La battaglia della Dagorlad – L’assedio alla Barad-Dur

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi vi presenterò l’ultimo brano tratto da «Il Racconto del Marinaio e della Grande Battaglia» che vi ha accompagnato in queste ultime settimane: scoprirete in che modo fu condotto l’assedio di Barad-Dur, la grande torre che Sauron aveva costruito nella Seconda Era come dimora a sua difesa dei nemici. Sarà un assedio lungo e che richiederà un alto tributo di sangue, come sa chi ha letto le appendici del Signore degli Anelli: per tutti i miei lettori, comunque, sarà l’occasione di ricordare una pagina drammatica di quegli anni. Al termine di questo brano vi suggerisco di leggere quella che è la vera conclusione di questo racconto: L’ultima battaglia della Seconda Era, che racconterà della sconfitta finale di Sauron e del (piccolo) ruolo che Erfea ricoprì in quel caso…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

Immagine in copertina: Barad-dur and the Lord of the Nazgul by DonatoArts

«Due giorni dopo la caduta dei Cancelli di Mordor, giunsero ai Signori dell’Alleanza liete novelle: una grande aquila, araldo di Ar-Thoron, comunicò loro la sconfitta subita da Ren il Folle per mano degli eredi di Isildur e di Anarion: “Invero grande è stato il valore mostrato da Elendur e da Meneldur – tali furono le parole del messaggero di Manwe –  ché non solo hanno messo in fuga al nemico, ma anche conquistato il valico di Cirith Ungol, sicché nessun rinforzo potrà ora giungere al Nemico per quella via ed egli è chiuso tra il martello e l’incudine”.

Lieti furono allora i volti di Isildur e di Anarion ed essi si strinsero in un fraterno abbraccio, orgogliosi per quanto avevano saputo mostrare i figli; tuttavia, Erfea, pur condividendo la medesima gioia, ammonì i comandanti con tali severe parole: “Esultiamo per la sconfitte che il Nemico ha testé subito, ma non obliamo che tale guerra è ancora lungi dal concludersi e che saranno necessari anni perché la dimora di Sauron cada e le nostre contrade possano conoscere l’agognata pace”.

Un inquieto silenzio scese allora fra quanti ascoltarono tale affermazione ed Elendil espresse ad alta voce le perplessità che ognuno provava nel profondo del proprio animo, ad eccezione, forse, di Gil-Galad e Cirdan: “Perché asserisci questo? Forse che le armate di Mordor non sono state messe in fuga e gli Ulairi non si nascondono ora negli antri profondi di Barad-Dur? Forse che i cancelli che custodivano l’ingresso alla terra nera non giacciano ora distrutti e non sono divelte le orgogliose serrature che un tempo ne tutelavano l’oscuro ingresso? Perché dovremmo noi temere colui che non è più in grado di muovere guerra contro la maestà dei popoli liberi?”

A lungo Erfea rimase in silenzio, forse temendo di rivelare quanto il suo cuore temeva in quell’ora oscura; infine, scuro in volto, così egli parlò: “O re, una parte della verità è stata svelata ai nostri sguardi e raccontata alle nostre orecchie, eppure, sappi questo, ché ancora numerose armate attendono all’Est, sicché, mentre noi discorriamo in tale luogo, esse si radunano ed accorrono sotto il vessillo di Sauron; amara sarà la sua resa, ché essa richiederà un alto tributo di vite e ognuno di noi verserà amare lacrime”.

Impallidì Elendil, ché egli aveva compreso, unico fra i Dunedain, a cosa alludesse il Sovrintendente di Gondor costì parlando; pure, parole non seppe adoperare per rispondergli ed abbandonò il consiglio di guerra: stupiti e turbati, gli altri capitani presero a mormorare quanto i loro pensieri celavano e più non discorsero di quanto si erano inizialmente preposti di affrontare.

Invero, quanto aveva affermato Erfea si rivelò veritiero, ché, lungi dall’essere sconfitto, il Signore di Mordor aveva radunato nuovi eserciti e, pur non disponendo di schiavi a sufficienza per muovere all’attacco, difese a lungo la sua fortezza, provocando con improvvise sortite e con sortilegi, che atterrivano i mortali come gli immortali, gravi perdite fra quanti erano dell’Alleanza. Cadde, dunque, Anarion, secondogenito del sovrano dei reami in esilio, colpito da un oscuro proiettile scagliato dalla torre oscura mentre egli tentava, invano, di raggiungerne il possente cancello e con lui molti dei signori di Gondor, accorsi a difenderlo con i loro scudi ed i loro corpi; altresì, perirono Furin della sesta casata dei Naugrim combattendo contro un possente troll, Thur, condottiero delle schiere di Belegost, trafitto da un dardo avvelenato, Eorsen, principe del Rhovanion e congiunto dell’Alto Theng, Aldor Roch-Thalion ed altri, i cui nomi sono andati smarriti nel corso dei secoli».

Suggerimenti di lettura:

L’ultima battaglia della Seconda Era

La fine della Battaglia della Dagorlad: la nomina dei nuovi sovrani

La Battaglia della Dagorlad – La profezia di Oropher si compie

La Battaglia della Dagorlad – L’intervento di Uvatha e delle Grandi Aquile

La battaglia della Dagorlad – L’arrivo della cavalleria alleata

La Battaglia della Dagorlad – Morte di un eroe

La Battaglia della Dagorlad – La strategia del Re Stregone

La Battaglia della Dagorlad – Una vittoria apparente…

La battaglia della Dagorlad – La carica dei Mumakil

La prima fase della battaglia della Dagorlad

Il discorso di incitamento di Gil-Galad ai soldati dell’Ultima Alleanza

La Battaglia della Dagorlad – Il catalogo delle forze alleate e nemiche

La Battaglia della Dagorlad – L’arrivo degli Ent

I piani di battaglia per la Dagorlad

Dwar a colloquio con i Signori dell’Ovest

Il coraggio di Morwin e la morte di Oropher e Amdir

Il primo attacco ai Cancelli Neri

Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

Un’alleanza difficile

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

 

La fine della Battaglia della Dagorlad: la nomina dei nuovi sovrani

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi vi accompagnerò alla fine della battaglia della Dagorlad: dopo aver sconfitto le forze di Sauron grazie anche all’arrivo inaspettato delle forze dei Nani delle casate situate nell’Estremo Oriente (leggi La Battaglia della Dagorlad – La profezia di Oropher si compie) le schiere dell’Alleanza decidono di porre l’assedio alla dimora di Sauron, il complesso di fortificazioni turrite che prende il nome di Barad-Dur. Prima di accingersi a questo difficile compito, tuttavia, ci sono alcuni sovrani che devono essere acclamati al posto di quelli morti in battaglia…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Benché provati dal dolore della perdita per la scomparsa di numerosi congiunti e dalla stanchezza che la vittoria aveva richiesto alle loro membra, pure i Signori dell’Occidente esortarono le loro armate a compiere un ultimo sforzo, impadronendosi del Cancello Nero, difeso da esigue truppe nemiche; avanzarono allora i possenti Ent ed essi rasero al suolo le imponenti costruzioni che gli schiavi del nemico avevano eretto. Terrorizzate dall’apparizione delle creature di Yavanna, le tremanti schiere di Sauron dopo aver tentato di opporre loro un’effimera resistenza, si arresero, consegnando le proprie armi nelle mani dei sovrani dell’Alleanza, domando loro pietà e di aver salva la vita; magnanimi, i condottieri dell’Occidente acconsentirono alle loro richieste, ché invero essi non avevano alcuna pietà solo verso le creature della Tenebra e non desideravano che, inutilmente, la terra fosse oltraggiata dal sangue di altri figli di Iluvatar quali erano questi uomini che tremanti avevano loro chiesto mercé.

Tre giorni era durata la battaglia campale ed essa aveva mietuto numerose vite in entrambi gli schieramenti, sicché, nelle settimane successive, i soldati del vespro furono occupati nella ricerca delle spoglie degli amici, dei congiunti. Grande invero era la strage, sicché occhio umano mai avrebbe potuto scorgerne la reale estensione e sebbene la vittoria fosse loro arrisa, pure pochi o punti furono uditi canti lieti negli accampamenti che essi avevano edificato all’interno della terra nera, nella piana che era detta di Udun, non distante dalla lugubre dimora dell’Oscuro Signore, ché ciascuno lamentava la perdita dei propri cari.

