Il Lai della perdita – II parte

Care lettrici, cari lettori,
eccovi la seconda (ed ultima parte) del «Lai della perdita», dedicato al primo incontro fra Erfea ed Elwen. Potrete leggere la stessa vicenda in prosa qui: I dubbi di una scelta difficile: Elwen, Morwin ed Erfea. Troverete la prima parte del Lai qui: Il lai della perdita – I parte
Spero possa piacervi, buona lettura!

Di dolci sembianze
una fanciulla aveva innanze
grigi occhi e capigliatura bella
della stirpe elfica la più snella
Elwen era il suo nome santo
l’origine di tutto questo canto

Pareva diamante tra le stelle
quando fra le damigelle
rideva e sovente parlava
e la sua gentil voce intonava
un preziosissimo canto d’amore
che a lui dedicato sarebbe stato onore

«Elwen» il giovane sussurò
ed ella sorpresa lo guardò
il suo viso ne gioì
che più bello di quello mai più fiorì
ché Elwen la mezzelfa nome aveva
nella Terra di Mezzo ancora viveva.

Ella infine si avvicinò
e con voce sicura gli parlò:
«Elfo sembrate, ma un Dunadan sarete
ché nel profondo del cuore una luce avete
siete forse Erfea il valoroso
colui che non teme nemico periglioso?»

«Invero signora mia
non so se siate una fantasia
troppo bella mi sembrate
ché perfino Luthien oscurate
Elwen del bianco vento vi chiamerò
e a voi il mio cuore donerò».

Senza sosta danzarono e parlarono
e spesso le mani sfiorarono
ad Erfea sua sposa pareva
anche se una ciocca muoveva
eppure, nel cuore del lieto festino
il funesto filo aveva già tagliato il destino.

Ché nuvole nere apparirono
quando le speranze morirono
ché Sire Morwin, degli elfi il capitano
aveva già in mente il suo piano
Elwen tosto conquistare
ed Erfea poi allontanare.

Con subdole parole l’ingannatore
sedusse la mezzelfa per rancore
egli odiava tutta la stirpe dei mortali
ritenendoli responsabili di tutti i mali.
A nulla valse l’amore dell’Errante
ché Elwen lo abbandonò seduta stante.

Erfea era davvero incollerito
ma la sua furia nulla avrebbe impedito
ché già i due si amavano
e all’ombra di un lume mormoravano
fra i due imperava la passione
non potè impedire la loro unione.

Così la via scelse dell’esilio
e solo proseguì il suo cammino
l’amore vero nel cuore
e nella mente profondo dolore
quando su di lei lo sguardo posò
e poi tosto lo allontanò.

Vecchie sono ora le stelle
e fra di loro nemmeno più sorelle
triste e grigio ora il mondo
non gira più giocondo
feste e canti terminati
forse per sempre esiliati.

Ma Erfea è duro a morire
solo lui contro il male può agire
il suo volto triste e scuro
ma il suo cuore non ancora duro
ché di Elwen la splendente
mai porterà seco un ricordo evanescente.

Fine

Link utili:

Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»

Elwen la Mezzelfa

Erfea, o degli eroici imperfetti

Il lai della perdita – I parte

Care lettrici, cari lettori,
continuo in questo articolo la narrazione delle versioni precedenti de «Il Ciclo del Marinaio», nelle quali, come vi ho raccontato in precedenza, non erano ancora inclusi personaggi che, al contrario, avrebbero avuto una grande importanza nelle storie più recenti, come ad esempio Miriel. Nel «Lai (vale a dire “il lamento”) della perdita», Erfea, dopo un naufragio, riesce a raggiungere a stento la città elfica di Edhellond, dove conosce Elwen la mezzelfa e Morwin, rispettivamente l’amata e l’antagonista di questi primi racconti. Potrete leggere qui la versione successiva di questo racconto: I dubbi di una scelta difficile: Elwen, Morwin ed Erfea e divertirvi a fare un confronto fra le due versioni: per il momento, vi lascio con il testo introduttivo al «Lai della perdita», che spiega alcuni dettagli interessanti altrove mai raccontati e con le prime strofe del poema.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Questo racconto è il secondo dell’intera opera e un prezioso indicatore per la storia della Terra di Mezzo. Innanzitutto, anche se nel testo non viene chiaramente esplicitato, Erfea non si ritrovò casualmente ad Edhellond: la sua nave, infatti, era stata sabotata al largo delle foci dell’Anduin e solo grazie alla sua forza era riuscito ad approdare sulla terraferma, dove aveva conosciuto gli Elfi che ivi dimoravano. Tuttavia era logico aspettarsi che passasse qualche tempo prima che Erfea fosse invitato ai banchetti dei nobili del luogo; probabilmente fino ad allora era stato ospite di pastori silvani, che poi avevano comunicato al loro signore Morwin la venuta di quell’uomo dall’Ovesturia. A proposito dell’odio dimostrato da Morwin nei confronti degli Uomini, significativa è stata in tal merito una nota ritrovata al margine di uno dei fogli, scritta da Erfea in persona: «Egli era uno dei discendenti di Fingolfin, sebbene non erede diretto: fin da piccolo in lui si era radicato profondamente l’odio verso i mortali, a causa del tradimento perpetuato da questi nella Battaglia delle Innumerevoli Lacrime (alla quale, tuttavia, i miei avi non avevano preso parte, continuando a servire i signori degli Eldar), il cui esito infausto aveva poi spinto Fingolfin ad affrontare Morgoth in duello per vendicare l’onore perduto degli elfi, trovandovi infine la morte». A tal proposito, va anche detto che Erfea e Morwin si dovevano essere conosciuti già da qualche tempo, cosa che tutto plausabile perché dimostrerebbe la familiarità che aveva Erfea – principe di Numenor e di alto lignaggio – con i nobili di Edhellond. Riguardo Elwen la mezzelfa, il discorso è invece più complesso, non solo a causa delle molteplici versioni che del personaggio ci sono state tramandate, ma anche e soprattutto per l’evoluzione che questo subisce. Nei primi codici ella è indicata come elfa della stirpe dei Noldor, mentre solo in seguito appare come mezzelfa dagli avi sconosciuti (anche se, a giudicare dai ritratti pervenutici, è innegabile che vi fosse un’ascendenza Noldor). Tutto ciò non è sufficiente però a dimostrare che effettivamente vi fosse stato un legame con Morwin, anche se i due non appaiono sicuramente estranei. È probabile che Elwen, all’epoca ancora giovane secondo gli standard elfici, abbia rifiutato l’amore di Erfea a causa della sua posizione divenuta pericolosa, nonché per un suo intrinseco desiderio di immortalità, che solo il matrimonio con Morwin le avrebbe concesso di realizzare. Perduto è poi anche il racconto in cui ella mutava sentimenti e decideva di rivolgere il suo cuore ad Erfea, così come nulla si sa circa i viaggi di Erfea fino al momento di ritornare ad Edhellond».

