Per altri luoghi e per altre vie: gli Anelli del Potere un ponte per altri mondi?

Inizio questo articolo con una citazione del bellissimo racconto a fumetti: «Favola di Venezia» di Hugo Pratt. Al termine di una vicenda intricata e onirica il protagonista del racconto, il marinaio Corto Maltese, trova una gemma magica, la «Clavicola di Salomone», nel Ghetto di Venezia, che gli permette di andare «in posti bellissimi e in altre storie» come recita la didascalia della vignetta che ho scelto come immagine in evidenza per questo articolo.

Le proprietà de «La clavicola di Salomone», che permettevano al suo possessore di aprirsi la strada verso altri mondi, mi hanno suggerito una riflessione sui Grandi Anelli del Potere che, spero, possa fare luce su alcune delle loro caratteristiche intrinseche. Come tutti sanno, l’uso prolungato degli Anelli porta con sé una serie “effetti collaterali” perniciosi di dipendenza: non escludo da questi neppure gli Anelli degli Elfi, perché, se ci pensate bene (a parte l’Anello di fuoco, affidato a Gandalf) costringono, più o meno implicitamente, i loro possessori a isolarsi dal mondo, aiutandoli a realizzare delle bellissime oasi come Rivendell e Lorien, le quali, tuttavia, a causa della loro natura, per così dire “artificiosa”, sono isolati dal resto delle terre circostanti. Ricordate cosa accade ai membri della Compagnia dell’Anello quando abbandonano Lorien? Scoprono che sono trascorsi molti più giorni rispetto ai loro conti: il tempo scorre diversamente nella terra di Galadriel, contribuendo ad isolarla dal resto della Terra di Mezzo. Gli Elfi sono orgogliosi delle loro dimore: eppure, venuto meno il potere dell’Unico Anello, avvertono il senso di stanchezza (o forse dovrei dire di inadeguatezza) che la Terra di Mezzo comunica loro e forse – ma questa è una mia opinione – comprendono che, magari non nel volgere di pochi anni, ma con il trascorrere del secoli, Lorien e Rivendell avrebbero perso le loro proprietà intrinsiche di bellezza, legate com’erano ai poteri degli anelli di Elrond e Galadriel, e decidono di rinunciarvi spontaneamente, veleggiando verso Ovest e conservando così intatto il ricordo struggente della bellezza e armonia di quei luoghi.

Anche per i Nani, che pure risultavano molto resistenti alla magia, l’uso degli Anelli comportò conseguenze perniciose: in realtà, conosciamo molto poco delle proprietà degli anelli del popolo di Durin, fatta eccezione forse per una frase dal significato piuttosto oscuro che nelle Appendici del «Signore degli Anelli» Thror rivolge a Thrain, consegnandogli l’ultimo Anello del suo popolo: «Questo potrebbe essere per te la base di una nuova fortuna, benché sembri improbabile. Ma per fare oro occorre averne» (JRR Tolkien, SdA, p. 412).

Per quanto riguarda gli Anelli degli Uomini siamo maggiormente informati, non fosse altro perché sappiamo che il loro possesso li trasformò in servitori schiavi della volontà di Sauron, i Nazgul, realizzando così l’obiettivo primario dei piani del Nemico: rendere i possessori degli Anelli suoi schiavi immortali. Siamo a conoscenza, altresì, degli effetti “positivi” che caratterizzavano questi artefatti: rendevano i sensi dei loro proprietari più acuti (ricordate cosa successe a Bilbo nell’Hobbit?) e, almeno nel caso degli Anelli degli Uomini, resero le loro menti più brillanti e i loro corpi più resistenti, prolungandone la vita magicamente: in questo modo essi potettero diventare famosi sovrani, guerrieri e stregoni, prima di cadere vittime della nequizia di Sauron. Fin qui abbiamo brevemente ricordato le principali caratteristiche degli Anelli e il destino finale dei loro possessori, senza però avvicinarci ancora al tema anticipato nel titolo.

Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo riprendere una frase del Silmarillion che entra nel vivo della questione dei poteri degli Anelli: «Potevano aggirarsi, volendolo, invisibili agli occhi di tutti in questo mondo sotto il sole, e vedere cose in mondi invisibili ai mortali; ma troppo spesso non scorgevano altro che fantasmi e finzioni di Sauron». (Il Silmarillion, p. 364). Or dunque, che Sauron evocasse le larve degli spiriti dei morti non è una novità: fu proprio attraverso l’inganno perpetuato a danno di uno dei compagni di Barahir, il padre di Beren, mostrandogli il fantasma della moglie morta, che il discepolo di Morgoth apprese del nascondiglio dei suoi nemici e potè così procedere alla loro eliminazione. Per comprendere tuttavia a cosa alludesse Tolkien parlando di «mondi invisibili ai mortali», dobbiamo recuperare un altro breve passaggio dei suoi scritti. Ricordate cosa successe a Frodo quando, al Guado di Bruinen, era sul punto si trasformarsi in uno Spettro? «Mi parve di vedere una figura bianca che risplendeva e non si offuscava come le altre: era dunque Glorfindel?». «Sì, per un attimo l’hai intravisto com’è nell’altro mondo: uno dei potenti fra i Priminati». (SdA, La Compagnia dell’Anello, p. 305). Possiamo dunque immaginare che gli Anelli del Potere, un po’ come la Clavicola di Re Salomone fossero ponti di passaggio fra mondi diversi? E se sì, cosa c’era davvero in quei luoghi, a parte le finzioni di Sauron (che, come i Priminati, doveva avere potere in entrambi in mondi)? Purtroppo a queste domande Tolkien non offrì mai alcuna risposta: è affascinante, tuttavia, immaginare che gli Anelli del Potere potessero permettere ai loro possessori di avere una visione di Aman (declinata tuttavia secondo le caratteristiche dei vari popoli: per fare un esempio, i Nani avrebbero potuto scorgervi le grande ricchezze materiali degli immortali, mentre gli Uomini sarebbero rimasti maggiormente affascinati dal potere che queste figure emanavano), rendendo tuttavia i loro possessori via via meno legati a questo mondo e desiderosi, invece, di fuggire al di là del Mare per sempre? Forse è per questa ragione che Tolkien, riferendosi a un Thor ormai anziano, lo descrisse come rimbambito a causa dell’età o dell’Anello. È possibile che la malvagità di Sauron risiedesse anche nell’offrire ai possessori degli Anelli un’immagine di un mondo stupendo, del quale, a un certo punto, non potevano fare più a meno?

Scrivere degli Uomini (II parte) Tolkien vs Dante, ovvero l’impossibilità dell’allegoria

Riprendo il discorso che avevo iniziato alcuni giorni fa in merito alle difficoltà di Tolkien di scrivere storie nelle quali gli Uomini la fanno da protagonisti. Non si tratta di una scelta penalizzante nei confronti della sola razza umana: come è emerso dai commenti seguiti alla pubblicazione della prima parte di questo articolo, Tolkien riconosceva pregi e difetti a tutte le razze della Terra di Mezzo: gli Hobbit hanno la tendenza al provincialismo, i Nani all’avidità dei metalli e delle gemme preziose, gli Elfi sono angosciati dalla necessità di preservare lo status quo, gli Uomini aspirano al dominio del Creato e sulle altre razze. Indubbiamente, tuttavia, la stirpe dei Secondogeniti gode di un bonus prezioso che non detiene nessun’altra razza nella Terra di Mezzo, ad eccezione (forse) degli Hobbit: non è legata al destino di Arda. Forse a causa di questa peculiarità, gli Uomini non si fanno troppo scrupoli a sfruttare le risorse naturali delle loro contrade, con il rischio di trasformarle in veri e propri deserti: basti pensare ai disboscamenti effettuati dai Numenoreani nella Seconda Era al fine di costruire la loro possente flotta. Gli Elfi, al contrario, e anche i Nani (basti pensare al dialogo fra Gimli e Legolas sulle Caverne scintillanti) avvertono un vincolo più forte nei confronti della Terra, alla quale attribuiscono maggior rispetto. Sotto questo particolare punto di vista, dunque, le simpatie di Tolkien non possono andare alla stirpe umana: basti pensare alla sua nota idiosincrasia nei confronti del progresso tecnologico fine a sè stesso, in grado solo di portare seco uno sviluppo economico diseguale.

Mi rendo conto, tuttavia, di non aver ancora affrontato la questione legata al titolo di questo articolo, ragion per cui proseguo nel mio intento rievocando una questione abbastanza nota ai lettori del professore inglese, ossia la nota antipatia che egli ebbe nei confronti dell’allegoria: nella lettera 181, riportata ne “La Realtà in Trasparenza”, così l’autore del Signore degli Anelli tacitava l’idea che il suo romanzo fosse una gigantesca allegoria dei tempi coevi: «Perché io penso che le storie fantastiche abbiano un loro modo di rispecchiare la verità, diverso dall’allegoria, o dalla satira (quando è elevata) o dal realismo, e per alcuni versi più potente. Ma prima di tutto la storia fantastica deve riuscire come racconto, divertire, piacere, e anche commuovere a volte».

Riporto questa lettera non tanto perché voglia soffermarmi su una questione già ampiamente dibattuta, ossia il carattere non-allegorico del Signore degli Anelli, quanto per avanzare un’ipotesi nuova: potrebbe il rifiuto di scrivere storie allegoriche legarsi in qualche modo alle difficoltà espresse nello scrivere storie degli uomini?