Bòr, caduto mentre tentava di spezzare l’assedio che le schiere di Mordor avevano mosso a quelle di Gil-Galad e di Elendil, fu seppellito in un tumulo, come richiedeva la tradizione del suo popolo e i sovrani delle liberi genti gli tributarono grandi onori, ché egli era stato trovato con ancora l’ascia stretta nel pugno, nonostante la vita l’avesse abbandonato da tempo: accanto al suo corpo furono deposti i frammenti della scimitarra di Indur, ché tutti sapessero che era stato vittima della crudeltà del Nazgul. Lacrime amare versò Erfea, ché egli considerava l’anziano nano come un secondo padre e nei giorni seguenti nel suo animo balenarono, rapidi come voli di gabbiani nella bruma, immagini dei giorni passati, allorché egli era ancora giovane e Bòr ambasciatore della sua gente presso la corte numenoreana; spesso discorreva con Groin delle imprese che il padre aveva compiuto nei lunghi anni della propria esistenza e, sebbene il dolore scemasse, pure mai venne meno il ricordo di Naug Thalion nel cuore del Sovrintendente di Gondor.

Infine, allorché ogni cerimonia funebre fu compiuta e gli onori ai caduti tributati, il condottiero delle schiere della sesta e della settima casata dei Khazad si inchinò ad Erfea e così lo salutò: “Salute a te, Khevialath, possente tra gli uomini! Tre mesi sono trascorsi dacché comparve il messaggero alato e ci annunziò che il principe dei Numenoreani era sopravvissuto all’assedio che il Nemico aveva mosso alla città del suo popolo e che egli abbisognava dell’aiuto di quanti fossero stati in grado di offrirlo; tosto, le nostre armate furono schierate e ben m’avvedo che se fossimo giunti anche un sol giorno innanzi, non avremmo trovato che la morte ad attenderci, ché invero i servi dell’Oscuro Signore erano sul punto di sopraffare ogni vostra resistenza”.

“Grati sono i nostri animi per quanto i tuoi sovrani hanno ordinato che avvenisse, ché non attendevamo altro aiuto alle nostre armate; possano i giorni delle vostre stirpi non avere mai fine e conoscere gloria e ricchezza sufficienti a rendere a ciascuno di voi grande gioia”.

Piacque a Furin – ché tale era il nome dell’araldo e condottiero delle schiere dei re Druin e Barin – le parole che Erfea aveva tosto pronunciato ed egli si inchinò nuovamente dinanzi a lui, prima di recarsi nella sua dimora.

Nei giorni seguenti, i condottieri dell’Alleanza tennero numerosi consigli di guerra, ché numerosi capitani erano caduti nella battaglia della Dagorlad ed era dunque necessario provvedere ad attribuire tali titoli di comando ad altri delle loro stirpi. Groin, in qualità di figlio di Bòr e per il valore che aveva dimostrato nelle battaglie cui aveva preso parte, divenne il nuovo comandante delle schiere di Khazad-Dum; gli elfi di Edhellond, ancora scossi per la perdita degli ultimi sovrani che avevano condotto loro in battaglia, preferirono, data la gravità della situazione, delegare ogni scelta a giorni di pace, ché, come disse uno fra loro, “siamo della schiatta dei Noldor ed essi hanno giurato fedeltà a Gil-Galad”. I discendenti di Bòr l’Orientale, scelsero il re di Gondor come loro signore, ché messaggeri avevano loro riferito che le contrade in cui un tempo avevano abitato erano state devastate dalla guerra, mentre le donne ed i bambini erano fuggiti al di là dell’Anduin, nella verde contrada del Lebennin, ché Elendil donò loro come feudo, memore delle sofferenze che tale stirpe aveva subito nel passato, con il solo impegno di soccorrere Gondor ed Arnor qualora tali reami avessero abbisognato del loro aiuto. Piacque agli uomini del Sud tale proposta ed essi, allorché la Seconda Era ebbe termine, si stabilirono alla foce del Grande Fiume, ed i loro eredi dimorano ancora in quelle contrade. I silvani originari di Lorien, infine, inviarono rapidi araldi ad Amroth, figlio di Amdìr, il quale non aveva preso parte ad alcuno degli scontri ché era rimasto nella patria, curandosi degli affari interni del suo reame; restio era il suo volere a scendere in guerra, ché egli era simile al padre, tuttavia, allorché apprese della morte di costui non poté rifiutarsi e assunse il titolo di re e comandante delle schiere del suo popolo».

Suggerimenti di lettura:

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Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

 

La Battaglia della Dagorlad – La profezia di Oropher si compie

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi voglio accompagnarvi all’epilogo del «Racconto del Marinaio e della Grande Battaglia», che si concluderà con la vittoria dell’Alleanza e la caduta dei Cancelli Neri. La conclusione di questa battaglia era stata già, in verità, preannunciata dal morente re Oropher (potete rileggere qui la sua profezia), per cui i lettori più attenti potrebbero aver già colto quello che si dice uno «spoiler». Per gli altri, mi auguro che la conclusione possa essere di loro gusto. Un’ultima precisazione: questa battaglia avrebbe certamente richiesto una trattazione più lunga, tuttavia devo invitarvi a considerare che il narratore interno della vicenda – vale a dire Erfea – partecipando direttamente allo scontro dovette interrogare molti alleati e nemici prima di avere un quadro preciso di quanto era accaduto e, per questa ragione, il suo resoconto finale può sembrare più «asciutto» rispetto a una narrazione più approfondita ma – inevitabilmente – meno capace di raccontare una vicenda così grande e articolata.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

L’immagine in copertina è di Mikel Janin, «Battle of Azanulbizar»

«Il panico si impadronì allora della creature della Tenebra ed esse fuggirono dinanzi agli Ent o furono travolti dall’impeto delle loro forti braccia: Troll, Orchi o mastini che fossero, gli schiavi di Mordor furono sbaragliati e le schiere di Gil-Galad e di Elendil liberate dal mortale laccio che il Re Stregone aveva posto loro intorno; eppure, all’ala destra, le armate di Mordor, rinforzate dai cavalieri di Uvatha, tenevano ancora testa ai soldati di Isildur e di Glorfindel, sicché questi erano ormai prossimi a cedere, né avrebbero potuto essere in alcun modo raggiunti dagli Ent o da altra truppe dell’Alleanza, ché il Re Stregone mosse contro di loro i veterani del suo esercito, i Numenoreani Neri che portavano impresse sul proprio corpo le cicatrici di mille battaglie vinte. Nuova speme sorse allora nel cuore degli schiavi della Terra Nera, ché essi si avvidero della potenza dei loro padroni e presero ad esultare, consapevoli che se avessero impedito ai vari reparti del nemico di unirsi nuovamente, la vittoria sarebbe stata raggiunta.

Improvviso, un rauco corno fu udito nella piana e gli sguardi di tutti furono attratti dalla visione di piccole figure che giungevano da levante; esultanti, i cavalieri del Nemico si approssimarono ad andare loro incontro, ché credevano essere costoro i mercenari che i re dell’oriente avevano inviato in soccorso. Grande fu perciò la meraviglia e lo stupore dell’intero esercito di Mordor, allorché costoro udirono riecheggiare un nome per loro oscuro: “Khevialath! Khevialath!”(1) e si avvidero che costoro non erano uomini ma nani. Silenzio cadde allora fra quanti erano presenti nel campo di battaglia, rotto dal possente canto di battaglia di Erfea e di Groin, ché essi compresero quali aiuti erano giunti loro in quell’ora sì oscura; nuova speme sorse allora negli animi dei soldati dell’Alleanza, ché essi si avvidero che nuovi soccorsi giungevano e riacquistarono le forze che le crudeli ore di combattimento avevano sottratto loro. Incredulità si dipinse invece sui biechi volti degli schiavi di Mordor, ché essi non comprendevano da quale luogo fossero giunti quei nani le cui insegne erano sconosciute pressoché a tutti, eccetto a quelli della stirpe di Bavòr (2), che sino a quel momento si erano tenuti in disparte.

Lesti, i guerrieri travolsero qualunque resistenza venisse loro opposta; finanche i cavalieri di Uvatha fuggirono in preda al panico, ché i Nani della Sesta e della Settima casata erano numerosi e bene armati, né era possibile incutere loro timore, ché erano armati di una temibile arma, quale mai i Variag del Khand e i popoli dell’Harad avevano mirato: una mazza lunga ottanta pollici che i Nani impugnavano con entrambe le mani, mirando ai garretti dei destrieri dei nemici, sicché questi cedettero e furono travolti dai pesanti stivali che i figli di Aule calzavano.

Il panico si impadronì allora di quanti servivano nelle file di Mordor ed essi presero a fuggire, mentre il Re Stregone ordinava alle schiere di Bavòr di proteggere la ritirata delle sue truppe sul suo fianco sinistro; vana si rivelò tuttavia tale mossa, ché i Nani dell’Oriente travolsero finanche quest’ultima resistenza e permisero alle schiere di Isildur e di Glorfindel di spezzare le linee nemiche e di riunirsi ai loro congiunti. Grande fu allora la rovina degli eserciti di Mordor, ché essi subirono gravissime perdite, sicché solo un decimo dei guerrieri che avevano fatto il loro baldanzoso ingresso dagli ampi Cancelli della Nera terra fece ritorno alla dimora di Sauron, abbandonando nelle mani dell’Alleanza una gran quantità di viveri e di strumenti bellici di ogni sorta».

