Sedici anni dopo: cosa resta della trilogia di P. Jackson. Analisi di un fenomeno culturale controverso

Interrompo momentaneamente la narrazione degli eventi che condussero alla cattura di Minas Ithil da parte delle armate di Sauron per affrontare un tema sul quale sono stato sollecitato, sia pure indirettamente, dal moltiplicarsi, in questi giorni, di una serie di meme e ricordi condivisi da molti utenti su Facebook in merito all’uscita, nel gennaio del 2004 per il mercato cinematografico italiano, dell’ultima parte della trilogia de “Il Signore degli Anelli”, prodotta dalla New Line, con la regia di P. Jackson.

Cosa rimane, sedici anni dopo, del capitolo conclusivo di una saga capace di registrare incassi altissimi e di ottenere, nel complesso, ben 17 statuette degli Oscar, piazzandosi così come la trilogia più premiata (fino ad ora) nella storia del cinema?

Non è semplice dare una risposta che non risenta, inevitabilmente, dei gusti personali di ciascuno, per cui ritengo doveroso avvertire il lettore che questo articolo sarà influenzato da considerazioni a carattere personale. Non me ne vogliate, insomma, se quello che scriverò non dovesse incontrare il vostro favore.

Per scrivere questo articolo, quindi, devo partire da una premessa personale, ma che credo sia ampiamente condivisibile: il rapporto con la trilogia cinematografia risente – almeno a sentire tanti appassionati di Tolkien – da una precisa circostanza, ossia dal ruolo che questa ha avuto nel far conoscere (o meno) allo spettatore il legendarium tolkieniano. Pur senza voler eccessivamente generalizzare, è possibile azzardare una grande suddivisione: da un lato, infatti, ci sono coloro che non avevano mai letto nulla delle opere del professore di Oxford sino a quel momento, ai quali la visione delle pellicole (e non poteva essere diversamente, del resto) ha spalancato le porte di un vero e proprio mondo fantastico e che tendono, dunque, ad apprezzare particolarmente la versione cinematografica del Signore degli Anelli. Dall’altro, invece, ci sono quanti, all’epoca dell’uscita de «La Compagnia dell’Anello» (2002), avevano avuto già modo di conoscere gli scritti di Tolkien e che, in linea di massima (ma anche qui non mancano eccezioni, naturalmente) tendono a sottolineare i limiti dell’impresa di trasposizione cinematografica. Si tratta, spesso, anche di una questione anagrafica: i più anziani, di solito appartengono al secondo gruppo, mentre i più giovani al primo. Esiste poi un gruppo di dimensioni minori che si è avvicinato al Signore degli Anelli grazie alla visione del lungometraggio di animazione di Ralph Bakshi del 1978 (per saperne di più, vi suggerisco di leggere l’esaustiva analisi di Lettrice a questo link: https://wordpress.com/read/blogs/141936457/posts/4473).

Personalmente appartengo a questo gruppo. Non sono così «anziano» da aver avuto la possibilità di vedere l’opera di Bakshi al cinema (anzi, non ero ancora nato nel 1978), ma sono stato «svezzato», per così dire, dalla visione di questo lungometraggio. Non mi dilungherò eccessivamente su questa opera (magari prima o poi, sulla scorta di quanto ha scritto Lettrice, vi dedicherò un articolo anche io), se non per sottolineare un elemento che può apparire forse secondario, ma sul quale, invece, vorrei che i miei lettori potessero riflettere. Se dovessi trovare un aggettivo per definire la sceneggiatura di Bakshi, infatti, al di là delle scelte condivisibili o meno in fatto di resa dei personaggi, direi che un termine molto calzante per caratterizzarla sarebbe quello di «malinconico». Non ci sono momenti particolarmente ilari nella trasposizione di Bakhsi: perfino le parole «Ma io non ce la faccio a correre fino a Isengard!» che pronuncia uno sfinito Gimli, mentre è intento a dare la caccia agli Orchi che hanno catturato Pipino e Merry, possano strappare tutt’al più un sorriso, ma non certo provocare grasse risate. La stessa scena ripresa ne «Le Due Torri» di Jackson, al contrario, sortisce un effetto opposto: si ride di gusto di Gimli che sostiene che «i Nani siano scattisti, pericolosissimi sulle brevi distanze», mentre arranca e sbuffa per tenere il passo dei ben più agili Legolas e Aragorn.

Che «Il Signore degli Anelli» sia un’opera distante anni luce da facili battute e risate, d’altra parte, lo conferma un personaggio del tutto estraneo alle dinamiche tolkieniane e in un contesto del tutto diverso rispetto a quello della Terra della Mezzo. Mi riferisco al romanzo «Matilde», scritto dallo scrittore inglese (ma norvegese di nascita) Roald Dahl, il quale pone in bocca alla bambina protagonista della sua opera queste parole: «Anche i libri di Tolkien non fanno per niente ridere» (p. 75 dell’edizione Salani). Pur non condividendo questa analisi in toto (vedi sotto per quel che concerne lo Hobbit) non si può nascondere che il Signore degli Anelli possa far sorridere in alcune scene – per esempio nella diatriba fra Gollum e Sam intorno alle patate, oppure nel dialogo fra Ioreth e la sua cugina di campagna dopo il ritorno degli eserciti dell’Ovest a Minas Tirith – ma riuscire a far sbellicare di risate il suo lettore, direi proprio di no.

Mi si risponderà: un film (anzi una trilogia) – peraltro di consideravole lunghezza – non può non avere momenti comici. E io sono d’accordo con questa affermazione, ci mancherebbe. Il problema è chiedersi se queste scene, queste battute, possano essere «sovrascritte» nella trasposizione cinematografica di qualunque romanzo, racconto o componimento letterario che si possa immaginare, senza avere lo sgradevole effetto acustico di un gatto che graffi il vetro di uno specchio.
Provare per credere: immaginate Dante che, nel suo viaggio all’Inferno, si fermi a guardare le anime dei trapassati per esclamare: «Questo vale comunque uno!» (Gimli dixit).

Allo scopo di essere più chiaro nella mia analisi prenderò a esempio una scena molto bella che è visibile (o leggibile) sia nel romanzo che nelle due trasposizioni cinematografiche (quella di Bakshi e quella di Jackson, per intendersi). La scena in questione riguarda la tentazione nella quale cade Bilbo dopo aver rivisto, a distanza di anni, l’Unico Anello nelle mani di suo cugino Frodo.

Ecco come è descritta nel Signore degli Anelli: «Bilbo tese la mano; immediatamente Frodo ritrasse l’Anello. Con angoscia e sommo stupore si accorse che non stava più vedendo Bilbo; un’ombra sembrava essere scesa tra di loro, ed egli scorgeva dall’altro lato un piccolo essere avvizzito dal viso avido e dalle ossute mani ingorde. Sentì il desiderio di colpirlo. La musica e i canti intorno a loro parvero svanire, e vi fu un profondo silenzio. Bilbo lanciò un rapido sguardo a Frodo e poi si passò la mano sugli occhi. «Ora capisco», disse. «Mettilo via! Mi dispiace: mi dispiace che tocchi a te sopportare questo peso, mi dispiace tanto. Possibile che le avventure non abbiano una fine? Ma forse no. C’è sempre qualcun altro che prosegue la storia. Ebbene, non vi è altro da fare. Chissà se vale la pena cercare di terminare il mio libro…ma per il momento non pensiamoci, voglio sentire delle vere notizie! Parlami della Contea!» Frodo nascose l’Anello, e l’ombra scomparve lasciando soltanto un vago ricordo. La luce e la musica di Gran Burrone lo circondavano nuovamente».

Nella pellicola de «La Compagnia dell’Anello», invece, la scena non avviene all’interno del banchetto offerto da Elrond per la vittoria al guado del Bruinen; al contrario, è stata spostata in un momento successivo, poca prima che la Compagnia si metta in viaggio verso Mordor. Nulla di male in questa «posticipazione», per carità, tuttavia cerchiamo di capire come procedono le cose nella pellicola di Jackson: Frodo, dopo aver ricevuto Pungolo e la cotta di maglia di mithril dall’anziano parente, indossa quest’ultima su suggerimento di Bilbo, lasciando intravedere, per un attimo, l’Anello al suo collo. Di fronte alla richiesta di Bilbo di tenerlo in mano per un’ultima volta, Frodo si richiude la camicia (plausibilmente per non indurlo maggiormente in tentazione) e Bilbo per un secondo si trasforma in una creatura non molto dissimile da Gollum, salvo poi pentirsi immediatamente del suo gesto. A quel punto, dopo essersi scusato per quello che è avvenuto e per il peso dell’Anello che ha lasciato a Frodo (in modo abbastanza simile rispetto a quanto avviene nel libro), scoppia in lacrime, consolato da Frodo che gli pone affettuosamente una mano sulla spalla. La terza «versione», se così si può definire, è quella di Bakshi: in questo caso l’incidente fra i due Hobbit avviene, come nel romanzo, alla festa tenuta in onore di Frodo, e si mantiene abbastanza fedele al romanzo, salvo per la conclusione; in questo caso, infatti, Bilbo scoppia a piangere (come sopra), ma non riceve nessun conforto da Frodo. Anzi, a interrompere il suo pianto è Gandalf che richiama – in modo forse un po’ brusco – i due Hobbit a prendere parte al Consiglio di Elrond.

Come si può vedere, si tratta di tre scene simili ma diverse allo stesso tempo: la vera questione, tuttavia, non è rappresentata da quale sia quella più fedele al romanzo, ma, invece, quale sia quella che ne interpreta meglio lo spirito. Possono sembrare due concetti analoghi, ma non lo sono affatto. Il senso profondo di questa scena, secondo me, è il seguente: Frodo non può mostrarsi troppo accondiscendente verso Bilbo, non perché non gli voglia bene – tutt’altro – ma perché, qualche istante prima, questi aveva tentato di sottrargli l’Unico. Nella casa di Elrond la possessione esercitata dall’Anello nei confronti del suo Portatore non era ancora giunta a quei livelli percepibili al termine del lungo viaggio che avrebbe condotto Frodo a Mordor, tuttavia, è senza dubbio molto forte; lo era già, del resto, quando Frodo si dimostrò riluttante a lanciare l’Anello nel fuoco di Casa Baggins per poter leggere l’iscrizione incisa sulla sua superficie. Può essere dispiaciuto, certo, ma non può perdonare Bilbo di aver provato a toglierli l’Anello. Questa scena, quasi mai trattata negli articoli degli appassionati del mondo tolkieniano, è secondo me invece importante per comprendere gli effetti dell’Unico sugli esseri viventi. Tornando alla questione iniziale, quale scenografia riprende meglio lo spirito del romanzo? Opto per quella di Bakshi, perché pur avendo inserito la figura di Gandalf al termine dell’alterco fra i due Hobbit (assente nel libro in quel frangente) si dimostra, tuttavia, valida nel richiamare alla realtà Bilbo, quasi scuotendolo dai suoi rimorsi per esortarlo, forse anche con una certa durezza, a riprendere il possesso della propria coscienza per combattere il potere dell’Unico.