«Giovani erano le stelle
e nel cielo si affacciavano sorelle
ammiccando fra loro
splendevano più dell’oro
quand’ecco di gran carriera
giungere il prode Erfea.

Veloce il suo passo e alto il portamento
della stirpe di Sauron il tormento
ché ad Occidente dimora aveva
da Numenor tosto giungeva
nella Terra di Mezzo splendente
per ammirare l’antica gente.

Poi bussò ad una porta
ed ecco di voce nobile la risposta:
«Benvenuto sotto il mio tetto»
e così dicendo gli fu aperto
ma entrando di gran passo
ahimé, non fece caso al suo misfatto.

Ché il suo saluto educato volse
a principi e principesse
volti da lungo conosciuti
gli parevano ormai vetusti
ma ecco il suo cuore gli ordinò:
«Voltati, o presto morirò».

[continua]

500 followers! Thank you!

I reached 510 followers in the week. I can’t believe it, it’s a great result! I thank you for taking the time to read my articles. I dedicate a triptych to you that represents the three main characters of my stories: Erfea, Miriel and Elwen.

Ho raggiunto in settimana 510 followers. Non riesco a crederci, è un risultato ottimo! Vi ringrazio per il tempo che mi dedicate leggendo i miei articoli. Vi dedico un trittico che rappresenta i tre principali personaggi dei miei racconti: Erfea, Miriel ed Elwen.

Calculating the years of the Second and Third Age from birth to death of Erfea

Dear readers,
you will find below the main dates related to the biography of Erfea and the other characters of the Sailor’s Cycle.
Enjoy the reading!

3112 Second Age (later abbreviated to S.A.): Erfea, son of Gilnar, Prince of Hyarrostar and Nimrilien, of the Andunie lineage, was born in Minas Laure.

3117 S. A.: Miriel, daughter of Palantir, royal prince of Numenor, and his wife Silwen, was born in Armenelos.

3132 S. A.: Erfea meets Miriel, princess of Numenor, for the first time.

3136 S.A.: Erfea confronts the dragon Morluin and becomes known to the peoples of Middle-earth as Erfea Morluin.

3140 S. A.: Erfea speaks with Sauron in Palantir; death of Silwen, wife of Palantir.

3144-46 S. A.: Erfea makes her first travel to Middle-earth, where establishes friendly relationships with the Lords of the Eldar and meets Tom Bombadil and his wife, Lady Baccador. Before returning to Numenor, Erfea receives from the hands of Gil-Galad the sword Sulring, forged by the elven smiths of Gondolin in the days before his fall.

3146 S. A.: Erfea returns to Numenor, where he is made a knight. In the same year Prince Arthol, supported by a faction of rebellious Numenoreans, attentive to the life of Palantir and his daughter Miriel: the conspiracy is discovered thanks to the revelations of Erfea, and the conspirators are sentenced to death by Prince Akhorahil so that they do not reveal their identities of the real instigators of the attempted murder and of the coup d’état that would have followed.

3146-3253 S. A.: Erfea returns to Middle-earth, where he serves Gil-Galad, the last of the Elven High Kings east of the Sea; he goes to Rhovanion, where he meets Imracar Folcwine, lord of the Eothraim.

3168 S. A.: Groin, son of Bòr, lord of the people of Durin, was born in Khazad-Dum.

3170 S.A.: Erfea ventures to the extreme Harad, where he enters the great fortress of the Nazgul, discovering their real identities.

3183 S. A.: Ewen the Half-elf is born to Edhellond, daughter of a Numenorean sailor and a Noldo.

3254 S. A.: Erfea returns to Numenor, where he succeeds his father, now elderly, in the office of adviser to the sovereign Tar-Palantir.

3255 S. A.: The second civil war breaks out in Numenor: battle of Tharbad, where Erfea inflicts a severe defeat on the Captain of the faction loyal to Pharazon the usurper. At the end of the year, Ar-Pharazon becomes the twenty-fifth ruler of Elenna and marries her cousin Miriel, against her will and the laws of the kingdom.