Note:

  1. Khevialath era il nome che i nani avevano attribuito ad Erfea: nella loro favella significa «Il lungimirante».
  2. La stirpe di Bavòr combatteva sotto le insegne di Mordor.

Suggerimenti di lettura:

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La battaglia della Dagorlad – L’arrivo della cavalleria alleata

Care lettrici, cari lettori,
riprendo in questo articolo la narrazione della grande battaglia combattuta alla fine della Seconda Era dinanzi ai Cancelli Neri di Mordor. Per recuperare gli altri episodi vi suggerisco di leggere i link che troverete in basso.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«All’ala sinistra, Erfea ed Elrond opponevano una strenua resistenza alle armate di Adunaphel, nonostante avessero subito gravi perdite; tosto, tuttavia, essi furono raggiunti dalle truppe di Gondor e spezzarono le linee avversarie, caricando il fianco sinistro dello schieramento centrale dell’armata del Re Stregone; rapido, costui ordinò ai possenti troll di montagna e di caverna di avanzare ed essi, sbucati dalle luride tane nelle quali erano occultati alla luce del sole, si avventarono su soldati di Gondor che giungevano recando seco soccorsi e ne trucidarono le avanguardie. Invero, fu detto che mai giunse sì prossimo alla vittoria il Capitano Nero, ché non vi erano più rinforzi che i suoi avversari potessero gettare nella mischia ed egli aveva ancora numerose armate che, richiamate dalla fortezza di Barad-Dur e dal valico di Cirith Ungol, attendevano silenti – al di là del Nero Cancello – un suo ordine per avanzare contro le superstiti truppe dell’Occidente; eppure, egli non sapeva che tosto sarebbero giunti i cavalieri del Lindon e del Rhovanion a muovere battaglia alle orde di Mordor e invero grande fu la sorpresa nel suo animo allorché furono uditi corni echeggiare nella desertica piana ed apparvero cinquantamila destrieri sormontati da Elfi e Uomini spietati.

Le schiere che avevano circondato l’ala sinistra dello schieramento dell’Alleanza furono travolte e calpestate dagli zoccoli dei cavalli del vespro; atterrite dall’improvvisa apparizione della cavalleria dell’Alleanza, le schiere di Mordor ondeggiarono, indi fuggirono, consentendo alle schiere di Aldor e di Herìm, ché costoro erano infatti all’avanguardia, di raggiungere le armate di Elendil e Gil-Galad, trucidando gli Orchi e gli Esterling che tenevo imprigionati in una morsa crudele le schiere dell’Occidente. Rapidi allora, nonostante la mole massiccia che ne caratterizzava i mostruosi corpi, i troll si avventarono sui cavalieri, squarciando i cavalli e scagliando i loro miseri resti contro i fanti nemici; ivi caddero molti nobili condottieri dell’Alleanza, ed Herìm ed Edheldin perirono travolti dalle rozze clave che le creature di Mordor impugnavano».

Per saperne di più:

La Battaglia della Dagorlad

Morte di un eroe

La Battaglia della Dagorlad – La strategia del Re Stregone

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Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

La Battaglia della Dagorlad – La strategia del Re Stregone

Care lettrici, cari lettori,
nel ringraziarvi per seguirmi con tanto entusiasmo (sfiorate ormai i 200 followers!), riprendo in questo appuntamento settimanale la narrazione della battaglia combattuta dall’Ultima Alleanza contro gli eserciti di Sauron. In questo brano avrete modo di scoprire la letale strategia portata avanti dal Re Stregone, il comandante di tutte le truppe dell’Oscuro Signore, in grado di mettere seriamente in difficoltà le armate dell’Alleanza…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

[l’immagine in copertina ritrae il Re Stregone (Er-Murazor), il Primo dei Nazgul, quando era ancora in vita, opera di Fabio Porfidia]

«Ignare di quanto sarebbe loro accaduto, le truppe dell’Alleanza marciarono a passo di carica, trucidando, durante la loro vittoriosa avanzata non pochi servi di Sauron; giunti che furono innanzi al Cancello, esse però subirono gravi perdite, ché in molti caddero trafitti dalle velenose frecce che arcieri invisibili ai loro occhi scagliavano dalle mura della fortezza; resosi conto di quanto accadeva, Gil-Galad ed Elendil diedero l’ordine immediato di retrocedere e, nel contempo, mandarono rapidi messaggeri affinché le ali muovessero all’attacco per coprire la loro ritirata: sorrise allora il Capitano degli eserciti di Mordor, ché si avvide essere le schiere dell’alleanza giunte ove non vi era protezione né da parte della retroguardia, né delle ali, sicché impartì l’ordine di attaccarli e di circondarli, di modo che i suoi nemici fossero costretti a difendersi piuttosto che ad attaccare: rapide, le legioni di orchi si disposero ai loro fianchi e alla loro spalle, finché le schiere di Elendil e di Gil-Galad non furono circondate ed esse dovettero contrastare i crudeli fanti haradrim e i possenti troll.

Cavalcalupi furono inviati presso Adunaphel ed Akhorahil ed entrambi gli Ulairi presero ad avanzare, nel tentativo di bloccare, o quantomeno ritardare, l’avanzata delle ali dell’Alleanza: invero abile si rivelò tale strategia, ché né Erfea o Elrond, né Isildur o Glorfindel poterono portare soccorso alle armate dei loro congiunti ed essi furono intrappolati tra l’incudine ed il martello, ché alcune schiere fra quanto servivano l’Occhio, resesi conto dell’esigua consistenza delle armate avversarie alle ali, presero ad avanzare impedendo loro di ricongiungersi finanche alla retroguardia e costringendo i Signori delle liberi genti ad opporre una eroica resistenza; lieti erano i malvagi cuori dei Nazgul, ché ogni cosa sembrava procedere secondo le loro aspettative, eppure costoro non mostravano di tener conto delle armate di Gondor che sostavano alla retroguardia, né delle schiere dei Naugrim e dei Silvani: costoro, infatti, avvedutosi che le armate dei popoli dell’ovest erano in palese difficoltà, lanciarono possenti grida di battaglia e si lanciarono all’attacco, travolgendo nel loro impeto ogni resistenza, che inutilmente i servi di Mordor tentavano di opporre loro; simile a Durin I allorché il mondo era giovane e le sale di Khazad-Dum gloriose, tale era il sembiante di Bòr e le schiere dei nemici arretrarono dinanzi alla sua furia, sicché i Naugrim riuscirono ad aprirsi un varco tra le file degli orchi e a raggiungere Elendil e Gil-Galad che ancora resistevano».

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La Battaglia della Dagorlad – Una vittoria apparente…

Care lettrici, cari lettori,
eccomi al consueto appuntamento settimanale per presentarvi un nuovo brano de «Il Racconto del Marinaio e della Grande Battaglia». Nel precedente articolo avete letto del primo attacco condotto dall’avanguardia di Sauron contro le forze dell’Alleanza, terminato però con la sua sconfitta. In questo articolo proseguirò la descrizione del primo atto della battaglia e dimostrerò come in guerra nulla debba essere mai dato per scontato…e che un glorioso e rapido successo può tramutarsi altrettanto velocemente in una sconfitta…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Lieti in volto, Gil-Galad ed Elendil compresero che le ali del Nemico erano state messe in fuga, ché i loro capitani non avevano saputo comprendere quale strategia sarebbe stata adoperata contro le loro schiere ed invero letale si era rivelata la mossa di Erfea di posizionare sull’ala i fanti armati di picche. Al centro, tuttavia, essi sapevano di aver innanzi un comandante quale mai i loro eserciti erano riusciti a sconfiggere in campo aperto, intriso della malizia di Sauron e profondo conoscitore delle tattiche e delle arti belliche dei popoli dell’Occidente; non appena il Re Stregone si avvide della grande rovina che le sue schiere avevano subito alle ali, diede ordine ad Akhorahil di condurre i suoi fanti sulla sinistra, ché essi erano bene armati e si sarebbero opposti con successo ai nani e agli elfi colà schierati, mentre Adunaphel inviò i suoi servi sull’ala destra, ove avrebbero incrociato le proprie lame contro i soldati di Elrond ed Erfea. Dopo aver operato secondo tali intenzioni ed aver impartito altri comandi ai cavalcalupi che conducevano la sua avanguardia, il primo Capitano di Mordor mosse all’attacco.