Da questo primo passaggio, capirete bene perché apprezzi più la trasposizione cinematografica de «Lo Hobbit» all’interno del quale, invece, i momenti comici non mancano: basti pensare a Dori e Nori che si accapigliano intorno al fuoco, oppure alle battute divertenti che si lanciano Bilbo e Dori quando questi è costretto a prendere lo Hobbit sulle sue spalle nelle caverne dei goblin, o ancora alla descrizione che Tolkien dedica ai nani e a Gandalf appesi sui rami del pino delle Montagne Nebbiose, da lui paragonata a una scena natalizia…per tacere, poi, degli Elfi di Rivendell, che sono molto più ilari di quanto non appaiano nel Signore degli Anelli. E potrei continuare a lungo. La scelta di Jackson di calcare in qualche scena questo lato «comico» (i Nani che si lanciano il cibo addosso, mentre sono ospiti di Elrond, per esempio) può essere certamente criticabile (alla fine anche le scene divertenti devono essere dosate con sapienza, a meno che non si tratti di un Cinepanettone, ma questa è, come si suol dire, un’altra storia), ma ciò non toglie che, personalmente, trovi queste scene in grado di rispecchiare più fedelmente lo spirito dell’Hobbit. Gli stessi Nani della Compagnia di Thorin, per esempio, per quanto possano apparire eccentrici (basti pensare a Bifur con l’ascia impiantata nel cranio) in fondo sono rappresentazioni visive di personaggi che, nel romanzo di Tolkien, hanno barbe di colori diversi, anche molto accesi (un dettaglio, quest’ultimo, che si perde del tutto nel Signore degli Anelli). Forse Tolkien desiderava ottenere un effetto comico con quelle barbe colorate? Non lo sapremo mai con certezza, però non si può nascondere che contribuiscano a rendere i Nani molto più comici rispetto a Gimli, uno dei personaggi più malinconici e forse sottovalutati del Signore degli Anelli (basti pensare al dialogo struggente fra lui e Legolas intorno alle sorti degli Uomini per capire come si tratti di un personaggio totalmente diverso da quello rappresentato nella trilogia cinematografica, impegnato in gare di rutti e in battute «facili» come quella sopra riportata).

E veniamo ora a un altro punto ampiamente controverso e criticabile dei film di Jackson: l’Amore. Prima ancora che qualcuno possa solo pensare che io sia ostile alla presenza di relazioni amorose nella Terra di Mezzo, lo invito a leggere (o a rileggersi) la storia fra Erfea e Miriel per dissipare qualunque dubbio: le vicende sentimentali, se ben strutturate, rappresentano una delle colonne portanti della letteratura di ogni tempo, anche di quella fantastica o epica che dir si voglia. Gli esempi sono pressoché infiniti, dal triangolo amoroso Artù-Ginevra-Lancillotto agli struggimenti di Didone per Enea, agli amori extraconiugali di Zeus…e davvero, si potrebbe continuare per pagine e pagine.
Ciò non toglie, tuttavia, che anche questo tema debba essere calibrato per bene rispetto alle vicende interne di un’opera letteraria. Nel romanzo del Signore degli Anelli, per esempio, appare una sola storia d’amore classicamente intesa, vale a dire quella in cui due personaggi si conoscono, si piacciono e magari convolano a giuste nozze e non è certo quella di Aragorn e Arwen attorno alla quale, invece, ruota buona parte di un’importante sottotrama della trilogia cinematografica. Mi riferisco, invece, alla storia fra Eowyn e Faramir, alla quale, forse, si sarebbe potuto attribuire un maggior spazio, ma tant’è.
Anticipo già una buona dose di critica a questa mia osservazione con la seguente auto-accusa: «Eh, ma Tolkien dedicò grande attenzione alla coppia Aragorn-Arwen nelle Appendici del Signore degli Anelli!»
Vero, eppure questa affermazione non fa altro che aprire una questione a mio parere ancora più importante rispetto al modo in cui è stata affrontata la storia d’amore fra i due e riguarda il carattere di entrambi i personaggi. Arwen non è una guerriera, né – cosa forse ancora più importante – deve impegnare particolarmente Aragorn ad accettare la sua scelta di diventare mortale: ricordiamo, infatti, che se fisicamente poteva essere scambiata per un giovane elfa, a un osservatore attento come Frodo non sfuggiva la sua reale età: Giovane era, eppur non tanto. La chioma corvina non era sfiorata dalla brina, le braccia bianche ed il viso limpido erano lisci e vellutati, e miriadi di stelle risplendevano negli occhi grigi come crepuscolo luminoso; ma il portamento era regale e lo sguardo rivelava riflessione e saggezza, apprese attraverso anni di esperienza.

Da questa descrizione appare chiaro che difficilmente, nel momento in cui si svolge la vicenda della guerra contro Sauron, Arwen avrebbe potuto lasciarsi a un rapporto complicato sia con Aragorn che con suo padre: se scontri c’erano stati con Elrond in merito alla sua scelta di diventare mortale (e nel testo non ne troviamo traccia, possono essere solamente ipotizzati), dovevano risalire a molti anni addietro e certamente non sembrano aver intaccato la relazione fra i due innamorati. Dama Arwen, inoltre, non è assolutamente la guerriera impavida che sottrae Frodo alla caccia dei Nove e che addirittura si permette di rinfacciare ad Aragorn di essere più veloce nel cavalcare. Non perché le elfe non potessero gareggiare con i rappresentanti dell’altro sesso, al contrario: nel Silmarillion, per esempio, Tolkien scrisse che Galadriel era così forte ed agile da superare in competizioni sportive molti degli elfi Noldor. Sfortunatamente per la bella figlia di Elrond e Celebrian, tuttavia, l’autore non sembrava pensarla come gli sceneggiatori del film: quando il potere di Sauron sembra ormai rendere i viaggi rischiosi, Elrond la fa richiamare da Lorien, ove era solita recarsi per visitare i suoi nonni materni, perché le strade erano divenute pericolose. Una frase scarna, contenuta peraltro nell’appendice degli Annali della Terra di Mezzo ma sufficiente, secondo me, per far sgretolare l’immagine di Arwen che sfida addirittura il Re Stregone a farsi avanti per strapparle dal grembo un Frodo ormai morente…

Tornando alla storia d’amore fra il Ramingo e la mezzelfa, inoltre, non deve sfuggirci un punto importante: per quanto Aragorn amasse teneramente Arwen e potesse essere spinto nella sua missione di contrastare Sauron anche per effetto della promessa fatta al suo patrigno – nonché padre della sua amata – che l’avrebbe presa in sposa solo se fosse divenuto re di Arnor e Gondor, implicando questo risultato la sconfitta di Sauron, non c’è dubbio che Aragorn avesse ben chiaro che nella guerra contro l’Oscuro Signore c’era in ballo «il destino di tutta la Terra di Mezzo», tanto per usare una frase fatta. Non avrebbe mai smesso i panni del Ramingo per assumere quelli dell’erede di Isildur solo per amore di Arwen: da persona saggia e avveduta com’era, credo che avrebbe messo il massimo impegno in questa lotta anche se non fosse stato fidanzato con la mezzelfa. Inoltre Aragorn non vide mai una contrapposizione fra l’essere ramingo e l’erede di Isildur: raminghi erano semplicemente quegli eredi del popolo di Arnor che erano sopravvissuti alla sua caduta nell’anno 1974 della Terza Era e si erano dati a un’esistenza errabonda, perché troppo pochi per riportare il loro reame all’antico splendore. Tanto è vero che i discendenti di Arvedui, l’ultimo re di Arnor, presero il titolo dei Capitani del Nord, proprio a sottolineare, da un lato, il loro basso profilo assunto dopo la fine del Regno, e dall’altra la volontà di non spezzare un lignaggio che non aveva pari tra quelli umani nella Terra di Mezzo, in attesa che giungessero tempi migliori.

Personalmente trovo che l’amore tra i due, così come appare nelle pagine del Signore degli Anelli, sia struggente e romantico allo stesso tempo: Aragorn, pur nel vortice di eventi che accadono attorno a lui, non manca di prendersi un attimo per ricordarla, come avviene nel suo ingresso a Lorien (una scena che, confesso, avrei voluto tanto vedere anche nella pellicola cinematografica). È un amore profondo, che riesce a sopravvivere a tutto quello che accade intorno a loro, ma che trova poche attinenze con quello raccontato nei film; soprattutto, non riesco a capire perché Sauron dovesse mettere a rischio la vita di Arwen, suvvia! L’Oscuro Signore non sapeva neppure chi fosse l’erede di Isildur e quando lo scoprì era troppo tardi per pensare a eventuali rappresaglie «emotive».

Un film può preservare lo stesso spirito del romanzo anche – paradossalmente – con una sceneggiatura che, a prima vista, potrebbe non collegarsi in alcun modo alle pagine dell’opera in questione. Per rifarmi a un esempio concreto, prenderò in esame l’Anabasi, un’opera scritta nel IV secolo a.C. dallo storico ateniese Senofonte. Questi, nelle sue pagine, narrò le vicende dell’armata di 10.000 mercenari greci che, postisi al servizio del principio persiano Ciro il Giovane per usurpare il trono al fratello Artaserse, furono abbandonati a sé stessi dopo la morte del loro mecenate e l’eliminazione – a tradimento – della maggior parte dei loro comandanti. Attraverso un difficile viaggio in terre inesplorate e ostili, i superstiti di quell’armata riuscirono infine a raggiungere il Mar Nero. Questo romanzo è stato ripreso nell’opera letteraria «I Guerrieri della Notte» (1965), scritto da Sol Yurick, e poi nell’omonimo film del 1979. Ebbene, in questa pellicola, i membri di una gang di New York, ripercorrono le stesse gesta degli antichi greci pur in un contesto che non azzarderei a definire del tutto slegato al mondo classico antico: eppure, nonostante le ovvie diversità, il film mantiene intatto lo spirito non solo del romanzo cui si ispira, ma anche quello della sua fonte più antica, l’Anabasi di Senofonte.

La trilogia cinematografica del Signore degli Anelli, invece, è andata oltre la trama stessa del libro, quasi riscrivendola per la prima volta: anzi, si può dire che sia stato proprio il grande successo di questi film a decretare una sorta di contrapposizione fra la resa cinematografica e l’originale letterario. Non è infrequente, infatti, imbattersi in rete in fan della saga di Jackson pronti a giurare che ogni azione, ogni scena e perfino ogni battuta del film corrispondano a quelle descritte nel libro. Alcune settimane fa ho cercato inutilmente di far comprendere a uno di questi fan che Tolkien non ha mai disegnato nessun Balrog, né tantomeno ha edito una versione illustrata del Signore degli Anelli e che doveva aver ritenuto che le immagini di John Howe fossero state disegnate da Tolkien stesso. Credetemi, non c’è stato verso di fargli cambiare idea: per lui, il Balrog del film doveva per forza essere stato disegnato da Tolkien stesso non per un semplice e banale errore di attribuzione – che avrei compreso perfettamente – quanto per la convinzione che fosse così ben riuscito da non aver mai potuto, lo scrittore inglese, immaginare un altro tipo di Demone. Al termine di un’estenuante quanto inutile discussione, mi sono ricordato di un episodio che mi aveva colpito molti anni fa e che riguardava la ricezione, negli Stati Uniti, del film «Troy» (2004, quindi coetaneo al «Ritorno del Re» di Jackson); ebbene, per aiutare la vendita di un’opera quale l’Iliade che, diciamolo pure, non è mai stata considerata un best-seller (non solo negli Stati Uniti, ma anche nella cara vecchia Europa) un editore statunitense aveva pensato bene di ricorrere a uno stratagemma che doveva aver certamente considerato molto ingegnoso. Sulla copertina della versione americana dell’opera omerica, infatti, aveva inserito questo logo: «Il libro tratto dal kolossal Troy». A quel punto il povero Omero si doveva essere disintegrato nella sua tomba (ovunque egli riposi). Intendiamoci: a me il film Troy è piaciuto e pure molto, ma lo ritengo una liberissima resa del capolavoro epico greco e, soprattutto, al di là dei gusti personali, non penserei mai di rileggere le vicende di Achei e Troiani basandomi sugli eventi trattati nel film!