Per illustrare in modo più convincente questa mia ipotesi, ricorderò che Tolkien, pur ammirando da esperto filologo e docente qual era le opere di Dante, non riusciva a apprezzare l’idea base della Divina Commedia, ossia l’allegoria. Gli uomini e le donne che il sommo poeta incontra nelle tre cantiche rappresentano vizi e virtù del genere umano: sono realmente esistiti o, quantomeno, lo erano per l’epoca nella quale visse Dante (vedi Ulisse e altri personaggi semi-mitologici). Ciò che mi chiedo è se scrivere degli Uomini senza tuttavia considerare l’allegoria, anche all’interno di un contesto fantastico quale può essere la Terra di Mezzo, sia, nei fatti, molto problematico: una difficoltà nella quale potrebbe essersi imbattuto lo stesso Tolkien. Egli, infatti, commentando, ad esempio, la divisione dei Numenoreani in due fazioni (fedeli ai Valar e fedeli ai sovrani imperialisti), non mancava di far notare come la costituzione di due partiti sull’isola di Numenor nascesse dall’impossibilità per gli uomini di vivere in modo armonioso senza problemi e che la presenza di fazioni portasse inevitabilmente al conflitto (come in effetti a Numenor avvenne). Pensiamo tuttavia a come Dante seppe tratteggiare alcuni dei più affascinanti personaggi della Divina Commedia, pur sapendo bene che erano della parte avversa alla sua: un nome su tutti spicca, quello di Farinata degli Uberti, ghibellino fiorentino (Dante era guelfo). Tolkien sembra avvertire le suddivisioni degli uomini in modo sofferto, quasi a voler evitare di prendere una scelta a favore degli uni e degli altri: lo stesso ruolo di Sauron, portato in catene a Numenor, non è solo quello di corrompere Ar-Pharazon (cosa che effettivamente si verifica), quanto quello di seminare zizzania tra poveri e ricchi, tra ceti sociali diversi. La sensazione che si riceve, a questo proposito, è quella di un forte disagio avvertito dall’autore: non perché egli voglia difendere in alcun modo Sauron e i suoi accoliti, ovviamente, quanto perché una caratterizzazione più approfondita di queste lotte porterebbe inevitabilmente – tale è il mio pensiero – a una soluzione allegorica. Ho come la sensazione che scrivere degli Uomini, a partire dal contesto di riferimento – fantastico, fantascientifico, realistico o utopistico che sia – conduca l’autore, in quanto umano a sua volta, a rovesciare, non sempre in modo conscio, la propria esperienza, il proprio vissuto e, soprattutto, la sua coscienza dell’epoca nella quale vive, nei personaggi creati dalla sua penna. Mettersi nei panni di Elfi, Nani ed Hobbit, al contrario, può risultare più facile perché si parte da condizioni “esterne all’umanità” per così dire: per fare qualche esempio, gli Elfi sono immortali e sono legati al destino di Arda; le anime dei Nani si reincarnano periodicamente nei propri discendenti; gli Hobbit, infine, pur essendo mortali, non percepiscono il peso della morte come gli Uomini (o almeno Tolkien non ci presenta Hobbit con tali paure) e così via. Lucidamente Tolkien ripudia l’allegoria; ho tuttavia l’impressione che così facendo, in fondo, abbia allontanato da sè e dai suoi scritti una maggiore (e forse migliore) comprensione del genere umano.

Scrivere degli Uomini (I parte). Un limite di Tolkien?

Al solito, adopero un titolo un provocatorio per fare luce su una questione di cui lo stesso Tolkien pose le basi molti anni fa. Come è noto, il romanzo del Signore degli Anelli si conclude con la dipartita dei tre portatori degli anelli elfici dalla Terra di Mezzo che inaugura in forma simbolica il dominio degli Uomini nella Quarta Era. Dico simbolica perchè, in fondo, le altre razze non scompaiono – o almeno non subito -: su questo punto Tolkien stesso non offre molte indicazioni. Anche l’opera cinematografica di PJ mostra molto bene questo passaggio di consegne: il ruolo di guida che per tanti secoli avevano avuto gli Elfi e gli Istari, passa di mano ad Aragorn, nel suo nuovo ruolo di sovrano dei regni unificati di Gondor e Arnor.

Meno nota, invece, è la bozza di un romanzo che Tolkien iniziò a scrivere dopo aver terminato il Signore degli Anelli e che intitolò – provvisoriamente – New Shadow, ossia la Nuova Ombra. La trama è presto spiegata: l’autore immaginò che ai tempi di Eldarion, figlio di Aragorn, una nuova ombra – da cui il titolo – si fosse risvegliata nel regno di Gondor, colpendo soprattutto i ragazzi che tendevano a comportarsi come orchi. A dire il vero, un abbozzo abbastanza deludente, più una spy story che un racconto epico, che Tolkien marchiò piuttosto severamente con queste parole in una lettera datata 13 marzo 1964:

«Ho iniziato una storia che si svolge circa cento anni dopo la Caduta [di Mordor], ma si è rivelata sinistra e deprimente. Dato che abbiamo a che fare con uomini è inevitabile che si debba prendere in considerazione una delle caratteristiche più deprecabili della loro natura: il fatto che presto si stancano del bene. […] in epoche così antiche ci fu un fiorire di trame rivoluzionarie, incentrate su una religione satanica segreta; mentre i ragazzi di Gondor giocavano a travestirsi da orchi e andavano in giro a fare danni. Avrei potuto ricavarne un thriller con il complotto e la sua scoperta e la sua sconfitta – ma non ci sarebbe stato altro. Non ne valeva la pena».