Lesti, i mastini di Dwar si scagliarono contro le linee dei fanti dell’Alleanza, ma essi perirono in gran numero, ché furono trafitti dai leggeri giavellotti scagliati dagli Elfi Silvani; inutilmente le schiere del Signore dei Cani tentarono di raggiungere i loro mortali avversari, ché costoro si rifugiarono all’interno delle linee centrali ed esse, logore per il gran correre, finirono trucidate dalle lunghe lame degli uomini di Arnor; tripudio e gioia si dipinsero allora sul volto dei soldati ed essi presero ad avanzare, convinti che non fosse saggio offrire nuovamente al nemico l’iniziativa.

Avvedutosi di quanto era accaduto, il Re Stregone ordinò alle schiere degli Orchi di avanzare a linee serrate, sperando che la superiorità numerica di costoro fosse sufficiente per spezzare lo schieramento nemico; a nulla valsero tuttavia la cieca furia e il grande odio che animavano codesti esseri, ché essi furono abbattuti dalle spade dei Dunedain e dagli acuti dardi degli arcieri elfici.

La paura sorse allora nel cuore dei servi di Mordor ed essi vacillarono, ché avevano subito notevoli perdite laddove le schiere del nemico erano rimaste pressoché integre, sicché l’armata di Mordor prese a indietreggiare, in principio molto lentamente, in seguito rapidamente, dando l’impressione in chi avesse assistito a tale manovra che la loro fuga si sarebbe interrotta solo dinanzi ai Cancelli Neri o, forse, al loro interno. Tosto, le schiere centrali dell’Alleanza avanzarono, galvanizzate dall’improvvisa fuga degli eserciti del Nemico ed avendo premura di sterminarli ancor prima che giungessero al di là delle muraglie che si estendevano tra gli Ered Lithui e gli Ephel Duath; inutilmente, dalle retrovie giunse un grido angoscioso ad udirsi, ché Thranduil non aveva obliato quanto era accaduto alle sue armate solo alcuni giorni prima e si avvedeva che codesta era una trappola».

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La battaglia della Dagorlad – La carica dei Mumakil

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La prima fase della battaglia della Dagorlad

Care lettrici, cari lettori,
riprendo in questo articolo la narrazione della battaglia combattuta dinanzi al Cancello Nero al termine della Seconda Era. In questo brano vi presenterò la disposizione di entrambi gli schieramenti – quello dell’Ultima Alleanza e delle forze di Sauron – e per facilitarvi il compito di seguire le loro mosse, ho inserito come immagine in evidenza uno schema che spero possa esservi d’aiuto. Troverete la medesima immagine anche al termine dell’articolo.
Aspetto i vostri commenti, buona lettura!

«Infelici erano i cuori dei figli di Iluvatar, eppure, le menti ancore libere dai sortilegi di Mordor, si apprestarono a disporsi secondo le volontà palesate dai loro comandanti durante l’ultima riunione del consiglio di guerra; al centro dello schieramento vi erano i soldati di Arnor, terribili, eppure belli a vedersi nelle loro armature in mithril e in acciaio; tale era stata, infatti, la volontà di Elendil e di Isildur, che essi avevano costituito l’avanguardia, nonostante Erfea ed Herugil avessero sovente espresso perplessità relative a tale scelta, ché essi ritenevano, e non a torto, che i guerrieri di Gondor fossero forgiati dal cupo fuoco della guerra in misura maggiore di quanto lo fossero i loro fratelli del Nord. Riluttanti erano stati, tuttavia, i Sovrani dei Dunedain ad accettare tale suggerimento, ché, sebbene i loro animi fossero lungimiranti, pure si avvedevano che le schiere di Arnor erano impazienti di scontrarsi con quel Nemico che aveva subito una ignominiosa sconfitta per mano delle armate del Sud,  sicché desideravano emularne le nobili gesta; invero, tale scelta addusse numerosi lutti ai sudditi di Elendil, ché essi, non avendo subito il medesimo addestramento dei gondoriani, cara pagarono la loro inesperienza, finendo trucidati in gran numero.

L’avanguardia dell’Alleanza, affinché la sua azione bellica risultasse più efficace, fu preceduta da rapidi lancieri silvani, armati di leggeri giavellotti, il cui compito consisteva nel costringere i servi di Mordor ad accettare il combattimento, anziché permettere che essi si adunassero e marciassero a file serrate contro le loro schiere; alla retroguardia furono, infine, schierati i fanti di Gondor e di Khazad-Dum e di Belegost.

Vasto era il fronte ove erano disposte le armate dell’Alleanza, ché era intenzione dei comandanti delle libere genti attirare all’aperto quanti più soldati del nemico possibili, facendo loro credere che le schiere dell’Occidente fossero meno esigue di quanto non lo erano in realtà. Non era tuttavia dall’esito dello scontro delle avanguardie che sarebbe dipeso l’esito della battaglia che testé avrebbe scosso gli scudi e arrossato le lame; era alle ali, infatti, che si sarebbe combattuto lo scontro più aspro, ché gli Ulairi erano soliti schierare i loro guerrieri migliori in tali posizioni. Consci di questo, i capitani del Vespro disposero sulla destra, ove massiccio sarebbe stato l’attacco dei mumakil, le colonne dei fanti elfici, supportati dagli arcieri noldoli, la cui precisione nella mira era ben nota e temuta dai nemici. Alla destra, invece, lì ove sarebbero giunti i mastini di Dwar e la cavalleria degli haradrim e degli esterling, i capitani delle liberi genti, consci della loro netta inferiorità numerica, avevano escogitato, seppure al termine di estenuanti dibattiti, una strategia dal quale felice esito sarebbe dipeso per gran parte la vittoria campale; anziché i cavalieri del Lindon e del Rhovanion, essi schierarono un reggimento di fanti, la cui arma principale era costituita da una picca lunga otto piedi, interamente realizzata in acciaio e cava all’interno, sicché risultasse di minor ingombro per colui che l’avesse impugnata; erano, coloro che si accingevano ad occupare questa posizione nello schieramento, i superstiti di Minas Ithil e di Pelargir, resi furiosi da quanto i loro occhi avevano scorto nel corso del saccheggio delle loro città e che ben conoscevano i nemici contro i quali avrebbero combattuto.

Stupiti sarebbero stati, se alcuni fra loro fossero mai sopravvissuti al lento, ma implacabile logorio del tempo, gli antichi guerrieri di Numenor, ché essi avrebbero mirato uno spettacolo quale mai i loro occhi mortali avevano scorto nel corso della loro pur lunga esistenza. Le schiere dei Dunedain, infatti, non furono disposte su linee orizzontali, ma verticali, distanziate l’una dall’altra di quaranta passi, sia per disorientare il Nemico, impedendogli di scorgere il numero dei soldati che gli si opponevano contro, sia per evitare ai mumakil di sconvolgere i ranghi serrati secondo le antiche tradizioni, ché, posto che fossero sopravvissuti ai pesanti dardi scagliati dagli elfi, essi, atterriti dalle fanfare di trombe e corni, sarebbero stati impauriti e disorientati, sicché avrebbero provocato scompiglio fra le colonne di fanti umani che ne seguivano il maestoso incedere: se anche, per qualche ragione fortuita, essi fossero giunti sino alla retroguardia dell’Alleanza, pure avrebbero trovato la morte per opera delle letali asce dei Naugrim e delle lunghe lame dei Dunedain.

Lesti, nonostante le pesanti armature che molti fra essi indossavano, i soldati dell’alleanza si schierarono; allorché ogni cosa fu pronta, gli araldi soffiarono nelle trombe e percossero tamburi; allora furono issati i vessilli dei Popoli Liberi ed essi svettarono tutti alla medesima altezza, ché non vi sono differenze tra coloro che servono un medesimo scopo, motivati da nient’altro che il loro libero volere.

A destra erano Isildur, figlio di Elendil e Glorfindel della casata di Finarfin ed i loro vessilli rilucevano, dolcemente cullati dal vento dell’Ovest; al centro, ove furioso sarebbe stato l’assalto delle schiere degli Orchi e delle altre creature della Tenebra, erano i sovrani degli Eldar e dei Dunedain, Gil-Galad ed Elendil l’Alto e nessuna ombra vespertina si posava sui loro stendardi, quasi che il sole avesse voluto rendere omaggio a coloro che marciavano diretti verso luoghi ove il suo nome era stato da lungo obliato; a sinistra, erano Elrond, figlio di Earendil, signore dei Noldor, ed Erfea Morluin, figlio di Gilnar e Sovrintendente di Gondor ed i loro sguardi erano impassibili, ché la pugna era prossima; alla retroguardia, infine, avevano preso posizione i Signori del popolo di Durin, Bòr, colui che chiamavano Naug Thalion e sui figlio Groin Corpo di pietra, e con loro erano Anarion, secondogenito del sovrano dei Reami in esilio e Thranduil, re degli elfi di Bosco Verde il grande.