Concludo questa lunga dissertazione esprimendo il mio giudizio finale su questa trilogia cinematografica: l’opera di P. Jackson, acclamata da critica e pubblico (anche se Cristopher Tolkien, figlio dello scrittore inglese e recentemente scomparso, non la pensava così e questo dovrebbe far riflettere, dal momento che chi meglio di lui poteva giudicare le rese cinematografiche del romanzo paterno, considerato l’impegno profuso nel valorizzare le opere di cotanto genitore?) ha finito col creare – difficile dire se l’abbia fatto esplicitamente o meno – un «Signore degli Anelli» alternativo all’opera prima. Si è trattato, come accennato nel titolo di questo articolo, di un fenomeno culturale che ha finito coll’influenzare profondamente l’opinione pubblica: qualche mese fa, discutendo con Angelo Montanini (uno dei più grandi artisti italiani che si siano cimentati con l’opera tolkeniana, autore, fra l’altro, di due illustrazioni di Erfea e Miriel che potrete vedere qui: Ritratti) abbiamo entrambi constatato come l’apparato iconografico e simbolico post-2004 sia stato irremediabilmente egemonizzato dalla trilogia di Jackson: ormai Aragorn, tanto per fare un esempio, non può che avere le fattezze di Viggo Mortensen, Legolas non può che ricordare Orlando Bloom e così via. Si badi bene; non ho nulla contro l’interpretazione fornita da questi due bravissimi attori, ma è avvilente constatare che non ci sia più spazio per illustrazioni diverse. Negli anni Ottanta e Novanta, invece, le rappresentazioni di personaggi, luoghi ed eventi ispirati al legendarium tolkieniano erano diversissime fra loro, permettendo all’osservatore – cosa non trascurabile – di avere una vasta platea di soggetti fra i quali scegliere «la propria» rappresentazione di questo o quel personaggio tolkieniano. La potenza evocativa dei film, purtroppo, ha creato una situazione di assoluto monopolio alla quale, solo recentemente, si sta iniziando a porre rimedio, anche grazie a una nuova generazione di illustratori meno influenzati dall’immaginario scaturito dalla trilogia cinematografica di Jackson.

…E il Balrog? Muto! Considerazioni sparse di Tolkien su una possibile riduzione a film del Signore degli Anelli

Uno degli argomenti più dibattuti tra i fans, cinefili e semplici curiosi dell’opera tolkieniana è rappresentato dal confronto fra il romanzo e la sua versione cinematografica, costituita dalla Trilogia di P. Jackson. Inutile dire che i pareri divergono e appaiono numerosi come le stelle nel cielo o i granelli di sabbia nel deserto: ci sono gli entusiasti, gli scettici, i critici, i radicali ecc. ecc.
Non è questa la sede più adatta per descrivere le mie personali opinioni sulla sceneggiatura alla base delle pellicole cinematografiche; al contrario, superando una certa ritrosia nel pormi direttamente nei panni di Tolkien, proverò – con l’aiuto dell’analisi di una lettera nella quale l’autore tentò di dare indicazioni sulla sceneggiatura tratta dalla sua più celebre opera – a capire cosa avrebbe voluto vedere in una riduzione cinematografica del Signore degli Anelli.

Prima di addentrarmi in questa analisi, tuttavia, vorrei scrivere una piccola premessa: al di là di quello che ognuno ritiene sia la trasposizione cinematografica ideale – andando quindi oltre quella di Jackson – mi sembra giusto chiedersi cosa ne pensasse direttamente l’autore. Una simile azione, tuttavia, richiede la necessità di riflettere su un meccanismo importante e cioè la non perfetta corrispondenza tra romanzo e sceneggiatura. Pur essendo un tipo di lavoro di scrittura non incompatibile con quello compiuto dall’autore in senso «classico» (e infatti esistono scrittori che, nella loro esistenza, si occupano di entrambi gli aspetti), non si può non tener conto della differenza dei due linguaggi. Chi scrive un racconto, un romanzo, una poesia ecc. ecc. ha uno spazio di azione più ampio, perché deve sforzarsi di far visualizzare al lettore tutto quello che è nella sua mente e nella sua penna. È possibile, in alternativa, dare più spazio libero al lettore, lasciando che sia quest’ultimo a immaginarsi personaggi, luoghi, battaglie ecc. sulla base di pochi elementi significativi: tanto per restare nell’ambito della sfera personale, è il modello che preferisco. La conferma a questo mio ragionamento? Uno dei miei lettori si immaginava Erfea con i capelli lunghi e senza baffi, e rimase di conseguenza perplesso dinanzi a una illustrazione che, al contrario, lo immaginava con i capelli più corti e con i baffi (Ritratti qui potrete vedere l’immagine in oggetto). Questo esempio, ad ogni modo, mi è utile per spiegare come una maggiore libertà di immaginazione lasciata al lettore implichi necessariamente una più ampia diversificazione dei personaggi e dei luoghi citati in un racconto. Nella sceneggiatura, invece, il compito descrittivo è affidato alle immagini: per avere un confronto immediato, provate a rileggere la descrizione lasciataci da Tolkien su Lorien e, subito dopo, riguardate la resa di Lorien nel film «La Compagnia dell’Anello». In una sceneggiatura, per esempio, non puoi limitarti a descrivere fisicamente un personaggio sostenendo che abbia occhi azzurri e capelli biondi: devi specificare come sono acconciati, se gli occhi sono grandi o piccoli, ecc. ecc. La stessa idea di bellezza (e del suo contrario, naturalmente) deve essere specificata in modo chiaro e inequivocabile. Una pellicola, insomma, si muove su piani diversi, che necessariamente richiedono aggiustamenti, omissioni, e perchè no? anche integrazioni. Un’ottima integrazione, per esempio, a parer mio, è costituita dalla scena in cui Boromir insegna agli Hobbit ad impugnare una spada: non so quanti di voi si siano posti tale questione leggendo il libro. Personalmente, non ricordo di essermi mai chiesto dove e come avessero imparato a combattere, nonostante avessi avuto la percezione che nella Contea non dovessero circolare molte armi…
In una pellicola, al contrario, il pubblico nota subito due particolari: 1) la giovane età di Merry e Pipino rispetto agli altri membri della Compagnia; 2) il loro fare giocoso, al limite del ridicolo (ricordate cosa fanno durante la festa di Bilbo). Dinanzi a queste caratteristiche fisiche e caratteriali di entrambi i personaggi, dunque, difficilmente il pubblico avrebbe accettato per «già ricevuta» una istruzione militare; ecco allora intervenire Boromir che in una scena durata pochi minuti mostra i progressi che i due stanno realizzando con le armi date loro in dotazione.
Bisogna considerare, inoltre, un secondo aspetto fondamentale: ai tempi di Tolkien era inimmaginabile un così meraviglioso sviluppo della tecnologia digitale. Per averne un’idea, basta confrontare i duelli con le spade laser nel primo episodio di Star Wars (anno di uscita 1977) con quelli presenti nel Il Risveglio della Forza (anno di uscita 2015). Oppure confrontate lo Squalo di Spielberg (1975) con i dinosauri di Jurassick World (2015). Scegliete il confronto che preferite, una costante resterà ad ogni modo veritiera: i film fantasy hanno tratto giovamento dallo sviluppo di questa tecnologia, in modo più evidente rispetto ad altri generi di film; si potrebbe perfino affermare che una migliore tecnologia digitale abbia incrementato, di fatto, il successo del genere fantasy/fantascientifico negli ultimi anni. Tolkien, che di mestiere non era grafico e neppure programmatore, certamente non poteva immaginare quello che sarebbe diventato il cinema a distanza di oltre 40 anni dalla sua morte; gli vanno «perdonate», dunque, alcune scelte che, in materia di sceneggiatura, oggi potrebbero apparire ridicole, ingenue o quantomeno inutili, se non ridondanti rispetto al romanzo: lo ripeto a scanso di equivoci, Tolkien non era uno sceneggiatore e non aveva esperienze cinematografiche.

Scritta questa lunga promessa (che spero mi sarà perdonata dai lettori di questo blog) passo ora ad analizzare gli aspetti che Tolkien avrebbe voluto fossero presenti in un’eventuale riduzione cinematografica e quali, invece, avrebbe ritenuto inutili o addirittura fuorvianti rispetto alla sua opera; va da sé che la tentazione di paragonare la «sua sceneggiatura ideale» con quella prodotta dalla New Line è a dir poco fortissima e credo che possa costituire una buona base per i vostri e per i miei commenti.

La lettera in questione, risalente al giugno 1958, fu indirizzata da Tolkien a Forrest J. Ackerman. Il primo elemento che mi preme sottolineare di questa lettera – che contiene diversi elementi di critica rivolti all’opera del lavoro di sceneggiatura opera di Mr. Zimmerman – riguarda una significativa premessa che Tolkien fa a proposito del suo lavoro di critica nei confronti di questa sceneggiatura…una critica saggia, fin troppo spesso dimenticata: «I canoni dell’arte narrativa non possono differire completamente, che si tratti di letteratura, di cinema o di radio; e il fallimento di alcuni film va individuato spesso proprio nell’esagerazione, nell’intrusione ingiustificata di argomenti dovuta al fatto di non aver percepito il nocciolo dell’originale». Non mi soffermerò su quelle scene che – fortunatamente, oserei dire – non abbiamo potuto vedere nè nell’opera di Bakshi, nè in quella di Jackson (come ad esempio una Grande Aquila atterrare su un prato della Contea). Inizierò la mia disamina partendo dalla figura di Goldberry (Baccador) e, sia pure indirettamente, da quella di Tom Bombadil: a questo proposito è interessante notare come Tolkien, piuttosto che vedere una riduzione di quest’ultimo personaggio a essere fatato del folklore, avrebbe preferito «che sparisse piuttosto che apparire in modo così privo di significato». Questa affermazione, tuttavia, non implica che Tolkien escludesse del tutto la presenza di questi personaggi: al contrario, di Baccador scrive che «rappresenta il cambio delle stagioni in queste terre», una successione che, invece, nelle opere cinematografiche tratte dal Signore degli Anelli si nota molto poco (a parte, forse, nella prima parte del lungometraggio animato di Bakshi) e che, per istinto, mi fa venire in mente un bellissimo brano dei Dream Theaters A change of seasons. Ma dei miei rapporti fra musica e Tolkien scriverò in un prossimo articolo…