3256 S. A.: Death of Gilnar and Nimrilien: Erfea becomes the last of the Hyarrostar lords.

3260 S. A.: The infamous oath: all captains of Numenor, except twenty-one, including Erfea and Amandil, swear loyalty to Ar-Pharazon.

3261 S. A.: Erfea is shipwrecked at the mouth of the Anduin and reaches the city of Edhellond, where he meets Elwen the half-elf: in the same year Ar-Pharazon lands at Umbar to subdue Sauron.

3270 S. A.: Erfea abandons Edhellond; the prince of Numenor returns to Imladris, where he meets Celebrian and finds Elrond and Galadriel. In the same year he arrives in Numenor, where he meets Miriel for the last time; fled to the Nazgul, Erfea settles in Osgiliath.

3277 S. A.: Erfea defeats the Black Captain in Edhellond and makes peace with Elwen.

3278–3320 S.A.: Erfea travels throughout Middle-earth, reaching the extreme north, Forochel, and Umbar, where she discovers that the real master of the port has become Sauron, who exercises his power through the Nazgul Adunaphel.

3320 S.A.: With the fall of Numenor (3319 S.A.), the exiled kingdoms of Arnor and Gondor are formed: Erfea is appointed superintendent of King Anarion in Osgiliath.

3429 S. A.: Adunaphel’s armies attack Minas Ithil which is later conquered, while the civilian population finds refuge in Osgiliath: Erfea and Anarion defend the city. In the same year the Orthanc Council is held, which lays the foundations for the birth of an alliance between Elves, Men and Dwarves in order to counter the rise of Sauron (Last Alliance).

3433 S. A.: The battle of the Dagorlad, in which Erfea participates; death of Bòr (Naug Thalion)

3441 S. A.: Isildur takes possession of the Sovereign Ring and Sauron flees to the east.

2 Third Age: Disaster in the Iridescent Fields: Isildur and his people are massacred.

8 Third Age: Erfea dies in Osgiliath, after seeing his friends Elrond and Celebrian for the last time, to whom he delivers his memoirs.

Elwen, the half-elf of Edhellond

Dear readers,
today I present the other female protagonist of my stories. Her name is Elwen, which in the language of the Elves means “maiden of the stars”.

Half-elf, daughter of an Elf Noldo and a Numenorean. She met Erfea when he took refuge in Edhellond, the city in which he lived, to escape from the servants of Pharazon. After entering into a romantic relationship with Erfea, Elwen was deceived by the elven sire of that city, Morwin, who seduced and married her, convincing her to choose the immortality of her species. After discovering Morwin’s deceptions and making peace with Erfea, Elwen chose to spend her life with him, divorcing her husband. The story tells that she did not arrive at the Sea where Erfea was waiting for her and her end is unknown to all, except Erfea himself, who only mentioned it to Celebrian. It appears in the following stories: The Sailor and the Half-elf; The Sailor and the Great Battle; Birth of a cold star; The Infamous Oath.

Which of the following publications that portrays her do you like best?

Elwen, by Lidia de Simone
Elwen by Anna Francesca Schiraldi
Elwen, by Fabio Porfidia

To know more…

Ritratti – Elwen di Edhellond

Ritratti – Elwen

Elwen la Mezzelfa

Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»

I dubbi di una scelta difficile: Elwen, Morwin ed Erfea

Nascita di una stella fredda

Il nemico del mio nemico…è mio nemico

L’assedio di Edhellond

Ritratti – Elwen di Edhellond

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi ho il piacere di presentarvi questa nuova stupefacente illustrazione a colori, opera della bravissima Livia De Simone, che ritrae il secondo personaggio femminile dei miei racconti, Elwen la Mezzelfa, figlia di una Noldo e di un Numenoreano. Se volete scoprire maggiori dettagli sulla biografia di questo personaggio, vi suggerisco di cliccare qui.

A me non resta che augurarvi buona visione e ringraziarvi per i vostri apprezzamenti! Ieri ho oltrepassato la soglia dei 1300 like, vi ringrazio per la vostra gentilezza e il vostro calore!

Elwen

Suggerimenti di lettura:

Erfea il marinaio

La più bella delle Numenoreane. Miriel

Ritratti – Elwen

Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»

Nascita di una stella fredda

Il nemico del mio nemico…è mio nemico

Elwen la Mezzelfa

L’assedio di Edhellond

I dubbi di una scelta difficile: Elwen, Morwin ed Erfea

…e arrivò il Marinaio! Corto Maltese, Aldarion ed Erfea

In principio era…Othello, ovvero come nacque il Ciclo del Marinaio

Erfea il marinaio

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi voglio mostrarvi una nuova bellissima illustrazione, opera del tratto onirico di Giulia Nasini, la cui bravura già conoscete in questo blog per aver potuto ammirare la stupenda Miriel.  Questo ritratto di Erfea – non me ne vogliano i precedente illustratori – è forse quello che è riuscito maggiormente a tratteggiare il suo carattere malinconico e fiero allo stesso tempo. L’illustrazione che vi mostro rappresenta Erfea al comando della flotta di Tar-Palantir, poco prima che Pharazon prendesse il potere e decidesse di sabotare la nave sulla quale viaggiava per punirlo in seguito alla decisione presa dal nostro principe di non riconoscerlo come sovrano. Questi eventi sono narrati sia in questo brano che in quest’altro, e precedono l’arrivo di Erfea alla città di Edhellond, ove avrebbe fatto conoscenza con la bella mezz’elfa Elwen…ma questa è, come si suol dire, un’altra storia…
Spero possa piacervi, aspetto i vostri commenti!