Mai alcun cronista dei tempi remoti ha lasciato elenco completo dei nomi dei capitani e dei sovrani che militarono in entrambi gli eserciti, ché invero sarebbe stata fatica troppo grande, finanche per uno del popolo degli Onodrim, compilare un simile catalogo, dato il grande numero di costoro; eppure, quanto è sopravvissuto sino ai nostri giorni è motivo di grande meraviglia, ché invero gloriosi erano i capitani delle liberi gente ed essi nulla temevano, ché erano esperti nell’arte di maneggiare le armi e di comandare i soldati. Forte risuonò la sfida che essi mossero al Signore di Mordor, né dovettero attendere a lungo, ché abili esploratori mandati in avanscoperta recarono seco tali notizie: “Un grande esercito è stato avvistato a meno di due miglia dalle nostre armate: mastini e lupi ne guidano la spietata avanguardia e la Tenebra è sopra di loro, sicché i nostri cavalli ne furono impauriti e nessun volere, né preghiera, poté costringerli a restare ove eravamo”.

“Sentinella di Gondor – gli rispose Gil-galad – lieto risuonerà il tuo nome al mio orecchio, nei giorni a venire, se sarai in grado di riferirmi quante schiere marciano contro di noi: sei tu, dunque, in grado di rivelarmi quanto il mio cuore desidera apprendere?”

“Alto sovrano degli Eldar, i nostri nemici sono di gran lunga superiori in numero rispetto a noi, si ché i miei occhi, non so se ingannati da qualche oscuro sortilegio o dalla follia che si impadronisce degli uomini in simili frangenti, stimarono essere costoro tre volte il totale dei nostri soldati”.

“Vi è dunque la possibilità che Sauron o il suo oscuro capitano disponga, Gil-Galad, di oltre mezzo milione di guerrieri disposti a battersi per lui – interloquì allora Elendil – né, questo, risulta essere motivo di sorpresa per noi, ché ben sapevamo essere di gran lunga superiore alla nostra la sua armata”.

Congedato l’esploratore con grate parole, il figlio di Fingon chiamò a sé Erfea, mentre costui esortava i suoi soldati e, presolo in disparte, gli sussurrò tali parole: “Invero rischioso è il tuo piano, Erfea Morluin, né vi sarà occasione per mutarlo allorché ogni nostra azione dovesse risultare vana; vi sono, infatti, almeno mezzo milione di soldati del Nemico pronti a scontrarsi con le nostre armate”.

Stupore si dipinse sul volto del re dei Noldor, ché Erfea sorrise ed era il suo un volto spietato: “Mezzo milione! Mai avrei sperato che Sauron ci inviasse contro sì tante schiere! Non vi sarà altra opportunità, Gil-Galad, per sconfiggere in campo aperto le armate di Mordor, come quella che il Nemico stesso, incauto, ci offre: non abbandoniamo il percorso intrapreso allorché la mia proposta venne approvata dal Consiglio dei Capitani e mostriamo all’Oscuro Signore quanto egli non hai mai scorto nel corso della sua lunga esistenza”».

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Il discorso di incitamento di Gil-Galad ai soldati dell’Ultima Alleanza

Care lettrici, cari lettori,
in questo articolo scoprirete quali furono i discorsi che i condottieri dell’Ultima Alleanza pronunciarono per esortare le truppe alla battaglia incipiente. So bene che molti di voi avranno presente il discorso tenuto da Aragorn al Cancello Nero, una scena presente nella versione cinematografica di Jackson, ma assente nel romanzo dove l’erede di Isildur ebbe poco tempo per decidere come schierare le truppe e certamente non ebbe modo di pronunciare quelle parole che sono diventate così celebri da essere riprese in centinaia di meme sui social. Spero che troverete epici anche i discorsi di Gil-Galad & C….a me non resta che augurarvi buona lettura e aspettare i vostri commenti!

«Sospirò a lungo, il figlio di Fingon, infine, avvedendosi che il pericolo sarebbe presto piombato su di loro e non essendoci più alcun tempo per mutare quanto era stato deciso, montò a cavallo e issato il suo nobile vessillo sulla candida lancia, il cui nome era Aiglos, così parlò ai guerrieri che erano intorno a lui e la sua voce fu come il suono dell’olifante allorché squilla nel chiaro mattino:

“Soldati! Compagni d’armi! Fratelli! Se c’è qualcuno fra voi che tema la malizia del Nemico, non esiterò a confessargli che, invero, condividiamo la medesima paura; se c’è qualcuno fra voi che lamenti la nostalgia della propria dimora, ebbene, sappia che non sarò io a dichiararmi insensibile al suadente richiamo che essa sussurra ai nostri cuori; se c’è qualcuno tra voi che osi sfidare colui che impedisce agli Eldar di accarezzare le corde del liuto e dell’arpa anziché la lama della lancia e della spada, io lo chiamerò figlio e mai egli sarà solo, ché, ecco, io gli offrirò la mia Aiglos!
Soldati del regno, vi è qualcuno che desideri la mia arma?”

Possenti si levarono allora le voci dei Quendi ed essi presero a scuotere i giavellotti sugli scudi, si ché l’aree echeggiò dell’orgoglioso furore dei Primogeniti di Iluvatar; allorché esso scemò nelle voci, ma non nei cuori e negli animi, parlò Elendil, sovrano degli uomini:

“I nostri padri, le cui vite mortali furono strappate dai loro forti corpi dalle bieche azioni dell’Oscuro Signore, sorriderebbero, se fossero qui, ché mai come in questa ora il nome degli eredi di Numenor è sì temuto: a voi, progenie di Elenna ancora viva nei nostri cuori, dico di mostrarvi fieri del sangue che scorre nelle vostre vene, si ché nessuna infame voce possa asserire che la gloria della stirpe di Elros Tar-Minyatur, nostro avo, sia scomparsa nei flutti del tempestoso mare!

A voi, uomini del Nord e del Sud che avete offerte le vostre spade alla nostra alleanza, dico che siamo fratelli e congiunti nel sangue, ché invero i nostri avi combatterono assieme e assieme trionfarono: siate dunque fedeli ai vostri capitani e possano le vostre lame vendicare quanti non sono più!”

Simili al fragore di una frana che si abbatte con forza sui miseri alberi a valle, simili al poderoso canto che dalle profondità delle dimore di Ulmo sale alla superficie, così eruppero le grida da battaglia degli Uomini e si narra che esse giungessero fino a Barad-Dur, ove l’Oscuro Signore ne ascoltò i remoti echi e fu invaso da grande paura e odio indicibile; lesto, allora, egli diede ordini al suo Capitano affinché i suoi nemici fossero vinti, ché non gli pareva possibile che una simile armata, adornata di valore e splendore, potesse sostare ai confine della sua terra.

Si levò, infine, la roca e profonda voce di Bòr ed egli esortò le sue schiere con tali parole:

“Figli di Aule, ove sono adesso l’ascia e lo scudo adorno d’acciaio? Ove sono l’usbergo in maglia e il lungo manto rosso? Non sono forse essi posseduti da coloro che ne faranno un sapiente uso, si ché le schiere di Mordor fuggiranno in preda al terrore, non appena esse scorgeranno il vessillo di Khazad-Dum, la maestosa reggia dei nostri padri?

E voi, valorosi guerrieri di Belegost, non siete forse gli eredi di Azaghal il possente, colui che ferì il Grande Padre dei Draghi e ne umiliò l’arrogante spirito? Sia dunque imperituro nei vostri animi il ricordo di tale gesta, ché, ecco, vi si presenta oggi l’occasione di eguagliarne il valore, portando a termine imprese che ancor nessun figlio di Mahal ha compiuto. Siano dunque saldi i cuori e valorosi gli animi, Khazad!”

In coro giunse la risposta dei Naugrim, sicché parve che la terra stessa parlasse in loro vece: “O con gli scudi, o sopra gli scudi!”

Nessun discorso pronunciò in quell’ora oscura e gloriosa Erfea, né egli avrebbe desiderato che vi fosse altra voce a parlare in sua vece che quella dei ricordi; lentamente, allora, accarezzò l’elsa della sua lama e il nobile fodero che ne tutelava il duro filo, rimembrando essere stato quello un dono di Miriel allorché egli aveva fatto ritorno a Numenor dopo il suo primo viaggio diretto alle sponde della Terra di Mezzo, una sera di duecento anni prima, allorché i suoi occhi erano giovani e non ancora colmi della triste saggezza che apprendono i Secondogeniti nel corso della loro esistenza.