Torniamo alla disamina di Tolkien sulla sceneggiatura: una scena che, con ogni probabilità, l’autore non avrebbe voluto vedere se fosse sopravvissuto sino al 2001, è quella della lotta condotta da Aragorn contro i Nazgul a Colle Vento: a questo proposito, infatti, egli scrive che «Grampasso non “sguaina una spada” nel libro. Naturalmente no: la sua spada era rotta […] Perché allora fargli fare una cosa del genere, se nel contesto non c’è una battaglia con delle armi?» Lo ripeto a scanso di equivoci: non voglio entrare nel merito di cosa funzioni nel cinema rispetto alla letteratura; il mio intento è solo quello di osservare cosa l’autore avrebbe voluto (o meno) che fosse ripreso dalla sua opera, facendosi forza della legittimità che gli derivava dall’essere l’inventore di quello specifico mondo fantastico. Emerge un altro particolare a proposito dell’agguato a Colle Vento: i cavalieri neri non urlano, ma mantengono un silenzio che è molto più spaventoso. In questo caso mi piace riconoscere a Bakshi di aver reso perfettamente la scena; secondo Tolkien, infatti, questo sarebbe stato il modo corretto di mostrare l’attacco dei Nazgul: «una scena scura ma illuminata da un piccolo fuoco rosso, con gli spettri che si avvicinano lentamente come ombre più scure – fino al momento in cui Frodo infila l’Anello e il re, rivelato, avanza – mi sembrerebbe molto più impressionante di un’altra scena piena di urla e di colpi inutili» (che è invece ciò che accade nel film di Jackson). Ancora, ritorna la questione delle stagioni, un aspetto che, francamente, non avevo capito toccasse così profondamente Tolkien: egli scrive che «Z [ossia lo sceneggiatore] non sembra interessarsi molto alle stagioni e al paesaggio, benché a me sembri che una delle principali attrazioni del film dovrebbe essere proprio questa».
Ed ecco, infine, arrivare a uno dei punti più sorprendenti delle critiche mosse da Tolkien su questa sceneggiatura: il mutismo del Balrog. Egli scrive infatti che «il Balrog non parla mai né emette alcun suono. Soprattutto non ride e non ringhia […] Z forse pensa di saperne più di me sul Balrog, ma non può aspettarsi che io sia d’accordo con lui». Questa è forse una delle sorprese più evidenti: non so cosa ne pensino in proposito i miei lettori, tuttavia, per quanto mi riguarda, ero da sempre convinto che il Balrog emettesse suoni di qualche genere, pur reputando che la sua rappresentazione nella pellicola di Jackson fosse troppo ispirata a quella dei Gargoyle medievali, mentre io avrei preferito che di quell’essere fossero sottolineate soprattutto gli elementi del fuoco e dell’ombra, lasciando indistinta la sua «vera» natura fisica. Altra questione, appena accennata nella lettera di Tolkien, ma non meno importante nell’economia della sua critica riguarda la resa dei personaggi: mi limito dunque a riportare la sua affermazione in merito, lasciando ai miei lettori il compito di pensare a come sono stati resi certi personaggi (penso, per esempio, a Boromir nella pellicola di Bakshi, oppure ad Arwen in quella di Jackson): «mi risenterei per i cambiamenti dei personaggi […] molto più che per i cambiamenti in peggio della trama e dello scenario». Una posizione piuttosto chiara in proposito, oserei dire.

Passando alla sceneggiatura relativa al libro de «Le Due Torri», Tolkien si dimostra ancora più insofferente e, probabilmente, deluso dalla sceneggiatura che gli è stata proposta: per fortuna, rispetto al film di Jackson, si nota che, effettivamente, sia Gandalf che Theoden escono fuori dalla sala del trono, nello spiazzo davanti al portone, per dialogare e mostrare al popolo che il sovrano è guarito dal male che lo affliggeva (anche se immagino che Tolkien non avrebbe apprezzato affatto la storia dell’esorcismo compiuto da Gandalf, ma questa resta solo una mia impressione, beninteso).
Importante, e per certi versi stupefacente, resta poi la riflessione che Tolkien sostiene a proposito della Battaglia del Fosso di Helm, un avvenimento che occupa una parte importante in entrambe le pellicole prese in esame in questo articolo. Se non fosse stato possibile attribuire eguale importanza a quella battaglia e, contemporanemente, agli Ent, Tolkien era del parere che a scomparire dovesse essere proprio la battaglia. Viene da chiedersi, naturalmente, cosa avrebbe pensato dell’introduzione degli elfi guidata da Haldir, così come accade nella pellicola di Jackson…Sulla terza parte, ossia «Il Ritorno del Re», Tolkien si limitava laconicamente a definire la sceneggiatura del tutto inaccettabile sia nelle linee particolari che in quelle generali.

Vengo alle conclusioni: senza dubbio Tolkien non possedeva tutti gli strumenti per capire i meccanismi alla base della scrittura di una sceneggiatura…e forse, entro certi limiti, tale incapacità non può essergli del tutto rimproverata, considerato che non era il suo mestiere e che, con ogni probabilità, gli sfuggiva il senso della necessità, per un tale film, di ottenere un buon incasso al botteghino allo scopo di rientrare dalle spese (notevoli) effettuate per girarlo. Possiamo chiederci, inoltre, se un film tratto dal Signore degli Anelli prodotto negli anni Cinquanta o Sessanta avrebbe avuto quel successo che indubbiamente è toccato in sorte alle pellicole di Jackson: successo che, a parer mio, non è dovuto esclusivamente al perfezionarsi degli «effetti speciali» che hanno reso possibili scene fino a non troppi anni fa semplicemente impensabili…ma anche al progressivo diffondersi, tra il pubblico cinematografico, di un certo gusto per il fantasy, coltivato, sia pure indirettamente, dal successo di tutta una serie di film e pellicole animate afferenti a questo settore e che negli anni sono diventate vere e proprie pietre miliari della nostra cultura cinematografica occidentale (basti pensare, tanto per dirne una, all’impatto avuto dalle pellicole prodotte dalla Disney prima e da Lucas in seguito).

Senza dubbio, negli anni in cui fu proposta questa sceneggiatura, a Tolkien sfuggiva l’idea di una serie ispirata al suo capolavoro: uno strumento oggi in rapida ascesa e che, addirittura, costringe grandi case cinematografiche ad adeguare le proprie programmazioni per venire incontro al successo di questo format. Ecco, forse se c’è una suggestione che avrei voluto vedere realizzata, sarebbe stata proprio quella di avere Tolkien come consulente per la nuova serie Amazon che tra pochi mesi sarà disponibile sull’omonima piattaforma: un desiderio che, tuttavia, è destinato ad essere solo una romantica fantasia…
Per quello che posso aggiungere come esperienza personale – pur non avendo mai avuto personalmente esperienze nel campo della sceneggiatura – ammetto che è stato divertente e, per certi versi, anche sorprendente, preparare i progetti per gli artisti che in questi mesi hanno lavorato sulle illustrazioni tratte dai miei racconti. In particolare, voglio condividere un aneddoto con voi: che ci crediate o meno, non avevo mai immaginato quale aspetto fisico avesse Miriel. Ricordo, anzi, piuttosto «pigramente», di averla resa bionda inizialmente solo perché, in questo modo, sarebbe rimasta distinta, nella mente del lettore, da Elwen, l’altra protagonista femminile del «Ciclo del Marinaio», che invece ha una capigliatura nera. Questo non vuol dire, naturalmente, che non avessi mai immaginato a quale persona potesse assomigliare: trovai molto bella, ad esempio, Diane Kruger nella sua interpretazione di Elena di Troia nel film «Troy» del 2004. Tuttavia, non mi ero mai posto domande precise sul suo aspetto fisico, né l’affermazione secondo la quale ella fosse ritenuta la biù bella donna dei Numenoreani si dimostrava più utile: la bellezza, infatti, è un concetto estremamente personale, anche se è noto che esistono dei parametri utili per calcolare la bellezza di un volto (proprio ieri è apparso un articolo in merito a tale questione sul «Corriere della Sera»). È stato, dunque, molto divertente scoprire che Anna Francesca, per esempio, aveva immaginato che Miriel avesse una lunga treccia: si tratta di un piccolo dettaglio, d’accordo, ma utile per dimostrare, ancora una volta, quello che ho cercato di dimostrare in questo articolo: il passaggio dalla scrittura all’illustrazione (e poi anche all’illustrazione in movimento) è molto più complesso e meno scontato di quanto possa apparire superficialmente.

* I testi in corsivo sono tratti dalla missiva «210. Da una lettera a Forrest J. Ackerman. Non datata; giugno 1958», in J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, Bompiani, Milano, 2001, 305-313.

Don’t worry…be happy (Numenorean)!

Prendo a prestito il titolo di una famosa canzone di Bobby McFerrin (1988) per mettere su carta (virtuale) i miei primi pensieri e le mie prime impressioni sulla serie Amazon che dovrebbe uscire nei prossimi mesi e che, stando agli ultimi rumors, dovrebbe essere ambientata nella Seconda Era, come si può evincere dalla mappa che il sito della nota multinazionale americana ha pubblicato negli ultimi giorni. Qualcuno fra i lettori più acuti aveva già notato come nella prima parte della mappa della Terra di Mezzo pubblicata da Amazon non comparissero alcuni nomi usati nel corso della Terza Era (come quello di Rohan, per esempio, sostituito dal più antico Calenardhon), mentre, al contrario, erano presenti molti dei boschi nella regione dell’Eriador che, ai tempi di Bilbo e di Frodo, erano ormai del tutto scomparsi.
Leggendo qua e là i commenti sulle varie pagine social dedicate alle opere tolkieniane ho notato una serie di commenti che possono essere suddivisi sostanzialmente in due categorie: massima ostilità nei confronti di una serie ambientata nella Seconda Era (posizione maggioritaria) e un grande interesse, motivato proprio dall’elemento che l’ala oltranzista critica non sopporta, ossia l’ambientazione della serie nella Seconda Era e la possibilità di vedere sul piccolo schermo la grande isola dell’Ovest (posizione minoritaria).
In questo articolo non voglio commentare i gusti altrui: ognuno è libero di esprimere la sua preferenza verso quelle che ciascuno di noi può ritenere essere le parti più interessanti della grande opera tolkieniana. Il mio intento, al contrario, è quello di mostrare come non bisogna avere (soprattutto in questo stadio di produzione della serie Amazon) troppi pregiudizi nei confronti di qualcosa che, al momento attuale, non siamo ancora in grado di conoscere e, perciò, di valutare serenamente (da qui il richiamo al titolo della canzone).
Inizierò questa mia disamina affrontando la figura di Annatar, ossia Sauron nella sua figura di seduttore degli Elfi dell’Eregion….e dal momento che il tema di quest’anno individuato per il Tolkien Reading Day riguarda il mistero, ho scelto di trascrivere e commentare con i miei lettori un brano poco noto del legendarium tolkieniano, nel quale si registra la prima testimonianza della Seconda Era relativa a «un pericolo che giunge da Est» e che potrebbe aprire nuove luci anche sulla prossima serie di Amazon. Il brano che trascrivo appartiene al testo di una lunga lettera che Gil-galad scrisse al sovrano di Numenor Tar-Meneldur, padre di Aldarion. La lettera risale grosso modo all’anno 883 della Seconda Era, diversi secoli prima dell’arrivo di Sauron/Annatar nell’Eregion:

«Una nuova ombra si leva a est. Né si tratta della tirannide di Uomini perfidi, come ritiene tuo figlio: un servo di Morgoth si agita, e male cose si risvegliano. Anno per anno esso acquista forza, perché gran parte degli Uomini sono proni alla sua volontà. Non è lontano il giorno, a mio parere, in cui diverrà troppo grande perché gli Eldar gli resistano senza aiuti. Per questa ragione, ogniqualvolta scorgo un’alta nave dei Re di Uomini, il mio cuore esulta. E ora ho l’audacia di chiedere il tuo aiuto. Se hai braccia di Uomini che ti avanzano, prestamele, ti prego.
Tuo figlio ti riferirà, se lo desideri, tutte le nostre considerazioni. Ma in sostanza è sua opinione (la quale è sempre saggia) che, quando l’assalto verrà, come non può non accadere, dovremmo cercare di tenere le Terre Occidentali, dove tuttora dimorano gli Eldar e Uomini della tua razza, i cui cuori non sono ancora abbuiati. Per lo meno dobbiamo difendere Eriador sulle rive dei lunghi fiumi a ovest dei monti che noi chiamiamo
Hithaeglir [le Montagne Nebbiose]: il nostro principale baluardo. Ma in quel vallo montano si apre, a sud, un grande varco verso la terra di Calenardhon; e per esso non potrà non venire l’invasione dall’Est. Già il nemico striscia lungo la costa a quella volta. Lo si potrebbe difendere, impedendo l’assalto, se disponessimo di una base sul litorale viciniore». (JRR Tolkien, Racconti Incompiuti, pp. 276-277).