Erfea

Suggerimenti di lettura:

Elwen la Mezzelfa

Erfea, o degli eroici imperfetti

Ritratto di un principe

I dubbi di una scelta difficile: Elwen, Morwin ed Erfea

L’Infame Giuramento_IX Parte e ultima (Il trionfo di Pharazon)

Una rosa nel vento – Miriel

L’assedio di Minas Ithil (parte I). Il ritorno di Sauron

Care lettrici, cari lettori, in questo articolo riprendo la narrazione dei racconti del Ciclo del Marinaio, che negli ultimi mesi sono stati un po’ tralasciati per fare spazio ad altri progetti figurativi. La serie di articoli che mi accingo a scrivere nelle prossime settimane riguarderà i primi eventi bellici che interessarono Gondor e Mordor circa un secolo dopo la Caduta di Numenor.
Non vi nasconderò che questi eventi costituirono per me una vera e propria sfida: dovetti superare il classico «blocco dello scrittore» per andare avanti nella trattazione della vita di Erfea, perché non riuscivo a capire come riprendere i fili della vita di un Uomo distrutto spiritualmente dalla morte di Miriel, la principessa numenoreana della quale era innamorato e dalla scomparsa di Elwen, la mezzelfa di Edhellond, della quale si erano perse le tracce. Impiegai qualche tempo per ritrovare il filo della matassa e decisi così da ripartire da un nuovo ruolo per Erfea, quello di Sovrintendente del nuovo regno di Arnor e Gondor – perché, ricordiamolo, fintantoché fu vivo Elendil, queste regioni erano considerate parte di un unico organismo statale – che ha in qualche modo ritrovato la forza di andare avanti perché preoccupato dal ritorno di Sauron.
Su questo argomento vorrei qui spendere qualche parola: per quanto possa sembrare strano, Numenoreani ed Elfi – salvo qualche rara eccezione, come vedremo – erano convinti che l’unico vantaggio derivato dalla distruzione di Numenore fosse stata quella del suo peggiore nemico, l’Oscuro Signore di Mordor. Gli eventi, tuttavia, presero una piega diversa: il corpo di Sauron era stato effettivamente distrutto durante la Caduta ed egli era ritornato sulle ali di un vento malvagio alla Terra di Mezzo, laddove, grazie ai poteri dell’Unico, aveva recuperato la sua forma fisica, seppure orribile a vedersi. Certo, aveva perso la capacità di assumere un aspetto bello a vedersi (Tolkien utilizza il termine «storpiato», riferendosi alla sua condizione dopo la Caduta), tuttavia, a dispetto delle speranze di tutti, era sopravvissuto. Ed era ansioso di ottenere vendetta sui suoi nemici: i Duneadain sopravvissuti alla Caduta e gli Elfi di Gil-Galad…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Centodieci anni erano trascorsi dalla caduta di Ar-Pharazon e dall’inabissamento di Numenor nei profondi flutti del Belagaer, allorché una nuova minaccia sorse per tutto l’Occidente ed essa mieté numerose vite, implacabile come il crudele vento del Nord che soffia gelido nei mesi di Hrive[1]. Gemiti e lamenti si levarono tosto nelle contrade di Endor, ché molti temevano l’oscura terra che si estendeva oltre gli Ephel Duath, le Montagne dell’Ombra: ivi, nella Terra Oscura, dimorava Sauron l’Aborrito, Signore degli Anelli e corruttore del cuore dei Secondogeniti.
A lungo i Saggi avevano creduto che il suo spirito giacesse ove il sembiante di costui era stato umiliato, allorché egli era stato scagliato nell’Abisso, ed erano soliti predicare che finanche il Maia corrotto avesse trovato la morte in tale sciagura. “No – tali erano le parole che costoro avevano ispirato in Elendil l’Alto, sovrano di Gondor e Arnor – nessuno sarebbe potuto sopravvivere all’ira di Eru Iluvatar ed ora il trono dell’Oscuro Signore giace negli abissi profondi, corroso dalla salsedine e dalla furia di Ulmo”; tuttavia non tutti fra i consiglieri del re erano dello stesso partito, ché ve n’era uno, il cui pensiero discordava da costoro e temeva la nequizia di Sauron. Erfea era il suo nome, ultimo signore di Minas Laure ora sommersa dai flutti, colui che chiamavano il Morluin perché in gioventù aveva abbattuto un drago di tal nome: bello era il suo portamento e nobile ogni suo atto, ché Manwe e Varda vegliavano su di lui ed egli era caro a Tulkas, il Paladino dei Valar; mai Erfea aveva dismesso la sorveglianza degli Ephel Duath, ché temeva nel suo cuore la minaccia di Mordor e sapeva che l’Ombra dei Nazgul non era scomparsa dalla Terra.
Silenti erano i giorni, né voce alcuna giungeva da oriente, tuttavia Erfea vagava inquieto, abbandonando sovente Osgiliath, di cui pure era stato nominato sovrintendente, per esplorare contrade selvagge ed ignote ai più; infine una notte di Narvinye[2], un messaggero a cavallo chiamò a gran voce i Signori di Gondor al cancello orientale di Osgiliath: tosto egli venne ricevuto e nuova inquietudine crebbe nel cuore di Erfea, ché l’ora era tarda e gravida di sventure. Lesto lo straniero si inchinò dinanzi ad Anarion, infine prese la parola: “Graziosissimo signore degli uomini, il mio nome è Aldor Roc-Thalion, signore degli Eotrahim, e giungo da voi latore, mio malgrado, di morte e distruzione, ché l’Ombra si è destata a levante ed ora leva la sua mano corruttrice fino alle terre della mia gente, nel Rhovanion”.
Grave scese il silenzio dopo che furono udite tali parole, ché il sovrano si avvide che nella sala le paure del suo sovrintendente si erano tramutate in realtà; infine egli invitò il suo ospite a disquisire sui motivi che l’avevano spinto così lontano dalla sua dimora, desideroso di apprendere cosa fosse accaduto e il messaggero, sebbene portasse in volto impressi i segni di una recente fatica, non fu parco di parole: “Due settimane sono trascorse dacché l’Ombra è scesa su di noi, disonorando le terre dei nostri padri e inaridendo la nostra letizia! Eravamo nei nostri accampamenti posti sulla riva occidentale del Celudin[3], allorché le vedette di guardia ci riferirono di aver scorto un’immensa moltitudine di carri marciare a poco meno di tre miglia da noi; lesti i nostri Thaeng[4] ordinarono che fosse allestita una spedizione per verificare quali intenzioni avessero tali uomini.
Molte ore trascorremmo nell’attesa gelida che ognuno portava nel suo cuore, invano lenita dai grandi bracieri che splendevano nella notte: al sorgere del sole, un uomo tornò all’accampamento; lesti i miei signori gli andarono incontro, ma la sorpresa che essi provarono in tale frangente non fu inferiore all’orrore che ne incupì i volti. La vita aveva infatti abbandonato il corpo mutilato del cavaliere e la sua testa era stata orrendamente sfigurata con il marchio della Lancia Nera in campo giallo: la rabbia si impadronì dei nostri animi, allorché scorgemmo tale marchio, perché esso era opera dei Logath[5] e degli Asdragh[6], antichi nemici del nostro popolo; eppure esso non era il solo infame marchio che deturpava il volto dell’uomo. Vi era infatti un simbolo quale nessuno fra noi aveva scorto fino a quel momento: un occhio rosso circondato da lingue di ghiaccio. A lungo ponderammo su quale significato potesse avere per noi tale disegno: giunse il mattino ed esso non portò consiglio, bensì la morte; udimmo infatti un lungo stridio e i nostri cuori furono avvolti dalla gelida morsa della paura, ché nessun animale della steppa e nessun uccello del cielo emette versi simili, impregnati di oscurità. Rapido giunse allora in risposta il suono di molti olifanti e vedemmo piombare sui nostri accampamenti migliaia di carri; lesti i nostri guerrieri corsero ad armarsi, eppure ogni resistenza fu vana, ché la confusione regnava nelle nostre menti e il terrore pareva dilagare ovunque: io fui uno degli ultimi ad abbandonare i nostri campi prima di rifugiarci ad est, ove il mio popolo ancora si oppone all’invasore”. S’interruppe per un attimo, infine parlò nuovamente, ma una profonda angoscia era scesa sul suo volto e le sue parole parvero echeggiare da antri oscuri: “Fu allora che lo vidi: innanzi a me vi era un essere simile in apparenza ad un uomo, eppure differente! Un re sembrava essere, ché una corona forgiata nell’acciaio ne adornava il capo, mentre un mantello regale gli scendeva lungo le spalle; tuttavia le luci delle capanne in fiamme non illuminavano alcun viso ed egli sembrava farsi beffa delle frecce che i nostri arcieri inutilmente scagliavano contro di lui: una grande tenebra lo accompagnava e la sua stessa gente fuggiva dinnanzi al suo cospetto. Mai i cavalieri Eothraim avevano veduto una potenza simile all’opera: buia fu la notte, eppure il giorno non recò sollievo nei nostri cuori, ché le armate del nemico incalzavano la nostra ritirata, impedendoci ogni fuga verso sud; numerosi Orchi si erano aggiunti agli Asdragh e agli altri popoli dell’Est ed essi conducevano un grande stendardo innanzi a loro, adornato da un marchio simile a quello che aveva deturpato le spoglie dell’esploratore.
Molte leghe percorse il mio popolo e alfine giunse nei pressi di un lago, nelle cui acque cristalline si specchiava una roccia imponente: qui l’avanguardia del nemico fu costretta ad arretrare ed essi si ritirarono verso Sud, ove riorganizzarono le loro file e si spartirono il bottino accumulato nei giorni precedenti. Io fui inviato presso le genti di Gondor, perché corre voce qui viva un possente capitano, il cui nome è noto presso il mio popolo: Erfea Morluin è chiamato e grato sarebbe il mio cuore se le fatiche del mio viaggio fossero alleviate dalla sua presenza in tale consesso”.