Si avvide Elrond di quanto rimembrava nel suo animo Erfea e gli posò la forte mano sulla sua spalla; lieto, allora il viso di Erfea si destò dall’oblio del passato in cui era piombato ed i due presero ad esortare le proprie schiere, facendo leva l’uno sull’orgoglio della propria stirpe, l’altro sull’onore che sarebbe stato attribuito loro, qualora fossero riusciti vittoriosi da tale conflitto; infine, coloro che erano degli Eldar, la cui vista è simile a quella di Manwe, scorsero, ancora lontane nella pianura, minuscole figure approssimarsi e lanciarono grida d’allarme, si ché ognuno potesse schierarsi prima che la pugna piombasse su di loro.

Rapidi e silenziosi, preghiere e canti si levarono rivolti ai reggenti di Varda e ai loro congiunti, e molti idiomi diversi fu possibile ascoltare in quell’ora, il khuzdul accanto al quenya, l’adunaico accanto alle favelle degli uomini del Nord e del Sud, il sindarin accanto ai dialetti silvani di Bosco verde il Grande e di Lorien».

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Care lettrici, cari lettori,
siamo ormai giunti alla grande battaglia che decise i destini della Terra di Mezzo al termine della Seconda Era. Sarà una battaglia epica, come la maggior parte di voi se la saranno immaginata, e non mancheranno eroismi e drammi. Prima di lasciare lo spazio al campo di battaglia, vorrei spendere due parole sull’evento storico che ho preso a modello di questo scontro. Non è stato facile pensare a uno scontro che riassumesse al suo interno le caratteristiche di una battaglia simile a quella combattuta fra Sauron e l’Ultima Alleanza. Alla fine ho optato per la Battaglia di Zama (202 a.C.), affidando la parte dei Romani ad Elfi e Uomini e quella dei Cartaginesi a Sauron e ai suoi alleati. In sostanza si trattò di una battaglia di attrito, nella quale il Capitano degli Eserciti di Sauron, per vincere, aveva una sola possibilità: consumare le forze nemiche contrapponendo loro armate via via più forti ed esperte, sino a consumarle, un assalto dopo l’altro. Inutile dire che la parte dell’avanguardia, destinata a facile massacro, sarà costituita dagli Orchi e che ai Numenoreani Neri, pesantemente armati, toccherà il ruolo di retroguardia. Ho progettato una serie di schemi che spero potranno aiutarvi a comprendere lo schieramento delle forze alleate e nemiche e che saranno pubblicati nei prossimi articoli.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

[immagine in evidenza: Jean Jesu Fumeres (fumeresart) su Instagram e artstation].

«Rapida, la notte calò sulle schiere dell’Alleanza e nessun suono osò disturbare il loro sonno, ché poteri quali gli Eldar poche volte avevano mirato e di cui gli Edain non conservavano che un pallido ricordo, erano all’opera; il mattino seguente, destatesi alle prime luci dell’alba, i soldati scorsero nuove milizie accorrere presso lo stendardo delle libere genti; erano costoro le possenti creature della terra, orsi dalle montagne del nord, cavalli selvaggi dalle steppe dell’oriente, minuscole formiche provenienti dagli antri profondi, e altre bestie quali il vasto mondo racchiude in seno.

Meraviglia si dipinse sul volto degli Eldar, degli Edain e dei Naugrim, ché essi miravano raccolte sotto i vessilli dei Capitani dell’Ovest un esercito quale mai avevano scorto nel corso delle loro esistenze e che mai più avrebbero visto; soli, fra quanti esprimevano il loro palese stupore, Cirdan, Gil-Galad ed Elrond sorridevano, ché non avevano obliato quanto era accaduto migliaia di anni prima.

Le cronache di quei giorni ricordano che l’esercito che si schierò dinanzi ai lugubri cancelli neri di Mordor fu inferiore per possanza e per numero solo a quello che abbatté Thangrodim al termine della Prima Era. Invero, veritiere sono tali affermazioni, né vi fu stirpe i cui guerrieri non si trovarono l’uno contro l’altro in quello scontro: solo gli Eldar furono fedeli a Gil-Galad e a lui soltanto, ad eccezione di Celedhring che rinnegò il suo popolo e servì l’Oscuro Signore sino alla sua morte, essendo, tuttavia, troppo vile per affrontare in singolare tenzone le armate dei Noldor.

Le stirpi di Uomini e Nani, invece, scelsero di schierarsi nell’uno e nell’altro esercito, gli uni privilegiando la libertà, gli altri una schiavitù infame ed eterna: gli eredi dei Fedeli di Elenna, militarono nelle schiere di Elendil e dei suoi figli, mentre coloro che erano stati seguaci di Ar-Pharazon il Dorato ed erano sopravissuti alla Caduta, seguirono i voleri di Sauron e servirono sotto i vessilli degli Ulairi; gli Uomini del Nord, ad eccezione delle schiere originarie del regno di Urdar, prestarono giuramento all’Alto Theng del Rhovanion, Aldor Roch-Thalion, ed essi erano numerosi e bene armati dai fabbri di Gondor, cui erano legati da antichi vincoli di fedeltà; gli Orientali si scissero fra coloro che erano nelle file di Herìm, ed erano costoro minori nel numero ma non nel valore, e fra quanti, spinti dal terrore degli Spettri dell’Anello e da seducenti menzogne del Nemico, si schierarono con il Nemico. Poco o punto note sono le vicende delle genti che vissero nelle ampie ed inesplorate contrade che si estendono a sud di Mordor; pure, fu detto che le stirpi su cui gli Ulairi avevano grande influenza militarono sotto gli stendardi di Mordor: fra esse, vi erano i Wolim del continente e dell’isola di Waw, i guerrieri delle tribù provenienti da Hent, i Chey delle lande desertiche che si estendono tra il Khand e la contrada di Ciryatandor, gli Haradrim accorsi da ogni loro feudo del sud, i Variag di Mordor e del Khand, ed altre genti di cui non sopravvive più alcun ricordo ai giorni nostri. In massa esse risposero all’appello del Signore di Mordor e sebbene le loro armi non fossero paragonabili a quelle che forgiavano i popoli liberi, pure esse si dimostrarono non meno letali nel lacerare la carne e trafiggere usberghi di acciaio e di cuoio intessuti, ché i fabbri di Barad-Dur presero a forgiare in quei giorni ormai lontani ogni strumento bellico di cui l’esercito del loro signore avesse abbisognato.

Pochi furono i Nani che presero parte al conflitto, ché alcune stirpi vivevano lontano dagli eventi che accadevano nella Terra di Mezzo nord-occidentale e si curavano poco o punto di quanto parevano ai loro orecchi niente altro che leggende da narrare intorno ai fuochi durante le veglie dell’inverno; pure, fu detto che fra coloro che servirono il Nemico, vi fu una stirpe che era fuggita dall’estremo oriente nei primi anni della Seconda Era, stabilendosi negli Ered Lithui, ove le loro menti ed i loro corpi furono fatti prigionieri dall’oscura malizia di Sauron. Bavor era il signore di tale schiatta ed essi, seppure desiderosi di  partecipare a battaglie campali, ché molto avevano in odio le altre casate, combatterono raramente, essendo intenti alla fabbricazione di strumenti bellici di ogni sorta; fra coloro che schierarono le loro schiere dinanzi ai Cancelli Neri, grande menzione ebbero i Naugrim di Durin IV e dell’antica roccaforte di Belegost, di cui oggi non sopravvivono altro che spoglie rovine; spietati erano i loro volti ed i guerrieri di Mordor sempre temettero i rampolli di Aule, sovente fuggendo in preda al panico allorché avvistavano il vessillo di Khazad-Dum.

Molto si è narrato di quanti, fra i figli di Iluvatar, parteciparono al conflitto che pose termine alla Seconda Era del mondo; pure, finanche le bestie del cielo e della terra si divisero, ciascuna specie secondo la propria volontà. Oscuri sono ormai diventati agli occhi degli uomini le pergamene ove mani sapienti annotarono quanto accadde in quegli anni oscuri, ché molto hanno obliato i Secondogeniti sin da quando Numenor è caduta ed Elendil ed Isildur sono venuti meno, eppure, non tutto è svanito e molto si parla, nelle cronache di quei remoti giorni, delle crudeli creature che servirono i voleri dei Nazgul: serpi dalle fauci velenose, cani e lupi dal morso feroce e pipistrelli dalle cuiose ali. Maggiori furono, tuttavia, le bestie che offrirono la loro vita all’Alleanza ed invero fu solo in questo che il numero di coloro che combatterono la potenza della Terra Nera si mostrò superiore a quello dei loro nemici; delle possenti aquile e degli altri volatili molto è stato detto, eppure esse non furono le uniche creature a seguire i vessilli delle libere genti, ché furono avvistati orsi imponenti e leoni provenienti dalle remote contrade del sud ed altre specie ancora che più le storie ricordano.