Dalla lettura di questo brano diviene possibile ricavare alcune indicazioni fondamentali, e perfino sorprendenti, per certi versi, sulla concezione che Tolkien aveva di Sauron nei primi mille della Seconda Era: il ritratto più comune di Sauron in quei secoli, infatti, non è quello di un nemico pericoloso agli occhi di Gil-Galad, quanto quello di un enigmatico individuo, i cui veri scopi sono abilmente celati da un eloquio raffinato, in grado di ingannare quasi tutti i suoi interlocutori. Per rendersi conto di quanto risulti «anomala» la descrizione dell’Oscuro Signore che ho trascritto in precedenza, è sufficiente leggere il capitolo del Silmarillion dedicato alla forgiatura degli Anelli del Potere e, in aggiunta, l’incipit del lungo discorso tenuto da Elrond in occasione del concilio che da lui prese il nome.

«E più a sud e più a est, Uomini si moltiplicavano; e la maggior parte di loro si volse al male, poiché Sauron era all’opera. […] [Sauron] guardò con odio agli Eldar, e provò paura per gli Uomini di Numenor che di tanto in tanto tornavano, con le loro navi, alle spiaggie della Terra di mezzo; ma a lungo però dissimulò la propria mente e tenne celati i tenebrosi disegni che andava plasmando in cuor suo. Di tutti i popoli della Terra, trovò che gli Uomini erano i più facili da sviare; ma per molto tempo ancora non desistette dal tentar di persuadere gli Elfi a mettersi al suo servizio, ben sapendo che i Primogeniti erano dotati di maggior potere; e girò in lungo e in largo tra loro, e il suo sembiante era pur sempre quello di uno bello quanto saggio. Solo a Lindon non si avventurò, poiché Gil-galad ed Elrond nutrivano dubbi su di lui e la sua bella apparenza e, sebbene non sapessero chi egli fosse davvero, pure non gli permettevano di metter piede in quella contrada». (JRR Tolkien, Il Silmarillion, p. 361).

Da questo brano emerge un’immagine diversa da Sauron, più in linea con quella «classica»: sebbene l’autore accenni alla presenza di Uomini che si volgevano al male perché subivano la sua influenza, sembra proprio che, in questa versione della Storia, Gil-galad non abbia ancora preso coscienza del rischio rappresentato da Sauron, limitandosi a mostrare perplessità nei confronti di questo enigmatico straniero che si aggirava fra gli Elfi, il cui aspetto, secondo fonti non canoniche, avrebbe potuto essere ispirato perfino a quello dei Vanyar, la prima stirpe elfica, che mai aveva abbandonata Valinor tranne che in occasione della Guerra d’Ira. Un elemento, quest’ultimo, piuttosto inquietante, che avrebbe dovuto spingere i più lungimiranti a chiedersi donde venisse fuori Annatar, che, al di là della fittizia attribuzione alla stirpe dei Vanyar, sembrava conoscere molto bene Valinor, come dimostra il discorso tenuto ai fabbri dell’Eregion: «Ma perché dunque la Terra di mezzo dovrebbe restare per sempre desolata e buia, laddove gli Elfi potrebbero renderla altrettanto bella di Eressea, che dico, persino di Valinor? E poiché non vi avete fatto ritorno, come pure potreste, ben m’avvedo che, al pari di me, voi questa Terra di mezzo l’amate. Non è dunque nostro dovere di lavorare fianco a fianco al suo arricchimento e per l’elevazione di tutte le stirpi elfiche che vi si aggirono, all’oscuro del molto potere e della sapienza che sono di coloro i quali stanno di là dal Mare?» (JRR Tolkien, Il Silmarillion, p. 362).
L’immagine di Sauron/Annator subisce una nuova modifica nel resoconto tenuto da Elrond nel concilio dei Popoli liberi alla fine della Terza Era, nel corso del quale fu formata la Compagnia dell’Anello: al principio di quella riunione, ecco come Elrond accennava alla figura del Nemico: «A quell’epoca Sauron non era ancora d’aspetto malvagio, ed essi accettarono il suo aiuto e diventarono potenti nella loro arte, mentre egli apprese tutti i loro segreti e li tradì» (JRR Tolkien, Il Signore degli Anelli, p. 198).

Come conciliare tutte queste descrizioni dello stesso personaggio? Indubbiamente, una prima risposta può essere rintracciata nella mancata sistemazione organica di tutto il legendarium tolkieniano, un problema che si evidenzia ogni qual volta si notano discrepanze fra le diverse versioni delle storie della Terra di Mezzo. La stessa figura di Sauron, considerato come servo di Morgoth e suo principale erede nel funestare la Terra di Mezzo dopo la scomparsa del suo signore, per esempio, è molto differente da quella del Negromante, descritta nel romanzo de Lo Hobbit (ne parlo in questo articolo, per chi fosse interessato ad approfondire la questione: Chi è il Negromante?) Un elemento, tuttavia, sembra essere comune a tutte le descrizioni riportate in questo articolo: l’assenza di una versione guerriera dello stesso Oscuro Signore. Perfino nella versione riportata nei «Racconti incompiuti», infatti, Gil-galad sembra accennare (almeno, questa è la mia interpretazione) più alla presenza dei servi del Nemico in assetto da guerra nelle terre occidentali, piuttosto che a quella di Sauron in persona. Un primo suggerimento che mi sento di offrire, dunque, per prepararci alla visione della nuova serie di Amazon ambientata nella Seconda Era, è quello di dimenticarci dell’immagine di Sauron offerta nella trilogia cinematografica di Jackson: per gran parte della sua (lunga) esistenza, infatti, Sauron assunse certamente tanti aspetti diversi (riuscì perfino ad assumere forma di demoniaco lupo nel corso della Prima Era!), tuttavia il ruolo di guerriero fu quello che probabilmente disdegnò più di qualunque altro. Con ogni probabilità, l’unico momento in cui decise di calzare i panni che abbiamo visto nella riproduzione cinematografica de «La Compagnia dell’Anello» fu durante lo scontro mortale combattuto contro i comandanti dell’Ultima Alleanza (e che, diciamolo pure, non fu il suo momento migliore); nelle altre circostanze in cui interagì con gli esseri viventi (sia Elfi che Uomini) Sauron assunse più che altro un aspetto piacevole da vedersi, perché sapeva, da fine conoscitore dell’animo dei viventi qual era, che questo travestimento gli avrebbe permesso di fare breccia nei loro animi e nelle loro coscienze. Resterei molto deluso, dunque, se gli sceneggiatori della serie di Amazon non tenessero conto di questi elementi nella rappresentazione di Sauron: mi vengono in mente, a questo proposito, le scene del primo incontro fra Johnny Blaze alias Ghost-Rider e Mefistofele, il Diavolo in persona, nel film «Ghost-Rider» del 2007; quest’ultimo, per evitare di spaventare la sua vittima designata, gli appare sotto le sembianze di un anziano distinto signore…solo per un attimo, si intravede che la sua ombra non è quella di un normale essere umano, bensì di una creatura infernale. Ecco, fatte le debite proporzioni (tra l’altro, nel proseguimento del film del Ghost-Rider, la reale identità di Mefistofele viene svelata), mi piacerebbe che nel corso della serie Amazon lo spettatore – soprattutto quello che non ha molta domestichezza con l’universo tolkieniano – potesse avere dubbi sull’identità e sulle reali intenzioni della figura di Annatar, scoprendo progressivamente le sue reali e sinistre intenzioni.

Nessuno tocchi la Bocca di Sauron! L’importanza del fairplay e delle leggi nelle opere tolkieniane

Uno dei personaggi meno amati del Signore degli Anelli è certamente la Bocca di Sauron. Non credo sia necessario soffermarmi sui motivi che spingono i lettori del romanzo di Tolkien a detestarlo, ma per coloro che non conoscano questo personaggio, mi ci soffermerò brevemente: la Bocca di Sauron, come dice lo stesso appellativo, è una sorta di ambasciatore dell’Oscuro Signore, incaricato di comunicare la volontà del suo padrone ai suoi servi e ai suoi avversari. Nessuno conosce il suo vero nome e le storie non ne parlano: si dice che lui stesso l’avesse dimenticato, assorbito com’era dal compito di rappresentare l’autorità di Sauron; sembra, tuttavia, che fosse un discendente dei Numenoreani Neri, coloni che si erano stabiliti sulle coste meridionali della Terra di Mezzo durante la Seconda Era, adorando Sauron perché erano avidi di scienza malefica. Non si hanno altre notizie su questo personaggio, se non che aveva fatto una rapida carriera nelle file dei servi di Sauron, arrivando a godere della piena fiducia del suo padrone, e mostrando una crudeltà superiore a quella di qualunque orco. Emerge qui un particolare molto importante: come forse alcuni ricorderanno, Sauron vietava ai suoi servi di pronunciare il suo nome o di scriverlo, adoperando come emblema l’Occhio rosso circondato dalle fiamme. La scelta della Bocca di Sauron di utilizzare nel proprio appellativo il nome del malvagio Maia, dunque, indica da parte sua una perfetta coesione di mente e di spirito con il suo Signore: questo ci mostra, dunque, quanto questo uomo fosse ormai divenuto un pupillo di Sauron.