“La tua cerca è giunta al termine, cavaliere del Rhovanion! Io sono Erfea Morluin, figlio di Gilnar di Numenor, sovrintendente di Gondor e a te dico di non crucciarti, ché nessuna delle armi forgiate nelle vostre fucine è in grado di ferire Hoarmurath di Dìr[7], sesto in possanza fra coloro che servirono in vita l’Oscuro Signore di Mordor ed ora perseverano nella schiavitù che contrassero con costui allorché accettarono, bramosi dell’immortalità, gli Anelli del Potere degli uomini”. Indi Erfea si levò dallo scranno e i suoi capelli, ancora neri, sebbene egli fosse ormai anziano, furono illuminati dalle luci della sala: “Codesto atto infame d’aggressione è un monito per tutti i popoli liberi di Endor. Sauron, l’Oscuro Signore di Mordor è tornato e reclama il suo dominio perduto”. Gravi divennero i visi dei presenti, tuttavia solo Anarion espresse apertamente il suo parere: “Se quanto tu affermi corrisponde al vero, Erfea Morluin, perché il signore di Mordor esita ancora nell’attaccare i nostri possedimenti? Forte è l’odio che egli nutre per noi, ché se davvero il suo nero spirito è tornato sulle ali di un vento malefico, ebbene, le sue spie gli avranno riferito che non tutte le genti di Numenor perirono nella Caduta e che i Fedeli perdurarono alla sciagura che colpì tempo addietro l’Isola del Dono”. Perplessi e inquieti, i consiglieri del sovrano osservarono Erfea e nei loro occhi palesava il dubbio; lesto tuttavia il sovrintendente rispose: “Mio signore, Sauron non è uno sciocco; gli Eothraim sono stati per le sue armate niente altro che una prova per verificare il loro stato di preparazione e l’efficienza dei propri comandanti; tuttavia, non tarderà a lungo l’attacco al nostro regno, ché forte è nell’animo dell’Oscuro Sire il desiderio di vendetta ed egli non ha obliato né il vostro nome, né quello della vostra stirpe”.
Anarion sospirò, infine, levatosi anch’egli dal proprio scranno, si approssimò al suo comandante: “Cosa vuoi che faccia? – gli sussurrò a voce bassa, ché grande era scesa nel suo cuore la paura ed egli nutriva fiducia nel giudizio di Erfea – non vi sono uomini a sufficienza per sorvegliare l’intero confine di Mordor e il pericolo potrebbe giungere dai regni a meridione dell’Anduin come da quelli posti sulla sua riva orientale”. Tetro in volto, così Erfea rispose al suo sovrano: “Mio sire, convoca Isildur a Osgiliath, perché pesante grava sul mio cuore una minaccia”.
Silenzioso stette Anarion per qualche istante, infine congedò l’ambasciatore degli Eothraim con queste parole: “Le storie tramandateci dai nostri padri narrano che la gente di Haladin non proseguì il suo viaggio verso Occidente, ma che preferì stabilirsi nei territori che il vostro popolo ha difeso sì strenuamente; siamo dunque fratelli e il nostro aiuto non verrà meno in questa ora del bisogno. Invieremo un corpo di cavalleria a Nord: temo tuttavia che altrove risieda una minaccia ancor più grave e che le difese di Gondor non possano essere private di troppi uomini”.
Grato chinò il capo l’ambasciatore, infine parlò: “Sia fatta la volontà dei Signori della Terra del Sud; possano i rinforzi non tardare a lungo, ché la mano del Nemico si protende su contrade sulle quali mai era calata la Tenebra”».