Imponente era invero l’armata dei seguaci dei Valar, inferiore solo a quella che aveva raso al suolo Angband e luminosi i vessilli intessuti d’oro e d’argento; eppure, nonostante le numerose genti che avevano giurato ad Orthanc, esigua era la schiera dell’Occidente se paragonata a quella di Mordor. Oltre a coloro che erano della progenie di Iluvatar, infatti, vi erano le creature nate dal folle volere di Morgoth e che, nei segreti recessi della Terra Nera, avevano ripreso a moltiplicarsi: Orchi dallo sguardo bieco e ripugnanti Troll ne costituivano le terribili avanguardie; pure, ignote ai comandanti dell’Alleanza, vi erano altre creature, escogitate dalla perfidia e dalla malizia di Sauron, che attendevano trepidanti l’ora dello scontro, esseri la cui perfidia la luce del sole rifiutava di mostrare agli incauti occhi delle libere genti, tanta era la malvagità e l’orrore che covava nei loro sguardi.

Cosa temessero, ciascuno nel profondo del proprio animo, i signori degli Eldar, degli Edain e dei Naugrim è cosa assai ardua da dire; poche parole furono infatti pronunciate durante il cammino che essi percorsero per raggiungere le contrade di Mordor, sia per tema di attirare l’attenzione dei servi del Nemico, sia perché l’aree era divenuta grave e le gole riarse ed offese. A lungo marciarono i fanti dell’Alleanza, infine si avvidero che il percorso che essi avevano sin lì seguito si apriva in un esteso spiazzo, battuto dai gelidi venti del Nord e da quelli secchi dell’Est; non fu tuttavia la natura selvaggia ed inospitale di tali luoghi ad attrarre l’attenzione di quanti erano ivi giunti, bensì le imponenti fortificazioni che si estendevano dinanzi ai loro attoniti sguardi: lugubri, le nere torri e i foschi minareti si ergevano sulla sommità dei crinali montuosi degli Ephel Duath e degli Ered Lithui. I guerrieri dell’Alleanza si fermarono ed i loro sguardi furono ricolmi di inquietudine e di timore, né erano infondati i loro sospetti, ché esalazioni velenose si levavano simili ad esili spirali contorte dall’agonia di quelle contrade martoriate, sicché parve loro che oscuri fantasmi si agitassero dinanzi ai bianchi vessilli».

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L’assedio di Minas Ithil (parte I). Il ritorno di Sauron

Care lettrici, cari lettori, in questo articolo riprendo la narrazione dei racconti del Ciclo del Marinaio, che negli ultimi mesi sono stati un po’ tralasciati per fare spazio ad altri progetti figurativi. La serie di articoli che mi accingo a scrivere nelle prossime settimane riguarderà i primi eventi bellici che interessarono Gondor e Mordor circa un secolo dopo la Caduta di Numenor.
Non vi nasconderò che questi eventi costituirono per me una vera e propria sfida: dovetti superare il classico «blocco dello scrittore» per andare avanti nella trattazione della vita di Erfea, perché non riuscivo a capire come riprendere i fili della vita di un Uomo distrutto spiritualmente dalla morte di Miriel, la principessa numenoreana della quale era innamorato e dalla scomparsa di Elwen, la mezzelfa di Edhellond, della quale si erano perse le tracce. Impiegai qualche tempo per ritrovare il filo della matassa e decisi così da ripartire da un nuovo ruolo per Erfea, quello di Sovrintendente del nuovo regno di Arnor e Gondor – perché, ricordiamolo, fintantoché fu vivo Elendil, queste regioni erano considerate parte di un unico organismo statale – che ha in qualche modo ritrovato la forza di andare avanti perché preoccupato dal ritorno di Sauron.
Su questo argomento vorrei qui spendere qualche parola: per quanto possa sembrare strano, Numenoreani ed Elfi – salvo qualche rara eccezione, come vedremo – erano convinti che l’unico vantaggio derivato dalla distruzione di Numenore fosse stata quella del suo peggiore nemico, l’Oscuro Signore di Mordor. Gli eventi, tuttavia, presero una piega diversa: il corpo di Sauron era stato effettivamente distrutto durante la Caduta ed egli era ritornato sulle ali di un vento malvagio alla Terra di Mezzo, laddove, grazie ai poteri dell’Unico, aveva recuperato la sua forma fisica, seppure orribile a vedersi. Certo, aveva perso la capacità di assumere un aspetto bello a vedersi (Tolkien utilizza il termine «storpiato», riferendosi alla sua condizione dopo la Caduta), tuttavia, a dispetto delle speranze di tutti, era sopravvissuto. Ed era ansioso di ottenere vendetta sui suoi nemici: i Duneadain sopravvissuti alla Caduta e gli Elfi di Gil-Galad…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Centodieci anni erano trascorsi dalla caduta di Ar-Pharazon e dall’inabissamento di Numenor nei profondi flutti del Belagaer, allorché una nuova minaccia sorse per tutto l’Occidente ed essa mieté numerose vite, implacabile come il crudele vento del Nord che soffia gelido nei mesi di Hrive[1]. Gemiti e lamenti si levarono tosto nelle contrade di Endor, ché molti temevano l’oscura terra che si estendeva oltre gli Ephel Duath, le Montagne dell’Ombra: ivi, nella Terra Oscura, dimorava Sauron l’Aborrito, Signore degli Anelli e corruttore del cuore dei Secondogeniti.
A lungo i Saggi avevano creduto che il suo spirito giacesse ove il sembiante di costui era stato umiliato, allorché egli era stato scagliato nell’Abisso, ed erano soliti predicare che finanche il Maia corrotto avesse trovato la morte in tale sciagura. “No – tali erano le parole che costoro avevano ispirato in Elendil l’Alto, sovrano di Gondor e Arnor – nessuno sarebbe potuto sopravvivere all’ira di Eru Iluvatar ed ora il trono dell’Oscuro Signore giace negli abissi profondi, corroso dalla salsedine e dalla furia di Ulmo”; tuttavia non tutti fra i consiglieri del re erano dello stesso partito, ché ve n’era uno, il cui pensiero discordava da costoro e temeva la nequizia di Sauron. Erfea era il suo nome, ultimo signore di Minas Laure ora sommersa dai flutti, colui che chiamavano il Morluin perché in gioventù aveva abbattuto un drago di tal nome: bello era il suo portamento e nobile ogni suo atto, ché Manwe e Varda vegliavano su di lui ed egli era caro a Tulkas, il Paladino dei Valar; mai Erfea aveva dismesso la sorveglianza degli Ephel Duath, ché temeva nel suo cuore la minaccia di Mordor e sapeva che l’Ombra dei Nazgul non era scomparsa dalla Terra.
Silenti erano i giorni, né voce alcuna giungeva da oriente, tuttavia Erfea vagava inquieto, abbandonando sovente Osgiliath, di cui pure era stato nominato sovrintendente, per esplorare contrade selvagge ed ignote ai più; infine una notte di Narvinye[2], un messaggero a cavallo chiamò a gran voce i Signori di Gondor al cancello orientale di Osgiliath: tosto egli venne ricevuto e nuova inquietudine crebbe nel cuore di Erfea, ché l’ora era tarda e gravida di sventure. Lesto lo straniero si inchinò dinanzi ad Anarion, infine prese la parola: “Graziosissimo signore degli uomini, il mio nome è Aldor Roc-Thalion, signore degli Eotrahim, e giungo da voi latore, mio malgrado, di morte e distruzione, ché l’Ombra si è destata a levante ed ora leva la sua mano corruttrice fino alle terre della mia gente, nel Rhovanion”.
Grave scese il silenzio dopo che furono udite tali parole, ché il sovrano si avvide che nella sala le paure del suo sovrintendente si erano tramutate in realtà; infine egli invitò il suo ospite a disquisire sui motivi che l’avevano spinto così lontano dalla sua dimora, desideroso di apprendere cosa fosse accaduto e il messaggero, sebbene portasse in volto impressi i segni di una recente fatica, non fu parco di parole: “Due settimane sono trascorse dacché l’Ombra è scesa su di noi, disonorando le terre dei nostri padri e inaridendo la nostra letizia! Eravamo nei nostri accampamenti posti sulla riva occidentale del Celudin[3], allorché le vedette di guardia ci riferirono di aver scorto un’immensa moltitudine di carri marciare a poco meno di tre miglia da noi; lesti i nostri Thaeng[4] ordinarono che fosse allestita una spedizione per verificare quali intenzioni avessero tali uomini.
Molte ore trascorremmo nell’attesa gelida che ognuno portava nel suo cuore, invano lenita dai grandi bracieri che splendevano nella notte: al sorgere del sole, un uomo tornò all’accampamento; lesti i miei signori gli andarono incontro, ma la sorpresa che essi provarono in tale frangente non fu inferiore all’orrore che ne incupì i volti. La vita aveva infatti abbandonato il corpo mutilato del cavaliere e la sua testa era stata orrendamente sfigurata con il marchio della Lancia Nera in campo giallo: la rabbia si impadronì dei nostri animi, allorché scorgemmo tale marchio, perché esso era opera dei Logath[5] e degli Asdragh[6], antichi nemici del nostro popolo; eppure esso non era il solo infame marchio che deturpava il volto dell’uomo. Vi era infatti un simbolo quale nessuno fra noi aveva scorto fino a quel momento: un occhio rosso circondato da lingue di ghiaccio. A lungo ponderammo su quale significato potesse avere per noi tale disegno: giunse il mattino ed esso non portò consiglio, bensì la morte; udimmo infatti un lungo stridio e i nostri cuori furono avvolti dalla gelida morsa della paura, ché nessun animale della steppa e nessun uccello del cielo emette versi simili, impregnati di oscurità. Rapido giunse allora in risposta il suono di molti olifanti e vedemmo piombare sui nostri accampamenti migliaia di carri; lesti i nostri guerrieri corsero ad armarsi, eppure ogni resistenza fu vana, ché la confusione regnava nelle nostre menti e il terrore pareva dilagare ovunque: io fui uno degli ultimi ad abbandonare i nostri campi prima di rifugiarci ad est, ove il mio popolo ancora si oppone all’invasore”. S’interruppe per un attimo, infine parlò nuovamente, ma una profonda angoscia era scesa sul suo volto e le sue parole parvero echeggiare da antri oscuri: “Fu allora che lo vidi: innanzi a me vi era un essere simile in apparenza ad un uomo, eppure differente! Un re sembrava essere, ché una corona forgiata nell’acciaio ne adornava il capo, mentre un mantello regale gli scendeva lungo le spalle; tuttavia le luci delle capanne in fiamme non illuminavano alcun viso ed egli sembrava farsi beffa delle frecce che i nostri arcieri inutilmente scagliavano contro di lui: una grande tenebra lo accompagnava e la sua stessa gente fuggiva dinnanzi al suo cospetto. Mai i cavalieri Eothraim avevano veduto una potenza simile all’opera: buia fu la notte, eppure il giorno non recò sollievo nei nostri cuori, ché le armate del nemico incalzavano la nostra ritirata, impedendoci ogni fuga verso sud; numerosi Orchi si erano aggiunti agli Asdragh e agli altri popoli dell’Est ed essi conducevano un grande stendardo innanzi a loro, adornato da un marchio simile a quello che aveva deturpato le spoglie dell’esploratore.
Molte leghe percorse il mio popolo e alfine giunse nei pressi di un lago, nelle cui acque cristalline si specchiava una roccia imponente: qui l’avanguardia del nemico fu costretta ad arretrare ed essi si ritirarono verso Sud, ove riorganizzarono le loro file e si spartirono il bottino accumulato nei giorni precedenti. Io fui inviato presso le genti di Gondor, perché corre voce qui viva un possente capitano, il cui nome è noto presso il mio popolo: Erfea Morluin è chiamato e grato sarebbe il mio cuore se le fatiche del mio viaggio fossero alleviate dalla sua presenza in tale consesso”.

