebbe la possibilità di insistere nell’attacco nei suoi confronti, ché Pharazôn levò nuovamente in alto il suo braccio destro e parlò: “Camerati, vi ho qui convocati perché una grave minaccia allunga oggi la sua ombra su di noi. Per secoli, il dominio di queste contrade è stato prerogative di uomini e di donne valorosi che hanno sempre ritenuto essere l’arte del governo propria di coloro che detengono titolo nobiliari, gli unici che permangono dopo la morte di un individuo e che, perciò, assicurano al suo animo gloria eterna.” Si interruppe un attimo, quasi pregustando l’effetto di sorpresa e sgomento che la sua prossima rivelazione avrebbe provocato nel suo uditorio: “Fino ad oggi, dunque, tutti i Numenoreani hanno accettato questa legge di natura, la quale, proprio perché ha nella Terra, nel Mare e nel Cielo i suoi padri fondatori, è stata rispettata come giusta e necessaria: accadde, infatti, che i nostri padri accettassero su di loro, in virtù di quanto ho testé ricordato, l’onere che proviene agli uomini d’onore allorché si trovano a giudicare i loro simili; inizialmente, forse, tale onore parve troppo grande perché coloro che erano del sangue di Elros Tar-Minyatur lo accettassero, eppure fu proprio in nome di tale diritto inalienabile che il nostro regno poté reggersi per tremila anni. Ho appreso di recente, tuttavia, che il Consiglio dello Scettro ha deliberato diversamente.”
Udendo queste parole, Dôkhôr, che era stato fra i più atterriti dall’apparizione dei due Nazgûl, si levò dallo scranno e sostenuto dalle grida di approvazione dei suoi, così parlò: “Camerati, attendevate forse un segnale che fosse abbastanza forte prima di decidervi a rispondere alle ingiurie che in questi anni abbiamo dovuto sopportare con sempre maggior insofferenza? Bene, ora esso è stato lanciato. Cosa rispondono, adesso, coloro che invitavano alla prudenza, perché temevano di non avere un sufficiente numero di guerrieri per sconfiggere in campo aperto i nostri avversari?”
Era ovvio che il bersaglio delle pesanti critiche del campione dell’ala più oltranzista del partito, fosse il principe Khôrazid, il quale, tuttavia, nonostante lo sforzo precedente l’avesse molto indebolito, non esitò a rispondere alle accuse che gli venivano mosse: “Dôkhôr, sei un vile ed un traditore del Regno. Quando ti accusarono dei crimini di cui tu stesso hai dichiarato essere il responsabile, fuggisti e per molti anni lasciasti che le sorti del Partito fossero rette da uomini ben più valorosi di te, al punto tale da rischiare tutto – e qui il suo viso si contrasse in una smorfia dolorosa, al ricordo del figlio morto in battaglia contro i Fedeli – pur di non arretrare. Ci accusi, forse, di avere atteso troppo? Quale ironia, se chi pronuncia queste parole ha preferito per ben cinquant’anni – e qui il mormorio di disappunto dei seguaci dell’anziano Ammiraglio crebbe – errare lontano nei deserti e nelle steppe della Terra di Mezzo”.
“Ho una sentenza di morte sul mio capo, vecchio – lo aggredì Dôkhôr – Avresti forse preferito che avessi fatto ritorno a Numenor tempo fa, per gongolare come corvo feroce sul mio cadavere decollato, non è vero? Ebbene, sono profondamente lieto di sapere che ogni tua aspettativa in tal senso sia andata delusa.”
“Tu hai già ottenuto la tua sentenza di morte. Noi ne attendiamo una ogni giorno che passa” rispose Khôrazid, cercando inutilmente di portare dalla sua, in questo modo, l’uditorio; false e retoriche, infatti, risuonarono alle orecchie dei più giovani le parole che l’Ammiraglio aveva pronunziato, sia pur con fermo orgoglio e dignità, ché essi erano in quella età in cui l’attesa è spesso vista come una sconfitta, sicché presero ad urlare con veemenza il nome del suo avversario: “Vogliamo Dôkhôr come nostro Signore! Avanti, principe, conducici alla vittoria!”