Note

[1] “Inverno” nella favella degli elfi Noldor

[2] “Gennaio” nella favella degli Elfi Noldor

[3] Questo fiume scorre a ponente dei Colli Ferrosi e sfocia nel mare interno di Rhun

[4] I “Thaeng” erano i capitani delle tribù che costituivano la federazione degli Eothraim; ogni dieci anni, essi eleggevano un uomo fra loro che avrebbe dovuto rappresentarli innanzi agli altri popoli della Terra di Mezzo e a costui veniva dato il titolo di “Alto Thaeng”: durante gli anni che opposero gli Alleati alle armate di Mordor, tale incarico fu ricoperto da Aldor Roc-Thalion.

[5] I Logath erano una confederazione di popoli dell’estremo Est, servi di Sauron e discendenti degli Orientali che avevano militato nelle schiere di Morgoth durante la Prima Era; le storie di quell’epoca narrano che essi fossero prevalentemente cacciatori e domatori di bestie, ché le loro terre erano incolte e perennemente battute dal vento. Nel terzo millennio della Seconda Era, subirono l’influenza dei Signori della Guerra Hoarmurath e Khamul e costituirono le avanguardie degli eserciti di Mordor fino alla distruzione di Barad-Dur.

[6] Sotto tale nome erano comprese numerose tribù stanziate presso le coste orientali del Rhun; feroci e rudi d’aspetto, costoro praticavano l’agricoltura, seppure in forma rudimentale e veneravano i Demoni della Natura e le rappresentazioni degli Antenati; superstiziosi e bellicosi, essi militarono nelle schiere di Sauron per tutto il corso della Seconda Era.

[7] Sesto fra i Nazgul; si veda Hoarmurath di Dir, il Re del Ghiaccio, il Sesto.

Ritratti – Elwen

Bentrovati! Quest’oggi, come vi avevo anticipato alcuni giorni fa, ho il piacere di mostrarvi il primo di una nuova serie di ritratti, opera della bravissima Anna Francesca, dedicati ai personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»! Iniziamo con Elwen, la bella mezzelfa di Edhellond…

Aspetto i vostri commenti…presto seguiranno nuovi soggetti!Elwen

Nascita di una stella fredda

Quella che segue è la terza versione del «Racconto del Marinaio e della Mezzelfa», che potrete leggere nella sua versione approfondita nei seguenti articoli: Il nemico del mio nemico…è mio nemico; L’assedio di Edhellond; I dubbi di una scelta difficile: Elwen, Morwin ed Erfea. Come scritto in precedenza, si tratta di una versione diversa dalle altre: sono del tutto assenti, infatti, il linguaggio e i temi epici che solitamente caratterizzano i miei racconti. Si tratta, in effetti, di una rielaborazione in chiave «intimistica» degli eventi e dei pensieri che turbarono Elwen subito dopo la riappacificazione con Erfea. È un racconto – incompleto – che tenta di far luce sul carattere e sulle scelte intreprese dalla bella mezzelfa e sul suo tormentato rapporto con Erfea e Morwin.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Le ombre della notte non si erano ancora dileguate quando la mezzelfa si destò dal suo irrequieto sonno. Stupita, battè leggermente le palpebre, mentre la mano, istintivamente, cercava il corpo dell’uomo che, la sera precedente, si era addormentato accanto a lei.