La Bocca di Sauron, in qualità di araldo del suo signore, aveva dunque il compito di parlamentare con i rappresentanti delle schiere dell’Ovest: Tolkien, che non usa mai parole a caso, descrive chiaramente quale fosse lo scopo dell’Oscuro Signore in tutto ciò: «Ma Sauron aveva già i suoi piani, e intendeva giocare crudelmente con quei topi prima di ucciderli». Ecco, vorrei sottolineare il verbo giocare: Sauron vuole imbastire una «scenetta teatrale» al fine di mostrare un falso rispetto nei confronti dei suoi nemici. Il gioco, tuttavia, ha delle regole sacre, che neppure Sauron, considerato forse il massimo signore dell’inganno della Terra di Mezzo (chiedere a Celebrimbor per avere conferma) intende trasgredire: a questo proposito mi vengono in mente le riflessioni di Tolkien su un altro gioco, quello degli indovinelli fra Bilbo e Gollum, sul quale scriveva che era un «gioco antico, del quale neppure le creature più malvagie osavano infrangere le regole». Sauron ha ben chiare le regole di quel sottile gioco che è la diplomazia e non sembra volerle trasgredire: naturalmente, alla base del suo comportamento, non c’è una volontà di redenzione, né di riconoscimento reciproco dei suoi nemici come essere dotati di propria dignità. La Bocca di Sauron, infatti, dopo averli scrutati per bene, non perde occasione per deridere i Capitani dell’Ovest: «Vi è qualcuno in mezzo a questa folla che abbia l’autorità di trattare con me?» domandò. «O addirittura il cervello per capirmi? Certo non tu!», disse con tono sarcastico deridendo Aragorn. «Per fare un re ci vuole altro che un pezzo di vetro elfico o delle plebaglia come questa! Come? Qualsiasi brigante delle montagne può disporre di eguali seguaci!» Sauron, dunque, intende condurre il gioco a modo suo: proprio come molti calciatori che non perdono occasione di irridere l’avversario, sperando di non essere ripresi a loro volta dall’arbitro, ma non tralasciando occasione, a loro volta, di attirare l’attenzione del giudice di gara quando ritengono di essere a loro volta vittime di ingiustizie, la Bocca di Sauron richiama allarmato Aragorn al «rispetto» delle regole, nonostante il ramingo non avesse fatto nulla per minacciarlo, se non, forse, mostrargli, attraverso il suo penetrante sguardo, la sua meschinità e malvagità. «Sono un araldo e un ambasciatore, e non posso essere assalito!». A questo punto è Gandalf che dimostra come ci siano in campo delle regole che devono essere rispettate da entrambe le parti, se si vuole continuare a seguire quel clima di fair-play, di rispetto dell’avversario, che nasce nelle università inglesi nel corso del diciannovesimo secolo, e che certamente Tolkien doveva aver ben presente. «Ove vigono simili leggi» disse Gandalf, «vi è anche la consuetudine che gli ambasciatori siano meno insolenti. Ma nessuno ti ha minacciato. Non hai nulla da temere da noi fino a quando non avrai portato a termine il tuo compito. Ma dopo, a meno che il tuo padrone non sia colto da improvvisa saggezza, tanto tu quanto tutti i suoi servitori correrete grave pericolo». Stiamo per entrare nel nocciolo della questione, che spero possa essere d’aiuto nel far comprendere le ragioni del titolo che ho adottato per questo articolo: Gandalf (come gli altri Capitani, s’intende) è perfettamente conscio del ruolo che la Bocca di Sauron incarna e non intende attaccarlo prima che questi abbia completato il suo lavoro di ambasciatore. Secondo me, questo è uno dei punti più alti del Signore degli Anelli, in termini di umanità, e segna un profondo distacco fra Sauron e i suoi nemici: proprio nel momento, infatti, in cui entrambe le forze si confrontano in un dialogo verbale, teso quanto si vuole, pieno di trappole verbali e di menzogne, naturalmente, Gandalf riconosce al suo nemico, alla rappresentazione carnale dello spirito di Sauron (e dunque, per esteso, a Sauron stesso) una dignità che nessun servo del male riesce a ricambiare. Per la Bocca, infatti, è piuttosto chiaro quale deve essere il suo compito: irretire il nemico, mostrargli che ogni speranza è destinata ad essere delusa e che l’Anello è già rientrato (o lo farà presto) nelle mani del suo Padrone. È un grande bluff, in fondo, quello che la Bocca conduce: e lo fa, bisogna ammetterlo per onestà intellettuale, in modo molto convincente. Avendo in mano alcuni oggetti appartenuti a Sam e Frodo, pur ancora ignorando la loro missione nella Terra di Mordor, ha tuttavia compreso che sono cari a Gandalf e ai suoi amici: Sauron intende sfruttare a suo vantaggio quella che, secondo il suo metro di giudizio, è una grave debolezza, ossia l’affetto che lega fra loro persone che si vogliono bene, che non possono certo restare indifferenti rispetto al destino dei due hobbit torturati dagli aguzzini della Torre Oscura. L’araldo di Mordor godette nel vedere i loro volti grigi di paura e l’orrore in fondo ai loro occhi, e rise di nuovo, perché gli parve che il suo gioco procedesse nel migliore dei modi. Ancora una volta, Tolkien sceglie il termine «gioco» per indicare l’attività del Numenoreano Nero: è un gioco diplomatico, certamente, nel quale si chiede molto, evidentemente troppo, come si capisce dalla lettura delle condizioni che questi detta ai suoi avversari e che qui riassumo: cessione delle Terre ad est dell’Anduin a Sauron; conclusione dello stato di guerra contro Mordor; trasformazione dei territori ad ovest dell’Anduin in tributari di Sauron, o, per meglio dire, della Bocca, che sarebbe divenuto il tiranno dei popoli liberi. Dinanzi alla legittima richiesta di Gandalf di esibire prove concrete della prigionia di Frodo e Sam e alle sue critiche in merito alla richiesta di Sauron di ottenere senza combattere ciò che sul campo di battaglia avrebbe dovuto faticare a guadagnarsi (cfr. Battaglia dei Campi del Pelennor), la Bocca esita: come un giocatore di poker al quale si chiede di mostrare le carte troppo presto, egli appare per un attimo incerto su quale ruolo deve ora giocare per ottenere la sottomissione di Gandalf; ma poi si riprende, utilizzando come arma non più una fine, per quanto malvagia, dialettica, (con la quale, evidentemente, ha fallito) ma solo la bruta minaccia, strettamente connessa a un cambio nella voce dell’uomo: «Non sprecare parole, insolente, con la Bocca di Sauron!», gridò. «Pretendi sicurezza! Sauron non ne dà. Se supplichi la sua clemenza devi prima fare ciò che vuole. Sono queste le sue condizioni. Prendere o lasciare!»

A questo punto, con la bravura tipica solamente dei grandi scrittori, Tolkien inserisce un colpo di scena brillante (e non solo in senso metaforico): il manto di Gandalf si apre e una grande luce invade quel luogo oscuro. La Bocca di Sauron, atterrita, capisce che il suo ruolo è terminato: «ha sparato tutte le sue cartucce», come direbbero i fan dei film western. I Capitani dell’Ovest hanno compreso che Sauron ha imbastito un grande bluff e che, in realtà, non ha niente con cui minacciarli che non sia la forza bruta dei suoi eserciti. La Bocca di Sauron viene così bruscamente congedata: nessuna delle sue condizioni, ovviamente, viene accettata e Gandalf, nel rivolgergli le ultime parole, profetizza un destino di morte nei suoi confronti. Nessuno, però, è in grado di verificare se le parole di Gandalf corrispondano a verità: dopo che la Bocca fugge e l’esercito di Sauron si precipita fuori dal Cancello Nero, l’ultimo accenno a questa malvagia figura lo troviamo in un pensiero espresso da Peregrino Tuc, poche righe più in basso: «Se potessi colpire con essa quell’infame Messaggero, riuscirei quasi a eguagliare il vecchio Merry» (il quale, come sappiamo, aveva contributo a uccidere il Re degli Stregoni in persona). Si tratta solamente di un desiderio, di un auspicio che evidentemente non trova modo di concretizzarsi: come apprendiamo proseguendo la lettura, infatti, Pipino ucciderà il capo dei Troll Neri prima di svenire; e questa sarà la sua ultima azione in battaglia, benché egli avrebbe voluto certamente fare di più. Della Bocca di Sauron Tolkien non scriverà più alcunché: siamo dunque liberi di pensare che sia sopravvissuto, portando magari con sè i libri di magia del suo Padrone nell’Estremo Est (mia ipotesi personale), dove potrebbe aver proseguito il culto di Sauron e di Morgoth (e questo destino ben si legherebbe a quanto Gandalf sostiene nell’ultimo consiglio dei Capitani dell’Ovest, prima di partire per il Morannon, in relazione all’idea che altri mali potrebbero giungere dopo la fine di Sauron), oppure credere che sia stato ucciso nel crollo della Barad-Dur, ucciso insieme al suo padrone.

In fondo, comunque, il suo destino poco conta sull’economia della storia del Signore degli Anelli; alzando un po’ il tiro, potremmo anche aggiungere che la stessa figura della Bocca di Sauron non ha in fondo grande importanza per comprendere le linee generali dell’opera tolkieniana. Per questa ragione, ricordo di non essere rimasto particolarmente deluso quando, nel gennaio del 2004, non trovai la Bocca di Sauron nell’ultimo capitolo della trilogia cinematografia di Jackson; che la sceneggiatura contemplasse o meno la sua figura, infatti, non era secondo me rilevante. L’esercito dell’Ovest arriva al Morannon e viene attaccato dalle orde di Sauron. Punto. Sostanzialmente la successione degli eventi è questa e la comparsa della Bocca di Sauron avrebbe avuto solo l’effetto di spezzare il ritmo dell’azione: ragion per cui pensai che, in fondo, sostituire il dialogo Gandalf-Bocca con l’incitamento di Aragorn ai suoi uomini non fosse una cattiva idea.

Qualche mese più tardi, tuttavia, iniziarono a uscire dei rumors che mostravano i primi fotogrammi della Bocca di Sauron: perdonate il gioco di parole, ma non potei esimermi dallo storcere la mia, di bocca! L’araldo, infatti, mi pareva troppo grottesco, una sorta di Jocker trapiantato nella Terra di Mezzo: pensai, comunque, che fosse in linea con un certo gusto trash al quale Jackson non era certo estraneo e quindi, dopo un iniziale senso di sgomento e perplessità, feci spallucce.

Quello che mai mi sarei aspettato di vedere, tuttavia, e che ebbi modo di scoprire solo quando acquistai il DVD della versione estesa de “Il Ritorno del Re” fu che Aragorn avesse decapitato la Bocca di Sauron, con la compiacenza dei suoi amici, Gimli in primis!!!

Scusate, ma è una scena che ancora oggi non posso accettare.

Come ho cercato di spiegare nel corso di questo corposo articolo (i miei lettori mi perdoneranno per la sua lunghezza), non provo certamente simpatia per la Bocca di Sauron, un essere spregevole come pochi nella Terra di Mezzo e ho cercato anche di spiegarne il perché. Dirò di più: sono certo che se Tolkien si fosse dilungato ulteriormente su questo personaggio, magari descrivendone la morte in battaglia, avrei ghignato, pensando che sarebbe stato giusto così. Attenzione, però: non ho scritto «in battaglia» a caso. In guerra valgono altre regole, se così si può dire: Aragorn, Gandalf o Pipino avrebbero avuto tutto il diritto (e l’approvazione di milioni di lettori e lettrici, immagino) se avessero ucciso la Bocca di Sauron, magari in un duello a singolar tenzone; e altrettanta soddisfazione sono certo che avrebbero espresso se un cornicione di Barad-Dur gli fosse caduto in testa, liberando il mondo della sua presenza.

Ma non è andata così. E, soprattutto, non si può lasciare che un ambasciatore venga decapitato perché è un essere infido e malvagio.

No.

Se ci sono delle regole, delle leggi, i primi che dovrebbero applicarle sono i «buoni», tanto per adoperare un termine di immediata comprensione. Gandalf lo sa molto bene e infatti la sua conversazione con la Bocca di Sauron è severa, ma corretta. È un insegnamento, il suo, che può e deve essere applicato in tanti contesti, anche (ovviamente) meno pericolosi di quelli della Terra di Mezzo. Si tratta di un modo per dimostrare che l’istinto di violenza non può prendere il sopravvento sul rispetto delle leggi: quelle stesse norme di convivenza che permettono alla nostra specie e a tutte quelle dei mondi fantasy che mente umana potrà mai concepire, di sopravvivere alle più oscure nefandezze che, in aperto disprezzo di quelle stesse regole, compiono, purtroppo, alcuni dei suoi membri.

Nel prossimo articolo, vedremo come si comporteranno Erfea e i Capitani dell’Ultima Alleanza dinanzi alle minacce e alle ingiurie dei servi di Sauron. Saranno in grado di tenere fede alla loro «umanità»?

Signori in piedi! Entra la Giuria. In difesa di Dain II Piediferro

Riprendo una rubrica che avevo inaugurato alcune settimane fa, dedicata alla rappresentazione dei principali personaggi delle opere tolkieniane nelle pellicole cinematografiche di Jackson. Come avevo annunciato, si tratta di un confronto semiserio nei quali vesto sia i panni dell’accusa che della difesa, cercando di porre in luce gli elementi meglio (o peggio) riusciti dei personaggi della Terra di Mezzo. Non si tratta di giudizi assoluti, né vogliono avere la pretese di essere tali: lo scopo di questa rubrica è solo quello di invitare a riflettere sulle differenze che, inevitabilmente, sorgono fra due canali comunicativi intercantesi e tuttavia molto differenti, come la scrittura e l’arte cinematografica.