Inaspettatamente, corse in aiuto della fazione moderata, la quale era in palese difficoltà, Akhôrahil, il quale, dopo aver soffiato nel suo corno per riportare l’uditorio alla calma, così parlò: “Voi, spergiuri e traditori, voi che invocate sì impunemente il nome di Dôkhôr, siete a conoscenza di quanto quest’uomo sia stato in grado di fare durante il suo forzato esilio nelle terre orientali?”
Ëargon, che pure non era fra i più accesi sostenitori del Numenoreano oltranzista, così replicò: “Quali che siano le sue colpe ed i suoi tradimenti, sempre meglio essere comandati da uno spirito che arde al solo pensiero di contrarre battaglia, che essere costretti ad attendere, supini ed ignari, che la Sorte finalmente ci arrida.”
“Ho forse detto che dovremmo attendere senza provocare danno alcuno ai nostri nemici?” rispose irato in volto Akhôrahil. “No – riprese a parlare dopo una breve pausa – ché se così ci comportassimo, una grave sventura cadrebbe su tutti noi e non avremmo più alcuna possibilità per trionfare sull’indegna regina e su i suoi Paladini. Al contrario, ciò di cui abbisogniamo in un momento così grave è una guida forte ed esperta, che non abbia tema di accollare su di sé ogni responsabilità legata a questa impresa.”
“A quale impresa ti riferisci? – lo interruppe Ëargon, il quale iniziava a comprendere cosa sarebbe accaduto – Ti riferisci forse alla sconfitta della regina e dei suoi servi?”
“È possibile – replicò Akhôrahil, fingendo per il momento un certo distacco per una simile soluzione, ché gli premeva ancora avere l’appoggio della fazione più moderata per i suoi fini, che presto sarebbero stati resi palesi – per il momento, tuttavia, lasciamo che sire Pharazôn completi il suo racconto.”
Con un magnanimo gesto, il figlio di Gimilkhâd ringraziò il suo mentore per aver sedato gli animi in un momento piuttosto critico e proseguì nella sua narrazione: “Non più tardi di quattro giorni fa, il Consiglio dello Scettro ha deliberato su una proposta che, se fosse avvalorata dal Senato, ove mi auguro che la vostra reazione sia ben più forte di quanto non lo sia stata ultimamente – e qui il sui sguardo cadde ironico sui suoi camerati più anziani, i quali avevano rifiutato di partecipare alle ultime riunioni di tale organo, adducendo sovente scuse poco plausibili – muterebbe i drasticamente i destini di ciascuno di noi.” Attese ancora per qualche istante, rallegrandosi in cuor suo per l’effetto devastante che avrebbe avuto la sua rivelazione, infine la sua voce, che sino a quel momento era stata rapida ed appassionata, divenne improvvisamente calma e fredda: “Il Consiglio dello Scettro, su proposta di Ërfea e di Brethil, ha espresso parere favorevole sull’eliminazione delle immunità nobiliari, estendendo le condanne verso i membri dell’aristocrazia anche per crimini commessi in tempi di pace, ovvero ove non sia stato proclamato lo stato di guerra ed il potere non sia stato assunto dai Tre Grandi Ammiragli di Numenor.”
Dinanzi a questa rivelazione, un pesante silenzio scese fra l’uditorio, rotto solo dalla voce, ormai ridotta ad un isterico grido, di Dôkhôr: “È inaudito! È inaudito!”
Pharazôn proseguì: “Purtroppo, le cattive novelle non si arrestano qui. Una seconda proposta frutto del perverso e rivoluzionario ingegno di due fra i Grandi Ammiragli del nostro Regno, chiede l’abolizione dei tribunali separati e, al loro posto, la creazione di un unico ente giudiziario che possa esaminare tutti i sudditi del Regno a prescindere dal lignaggio cui appartengano.”
Il panico, che sino a quel momento era stato trattenuto dalla cappa del greve silenzio scesa dal momento in cui si era venuti a conoscenza della prima parte del discorso di Pharazôn, non fu più possibile trattenerlo ed esplose: si videro così numerosi Signori levarsi improvvisamente dagli scranni all’unisono, quasi che avessero obbedito ad un ordine sussurrato alle loro orecchie da un essere invisibile, e rimproverarsi l’un l’altro di non aver saputo fermare la follia dei Fedeli; alcuni, i più sospettosi, crederono che Pharazôn fosse stato corrotto dai Fedeli con l’oro del quale era stato sempre avido per recare fra di loro false notizie al solo scopo di indebolirne la resistenza; altri, i più forti e allo stesso tempo i più disperati, cercarono di guadagnare l’accesso all’uscita dalla grotta, ove erano stati costretti ad abbandonare le proprie armi, con la speranza di difendere per mezzo di esse la propria vita e guadagnare così l’accesso alle navi che conducevano alla Terra di Mezzo, dove credevano di poter continuare a svolgere, indisturbati, i propri affari. Non tutti, però, tentavano di riappropriarsi delle proprie lame per ottenere la salvezza, ché vi furono alcuni i quali pensarono bene di risolvere nel sangue quante, fra le contese che erano sorte fra di loro negli ultimi tempi, non avevano ancora trovato soluzione: sarebbero stati uccisi per mano dei Dunedain, tuttavia, prima di lasciare il mondo, avrebbero almeno ottenuto la soddisfazione di eliminare i propri nemici! Accadde così che Dôkhôr cercasse inutilmente di venire a contatto con Khôrazid e che questi tentasse di fare lo stesso con lui. Una grande folla di uomini e donne, dunque, si riversò dinanzi alle porte della sala e avrebbe senza alcun dubbio guadagnato la salvezza se in quel momento non fossero accaduti due eventi che turbarono i loro animi più di quanto non erano riusciti a fare le perigliose notizie poc’anzi apprese: Er-Murazôr, il quale sino a quel momento aveva atteso nell’ombra, si destò dalla profonda meditazione nella quale era immerso e con una prodigiosa rapidità fu accanto all’ingresso, ove si erse in tutta la sua impressionante altezza. L’oscurità crebbe: esitanti, molti dei Numenoreani arretrarono, ché avvertivano una mortifera collera montare nella greve aria della sala e non osavano avanzare di un solo passo; Dôkhôr, allora, il quale si era avveduto con insospettabile prontezza che quello non era l’unico uscio per guadagnare il Mare e quindi la salvezza, corse rapido verso una seconda porta, seguito in questo da molti dei suoi guerrieri: ad attenderlo, tuttavia, era Ëargon, il quale così l’ammonì: “Non abbandonerai questa sala! Già una volta tradisti per interesse i tuoi camerati ed essi esigono giustizia! Non avrei remora alcuna a trafiggerti e a portare la tua testa alla Regina, ché ella mi ricompenserebbe come era solita fare con mio padre, né io avrei alcunché da temere dalle nuove leggi, ché esse puniscono solo i criminali ed io non lo sono.”
Dôkhôr rise fragorosamente e gli si scagliò addosso furente, mentre il suo riso era distorto in una smorfia orribile da vedersi: “Fatti da parte, fanciullino! Hai da poco compiuto la maggiore età e pensi di avere più criterio di quanti ti sono superiori non solo per esperienza, ma anche per forza? Torna ai tuoi studi, nei quali sembra tu abbia raggiunto discreti risultati e lascia che gli Uomini si occupino delle attività che loro competono.” Urlato il suo grido da battaglia, egli si avventò allora sul giovane Ammiraglio, impugnando un pesante candelabro d’ottone a mo’ di mazza e l’avrebbe senza alcun dubbio ucciso se, lesta come lo era stato il suo Signore qualche istante prima, non apparve al fianco del figlio di Morlok Adûnaphel, denudando la propria lama dal nero fodero nel quale dormiva rimembrando i massacri trascorsi ed agognando quelli futuri. Dôkhôr, infastidito dalla sua intromissione, apostrofò il Nazgûl con beffarde parole: “Bella Signora, perché non fai ritorno al talamo dorato nel quale sei solita trascorrere mollemente le giornate, ascoltando le note di un’antica arpa? Vorresti forse sfidare il nerbo degli Uomini di Numenor senza pagarne l’amara conseguenza che ti deriverebbe dall’avere un sì insano coraggio? Oppure, dimmi, hai così a cuore le sorti di questo infante da osare sacrificarti in sua vece?” Rise fragorosamente, ma la sua espressione divertita si mutò ben presto in sorpresa ed in perplessità allorché si avvide che la fanciulla, con uno semplice sguardo e senza pronunziare parola alcuna, aveva convinto Ëargon ad offrirgli la lama; ignaro di quale sarebbe stato il suo fato, accettò il mortale dono che gli veniva presentato, non senza chiedersi il perché di un tale gesto: soli fra tutti, Er-Murazôr ed Akhôrahil compresero quanto era in procinto di accadere e sorrisero crudelmente, ché Adûnaphel si apprestava a duellare contro un nuovo avversario. Rapida, simile ad un fulmine che saetta lungi all’orizzonte tempestoso, la donna sguainò la sua lama, che brillò di un’intensa luce rossa, e coloro che gli furono attorno ne furono atterriti, ché non scorgevano alcunché nei suoi occhi e finanche la luce che prima emanava il suo sembiante sembrava essere scomparsa per lasciare posto ad una oscurità minacciosa: Dôkhôr, resosi infine conto di quanto era accaduto, si mise anch’egli in guardia, non prima di aver rivolto uno sguardo carico di tensione nei confronti di colei che aveva avuta l’ardire di sfidarlo; eppure, nel mentre faceva appello alla sua concentrazione per abbatterla con un solo colpo secco, la sua mente fu distratta da pensieri oscuri di dominio e di lussuria, sicché fu con gran fatica che ne allontanò i minacciosi echi, parendogli ormai difficile distinguere fra i fantasmi che danzavano attorno a lui ed i pensieri reali che sembravano essere tenuti soffocati nella sua mente. La più esperta Spadaccina della sua epoca e di molte di quelle che furono, Adûnaphel combatteva con la stessa grazia con la quale un’allodola canta all’alba per lodare il sole nascente; eppure, non era la luce che ella onorava con le sue movenze aggraziate, quanto le oscure tenebre di Mordor, delle quali era Schiava: nessun uomo era in grado di contrastarne i rapidi affondi ed essi non le avevano mai opposto una seria resistenza, fallendo miseramente nel tentativo di opporvisi. Abile a destreggiarsi sia con una sola lama, sia con due, il Settimo fra gli Spettri al servizio del Maia Corrotto, era solito intonare oscuri canti di potere mentre duellava, e la sua bassa voce, così in contrasto con il suo leggiadro sembiante, annichiliva le membra degli uomini e confondeva loro le menti: cantò, mentre Dôkhôr, mostrando un inconscio coraggio quale pochi fra i suoi camerati avrebbero avuto, tentava vanamente di attaccarla: intrecciò parole arcane, quali mai gli Uomini dovrebbero ascoltare e il feroce camerata, sebbene non fosse stato privato né dell’udito, né della vista, non riuscì più a distinguere alcunché e gli parve che la sua mente vagasse per ciechi corridoi, ove nessun suono poteva udirsi se non quello che il suo cuore emetteva, spronato dalla tensione e dalla paura. Resisté a lungo il Numenoreano, finché Adûnaphel, la quale aveva perso ogni interesse per quel duello e non voleva prolungarlo oltre, con un micidiale fendente, il più letale fra quanti le erano propri, tranciò di netto il torace e la spada del suo sfortunato avversario, il quale cadde morto senza neppure accorgersi che Mandos aveva reclamato la sua anima; cadde ed Adûnaphel aveva già riposto la sua spada nel fodero, suscitando l’ammirazione di quanti la circondavano, in particolar modo di Ëargon: non sapeva, l’ignaro, che un dì anch’egli sarebbe stato condannato a subire la medesima morte per mano di colei che ora l’aveva salvato dall’ira del suo avversario.
Per nulla affaticata dal duello, Adûnaphel voltò le spalle ai miseri moncherini del corpo di Dôkhôr e, dopo essersi leggermente inchinata ad Ëargon, ritornò a fianco di Pharazôn, il quale aveva assistito con grande partecipazione al duello, ché la morte del principale sostenitore della fazione oltranzista del suo partito lo privava di un nemico formidabile ed egli avvertiva più vicina la realizzazione del suo piano.