Non c’è dubbio, dunque, che Tolkien non fosse soddisfatto della sua opera; chiunque in vita sua abbia provato a cimentarsi con la scrittura di un testo, d’altra parte, sa che ciò è inevitabile: non tutte le ciambelle riescono con il buco, tanto per usare una frase fatta. Quello che proverò a dimostrare in questo articolo, dunque, non è la necessità che Tolkien portasse a termine il lavoro indipendentemente dalla sua volontà: non sarebbe eticamente corretto. Confesso poi che, personalmente, trovo poco convincente l’idea dei ragazzacci-orchi, per cui non ho nulla da rimprovere all’autore per non aver terminato la scrittura di questo testo.

Ciò che voglio tentare di comprendere, invece, è la ragione per la quale Tolkien aveva un rapporto così difficile con le storie nelle quali gli Uomini sono assoluti protagonisti (o quasi). Se infatti consideriamo altri racconti che Tolkien iniziò a scrivere ma che non concluse, è possibile osservare che ve ne sono almeno altri due che hanno come “attori” i membri della razza umana. Uno è quello intitolato “Tal-Elmar” nel quale l’autore descriveva la colonizzazione della Terra di Mezzo da parte di Numenor, vista però da un’ottica diversa (ossia quella degli Uomini selvaggi), che fa luce sull’intenso sfruttamento cui furono sottoposti i boschi di Endor per costruire l’imponente flotta numenoreana. L’altro, invece, aveva come tema una sorta di viaggio nel tempo di alcuni uomini dei giorni nostri che si trovavano catapultati a Numenor (Tolkien aveva sostenuto che le ere della Terra di Mezzo corrispondevano a un antico passato della nostra Terra).

Per cercare di comprendere queste difficoltà, secondo me, bisogna partire da un dialogo intercorso fra Legolas e Gimli poco prima della partenza dell’esercito dell’Ovest alla volta del Morannon:

“Indubbiamente le migliori opere in pietra sono le più antiche e risalgono ai tempi della prima costruzione” – disse Gimli. “Ed è sempre così per tutte le cose che gli Uomini incominciano: una gelata in primavera, o la siccità in estate; ed essi non portano a compimento la loro promessa”. “Eppure è raro che i loro semi non germoglino”, disse Legolas. “Anche in mezzo alla polvere o al marcio, li si vede improvvisamente spuntare nei luoghi più imprevisti. Le azioni degli Uomini sopravvivranno alle nostre, Gimli”. “Riducendosi però dopo tutto a potenzialità fallite, suppongo”, disse il Nano. “A ciò gli Elfi non sanno rispondere”, disse Legolas. [Il Ritorno del Re, p. 173]

Trovo che questo brano sia significativo perché illustra una questione fondamentale dell’epica tolkieniana: un’ambiguità di sentimenti che Tolkien mostra nei confronti della razza umana. Intendiamoci: nelle sue opere gli eroi dei Secondogeniti non scarseggiano di certo e un loro elenco sarebbe lungo: pensiamo a Beren, Bard, Elendil, Turin, Aragorn, tanto per citare i primi che mi vengono in mente. Tuttavia, è difficilmente negabile come le parole di Gimli colgano nel segno: nei semi della grandezza umana è sempre nascosta la loro rovina. Simbolo di questo tragico destino è in fondo Isildur: egli sconfigge il più pericoloso nemico della sua gente e si trova però a dover cadere vittima del suo stesso potere. E non finisce qui, se si pensa che nel racconto che narra della sua morte a Campo Gaggiolo, Tolkien fa intuire che avrebbe voluto recarsi a Rivendell per chiedere consiglio a Elrondo sull’Anello. Un segno di pentimento della sua decisione di prenderlo con sè dopo la sconfitta di Sauron? Non lo sapremo mai, tuttavia una costante emerge da questi esempi: l’estrema fragilità degli uomini, sempre divisi tra Bene e Male, spesso oscillanti e incerti sulle scelte da prendere.

Tolkien ne aveva stima, certo (altrimenti, per fare un esempio, non avrebbe pensato a Turin come l’esecutore finale di Morgoth, in quella che avrebbe dovuto essere la battaglia finale del Mondo), ma dai suoi scritti traspare una diffidenza nei loro confronti che neppure i migliori eroi di quella razza sono riusciti a fargli passare. Sarà stata questa la ragione per cui non ha mai portato a termini i racconti menzionati in precedenza?