Quest’oggi voglio approfondire la figura di Dain II Piediferro. Ne «Lo Hobbit», Dain è poco più che una invocazione lanciata da Gandalf poco prima dello scoppio della battaglia dei cinque eserciti, con la quale egli invita il re dei nani a unirsi agli uomini e agli elfi per la disperata difesa della Montagna. Al termine dello scontro, tuttavia, Tolkien inizia a farci scoprire un personaggio dal carattere nobile, che desidera porre rimedio al comportamento poco saggio tenuto da Thorin nei confronti di Bilbo prima che gli Orchi giungessero alla Montagna Solitaria, pur tenendo conto delle evoluzioni che, nel frattempo, si sono verificate:

Gli altri rimasero con Dain; infatti Dain distribuì con accortezza il tesoro. […] A Bilbo egli disse: «Questo tesoro è tuo quanto mio; però gli antichi accordi non possono più sussistere, perché molti hanno acquisito un diritto su di esso, conquistandolo e difendendolo. Tuttavia nemmeno se tu fossi disposto a rinunciare a tutti i tuoi diritti, vorrei che le parole di Thorin, di cui egli si pentì, si dimostrassero vere; e cioè che ti dessimo poco. Vorrei ricompensarti più riccamente di tutti». Lo Hobbit, p. 327-328.

Nel Signore degli Anelli il ritratto di Dain si approfondisce maggiormente: non solo perché, a differenza di quanto avviene nei film di Jackson, è Dain che uccide Azog, vendicando così sia suo padre che suo zio, ma perché si comporta in modo saggio e accorto in almeno due occasioni: nella prima, quando giovane nano (considerato poco più che adolescente) ammonisce Thrain a non entrare nelle Miniere di Moria dopo la disfatta degli Orchi, perché ha visto con i suoi occhi il pericolo che si nasconde nell’oscurità di Khazad-Dum, il Flagello di Durin*; nella seconda circostanza allorché si confronta nientemeno con uno dei Nazgul, inviato da Sauron allo scopo di incutere paura nei figli di Durin, e, verosimilmente, a verificare le difese militari che i Nani avrebbero potuto schierare contro i suoi tentativi di conquistare l’Oriente della Terra di Mezzo. Nel rispondere al pericoloso messo dell’Oscuro Signore, Dain mostra grande fermezza e prudenza:

«La mia risposta non è un sì né un no. Devo riflettere sul tuo messaggio e su ciò che implica dietro le belle apparenze.”. “Rifletti bene, ma non troppo a lungo” disse il messaggero. “Il tempo del mio pensiero è mio, e sono libero di impiegarne quanto voglio”, rispose Dain. “Per ora”, disse l’altro cavalcando via nell’oscurità». Il Signore degli Anelli, La Compagnia dell’Anello, p. 327.

Anche nel terzo capitolo della saga cinematografica dell’Hobbit il personaggio di Dain è poco più che una comparsa: almeno su questo non si differenzia molto dal personaggio originale. La questione più grave, tuttavia, resta quella caratteriale: il soggetto cinematografico, infatti, è molto meno saggio rispetto alla figura del romanzo. Lo stesso Gandalf, nel presentare il cugino di Thorin a uno stupefatto Bilbo, lo descrive come molto più ostinato del figlio di Thrain, il che è tutto dire! In particolare, c’è una scena che proprio non riesco ad accettare e che è visibile, fortunatamente, solo nella versione estesa: quella in cui Dain ordina ai suoi di attaccare gli Elfi. Ancora una volta, Jackson non si rende conto di quanto i Popoli Liberi fossero riluttanti all’affrontarsi in guerra, tanto più tra genti che solitamente non si combattevano fra loro: nel libro, infatti, non si giunge allo scontro armato. Anche Thranduil si mostra molto riluttante a scendere in guerra a causa dell’oro, preferendo aspettare l’inverno per prendere i Nani a causa della fame e del freddo.

In difesa degli sceneggiatori, comunque, va detto che Dain nei film rappresenta l’alter ego di Thorin: laddove il figlio di Thrain cerca di ascoltare i suggerimenti di Gandalf, Dain è invece irascibile e sospettoso oltre ogni limite. Inoltre (altro punto a favore degli sceneggiatori) Dain deve fare da contraltare anche a Thranduil, il quale, a sua volta, si mostra molto diffidente nei confronti dei Nani, non mancando di far notare in diverse occasioni che lo scontro con i figli di Durin è inevitabile. Una scelta legittima, quella degli sceneggiatori, che può ricevere molto attenuanti nel giudizio: ciò non toglie, tuttavia, che il «crimine» sia stato commesso e che il giudizio della Giuria non possa che essere univoco: colpevoli.

*Una scena stupenda, che avrei tanto voluto vedere nel film dell’Hobbit, ma pazienza. Immaginate Dain che si affaccia all’interno delle Miniere, ancora orgoglioso per aver ucciso Azog e scorge, immobile nell’oscurità, più nero della notte, il Balrog che lo fissa in un glaciale silenzio, mentre i suoi occhi di bragia splendono nel buio.

Tra linguaggio cinematografico e letterario: due scene che avrei voluto vedere nella trilogia di PJ

Continuo il mio viaggio fra rappresentazione cinematografica e letteraria cercando di sfatare uno dei luoghi comuni al quale spesso si appellano i fan di PJ: la mancanza di scene spettacolori nel Signore degli Anelli; o, almeno, di scene d’azione facilmente convertibili in pellicola. Come ho scritto precedentemente, bisogna saper distinguere i due linguaggi: è ovvio, ad esempio, che mentre l’amore fra Aragorn e Arwen può essere inteso anche da piccoli dettagli sparsi qua e là nel libro, fino ad arrivare al matrimonio, nel film sia necessario rendere la relazione sentimentale più evidente, tanto più che si tratta solo di una delle tante “sotto-trame” che il regista deve snodare via via lungo tutta la pellicola.

Proprio per questa ragione, tuttavia, non riesco a essere d’accordo con quanti affermano che nell’opera letteraria del Signore degli Anelli manchino – o siano carenti – quelle scene spettacolari che – considerati gli effetti speciali oggi disponibili – avrebbero potuto essere rese fedelmente nella trasposizione cinematografica. In particolare, vorrei soffermarmi su due “scene d’azione”, tra le più belle descritte da Tolkien (a mio parere): la fuga della Compagnia dell’Anello della Camera di Mazarbul in Moria e la distruzione dei cancelli di Minas Tirith. Lascio la parola all’autore:

Improvvisamente in cima alla scala vi fu uno squarcio di luce bianca. Si udì un sordo tuono e un pesante tonfo. Il rullo dei tamburi proruppe selvaggio, dum-bum, dum-bum, poi d’un tratto s’interruppe. Gandalf volò giù dalle scale e cadde per terra in mezzo alla Compagnia. “Bene, bene! Questa è fatta!”, disse lo stregone, alzandosi faticosamente. “Ho fatto tutto il possibile. Ma ho trovato un degno rivale, che mi ha quasi distrutto. Ma non restate fermi qui! Muovetevi!” […] Gimli lo prese per il braccio, aiutandolo a sedersi su di un gradino. “Cos’accadde lassù in cima alle scale?”, chiese. “Hai incontrato il battitore di tamburo?”. “Non so”, rispose Gandalf. “Ma mi trovai improvvisamente di fronte a qualcosa che non avevo mai incontrato. Non sapevo che altro fare, se non lanciare sulla porta un incantesimo che la chiudesse. Ne conosco parecchi; ma per fare questo genere di cose in piena regola ci vuole tempo, e ancorché riesca, chiunque potrebbe sfondarla con la forza. […] A un tratto, qualcosa entrò nella stanza…lo sentii attraverso la porta; gli Orchi stessi si spaventarono e tacquero. Afferrò l’anello di ferro, e in quel momento percepì la mia presenza e quella del mio incantesimo. “Che cosa fosse, non riesco a immaginare, ma mai ho sopportato una tale sfida. Il contro-incantesimo era terribile; fui quasi sopraffatto. Per un attimo persi il controllo della porta che cominciò ad aprirsi! Dovetti proferire una parola di comando, ma la tensione fu troppo forte. La porta volò in pezzi. Qualcosa di scuro come una nuvola bloccava tutta la luce nell’interno della camera e io fui scaraventato all’indietro giù per le scale. Tutta la parete cedette, e anche il soffitto della stanza, credo.
La Compagnia dell’Anello, pp. 428-430, passim.

Nella versione cinematografica della Compagnia dell’Anello, invece, purtroppo non c’è traccia di tutto questo: dispiace, anche perché si tratta di uno dei pochi punti delle opere tolkieniane in cui si parla esplicitamente di incantesimi: il duello magico tra Gandalf e il Balrog sarebbe stato bello da vedersi (e da ascoltarsi, considerati gli sforzi fatti dai linguisti che hanno collaborato alla stesura della scenografia). Indubbiamente la corsa disperata della Compagnia dell’Anello per guadagnare l’uscita è ben riuscita, però non credo sia superiore, quanto a pathos, a quella descritta dall’autore.

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La seconda scena, invece, riguarda, come ho scritto in precedenza, la descrizione della distruzione del cancello di Minas Tirith. Lascio ancora una volta la parola a Tolkien:

Grond continuava ad avanzare. I tamburi rulluvano selvaggiamente. Sopra i monticelli di cadeveri apparve a un tratto una mostruosa figura: un cavaliere, alto, coperto da un cappuccio e da un manto nero. Avanzava lentamente, calpestando i caduti, noncurante delle frecce. Poi si fermò e levò in alto una lunga e pallida spada. E al suo gesto una grande paura si impadronì di tutti; gli uomini lasciarono cadere le braccia lungo i fianchi e nessun dardo sibilò più. Per un momento tutto fu silenzioso. I tamburi rullavano. Con un’enorme rincorsa Grond venne catapultato avanti da enormi mani. Giunse al Cancello. Fu proiettato in avanti. Un profondo rimbombo echeggiò attraverso la Città come tuono fra le nubi. Ma le porte di ferro e i pali di acciaio resistettero al colpo. Allora il Capitano Nero si rizzò sulle staffe e urlò con voce spaventosa, pronunciando in qualche linguaggio dimenticato parole di potere e di terrore tali da lacerare cuori e rocce. Urlò tre volte. Tre volte rimbombò il grosso ariete. E improvvisamente all’ultimo colpo il Cancello di Gondor cedette. Come colpito da un lacerante maleficio, lo si vide saltare in aria: vi fu un lampo di luce accecante e i battenti crollarono in terra  frantumati in mille pezzi. Il Signore dei Nazgul entrò nel suo cavallo […] varcando l’arco che mai nemico aveva oltrepassato, e tutti fuggirono innanzi a lui. Tutti eccetto uno. In attesa, immobile e silenzioso in mezzo allo spiazzo del Cancello, sedeva Gandalf su Ombromanto […]. «Non puoi entrare qui» disse Gandalf, e l’enorme ombra si fermò. «Torna negli abissi preparati per te! Torna indietro! Affonda nel nulla che attende te e il tuo Padrone. Via!» […] «Vecchio pazzo! [rispose il Nazgul] Questa è la mia ora. Non riconosci la Morte quando la vedi? Muori adesso, e vane siano le tue maledizioni!» E con ciò levò alta la spada e delle fiamme ne percorsero la lama. Gandalf non si mosse. In quell’istante, lontano in qualche cortile della Città, un gallo cantò. Era limpido e chiaro, ignorava la stregoneria e la guerra, non faceva che acclamare il mattino che su nel cielo, oltre le ombre di morte, si avvicinava con l’alba. E come in risposta giunse da lontano un altro suono. Corni, corni e corni. Si udivano fiochi echeggiare nei fianchi del cupo Mindolluin. Grandi corni del Nord che suonovano con forza. Rohan era finalmente arrivato.
Il Ritorno del Re, pp. 119-120, passim.