Note

[1] Le Terre dell’Aurora si estendevano al di là del Rhûn, in luoghi ove di rado i Numenoreani erano soliti recarvisi: in tale contesto, pertanto, il richiamo a tali contrade assume i contorni di una realtà mitica della quale nessuno dei presenti avrebbe saputo dare una definizione precisa e che aveva, al contrario, il compito di confondere le menti dell’uditorio.

[2] La scarsa influenza che l’Ammiraglio Khôrazid deteneva all’interno del Consiglio del Partito degli Uomini del Re e la fredda determinazione con la quale Er-Murazôr considerò la sua temeraria azione, non sono sufficienti, da sole, a spiegare le ragioni che sconsigliarono al Principe Nero di intervenire; al contrario, egli sarebbe incorso in un’ira feroce ed implacabile, se l’ammiraglio fosse venuto a conoscenza del suo vero nome e di quello dei suoi compagni. Presso i popoli della Terra di Mezzo, infatti, perché un incantesimo agisse correttamente su un individuo, era necessario che l’artefice fosse stato a conoscenza del nome segreto della sua vittima e venirne in possesso richiedeva giorni, a volte mesi, di profonda meditazione, non potendosi esaurire nel corso di pochi istanti fugaci. Khôrazid, perciò, non aveva le possibilità materiali di compiere una simile magia, sia perché lo sforzo l’avrebbe senza alcun dubbio ucciso, sia perché non era nelle condizioni ottimali per poter conservare una meditazione così profonda per lungo tempo, la quale sarebbe stata percepita dai Nazgûl ed impedita con la forza. Il timore di poter essere assoggettati da chiunque fosse entrato in possesso del nome segreto, faceva in modo che pochi osassero servirsene apertamente e ancor meno confidarlo agli amici: l’odio che gli Spettri dell’Anello provavano nei confronti di Ërfea derivava proprio dal fatto che egli era riuscito ad appropriarsi di tali nomi e che potesse con questi, se non assoggettare i loro spiriti (perché per fare ciò avrebbe dovuto in primo luogo assoggettare Sauron in persona, del quale nessuno, neppure Mithrandir, fu mai in grado di apprendere il vero nome), quanto meno limitarne l’azione in battaglia; timore che, come dimostrarono gli eventi successivi all’esilio del Principe dello Hyarrostar da Numenor, si rivelò fondato.

Numenor: Game of Thrones (parte II). L’arrivo di Pharazon e dei Nazgul

Buongiorno e ben ritrovati. Dopo aver approfondito nel precedente articolo Le lettere di Tolkien e le origini della guerra civile numenoreana i riferimenti di Tolkien, presenti nelle sue lettere e nel Silmarillion, inerenti alle cause che portarono alla crescente ostilità fra le due fazioni dei Numenoreani (Fedeli vs Uomini del Re), riprendo la narrazione del «Racconto dell’Ombra e della Spada», iniziata nel seguente articolo Numenor: Game of Thrones (I).