Chi è il Negromante?

Confesso che si tratta di un titolo provocatorio, naturalmente. La risposta, infatti, appare scontata, se non banale: il Negromante è uno dei tanti nomi che, nel corso delle Ere, sono stati adoperati per denominare Sauron, l’Oscuro Signore. Più precisamente, questo appellativo si riferisce alla sua forma spirituale durante buona parte della Terza Era, grosso modo dall’anno 1000 sino agli eventi narrati nell’Hobbit, millenovecento anni più tardi. In quel periodo Sauron si era rifugiato a Dol Guldur, una fortezza situata nel cuore della Grande Foresta della Terra di Mezzo, nel duplice obiettivo di riacciuffare tutti gli Anelli, (a partire dall’Unico), che ancora gli sfuggivano, e condurre una politica aggressiva nei confronti dei Popoli Liberi.

Questo piccolo riassunto della biografia di Sauron nella Terza Era è stato ripreso abbastanza fedelmente anche nella Trilogia cinematografica dell’Hobbit, anche se con alcuni cambiamenti, che però, in questa sede, ci interessano relativamente: ciò che conta è che l’equazione Negromante=Sauron è piuttosto palese sia nel Signore degli Anelli che nei film diretti da Peter Jackson.

Se però leggiamo lo Hobbit, la realtà appare un po’ diversa e, per certi versi sorprendente.

Il Negromante compare abbastanza presto nella narrazione: mentre Gandalf consegna la chiave di Erebor a Thorin, infatti, non può fare a meno di spiegargli come ne sia venuto in possesso. Viene così fuori la storia della sua missione nelle segrete di Dol Guldur – missione che, almeno nell’Hobbit, risulta particolarmente oscura e sulla quale lo stesso stregone è restio a fornire ulteriori dettagli – durante la quale un nano moribondo e ormai folle gli consegnò una chiave e una mappa, nella speranza che così facendo sarebbero potute arrivare nelle mani di suo figlio, ossia Thorin. La reazione dei nani è di puro orrore: il Negromante è conosciuto anche dai figli di Durin e la rabbia di Thorin, che apprende finalmente il destino ultimo del padre, dato per disperso tanti anni prima, è però subito messa a tacere da Gandalf, il quale, senza fornire ulteriori dettagli, lo dissuade dal muovere guerra contro il Negromante, perché sarebbe al di sopra della forza di tutti i Nani, anche se fossero riuniti da ogni angolo del vasto Mondo.

Del Negromante, in realtà a parte un breve accenno a metà dell’opera – quando Gandalf sconsiglia i nani dal prendere qualsiasi strada che attraversi Bosco Atro e che sia vicina alle nere torri di Dol Goldur – se ne riparla solo al termine della vicenda, quando Bilbo scopre i motivi che avevano spinto Gandalf ad abbandonare la compagnia di Thorin in un momento così cruciale, come l’attraversamento della grande foresta. Lo stregone, infatti, coadiuvato da un consiglio di maghi bianchi, aveva snidato il Negromante dalla sua tana, costringendolo a fuggire. Segue un breve scambio di battute tra Gandalf ed Elrond, nel quale entrambi si augurano di non avere notizie per un bel pezzo del Negromante, pur sapendo che questo è poco più di un auspicio. Fine. Del Negromante non si parlerà più; o meglio, nel Signore degli Anelli, verrà chiarito che Sauron e Negromante sono la stessa entità.

Meno noto, invece, è un passaggio dell’Hobbit, nel quale accennando brevemente alle origini del magico Anello che possiede la creatura chiamata Gollum, l’autore lascia cadere – quasi per caso – queste parole: «Ma chi sa in che modo Gollum era entrato in possesso di quel regalo, tanto tempo addietro, ai vecchi tempi in cui anelli come questo erano ancora diffusi nel mondo? Forse neanche il Signore che li dominava avrebbe potuto dirlo» [Hobbit, p. 101].

Emerge qui una figura che rappresenta un unicum nella storia della Terra di Mezzo: un artefice, quasi imperscrutabile, al di là del bene e del male, interessato solo alla sua Arte di forgiatore, che non è possibile identificare, in nessun modo con il Negromante. Quando ero un ragazzino – perdonate la digressione autobiografica – mi faceva venire in mente il mago maestro di Topolino nel celebre episodio dell'”Apprendista Stregone” del film d’animazione Fantasia: l’osservavo mentre, chino su un teschio (dettaglio abbastanza macabro, in verità) evocava una bellissima farfalla colorata, per poi disfarla. Ho sempre ritenuto che questo mago non fosse nè buono, nè cattivo: dava infatti l’impressione di essere solo interessato alla sua arte, senza porsi problemi etici di alcun genere.