“La tua cerca è giunta al termine, cavaliere del Rhovanion! Io sono Erfea Morluin, figlio di Gilnar di Numenor, sovrintendente di Gondor e a te dico di non crucciarti, ché nessuna delle armi forgiate nelle vostre fucine è in grado di ferire Hoarmurath di Dìr[7], sesto in possanza fra coloro che servirono in vita l’Oscuro Signore di Mordor ed ora perseverano nella schiavitù che contrassero con costui allorché accettarono, bramosi dell’immortalità, gli Anelli del Potere degli uomini”. Indi Erfea si levò dallo scranno e i suoi capelli, ancora neri, sebbene egli fosse ormai anziano, furono illuminati dalle luci della sala: “Codesto atto infame d’aggressione è un monito per tutti i popoli liberi di Endor. Sauron, l’Oscuro Signore di Mordor è tornato e reclama il suo dominio perduto”. Gravi divennero i visi dei presenti, tuttavia solo Anarion espresse apertamente il suo parere: “Se quanto tu affermi corrisponde al vero, Erfea Morluin, perché il signore di Mordor esita ancora nell’attaccare i nostri possedimenti? Forte è l’odio che egli nutre per noi, ché se davvero il suo nero spirito è tornato sulle ali di un vento malefico, ebbene, le sue spie gli avranno riferito che non tutte le genti di Numenor perirono nella Caduta e che i Fedeli perdurarono alla sciagura che colpì tempo addietro l’Isola del Dono”. Perplessi e inquieti, i consiglieri del sovrano osservarono Erfea e nei loro occhi palesava il dubbio; lesto tuttavia il sovrintendente rispose: “Mio signore, Sauron non è uno sciocco; gli Eothraim sono stati per le sue armate niente altro che una prova per verificare il loro stato di preparazione e l’efficienza dei propri comandanti; tuttavia, non tarderà a lungo l’attacco al nostro regno, ché forte è nell’animo dell’Oscuro Sire il desiderio di vendetta ed egli non ha obliato né il vostro nome, né quello della vostra stirpe”.
Anarion sospirò, infine, levatosi anch’egli dal proprio scranno, si approssimò al suo comandante: “Cosa vuoi che faccia? – gli sussurrò a voce bassa, ché grande era scesa nel suo cuore la paura ed egli nutriva fiducia nel giudizio di Erfea – non vi sono uomini a sufficienza per sorvegliare l’intero confine di Mordor e il pericolo potrebbe giungere dai regni a meridione dell’Anduin come da quelli posti sulla sua riva orientale”. Tetro in volto, così Erfea rispose al suo sovrano: “Mio sire, convoca Isildur a Osgiliath, perché pesante grava sul mio cuore una minaccia”.
Silenzioso stette Anarion per qualche istante, infine congedò l’ambasciatore degli Eothraim con queste parole: “Le storie tramandateci dai nostri padri narrano che la gente di Haladin non proseguì il suo viaggio verso Occidente, ma che preferì stabilirsi nei territori che il vostro popolo ha difeso sì strenuamente; siamo dunque fratelli e il nostro aiuto non verrà meno in questa ora del bisogno. Invieremo un corpo di cavalleria a Nord: temo tuttavia che altrove risieda una minaccia ancor più grave e che le difese di Gondor non possano essere private di troppi uomini”.
Grato chinò il capo l’ambasciatore, infine parlò: “Sia fatta la volontà dei Signori della Terra del Sud; possano i rinforzi non tardare a lungo, ché la mano del Nemico si protende su contrade sulle quali mai era calata la Tenebra”».

Note

[1] “Inverno” nella favella degli elfi Noldor

[2] “Gennaio” nella favella degli Elfi Noldor

[3] Questo fiume scorre a ponente dei Colli Ferrosi e sfocia nel mare interno di Rhun

[4] I “Thaeng” erano i capitani delle tribù che costituivano la federazione degli Eothraim; ogni dieci anni, essi eleggevano un uomo fra loro che avrebbe dovuto rappresentarli innanzi agli altri popoli della Terra di Mezzo e a costui veniva dato il titolo di “Alto Thaeng”: durante gli anni che opposero gli Alleati alle armate di Mordor, tale incarico fu ricoperto da Aldor Roc-Thalion.

[5] I Logath erano una confederazione di popoli dell’estremo Est, servi di Sauron e discendenti degli Orientali che avevano militato nelle schiere di Morgoth durante la Prima Era; le storie di quell’epoca narrano che essi fossero prevalentemente cacciatori e domatori di bestie, ché le loro terre erano incolte e perennemente battute dal vento. Nel terzo millennio della Seconda Era, subirono l’influenza dei Signori della Guerra Hoarmurath e Khamul e costituirono le avanguardie degli eserciti di Mordor fino alla distruzione di Barad-Dur.

[6] Sotto tale nome erano comprese numerose tribù stanziate presso le coste orientali del Rhun; feroci e rudi d’aspetto, costoro praticavano l’agricoltura, seppure in forma rudimentale e veneravano i Demoni della Natura e le rappresentazioni degli Antenati; superstiziosi e bellicosi, essi militarono nelle schiere di Sauron per tutto il corso della Seconda Era.

[7] Sesto fra i Nazgul; si veda Hoarmurath di Dir, il Re del Ghiaccio, il Sesto.