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Irrequieti, i camerati presero a rivolgersi l’un l’altro sussurri pregni di paura e di sospetto, temendo che Pharazôn avesse voluto tendere loro una trappola per eliminare quanti un giorno avrebbero potuto contestare la sua ascesa al trono: Ëargon, il più giovane fra gli Uomini del Re presenti al consesso, levò allora in alto la sua lama, unico fra i Principi ad aver condotto con sé armi, nonostante Pharazôn avesse ordinato severamente che nessuno potesse recarle dinanzi al suo cospetto, e così parlò: “Orsù, camerati! Perché dovremmo noi consegnare l’autorità della quale fummo investiti in virtù del nostro nobile lignaggio a favore di un esiliato, ultimo supersite di una casata reale da tempo privata di onore e forza? Fra noi vi sono, questo lo vedo bene, Signori quali mai il nostro Partito, che pure a lungo ha dominato le sorti della nostra isola, ha conosciuto: non dovremmo, forse, ottemperare quanto il fato benigno volle che i nostri animi conoscessero, ambendo a quel dominio che i Fedeli per troppo tempo ci hanno negato? Perché esitare ancora? Temete forse una sovrana sì vile da non aver mai avuto il coraggio di esporre la sua persona dinanzi al popolo riunito?”
“Non temiamo Tar-Miriel, la cui autorità non riconosciamo – interloquì allora Dôkhôr, levandosi irato dal suo scranno – eppure, non possiamo ignorare che ella abbia al suo fianco Uomini valorosi, i Paladini di Numenor. Credi forse che il pensiero di impossessarci del reame dell’Isola del Dono non abbia allettato i nostri animi, ben prima che tu venissi al mondo?”
“Hai forse udito la mia voce esprimersi in tal senso? – replicò seccato Ëargon – I Paladini di Numenor, tuttavia, sono vulnerabili quanto la regina stessa: essi, infatti, hanno profonda stima di un uomo che sarà la loro rovina, se noi sapremo condurlo sul cammino della perdizione e della infamia.”
“Ecco che sei nuovamente in errore – interloquì allora Khorazîd – ché finanche questa soluzione fu un tempo prospettata e infine rigettata: se, infatti, Numenor fosse sul punto di crollare e la regina si trovasse sull’orlo dell’abisso, stai pur certo che l’uomo di cui parli non esiterebbe a sacrificare la vita della figlia di Tar-Palantir pur di salvare il reame”.
Il figlio di Morlok sorrise compiaciuto, quasi che avesse sperato in una simile osservazione da parte del suo uditorio; fu, perciò, con palese soddisfazione che levò in alto una missiva, in modo che tutti potessero vederla: “Miei signori – esordì con tono sprezzante e ironico allo stesso tempo – le informazioni in vostro possesso sono obsolete. Ho qui le prove che dimostrano in modo confutabile quanto il legame fra Ërfea e Tar-Miriel non solo non sia scemato nel corso degli anni, ma sia divenuto addirittura più forte negli ultimi tempi.”
Khorazîd espresse le perplessità di tutti: “Di quali prove parli?”
Ëargon sogghignò brevemente, infine così rispose: “Non è stato semplice entrare in possesso di tale missiva riservata, ché per averla ho dovuto sedurre una delle ancelle della regina; tuttavia, ogni mio sforzo è stato premiato allorché ho scoperto che i miei sospetti erano fondati. Ërfea ama profondamente la figlia di Tar-Palantir – e qui parve, per un attimo, che la sua voce si incrinasse, nessuno seppe dire se per invidia o se per amarezza – ed ella potrebbe vincere in breve tempo le resistenze che ancora la vincolano a non pronunciare alcun giuramento nei suoi confronti.”
Akhôrahil, che sino a quel momento era stato assorto in profonda ed oscura meditazione, levatosi dal suo alto scranno, espresse allora il suo parere: “Se la prova da te addotta fosse veritiera, non vi sarebbe alcun dubbio sulle parole colme di superbia che hai poc’anzi pronunciato. Fra noi vi sono alcuni che ricordano cosa accadde diversi anni or sono, allorché il figlio di Gilnar era giovane ed era stato da poco nominato Cavaliere del Regno: vi è forse la possibilità che quanto non riuscì a compiersi allora, divenga presto realtà.”
Ëargon, il quale era prossimo a compiere i quarant’anni, sollevò stupito il capo ed il suo tono espresse palese stupore: “Cosa accadde dunque, Akhôrahil? Vorresti forse dire che Ërfea e Tar-Miriel si conoscevano fin da quei lontani anni, prima ancora che io venissi al mondo?”8
Il Quinto fra i Nazgûl annuì lentamente con il capo, infine parlò: “Tar-Palantir aveva infinita fiducia nel giovane principe dell’Hyarrostar e non vi è dubbio alcuno che gli avrebbe permesso di prendere la mano di sua figlia, se Ërfea glielo avesse chiesto; eppure, questo non avvenne, ché il giovane capitano di Numenor fu sedotto da una donna, Gilmor, sorella di Arthol, compagno e confidente del figlio di Gilnar. Quando la principessa di Andor fu messa al corrente di quanto era accaduto, sebbene fosse scoppiata in lacrime – e qui parve che le labbra di Akhôrahil sorridessero silenziosamente – cercò il Morluin promettendogli che avrebbe perdonato il suo errore: questi, tuttavia, era troppo scosso per gli avvenimenti accaduti di recente o forse era troppo codardo per ambire al suo perdono e lo rifiutò, abbandonando per lunghi anni queste contrade.”
Khôrazid, che aveva ascoltato attentamente ogni parola pronunciata dal Nazgûl, interruppe la sua narrazione: “Non metto in dubbio la veridicità di ogni tua affermazione, ché sei invero il più saggio ed anziano fra noi, eppure non posso fare a meno di chiedermi come tu sia venuto in possesso di codeste informazioni.”
“Ero presente all’ultimo incontro fra i due giovani – rispose dopo aver atteso qualche istante l’Ulairë – sebbene essi non abbiano conservato memoria della mia presenza. Vidi le lacrime bagnare i loro volti e ascoltai gli amari singulti spezzare il quieto canto della risacca sulla battigia. Non è forse sufficiente?”
Dôkhôr rispose: “Che sia vero o no quanto affermi ha poca importanza oggi. Mi basta sapere che tra il Paladino e la Regina vi è un sentimento tale da provocare la rovina di entrambi”.
Akhôrahil sorrise sprezzante: “Dicono che l’abilità di Dôkhôr stia nella forza con la quale ha guidato gli stermini ed i saccheggi nella Terra di Mezzo, non nella sua mente, rozza e tarda a comprendere. Sciocco! – gridò con forza lo Spettro dell’Anello e tutti coloro che erano presenti furono atterriti dalla sua ira – non comprendi che aver conoscenza del passato potrà assicurarci la vittoria? La morte colpisce con più celerità ove corrompe un cuore già oltraggiato dal medesimo sicario.”
Ëargon, il quale era lesto negli atti come nei pensieri, comprese quanto si celava nel pensiero del Re Tempesta e così ribatté: “Credi dunque che potremmo servirci del Morluin per giungere al trono di Numenor?”
“No – rispose Akhôrahil, palesemente irretito da una tale proposta – egli ora è potente nel corpo e nello spirito e non sarebbe facile per alcuno di noi corromperlo.”
Dôkhôr, ancora irato per lo smacco testé subito, non nascose il suo pensiero: “Dovrei forse dedurre che tu tema il figlio di Gilnar più di quanto non tema la tua stessa vanagloria? Sei esperto nell’eloquio, ma nell’arte del combattimento in molti ti sono superiori; forse, dici bene quando riconosci che il Morluin sia per te una preda troppo grossa perché tu la possa afferrare con le tue sudice mani; eppure, amici, se mi consegnerete il Principe dello Hyarrostar, io spegnerò in lui la fiamma vitale. Perché, infatti, perdere tempo prezioso nel dibattere su Amanti, obliati o recenti che siano, Tradimenti e Viltà? Uccidiamo il Numenoreano Fedele e nessuno oserà opporsi alla nostra ascesa al trono!”