Tornando alla questione principale, manca, infatti, una connessione chiave che sarà poi introdotta negli scritti successivi di Tolkien, e cioè che Sauron, nei panni del Negromante, aveva catturato Thrain per un motivo ben preciso, ossia quello di prendergli l’ultimo degli Anelli dei Nani che ancora sfuggivano al suo controllo. D’altra parte, l’Unico Anello, nell’Hobbit, non è associato a nessuna forma esplicita di malvagità, ed è questo un ulteriore elemento di sorpresa: l’unico riferimento che possiamo trovare in merito a un suo effetto collaterale pernicioso è l’irritazione che provoca alla pelle di Gollum, ma niente di più; l’aspetto orribile di Gollum e la ragione della sua lunga vita non sono messe in correlazione con l’Unico. In fondo, riflettendoci bene, i poteri dell’Anello sono quelli che potremmo definire di magia neutrale: rende invisibili, è vero, ma lo fa in modo indiscriminato, tant’è vero che Bilbo e Gollum, nonostante la diversità di carattere e di indole, ne sono “colpiti” allo stesso modo; permette all’hobbit di comprendere il linguaggio dei ragni, che sono creature malvagie, è vero, ma si può definire un atto deplorevole in sè conoscere la lingua nera? Certamente no, visto che anche Gandalf ed Elrond la conoscono e possono (all’occorrenza, certo, e con prudenza) adoperarla. Altri effetti “collaterali” dell’Anello non sono presentati nell’Hobbit: gli stessi Nani, quando Bilbo racconta loro del prezioso oggetto trovato nelle caverne delle Montagne Nebbiose, sono curiosi ed eccitati dalla notizia, ma nessuno di loro, neppure Balin suo grande amico, ritiene di dover mettere in guardia Bilbo dall’uso continuativo dell’Anello; nello stesso epilogo del romanzo, Tolkien si limita a precisare che Bilbo fece un uso appropriato dell’Anello, usandolo per sfuggire a parenti e visitatori antipatici.

Sauron, quanto meno sotto forma di Tevildo signore dei Gatti, era già presente nel mondo della Terra di Mezzo quando Tolkien scrisse il romanzo dell’Hobbit: sarebbe interessante, tuttavia, cercare di comprendere se all’origine del Signore degli Anelli – così come viene descritto nella storia di Bilbo – vi fosse un’entità malvagia (Sauron/Tevildo) o se questi fosse ancora slegato dal continuum della Terra di Mezzo allorché Tolkien scrisse lo Hobbit.

Suggerimenti di lettura:

Ritratti – Annatar, il Signore dei Doni

Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»

Akhallabeth – Scena V ed ultima. Il discorso di Sauron ai Numenoreani il giorno di Mezza Estate

Akhallabeth – Scena IV – Le tentazioni di Sauron

Da Numenor alla Terra di Mezzo: benvenuti, lettori de «Il Ciclo del Marinaio»!

Sauron: un antagonista svilito?

Sauron, il filosofo

Sauron, il politico

Il Ciclo del Marinaio

Gli Orchi sono immortali?

Dopo aver approfondito la conoscenza dei Nazgul, vorrei adesso soffermarmi sugli Orchi. A differenza degli Spettri dell’Anello, gli Orchi solitamente non colpiscono particolarmente la fantasia del lettore e dello spettatore: entrati a buon diritto nei panni dei “cattivi” per eccellenza di tante saghe fantasy, sono noti soprattutto per la loro ferocia, brutalità e in qualche caso, per un QI non propriamente lusinghiero.

Questa, almeno, è l’opinione ricorrente sugli Orchi, rafforzata non solo da ambientazioni ludiche (penso a D&D, Hero Quest, ecc.), ma anche dalle pellicole cinematografiche di Peter Jackson. In questi film, inoltre, agli Orchi è riservato il ruolo di “carne da macello” per eccellenza: Aragorn, Gimli e Legolas, in particolare, ne ammazzano una gran quantità senza apparente sforzo. Per carità di patria, poi, tacerei su quello che accade durante la fuga della compagnia di Thorin dalle segrete di Thranduil nel secondo film della trilogia dell’Hobbit…

In realtà gli orchi descritti di Tolkien sono un po’ diversi da quelli cinematrografici.