Il letto era freddo. Si poteva indovinare, tuttavia, dalle increspate impronte che i suoi muscoli avevano impresso sulle bianche lenzuola, ove avesse disteso il suo corpo quella notte. La mezzelfa lasciò scorrere la mano, ancora per qualche minuto, sul guanciale accanto al suo, immersa in un profondo silenzio, meditando su quella unica parola che, durante la notte, aveva squarciato il velo oscuro che era calato sui loro visi.

Adesso era del tutto desta; con la naturale grazia tipica della sua stirpe, afferrò una vestaglia in seta bianca che la sera precedente aveva ripiegato con cura lungo lo schienale di uno scranno di ebano nero e si mosse verso una piccola finestra che dava ad oriente.

Fuori, albeggiava lentamente, quasi che Arien non avesse avuto alcuna intenzione di sorgere sul mondo. Era quell’ora in cui tenebra e luce si incontrano, partorendo larve che le menti dei figli di Iluvatar temono o perchè atterriti dalla loro presenza, o perchè bramosi di ottenerle senza alcuna speme.

Ella era una mezzelfa nel fiore degli anni, di una bellezza quale ogni bardo desiderebbe cantare, salvo venire meno all’impegno preso, allorché avesse scorto il suo sembiante ergersi in tutta la sua splendente grazia. Ricordò che sua madre, un tempo, le aveva raccomandato di occultare il suo volto con un lungo velo bianco, per tema che gli occhi degli uomini e degli elfi fossero sconvolti da tale beltà; ella non aveva mai seguito questo saggio ammonimento, avendo avuto, al contrario, cura di esporre il suo viso in pubblico, convinta com’era che la luce potesse solo riscaldare i cuori ed illuminare le menti, senza che questa potesse arrecare alcuna sofferenza ai figli di Iluvatar.

Egli, invece, era la tenebra. Era giunto sulla spiaggia di Edhellond sette anni prima, ricoperto di alghe e con la pelle scura incrostata da sale e sabbia. Gli abiti nobili che un tempo indossava erano stati dilaniati dalla furia di Ulmo ed a malapena era riuscito a salvare dai flutti una lama come i Primogeniti erano soliti forgiare nei secoli precedenti il sorgere del primo sole dell’era nella quale avevano avuto in sorte di nascere. Ai pescatori che erano accorsi in suo aiuto, lo straniero aveva narrato di essere giunto a quella contrada in seguito ad un fortunale che si era abbattutto sulla sua nave. Non aveva denaro con sè, nè amici o patria sulla quale vantare i propri domini: tuttavia, gli elfi più anziani, coloro che in tempi antichi si erano recati nell’Ovesturia, ora sommersa dalle acque del tempestoso oceano, per ascoltare i canti che colà si udivano all’ora del vespro, presero a mormorare, dapprima negli oscuri recessi delle proprie dimore, poi nelle pubbliche piazze, che il naufrago portava impressi sul volto i lineamenti degli Uomini del Mare, i Numenoreani. Un marinaio che era stato alla corte di Gil-Galad negli anni precedenti la venuta dello straniero, infine lo riconobbe e lo chiamò con il suo nome: tra l’incredulità e lo stupore generali, tuttavia, l’uomo, pur senza disdegnare i referenti appellativi che gli erano stati rivolti, non volle accettare alcun inchino da parte di coloro che gli erano tutt’intorno; al contrario, quasi avesse avuto disagio nell’abitare presso di loro, aveva accettato con gratitudine l’offerta di occupare una minuscola dimora, prossima all’Oceano, ove, egli diceva, non avrebbe recato fastidio ad alcuno, uomo od elfo che fosse. Trascorsero alcuni giorni prima che l’uomo facesse ritorno alla città di sire Morwin, eppure non si tratteneva a lungo nei suoi bianchi vicoli, ove la luce del sole amoreggiava con la chiara pietra con la quale erano stati edificati torri e minareti, terrazze e bastioni, preferendo di gran lunga oltrepassare i suoi cancelli quando calava l’oscurità: questa attutiva l’eco dei suoi pesanti passi, smorzava la sua profonda voce e, finanche, allontanava il suo ricordo dalle menti e dai cuori di coloro che, per sorte o per libera scelta, discorrevano con lui. Era la Tenebra; e come la sua Signora, non poneva alcuna domanda, eppure ascoltava le parole che, elfi ed uomini, gli rivolgevano, esitanti, nel cuore della notte.

Arrestò, per un istante, il flusso dei ricordi. Avvertì la forte aura dell’uomo nella stanza accanto a quella ove lei si attardava rimembrando episodi del passato. Inspirò profondamente. Egli, dunque, non si era allontanato dalla sua città. Non ancora.

Ne fu rasserenata.