“Sei sempre stato molto divertente, mio caro Dôkhôr – esclamò una voce che sino a quel momento nessuno aveva udito in quel consesso – Mio padre affermava che fra tutti i camerati tu eri l’unico che preferiva il rozzo ferro dell’Harad ai calici preziosi, solo perché così ubriaco da non aver capacità di discernimento allorché essi si spartivano il bottino.” La voce tacque un attimo, indi riprese a parlare: “Nessuno oserà opporsi alla nostra ascesa al trono, dici? Suppongo che tu intenda affermare che tutti siano così sciocchi da aver dimenticato che un solo signore fra noi siederà sul marmoreo scranno del palazzo reale di Armenelos; e, a meno che un morbo improvviso mi privi della capacità di intelletto, intendo proclamare per me tale diritto.”

Sbigottiti, gli Uomini del Re arretrarono, domandandosi gli uni gli altri donde provenisse quella voce, ché non scorgevano alcun uomo innanzi a loro ed erano confusi e furiosi al tempo stesso; Akhôrahil, al contrario, essendo l’unico, come fu chiaro alcuni mesi dopo, ad essere stato messo a conoscenza di ogni cosa, con un rapido gesto della sua mano destra aprì un uscio nella roccia che nessuno sino a quel momento aveva notato e lasciò che tre figure facessero il loro ingresso nell’oscura sala; tuttavia, tale era la confusione che regnava tra coloro che avversavano il regno di Tar-Miriel, che pochi vi fecero caso e quanti scorsero tale gesto, in seguito non serbarono più memoria di quell’avvenimento.
Turbati, coloro che erano del Partito del Re lasciarono scorrere fra due ali coloro che erano apparsi sì repentinamente; sebbene avessero inteso la reale identità di almeno uno di loro, ché ne conoscevano la voce, ignoravano ogni cosa riguardante le altre due figure: solo, Khôrazîd ebbe un fremito di terrore e si coprì il volto con il proprio mantello, egli che era stato un tempo un Paladino e ora avvertiva nell’aria una grande malvagità. Stupita, Ântenora, moglie del principe del Forostar, così gli si rivolse: “Cos’hai? Temi a tal punto la voce di Pharazôn da non osare mirarlo in volto? Egli è solo un giovane il cui animo è colmo di boria. Perché, dunque, sei così turbato?”
Khôrazîd rantolò, infine rispose: “Sono dunque l’unico ad avvertire la malvagità addensarsi in questa aula? Sono stato Paladino per molti anni, sin quando il nerbo del governo di Numenor è stato nelle mani di uomini valorosi e sprezzanti di ogni pericolo e ho appreso molte abilità delle quali oggidì la gran parte dei camerati non serba più alcuna memoria. Sappi dunque questo: mai, in tutta la mia lunga esistenza, ho conosciuto un simile potere emanare dalle figure che hanno ora fatto il loro ingresso fra noi.” Sulle prime, dopo aver udito questa risposta, Ântenora, rise, ché non gli pareva possibile che il giovane Pharazôn fosse latore di una simile potenza; tosto, tuttavia, il suo sorriso si mutò in timore ed infine in sbigottimento allorché scorse che molti altri signori fra i Numenoreani colà presenti erano in preda alla medesime convulsioni che avevano colto il marito: stupefatta, ella stessa si rese conto che il corpo non le ubbidiva più e in breve fu costretta, contro la sua volontà, che pure era forte come quella di poche fra le dame presenti, a chinare dapprima il capo, infine a prostrare tutto il corpo dinanzi alle due alte figure che accompagnavano il principe ribelle.

Pharazôn, giunto al centro della sala, rivolse un breve cenno a quanti l’avevano accompagnato ed essi presero posto accanto a lui: un mormorio colmo di attesa si levò dall’assemblea e finanche coloro che sino a quel momento, per forza interiore o per sorte fausta, avevano evitato di cadere sotto la loro preponderante volontà, furono avvinti alle loro oscure menti. Ëargon, l’unico uomo ad aver saputo opporre una valida resistenza fra quanti erano presenti dinanzi a tale rivelazione, fu tuttavia incapace di parlare per lungo tempo, ché una grande inquietudine si era impadronita del suo cuore e, sebbene non avrebbe mai osato confessarlo a nessuno, temeva i due forestieri come non aveva temuto mai alcun nemico. Colui che era alla destra del figlio di Gimilkhâd indossava una lunga tunica nera adornata da intarsi dorati; una ricca cappa in pelliccia bianca copriva le sue possenti spalle ed egli cingeva una spada al fianco sinistro, la cui elsa, rischiarata da freddi diamanti, rifletteva cupa le torce della sala. Il volto dell’uomo, sebbene fosse bello e nobile, era tuttavia imperscrutabile e lo stesso Ëargon, che pure aveva osato mirarlo negli occhi, fu tosto costretto a chinare, riluttante, il capo, ché era stato colto da conati e a stento riusciva a reggersi in piedi: non vi era luce alcuna nei grigi occhi dello straniero ed essi erano immobili e silenti; eppure, osando quanto nessuno prima di lui aveva tentato, il figlio di Morlok respirò profondamente e spinse lo sguardo oltre i confini della sala, oltre Numenor e al di là del Grande Mare Orientale, finché non credé di scorgere una remota fiamma bruciare lugubre a levante.