In primo luogo, dimentichiamoci esperimenti genetici come quelli che commette Saruman nel primo film del SdA: incrociando orchi e goblin avrebbe ottenuto solo…orchi e goblin! Questo perché negli scritti di Tolkien entrambi i termini indicano l’orco tipico, la cui altezza è compresa fra i 120 e i 160 centimetri, dalla faccia aguzza e dallo sguardo obliquo, colore di pelle verdastro ecc. Questi erano chiamati nelle prime traduzioni del SdA come orchetti, un termine che secondo me rendeva bene la differenza fra questi e i grossi Uruk, orchi che erano stati selezionati da Sauron alla fine della Seconda Era per combattere contro gli eserciti dell’Ultima Alleanza, attraverso metodi ignoti: si può supporre solamente che, come avviene con gli animali, egli avesse incrociato fra loro gli individui più alti e robusti degli Orchetti sino a ottenere una nuova razza di orchi, ma è solo una mia teoria, non suffragata in nessun modo dagli scritti di Tolkien. Tutti gli Orchi, d’altra parte, derivavano a loro volta da una serie di incroci avvenuti fra alcuni Elfi, catturati da Morgoth, maestro di Sauron, e una serie di spiriti demoniaci non meglio specificati: la prole di questi accoppiamenti forzati, brutalizzata dalle torture, dalla mancanza di aria e luce, ecc. avrebbe dato vita alla razza degli Orchi. Almeno, questa era la teoria di molti dei Saggi della Terra di Mezzo. Morgoth, infatti, non poteva infondere la vita in una nuova creatura: quello era un potere riservato solo a Eru-Iluvatar, il dio creatore. L’unica soluzione alla quale poteva ricorrere Morgoth (e Sauron dopo la sua scomparsa) era quella di agire sulla “materia vivente” già esistente, modificandola per selezionare e ottenere creature più utili ai propri scopi malvagi.

Chiarito questo punto essenziale sull’origine degli Orchi, è naturale chiedersi se, come gli Elfi loro predecessori, gli Orchi potessero essere immortali (ed eternamente giovani). Non è facile risolvere questo quesito, perché, certamente, gli Orchi adoravano la guerra al di sopra di ogni altra cosa e questa passione contribuiva ad abbreviare la durata della loro esistenza in modo drastico, immortalità o no: qualche elemento, però, si può ricavare dagli scritti tolkieniani.

Nell’Hobbit, ad esempio, Gandalf si rivolge a Dain annunciandogli la venuta di Bolg, figlio di Azog, ucciso dal nano dinanzi ai Cancelli Orientali di Moria. Se osserviamo la cronologia della Terza Era della Terra di Mezzo, notiamo che lo scontro nel quale Azog fu ucciso avviene nel 2799; la battaglia dei Cinque Eserciti, invece, si svolge nel 2941, esattamente 142 anni più tardi! Anche immaginando che Bolg avesse solo un anno quando suo padre fu ucciso da Dain, questo significa che egli avrebbe avuto almeno 143 anni all’epoca dei fatti narrati nei capitoli finali dell’Hobbit! Non solo era vivo e vegeto, ma godeva di ottima salute, dal momento che scendeva in battaglia con i suoi eserciti!

Questo breve dialogo, inoltre, conferma l’esistenza di orchesse, che generavano piccoli orchi: ritengo, quindi, che ogni qual volta Tolkien scriveva di proliferazione e moltiplicazione di orchi, non intendesse alludere a nessuna tecnica di clonazione (che peraltro era sconosciuta nella sua epoca), ma disponibilità, da parte di Sauron, di tre elementi, necessari per accrescere una qualunque popolazione (elfica, umana, orchesca, ecc.): 1) disponibilità di cibo; 2) cessazione di ogni ostilità fratricidia; 3) protezione da pericoli esterni. In questo modo gli Orchi crebbero in gran numero: se poi aggiungiamo che, probabilmente, non si curavano troppo dei legami familiari e che le orchesse erano ingravidate di frequente da maschi diversi, ciò potrebbe spiegare anche la velocità con la quale il loro numero si accrebbe.

Un ultimo accenno lo vorrei dedicare alla mentalità orchesca: nei film del SdA e dell’Hobbit, essi appaiono sempre come creature votate alla malvagità assoluta, schiavi dei loro Padroni, ai quali non osano ribellarsi. Un dialogo fra due orchi di Sauron, presente nel libro “Il Ritorno del Re”, mostra, al contrario, una realtà molto più sfumata, indice della presenza, perfino fra gli Orchi, di un istinto rabbioso verso l’Oscuro Signore:

“Darò il tuo nome e il tuo numero ai Nazgul”, disse il soldato, e la sua voce era piena di paura e di rabbia. “Maledetto spione!”, urlò. “Non sai fare il tuo lavoro e non sai nemmeno rimanertene fra la tua gente. Va’ dai tuoi luridi Strilloni, e che possano spellarti vivo! Se il nemico non li prende prima. Hanno accoppato il Numero Uno [il Re Stregone], ho sentito dire, e spero che sia vero!” SdA, Il Ritorno del Re, p. 233.