In passato, quando il nome del forestiero giunto dal mare risuonava alle sue orecchie oscuro quanto la tenebra che striscia dalle Montagne Bianche, ella non avrebbe tollerato quanto era accaduto quella mattina. In fondo, era una mezzelfa che aveva scelto il destino dei Primogeniti. La linearità, l’eternità del domani, l’avversione al cambiamento: queste erano le ragioni che l’avevano spinta a rinunciare alla sua mortalità, non altro. Detestava il fragile mondo degli uomini, intento a ricorrere le folli chimere suscitate dagli oscuri poteri che erano sorti a levante, avvizzito entro fragile mura dalle quali, alte, si levavano le grida folli. Questi erano gli uomini, così come ella avrebbe potuto definirli sino a pochi anni fa. Gli uomini sprezzanti di ogni legame; gli uomini vogliosi di accrescere le proprie brame a scapito delle altre creature di Arda; gli uomini, violenti e fedifraghi.

Perchè, dunque, condivideva il suo talamo con un uomo?

Il suo sposo, se fosse stato presente, non l’avrebbe compresa, né sarebbe giunto a giustificare un simile tradimento. Conosceva l’uomo, così come gli altri elfi della sua casata; eppure, non avrebbe smesso di detestarlo, e quanto era accaduto in sua assenza, certo non avrebbe contribuito a riappacificarlo con la stirpe dei Secondogeniti. Non v’era, apparentemente, alcuna ragione che potesse avallare il suo comportamento; in quanto elfa signora della sua città, ella aveva commesso peccato tre volte: dinanzi a se stessa, dinanzi al suo sposo e dinanzi al suo popolo. La sua coscienza, secondo il parere dei dotti fra il suo popolo, era stata ora macchiata da una colpa sì grave per la quale l’esilio sarebbe stata una pena necessaria per riportare l’ordine nella bianca città. Il cerchio, entro il quale i Primogeniti si erano rinchiusi dopo la rinuncia al loro dominio sul mondo, doveva essere ripristinato, pena la distruzione dell’ordine entro il quale le loro leggi avevano valore.

Ella era cosciente di aver infranto la legge e di aver rinnegato la sua natura di elfa.

Il cerchio era stato infranto con troppa veemenenza perchè qualunque legge, pena o rinuncia potesse ripristinarne l’antica forma. La luce che splendeva nel suo cuore era stata corrotta dalla tenebra che l’uomo aveva recato con sè, provenendo da abissi remoti e senza nome.

No.

Per lungo tempo si era ingannata.

La sua luce, di cui andava così fiera da esporla come vessillo della sua grazia e della sua beltà, non era altro che un pallido riflesso della luminosità che splendeva negli occhi dell’uomo giunto dal mare.

Ripensò a giorni lontani.

Con le arti che le erano congenite l’aveva sedotto, legandolo al suo destino di giovane fanciulla, resa inquieta da una profezia lontana, che risaliva ai primi anni della sua vita, quando ancora la madre risiedeva in città e non aveva oltrepassato il mare. Per i suoi disegni, l’uomo rappresentava null’altro che un tramite verso il più profondo disio che ancora riuscisse ad ancorarla al mondo dei miseri mortali: le vaste distese oceaniche il suo cuore ambiva, non potendole possedere come qualsiasi altra brama la sua anima avesse desiderato soddisfare. Disprezzava l’uomo che aveva costruito il proprio eremo lontano dalla civiltà e dai ricordi che le erano cari: pur essendo null’altro che una minuscola ombra, vagante in compagnia delle sue sorelle generate dalla notte, ella non poteva fare a meno di notare come fosse attratta dalla remota pace che era in lui. Elfi possenti, il cui lignaggio nessuno avrebbe potuto mettere in discussione, le avevano chiesto invano non già la mano – un privilegio al quale ambivano inutilmente da diversi anni – ma finanche il semplice piacere della sua compagnia: ella, tuttavia, aveva sempre disdegnato tali proposte, non perché non fosse insensibile al loro corteggiamento, ma perchè riteneva che avrebbero potuto spezzare il delicato – eppure, quanto forte le era sembrato in quei giorni! – equilibrio sul quale poggiava la propria esistenza. Non desiderava condividere la propria vita con alcuno che non gli paresse degno: ed ella mostrava sarcasmo ogni qual volta la madre, desiderosa di congedarsi da lei salutandola con quell’appellativo che per innumerevoli anni era stato il suo e di tutte le elfe della sua stirpe, la pregava di mutare parere. Non erano che ombre di una virtù ben più grande, le parole che le erano rivolte da signori elfici cortesi nei modi ed eleganti nell’eloquio; eppure, allorché essi avevano in sorte di potere discorrere con lei, frustati facevano ritorno alle loro dimore, non già perchè inefficaci si erano rivelate le parole con le quali si erano presentati davanti al suo uscio, ma perchè senso di inadeguatezza provavano nei loro cuori e ne erano turbati ed atterriti. L’armonia sulla quale si reggevano le loro vite era sul punto di andare in frantumi: ma avrebbero, essi, accettato di rinunciare alle antiche leggi dei loro padri per ottenere quanto non erano in grado di confessare neppure a loro stessi, per tema di scorgere ferite all’interno del proprio cuore? Non lo erano: sicché, dopo qualche tempo, essi smisero di offrire i propri omaggi alla fanciulla impertinente che si burlava, a loro dire, di ogni eloquenza e creanza, e presero ad allontanarsi dalla sua dimora».