Inorridito, Ëargon arretrò ed il suo timore crebbe allorché scorse la medesima fiamma oscura negli occhi del forestiero; per un istante, gli parve che l’intero corpo dell’uomo non fosse altro che un ricettacolo per uno spirito dotato di un potere quale mai i suoi occhi avevano mirato sino a quel momento e, sebbene l’aura che questi emanasse fosse luminosa, il Numenoreano comprese che non della luce degli Eldar si trattava, bensì di qualcosa di diabolico e crudele.

L’uomo, assorto come era nelle sue oscure meditazioni, non parve accorgersi che Ëargon era intento a studiarlo; tuttavia, pur non degnandolo di uno sguardo, la sua malvagità era tale che il giovane ammiraglio ne risultò schiacciato: distogliendo i suoi azzurri occhi da quelli dello straniero, il figlio di Morlok notò che, occultata parzialmente dalle tenebre che aleggiavano nella sala e che ora sembravano essersi infittite, vi era una corona posta sull’ampia fronte dell’uomo. Sulle prime, non vi fece quasi alcun caso, prigioniero com’era dell’inquietante sguardo che emanava quel corpo; infine, un urlo gli morì in gola, allorché comprese essere quell’uomo un Numenoreano e, per giunta, uno di alto lignaggio: la corona che adornava il suo capo, infatti, non assomigliava affatto a quelle che erano soliti indossare i barbari re dell’Oriente, bensì era simile, piuttosto, agli alti elmi che i Comandanti degli Uomini del Re indossavano in battaglia. Affascinato e allo stesso tempo inorridito dalla forma e dai colori della corona dell’uomo, infine Ëargon comprese quanto sulle prime gli era sfuggito, ché solo una corona, forgiato in bianco laen e adorno da splendente madreperla poteva essere simile a quella: riluttante a prestare fede a quanto i suoi occhi scorgevano, fu nuovamente colto da forti conati, ché l’artefatto in questione era appartenuto un tempo ai sovrani di Numenor e di esso si era smarrito nel tempo ogni traccia, sebbene il ricordo perdurasse vivido nella memoria di ciascun Ammiraglio. L’elmo di Tar-Cyriatan, che presso alcuni storici di Andor fu considerato la prima corona che i Sovrani di quella terra avessero portato, splendeva ora innanzi ai suoi attoniti occhi: molti interrogativi senza risposta allora lo turbarono; nomi che un tempo aveva creduto appartenere alle leggende narrate nelle gelide notti di inverno da anziane donne ed uomini senza alcun ritegno parvero ora prendere vita dinanzi a lui. Per quanto, tuttavia, si sforzasse di riportare alla mente nozioni di storia che un tempo aveva appreso, egli non fu in grado di comprendere la reale identità dell’uomo che aveva dinanzi, né, forse, questo era un compito alla sua portata, ché questi era Er-Murazôr, il Principe Nero, Signore degli Eserciti di Mordor e Re degli Stregoni. Il discepolo prediletto da Sauron giungeva ora alla contrada dei Numenoreani, dopo una lunga assenza, per portare a compimento la missione che gli aveva affidato il suo Padrone e sebbene nel suo cuore il risentimento per il figlio di Gilnar si fosse accresciuto nel tempo, da quando questi aveva osato profanare la sua fortezza occultata dalle sabbie del deserto, pure aveva avuto ordini precisi a riguardo e la sua ira era destinata, per il momento, a restare inespressa.

4

L’ombra di Er-Murazôr crebbe nella sala e l’oscurità si infittì: una luce chiara, eppure remota, risplendeva tuttavia alla sinistra dello scranno di Pharazôn ed il giovane figlio di Morlok ne fu inesorabilmente attratto: la figura che aveva preso posto accanto al cugino della sovrana, sebbene non avesse ancora rivelato il suo sembiante agli altri Numenoreani, pure sembrava essere la fonte di tale luminosità. Con crescente stupore, Ëargon mirò lo straniero mentre, con un gesto lento e al tempo stesso elegante, lasciava cadere il manto che ancora rivestiva la sua carne e la sua sorpresa, questa volta, fu troppo grande per poter essere occultata, né egli fu l’unico a mostrare un tale atteggiamento: l’ospite, infatti, non era un uomo, come molti avevano creduto, bensì una donna di indicibile bellezza. I Principi di Numenor ed i loro servi, gente scaltra e senza alcun ritegno, al solo guardarla furono vittime della lussuria e sussurrarono tra loro commenti che qui non saranno riportati; le Signore di Andor, invece, presero subito a detestarla, perché la donna il cui sembiante era stato ora scoperto, rappresentava ai loro occhi molto di quanto avevano perso in gioventù e che sapevano fin troppo bene non avrebbero più riottenuto: giovane era e non dimostrava avere superato la maggiore età[1], ché la sua chiara pelle era vellutata come seta e la sua capigliatura emetteva riflessi bluastri alla luce delle torce, tanto era scura. Per nulla seccata o intimorita dagli sguardi, ora lascivi, ora invidiosi che le venivano rivolti, la donna, con femminile grazia, si acconciò la chioma, leggermente scomposta a causa del lungo viaggio che aveva dovuto compiere per giungere fino a codesto luogo, e tutti ebbero modo di scorgere la sua affusolata mano carezzare dolcemente il capo; terminato che ebbe questo compito, ella rivolse i suoi azzurri occhi, sì splendenti che nessuno ne aveva mai visto un paio simili, al suo affascinato pubblico ed essi le furono soggiogati. Lentamente, l’ospite si levò nuovamente dallo scranno sul quale mollemente si era adagiata, lasciando cadere il nero mantello che l’aveva avvolta, simile ad una nube che oscura la luna nel plenilunio; un secondo mormorio colmo di stupore, ammirazione ed astio si levò, allora, ed il cuore di Ëargon fu trafitto, senza che egli potesse opporre una valida resistenza alla brama di lei che di istante in istante diveniva più forte nel suo animo. Superbamente bella, la donna si mostrava ora nella sua seducente femminilità: un lungo abito bianco le cingeva morbidamente il corpo, aderendo sui suoi seni e sui suoi fianchi, simile ad un abbraccio che un amante tenti di rivolgere all’oggetto del suo disio, mentre da una nera cinta, i cui intarsi argentati splendevano lugubri nella notte rischiarata dalla bellezza della donna, pendeva una leggera lama, la cui foggia, tuttavia, a molti parve essere simile a quelle portate dalle donne numenoreane – poche in verità – che erano esperte nell’arte della scherma e la cui elsa, ricavata da un unico frammento di ametista, risplendeva anch’essa nella notte.