Nella scena cinematografica, invece, il sentimento di attesa e speranza che anima il lettore alla fine della lettura del capitolo “L’assedio di Gondor” lascia spazio a un duello che nei fatti si risolve con la vittoria del Re degli Stregoni: in questo caso credo che PJ abbia ripreso un passaggio precedente del romanzo, nel quale Denethor rinfaccia a Gandalf di essere stato sconfitto dal Capitano Nero e questi risponde in modo allusivo che può essere accaduto, senza però entrare nel dettaglio di cosa sia avvenuto realmente. Il canto del gallo al quale rispondono gli echi dei corni dei Rohirrim rappresenta, secondo me, uno dei passaggi più emozionanti dell’intero romanzo: sono certo che sarebbe piaciuto a tutti gli spettatori – esperti o meno della saga tolkieniana – proprio perché, a mio parere, il canto del gallo che annuncia l’alba, e dunque la vittoria della luce sulla tenebra, è un messaggio semplice quanto universale, che avrebbe trovato largo consenso nel pubblico. Lo stesso duello “non-consumato” fra Gandalf e il Re-Stregone, inoltre, avrebbe creato suspence ed emozione. I Troll che nel film entrano in Minas Tirith, invece, li ho trovati un po’ banali, soprattutto se paragonati alla figura del Re Stregone: tutto si risolve in pochi fotogrammi. Grond picchia e picchia duro finché il portone cede, senza esplodere come accade nel romanzo. Fine. Certo, va detto che il tutto avviene all’interno di un contesto bellico pieno di azione, per cui lo spettatore non rimane deluso; però avrei preferito la sceneggiatura originale a quella cinematografica. Si tratta, peraltro, di un’altra delle poche scene del romanzo nelle quali trova posto la magia nella sua accezione più classica: mi sarebbe molto piaciuto vedere il Re Stregone pronunciare per tre volte il suo malvagio incantesimo, sarebbe stata una scena caratterizzata da un climax crescente. Per inciso (e per finire) mi sono spesso chiesto se, a sua volta, il Cancello di Minas Tirith non fosse protetto da una magia, considerato che il Capitano Nero dovette pronunciare più volte l’incantesimo per abbatterlo…

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Sauron: un antagonista svilito?

Riprendo la serie degli articoli incentrati sul paragone fra versione cinematografica e romanzo. Ricordo ai lettori che si tratta di una serie di riflessioni personali che non intendono offendere nessuna delle parti in gioco. Per semplificare la lettura, ho deciso di accorpare in un’unica categoria i punti della difesa e delle attenuanti, dal momento che sono molto simili. Buona lettura!

Accusa: Molto bello il prologo iniziale, che spiega in pochi minuti la questione della forgiatura degli Anelli e la sconfitta di Sauron alla fine della Seconda Era. Questa affermazione dovrebbe figurare nel paragrafo successivo, invece l’ho usata come incipit per aprire quello delle critiche. Per quale motivo, si chiederanno i miei lettori? Ebbene, perché è proprio all’interno del prologo che si evidenziano alcuni dei problemi che, secondo me, caratterizzano sia la trilogia cinematografica del Signore degli Anelli sia quella dell’Hobbit e che cercherò di sintetizzare in due parole: eccessiva spettacolarizzazione. Proverò a sostenere questa accusa analizzando la figura di Sauron nella trilogia cinematografica:

La figura di Sauron: L’impatto emotivo ricevuto dallo spettatore che si misura per la prima volta con il principale antagonista della Terra di Mezzo è certamente appagante. Non c’è alcun dubbio su questo aspetto. Sauron appare come un guerriero super corazzato, altissimo (provate a rivedere le scene nelle quali si confronta con Elfi e Dunedain e ve ne renderete conto) e naturalmente malvagio da far paura. Un’immagine su tutte conferma questo ritratto: Sauron forgia il suo Anello nel Monte Fato, in piena armatura, e le fiamme si stagliano sullo sfondo. Proprio questa scena, tuttavia, nasconde un involontario tocco di comicità: che senso aveva, infatti, forgiare l’Anello in questo modo? La corazza era forse di amianto per proteggerlo dal calore del Monte Fato? Mah…

Il lato pù grottesco della rappresentazione di Sauron, tuttavia, si palesa nelle scene finali della battaglia dell’Ultima Alleanza. Egli avanza in campo aperto, sovrastando tutti dall’altezza del suo elmo e la sua mazza abbatte elfi e uomini a destra e a manca…No, fermi tutti! Se davvero Sauron fosse stato così potente, che bisogno avrebbe avuto di confrontarsi con i suoi nemici solo alla fine, quando, stando alla voce fuori campo di Galadriel, la vittoria dell’Alleanza era ormai prossima? La verità è che Sauron era in primo luogo un artefice: un forgiatore di metalli e di anime. Si tratta di un mentalista, di un essere in grado di muoversi su più piani di esistenza per manovrare i fili del Fato a suo vantaggio (perdonate l’eccessivo lirismo, ma un personaggio come Sauron lo merita!) Corrompe Celebrimbor e Ar-Pharazon, riesce a eludere la sorveglianza di Gil-Galad e di Galadriel, ammalia i nove re mortali che diventeranno poi i suoi schiavi più potenti, ecc. ecc. Non a caso Tolkien lo rappresenta come uno degli spiriti originariamente al servizio di Aule, il dio fabbro. Come Saruman, anche Sauron si mostra un ottimo oratore e un pericoloso interlocutore: raffigurarlo come una sorta di Distruttore di Marvellesca memoria (osservatelo nel film Thor del 2011 e non potrete non notare una certa somiglianza) svilisce e semplifica molto la sua figura.

Distruttore_(Marvel_Studios) (Immagine del Distruttore, tratta dal film “Thor” del 2011)

Il punto più basso si raggiunge poi in seguito, allorché Sauron appare solo sotto forma di occhio gigante, attento a scrutare le pianure sottostanti, proprio come farebbe un faro. Cerchiamo di fare chiarezza: Tolkien non ha mai affermato che Sauron nella Terza Era avesse assunto l’aspetto di un occhio gigante. È vero che Frodo avverte la presenza di un occhio vigile sul suo percorso; è certo che egli vide un occhio nello specchio di Galadriel che sembrava dargli la caccia e che la stessa regina confermò essere legato a Sauron; è innegabile che il simbolo di riconoscimento degli Orchi di Sauron sia un occhio rosso; allo stesso tempo, tuttavia, dobbiamo ricordare altre osservazioni che non sembrano confermare quanto rappresentato nell’opera di PJ. Gollum, per esempio, che dall’Oscuro Signore era stato torturato nelle prigioni di Mordor, afferma che Sauron era dotato di una nera mano con quattro dita; Pipino, invece, parlando con lui nel Palantir riesce a percepire la sua presenza, ma non è in grado di descrivere la sua forma (qualcosa che mi ha sempre ricordato l’indefinitezza di alcune creature mostruose presenti nei racconti di Lovecraft, dovuta al rifiuto della mente umana di memorizzare gli orrori indicibili a cui talvolta assiste); infine, pochi istanti prima della sua definitiva sconfitta, gli uomini dell’Ovest hanno l’impressione di scorgere una grande ombra proiettarsi al di sopra del Monte Fato ed essere poi spazzata dal vento.

Difesa: La mole di informazioni presenti nel romanzo del Signore degli Anelli è tale da non poter essere trasformata agevolmente in una proiezione cinematografica. L’esigenza primaria era quella di dare una forma riconoscibile al Sauron materiale (il guerriero che uccide Elendil) e a quello immateriale, privo di corpo, (il grande Occhio infuocato), in modo che lo spettatore fosse colpito soprattutto dalla capacità di Sauron di penetrare qualunque protezione e riuscire a vedere tutto (o quasi). Inotre, in molte culture antiche e presso le società segrete l’Occhio rappresentava qualcosa legato alla sfera magico-esoterica (l’occhio di Ra nell’antico Egitto, ma anche l’Occhio di Dio nei circoli massonici). La Battaglia della Dagorlad, che si vede nei primi minuti della Compagnia dell’Anello, si conclude con l’assedio a Barad-Dur, che però dura sette anni: ovviamente non c’era tempo e modo di mostrarlo nel film, però è a mio parere un elemento utile a comprendere come Sauron non fosse così potente sul piano militare come mostrato da PJ, altrimenti l’assedio stesso non sarebbe neppure iniziato. Il mio giudizio sulla rappresentazione cinematografica di Sauron è migliorato dopo la visione del secondo film dell’Hobbit, ove è mostrato il processo che porta lo spirito di Sauron ad assumere quella forma; resta, tuttavia, l’impressione di un certo gusto grottesco che avrebbe potuto essere risparmiato agli spettatori. Infine, come ultima attenuante, si può ammettere che Sauron nella Terza Era non ha più un ruolo così attivo come nelle epoche precedenti: è il Nemico per eccellenza, certo, ma se ci pensate bene, quanti riescono davvero a comunicare con lui? Aragorn, Pipino, Denethor, Saruman e Gollum. Per il resto, la sua mente e il suo spirito restano profondamente celati all’interno della Torre di Barad-Dur. Esprimo qui un desiderio: spero di vedere un Sauron più rassomigliante a quello letterario nella serie prodotta da Amazon, che dovrebbe riguardare, stando ai rumors che corrono in rete, gli antefatti delle vicende del Signore degli Anelli. Un Sauron più diabolico, che si mostri perfido oratore e seduttore, in grado di manipolare a suo piacimento i metalli e le menti dei suoi avversari.

 

Signori in aula, entra la Giuria! Requisitoria semiseria sul confronto libro vs film

Oggi, 25 marzo, è il Tolkien Reading Day e per celebrare l’occasione ho pensato di iniziare una serie di articoli che mettano a confronto la versione cinematografica del Signore degli Anelli di Peter Jackson (per comodità d’ora in avanti PJ) con quella letteraria. L’intento, come suggerisce il titolo, è palesemente semiserio e non intende offendere nè urtare la sensibilità di nessuno: si tratte di opinioni strettamente personali che, naturalmente, possono essere o meno condivise.

Generalmente gli appassionati della materia tolkieniana si dividono in due grandi categorie: grandi censori del film e ultras pronti a giurare sul genio di PJ. Personalmente, ritengo di avere attraversato entrambe le fasi: grande amore durante la visione e nei primi giorni successivi; grande rifiuto dell’eresia cinematografica; savio e moderato accomodamento.

In primo luogo, qualunque sia la posizione da cui si parte, bisogna essere onesti e riconoscere che PJ ha spesso descritto la sua visione del mondo tolkieniano come estremamente personale; durante una delle interviste che rilasciò in occasione dell’ultimo capitolo della trilogia cinematografica del Signore degli Anelli, infatti, il regista dichiarò che ciascuno di noi sviluppa nella propria mente una personale immagine della Terra di Mezzo. Sottoscrivo punto per punto questa affermazione: ritengo, infatti, che salvo certe caretteristiche ben delineate dall’Autore, per tutto il resto ciascuno sia libero di immaginarsi questo o quel personaggio, luogo o evento della storia. Da questo punto di vista, non posso rimproverare a PJ errori madornali: non ha reso Gandalf un giovane e prestante mago, per esempio. Indubbiamente le sue scelte di caratterizzare alcune scene in un senso o in un altro nascono da esigenze, gusti e sensibilità personali: sono pronto a scommettere che se confrontate minuziosamente, non ci sarebbero due rappresentazioni della Terra di Mezzo identiche in ogni loro aspetto e realmente fedeli all’opera di Tolkien. Per lo stesso motivo, tuttavia, non ritengo che quella di PJ sia stata la migliore in assoluto o che sia insensato proporre nuove versioni cinematografiche: solo un’eventuale pellicola girata da Tolkien in persona avrebbe reso le altre inutili, ma così non è stato; tutti, dunque, hanno diritto alla possibilità di rappresentare la Terra di Mezzo attraverso altri strumenti comunicativi.

Fatta questa premessa, passiamo all’esame dei principali passaggi raccontati nelle due versioni. Lo schema adottato sarà il seguente: accusa/difesa/attenuanti, naturalmente nei confronti di PJ.

P.S. l’articolo è uscito leggermente in ritardo…