Gli Istari Blu

(Immagine: https://www.facebook.com/notpill/?hc_location=ufi)

Nel primo film della trilogia dell’Hobbit girata da Peter Jackson avviene un breve scambio di battute fra Bilbo e Gandalf: l’argomento della conversazione sono gli Stregoni, ossia gli Istari presenti nella Terra di Mezzo. È uno dei passaggi che ho apprezzato maggiormente perché nella trilogia cinematografica del Signore degli Anelli la questione non era stata affatto toccata: gli spettatori (non i lettori) erano così usciti dalle sale cinematografiche con le idee poco chiare su Gandalf e Saruman; è vero che nella Compagnia dell’Anello Gandalf accennava a un “capo del suo ordine” (ossia Saruman) ma poi questo argomento non veniva più toccato e la questione restava avvolta nel mistero…

Torniamo però al primo film dell’Hobbit: quando Bilbo chiede a Gandalf se ci sono altri come lui in giro per la Terra di Mezzo, questi inizia la sua risposta citando per i primi i due stregoni blu: con grande sincerità, egli ammette di non vederli da così tanto tempo da aver perfino dimenticato i loro nomi.

Effettivamente degli Stregoni Blu si conosce davvero poco: anche nel libro del Signore degli Anelli, l’unico che vi accenni qualcosa è Saruman, il quale, facendosi beffe di Gandalf, gli chiede se vuole ottenere i cinque bastoni degli Istari, lascendo intendere che, oltre a lui, il suo interlocutore e Radagast, vi siano altri due stregoni, che però non sembrano avere alcun ruolo evidente nelle storie di quei giorni.

Un capitolo intitolato “Gli Istari”, pubblicato nel volume “I Racconti incompiuti”, tuttavia, offre al lettore un quadro abbastanza approfondito della vicenda: gli Istari, come è già stato chiarito nelle appendici del Signore degli Anelli, compaiono verso l’anno mille della Terza Era nella Terra di Mezzo. Essi provengono da Valinor e sono in realtà Maia incarnati, ossia spiriti angelici che hanno preso sembianze umane: invecchiano molto più lentamente rispetto alle altre creature della Terra di Mezzo, non devono (o non dovrebbero) ambire al dominio sui Popoli Liberi, essendo il loro compito quello di ispirare atti di resistenza contro Sauron, il quale proprio negli stessi anni iniziava a riprendere il suo oscuro potere. In questo capitolo si legge che «quanto al Blu, poco se ne sapeva all’ovest, e non avevano altri nomi se non Ithryn Luin, “gli Stregoni Blu”; essi infatti si recarono all’Est con Curunir (ossia Saruman, NdA), ma mai ne tornarono e si ignora se vi rimasero, perseguendo gli scopi per cui erano stati inviati, o se perissero o, come alcuni ritengono, fossero accalappiati da Sauron e ne divenissero servi» (pp. 515-516). Da un abbozzo narrativo di Tolkien, sappiamo che i cinque Istari furono scelti dai Valar per recarvisi nella Terra di Mezzo: qui scopriamo che i due Stregoni Blu avevano nome Alatar e Pallando e che, su indicazione del vala Orome, si erano recati nelle zone più remote della Terra di Mezzo.

Perché ne scrivo allora in questo blog, che si riferisce principalmente a storie e vicende della Seconda Era? La risposta sta, ancora una volta (cfr. Post Scriptum su Miriel) nel volume inedito in Italia “The peoples of Middle-Earth”: qui Tolkien stravolge completamente l’origine degli Stregoni Blu. In questa nuova versione, essi non sarebbero più arrivati alla Terra di Mezzo insieme a Saruman, Gandalf e Radagast, ma nella Seconda Era, più o meno nell’anno 1600, (insieme a Glorfindel, unico elfo ad aver fatto ritorno alla Terra di Mezzo dopo essere stato ucciso durante la fuga da Gondolin), la stessa epoca nella quale Sauron raggiungeva l’apice del suo potere, grazie alla forgiatura degli Anelli. Divennero noti come Morinehtar e Rómestámo, “Cacciatore di tenebre” e “Aiutante dell’Est”, e riuscirono a impedire alle forze dell’Oriente di superare numericamente quelle dei Popoli Liberi in Occidente: il loro compito fu, dunque, quello di soccorrere le poche popolazioni orientali che non si erano sottoposte a Sauron, cercare il suo nascondiglio dopo la sua prima caduta alla fine della Seconda Era (missione nella quale, evidentemente, fallirono) e scongiurare, durante la Terza Era, la vittoria dell’Oscuro Signore, soccorrendo, ancora una volta, quelle popolazioni dell’Est ribelli al potere di Sauron.

Questi elementi, per quanto scarni e mai sviluppati organicamente dall’autore, aprono tuttavia scenari suggestivi per chi volesse scrivere una storia dell’Oriente della Terra di Mezzo e ci restituiscono, ancora una volta, in perfetta sintonia con il pensiero di Tolkien, una visione meno manicheista degli Uomini rispetto a quella, un po’ troppo superficialmente suggerita dalla trilogia di Peter Jackson, che vedrebbe l’Occidente contrapposto in toto a un Oriente corrotto e senza speranza.