Un grazioso diadema era posto sul capo di colei che aveva ridotto al silenzio un uditorio che sino a pochi istanti prima era sconvolto da dispute e da rancori ed Ëargon si avvide che la medesima pietra preziosa che costituiva l’elsa della sua lama era posta al suo centro: incapace di parlare, egli non poté, tuttavia, evitare di pensare che la bellezza di codesta dama superava di gran lunga quella di qualunque altra donna avesse conosciuto, finanche di Miriel, che pure era da ogni Numenoreano considerata il fiore più grazioso che fosse mai stato concepito sull’isola sin dai tempi di Elros Tar-Minyatur. Affascinato, il figlio di Morlok osò mirarla nei suoi glaciali occhi e scorse, in un turbinare di sensi, la spietatezza dell’acciaio, la ferocia di una tigre del lontano meridione, l’intelligenza dello sparviero che sorvola le cime dei monti immersi nella bruma e la malizia della furtiva volpe che erra raminga nei campi di grano: sospirò d’amore e di desiderio e la volle per sé ed ella in verità, non fu tarda nel concedersi ai suoi desideri, sebbene, come fu chiaro in seguito, non agì seguendo il medesimo desiderio che ora si agitava furioso nel petto del Numenoreano, quanto piuttosto la sua lussuria ed il suo freddo raziocinio, ché ella era Adûnaphel l’Occultatrice, Settima fra i Nazgûl e Spadaccina di indicibile valore ed esperienza».

10

Note

[1] Si ricordi che presso i Numenoreani il conseguimento della maggiore età avveniva al compimento del trentacinquesimo anno di età.

Numenor: Game of Thrones (I)

Bentrovati! Per il titolo di questo articolo, come avranno notato i lettori dei romanzi «Cronache del ghiaccio e del fuoco» scritti da George Martin, mi sono ispirato alla celebre serie televisiva «Il Trono di Spade» (Game of Thrones). Nessuna paura! Non ho intenzione di mescolare elementi delle opere tolkieniane con quelli del celebre scrittore statunitense. Si tratta solo di un simpatico omaggio a una famosa serie TV, che mi è di grande utilità, però, per introdurre due racconti postumi (scritti, cioè, dopo aver terminato la prima stesura del «Ciclo del Marinaio») nei quali ho provato ad approfondire un aspetto della storia numenoreana, relativo alla guerra civile combattuta a Numenor nell’anno 3255 della Seconda Era, che avevo toccato solo marginalmente nel «Racconto del Marinaio e della Principessa».
Il conflitto vide schierati da un lato i Numenoreani fedeli al culto dei Valar e di Eru e dall’altro i sostenitori delle pretese avanzate da Pharazon – cugino di Tar-Miriel, legittima regina – al trono. Molti di voi sanno già come si concluse questa guerra civile; gli altri potranno scoprirlo leggendo questi due racconti. In fondo, le macchinazioni avanzate dagli uni e dagli altri per assicurarsi la vittoria dettero origine, a tutti gli effetti, a una sorta di «giochi diplomatici», nei quali complotti e tradimenti erano all’ordine del giorno.
In particolare, il racconto «L’Ombra e la Spada» che vi apprestate a leggere a partire da questo articolo presenta una singolare caratteristica: a differenza di tutti gli altri, che erano invece basati su ricordi ed esperienze vissute direttamente da Erfea o comunque facilmente recuperabili da una cerchia di persone che con il paladino di Numenor avevano relazioni, questo racconto è (almeno fino a questo momento) l’unico scritto da personaggi che con Erfea non avevano relazioni dirette, se così si può dire…dal momento che, come vi accingerete a leggere, i protagonisti di questo e dei prossimi articoli saranno proprio i capi della fazione avversa a Tar-Miriel, fra i quali un grande ruolo sarà attribuito ai tre principi numenoreani che furono corrotti da Sauron e furono tra i più potenti fra i Nazgul: Er-Murazor, Akhorahil ed Adunaphel.

Per questa ragione, trovo importante trascrivere, prima ancora di presentarvi l’incipit del racconto, una nota che spiega come questo documento finì nelle mani di Erfea.

«Questo scritto pervenne ad Erfëa tramite un’ambasciata che giunse a Gondor allorché erano trascorsi pochi mesi dalla Caduta: colui che gli consegnò il manoscritto, accompagnò tale dono con una lettera nella quale spiegava di essere stato per molti anni schiavo di Pharazôn e di essere fuggito da Numenorë allorché il suo Signore, venuto a conoscenza che questi aveva trascritto resoconti di vicende che non desiderava altri conoscessero, ordinò di ucciderlo e di bruciarne la dimora. Sulle prime, il principe di Minas Laurë esitò a prestare fede a tale scritto, ché molto diffidava dei Numenoreani Neri e dei loro inganni; in seguito, rimembrò che fra coloro che erano stati del seguito dell’ultimo sovrano di Andor, vi era un uomo il quale era solito essere condotto in catene dinanzi al suo trono per il bieco divertimento del re e della corte intera, ché era muto e nulla poteva ribattere alle risate crudeli che il governatore dell’isola riversava sul suo capo e comprese il suo errore. Sceso dallo scranno, il Sovrintendente di Gondor domandò perdono all’uomo per non averlo riconosciuto fin dal principio e ordinò che fosse ospitato fino alla fine dei suoi giorni presso una ricca dimora che gli fu assegnata come risarcimento per le torture che aveva subito durante gli anni ormai distanti della sua giovinezza: grato per il dono del principe, l’uomo, il cui nome era Khanor, visse ad Osgiliath per due anni ed infine spirò».

Prima di lasciarvi alla lettura dell’articolo, infine, voglio fare un’ulteriore premessa: questo racconto e quello che segue, intitolato «Il racconto dell’infame giuramento» presentano un tono più cupo e drammatico rispetto a quelli che avete letto fino ad oggi. In parte, questa scelta è stata motivata dalla necessità di assecondare un linguaggio più consono ai protagonisti principali di questi racconti, che militano nel campo «avverso», per così dire; in secondo luogo, soprattutto nel primo racconto, ci sono evidenti influssi derivati dalla lettura dei romanzi di H.P. Lovecraft, soprattutto a livello di ambientazione. Credo ne sia uscito un quadro abbastanza diverso dal solito – si potrebbe dire, con una battuta, che questi sono i racconti forse «meno tolkieniani» che io abbia mai scritto – ma lascio a voi il compito, spero piacevole, di giudicare se sia o meno riuscito nel mio intento.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«In quei giorni[1], Pharazôn, nipote di Tar-Palantir, sovrano di Numenor nei giorni del suo triste declino, tenne un consiglio fra quanti erano del suo partito, ché egli, sebbene si fosse atteso la proclamazione di sua cugina a sovrana di Numenor, pure non smetteva di detestarla, temendo che i Fedeli avrebbero preservato negli anni del suo regno la gloria che sì recentemente avevano conquistato: incapace di trattenere ulteriormente la sua ira ed il suo timore, convocò coloro che erano stati i camerati di suo padre e che erano sopravvissuti alla prigionia o alla morte in battaglia. Sulle prime, gli Uomini del Re espressero un palese disagio nell’ottemperare la richiesta del figlio di Gimilkhâd e questo accadeva perché erano sopravvissuti in pochi e temevano di terminare tristemente i propri brevi giorni; infine, poiché essi erano ansiosi di ottenere vendetta su Tar-Miriel e i suoi Paladini, acconsentirono ad incontrare Pharazôn nella cave abbandonate di Dûr-Zhirûk[2], poste all’estremità meridionale della penisola di Andustar: tale contrada godeva di cattiva fama, ché i pastori non permettevano che i loro armenti pascolassero nei suoi recessi nebbiosi e grigi, né i pescatori osavano condurre le loro fragili imbarcazioni nei pressi delle sue imponenti scogliere di nero basalto, il cui silenzio era rotto solo dall’incessante fragore provocato dalla rabbia del Grande Oceano. Pochi fra i sapienti Numenoreani erano a conoscenza di quali oscuri pertugi si aprissero all’interno di tali recessi e non facevano volentieri parola di quanto avevano scoperto ad altri che non fossero i Cundo dell’Accademia, per timore che la follia ed il terrore si impadronissero delle menti di coloro che impunemente fossero venuti a conoscenza di esseri che si diceva fossero vissuti in quegli oscuri antri prima ancora che l’Isola del Dono fosse sollevata dalle acque: a quanti affermavano che solo i Valar avevano avuto parte alla creazione di Numenor, costoro replicavano che finanche Melkor era stato nel loro Novero e che dunque, per quanto la sua oscura essenza fosse stata scagliata nello spazio atemporale che si estendeva al di là del Tempo, pure il suo malefico influsso aveva contributo, in parte, alla sollevazione di Elenna dal fondale dell’Oceano, plasmando la roccia di Dûr-Zirûk secondo la sua perversa volontà. Per molti secoli, i Numenoreani avevano evitato le contrade oscure che si estendevano al di là delle desolate piane dell’Andustar; infine, coloro che erano tra gli Uomini del Re noti per la loro malvagità e crudeltà, avevano edificato in questi luoghi oscuri altari a divinità senza nome, il cui culto era sopravvissuto negli anni fino a giungere ai giorni di Pharazôn; questi, sebbene fosse poco o punto propenso a credere ai racconti che circolavano su Dûr-Zirûk, pure aveva esplorato quegli spaventosi anfratti e si era convinto che l’orrore primigenio che emanavano gli affreschi immondi che ne coprivano i soffitti avrebbe influenzato le menti dei suoi camerati, esortandoli a compiere la scelta che avrebbe ritenuto più consona ai propri interessi. Riluttanti, i Signori degli Uomini del Re accettarono il suo invito, non prima di aver giurato che non avrebbero rivelato a nessun altro figlio di Iluvatar quanto avrebbero scorto o udito in quelle immonde sale sotterranee: accadde dunque che durante un novilunio, quando massimo cresceva nel cuore dei Fedeli il timore e l’avversione per le contrade il cui nome risuonava alle loro orecchie maledetto ed infido da ascoltarsi, essi si radunassero a Dûr-Zhirûk, abbigliati nelle loro regali vesti; per primo, giunse Khorazîd, Principe dell’Andustar, e numeroso era il suo seguito di schiavi, concubine e mercenari; dopo che egli ebbe abbandonato la sua lettiga d’oro e si fu calato nelle voragini della terra, altri Signori della schiatta ribelle di Elros Tar-Minyatur lo seguirono. Dôkhôr, Principe del Fornastar, fuggito anni prima nella Terra di Mezzo perché accusato di aver perpetuato immani stragi nelle province che Ar-Gimilzor gli aveva attribuito, era fra coloro che presero parte al consesso; Azâran, Principe dell’Ondustar, il più anziano fra i camerati del padre del giovane Pharazôn, era stato fra i primi ad accorrere allorché l’erede del suo signore era giunto alla sua antica dimora per condurgli di persona la missiva sulla quale era trascritto l’invito al Consiglio del Partito degli oppositori alla Regina; finanche Akhôrahil, che pure era scomparso da Numenor allorché Erfëa aveva scoperto la sua reale identità celata nei deserti infuocati del remoto Harad, aveva fatto ritorno ad Andor e, sebbene avesse mutato il suo sembiante, pure furono in molti coloro che crederono di riconoscere nel suo volto l’antico membro del Consiglio dello Scettro di Ar-Gimilzor. Principi e dame – ché, seppure in numero inferiore, esse erano presenti al consesso e si dimostrarono non meno risolute e spietate di quanto non lo fossero i loro consorti – furono condotti da esperte guide per segreti pertugi fino alle radici dell’Isola, ove i loro sguardi, che pure erano avvezzi alle peggiori nefandezze che i Secondogeniti avessero escogitato nel corso di lunghi secoli, furono atterriti e disgustati, sicché non furono pochi coloro che si coprirono il capo a causa del terrore che affreschi obliati da molti anni suscitavano in loro; finanche Dôkhôr, che pure era il signore di quella contrada, non aveva mai fatto visita a quegli orrendi sepolcri prima di quel momento ed il suo viso era ora pallido e smorto, come se un gran male l’avesse colto: unico fra tutti i presenti a non darsi pena per quanto accadeva era Akhôrahil, ché egli era fra i servi maggiori di Sauron e, sebbene conoscesse poco o punto i segreti nomi delle divinità ivi venerate per mezzo di orrendi sacrifici, le cui tracce erano ancora visibili sugli altari consunti dal tempo, pure si avvedeva che servivano il medesimo scopo del suo Padrone e di ciò si compiaceva».

Note

[1] Vi è qui un’allusione agli ultimi giorni del regno di Tar-Palantir: secondo alcuni commentatori, potrebbe riferirsi al terzo mese dell’anno 3255 della Seconda Era, ché la designazione di Miriel a sovrana di Numenor fu comunicata ai ministri del regno solo all’inizio della primavera, e tra questi gli unici ad averla appresa prima di tutti gli altri erano stati Amandil ed Erfëa.

[2] Dûr-Zhirûk, la Roccia del Demone nell’Adunaico, antica favella degli Uomini dell’Occidente.

P.S. In questi giorni ha raggiunto e superato la quota di 1000 commenti…sono molto soddisfatto di questo piccolo traguardo, ringrazio ciascuno di poi per aver contributo a realizzarlo! Puntiamo a…duemila!