L’organizzazione delle Armate di Mordor nella Seconda Era – II parte

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi vi propongo la seconda parte del racconto relativo all’organizzazione dell’esercito di Sauron durante la Seconda Era. In quest’ultima parte saranno indagati gli anni compresi fra la Caduta di Numenor e la sconfitta di Sauron al termine di quell’era. Trovate la prima parte qui: L’organizzazione delle armate di Mordor nella Seconda Era – I parte

Buona lettura, aspetto i vostri commenti! Vi anticipo che la prossima settimana pubblicherò qualcosa di molto speciale…stay tuned!

«Nel secolo che seguì la distruzione di Numenor, l’esercito di Mordor fu ulteriormente suddiviso e ad Umbar fu costituita la quarta armata, al cui comando vennero destinati Indur ed Akhorahil, in qualità di ammiragli dell’Oscuro Signore, mentre Adunaphel assumeva il grado di luogotenente dell’armata di Gorgoroth presso il Re Stregone.

I nove spettri degli anelli costituirono un corpo ben distinto di generali all’interno della rigida gerarchia militare di Mordor ed essi soli ebbero la qualifica di Genon (Lingua Nera/L.N.: Grande Comandante): immediatamente sottoposti ai loro voleri vi erano gli Urdanuk (L. N. Capitani), il cui ruolo prevedeva che essi assumessero il comando di una divisione di ottomila uomini, definita nel Linguaggio Nero come Belegrim (Armata Potente) o di diecimila orchi, indicata anche come Urhoth (L. N. Grande Armata): costoro prendevano parte ai consigli di guerra ed avevano facoltà, seppure fortemente limitata, di assumere decisioni autonome, una volta preso atto dei comandi ordinati dai Nazgul. Gli Urdanuk provvedevano ad attuare le disposizioni dei superiori mediante i loro collaboratori, chiamati nel Linguaggio Nero Afukaush (Marescialli), i cui compiti consistevano nel provvedere all’equipaggiamento e al vettovagliamento delle armate di Mordor e nel far pervenire i dispacci del Re Stregone ai Kritar (L. N. Sergenti): costoro, responsabili delle comunicazioni tra reparti mediante segnali di fumo e l’utilizzo dei corvi delle Montagne Nebbiose (Crebain), comandavano reparti inferiori di numero, costituiti da circa mille unità, in modo da permettere maggior rapidità di movimento durante le manovre di avanzata o ripiegamento.

Il Re Stregone dispose altresì che nessun orco potesse esercitare una carica superiore a quella di Kritar, ché temeva la superficialità e la mancanza di autocontrollo con le quali tali creature si lanciavano all’attacco, reputandoli indegni di indossare l’effigie dei comandanti di Mordor: unica eccezione a tale regola era costituita dal sovrano del regno di Gundaband, la cui città, pur trovandosi nella contrada controllata da Hoarmurath di Dìr, godeva di notevole autonomia, in quanto rappresentava la capitale degli orchi di Endor; desideroso di evitare faide intestine e atti di insubordinazione in una terra sì lontana dalle sue roccaforti, il Re Stregone dispose che il sovrano di Gundaband fosse ammesso a titolo onorifico tra gli Urdanuk, assicurandosi in tal modo la lealtà dei suoi sudditi.

Molti signori della guerra tra gli orchi venivano solitamente arruolati come Durothar (L. N. caporali), con la funzione di reclutare le proprie truppe per la causa di Mordor e assicurarsi che esse comprendessero gli ordini dei comandanti; al loro fianco cooperavano gli Ujak (L. N. guerrieri), responsabili di soli dieci soldati, sovente incaricati di costituire drappelli di esplorazione durante le avanzate in territorio nemico.

Tale era la complessa e accurata organizzazione dell’esercito di Mordor, che l’Oscuro Signore in persona non credeva possibile che esso avrebbe fallito il suo obiettivo; eppure ciò accadde, ché, nonostante le migliorie apportate dal Capitano Nero, vi erano conflitti latenti all’interno degli stessi alti comandi, causati da rancori antichi, dissidi che la minacciosa presenza dei Nazgul occultava solo parzialmente. Gli orchi non tolleravano gli uomini, deridendone la loro fragilità in battaglia, mentre i Secondogeniti asserviti a Sauron non mancavano di esprimere tutto il loro palese disgusto allorché si trovavano a dover condividere il rancio o l’alloggio con la prole di Morgoth. Non mancavano, infine, rivalità tra gli stessi uomini, ché gli Haradrim non smettevano di detestare i Numenoreani Neri, accusandoli di aver sottratto loro le terre migliori durante le guerre precedenti, mentre questi non tolleravano la presenza di stirpi umane a loro detta inferiori: tali contrasti, tuttavia, svanivano allorché veniva issato il vessillo dell’Occhio avvolto da una corona, l’effige del Re Stregone, signore degli eserciti di Mordor».

Per maggiori informazioni:

Gli anni dell’assedio di Gondor. Una cronologia

Cronologia della vita di Erfea e dei racconti del Ciclo del Marinaio

Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»

L’organizzazione delle armate di Mordor nella Seconda Era – I parte

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi vi presenterò uno scritto nel quale ho provato a immaginare come fossero organizzate le armate di Sauron nella Seconda Era. Si tratta di uno scritto dalla natura “tecnica”, nel quale sono presentate due peculiarità che resero estremamente vulnerabile l’esercito dell’Oscuro Signore: la grande variabilità etnica delle sue schiere, all’interno delle quali militavano esseri umani e creature delle Tenebre, poco avvezze a combattere fianco a fianco e la presenza di una marina militare inferiore per qualità e quantità rispetto a quella dei Popoli Liberi…e come scriveva Tucidide nelle sue Storie, il controllo delle vie marittime era fondamentale per conservare la supremazia militare. Per ragioni di lunghezza ha suddiviso il mio scritto in due sezioni: la prima parte, che leggerete quest’oggi, sarà relativa all’organizzazione delle armate di Sauron dall’inizio della guerra contro gli Elfi sino alla corruzione degli Uomini ottenuta tramite la distribuzione dei Nove Anelli del Potere.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Dopo la sconfitta subita nell’anno 1700 della Seconda Era ad opera delle armate degli Eldar e dei Dunedain, durante la prima delle guerre condotte da Sauron contro gli elfi, l’Oscuro Signore fuggì dall’Eriador e si trincerò nella sua Torre Oscura, ove meditò a lungo sui motivi che avevano condotto il suo esercito verso l’annientamento pressoché totale.

Nei successivi secoli le armate di Mordor furono profondamente rinnovate, ché Sauron comprese come la loro impreparazione e la scarsa coordinazione tra popoli fra loro estranei, incapaci spesso di comprendere l’uno la lingua dell’altro, avessero condotto i suoi nemici alla vittoria: egli si rendeva conto che non vi era, tra i suoi capitani, uno stratega capace di elaborare una tattica tale da favorire il miglior dispiegamento delle sue eterogenee forze, ché gli orchi, seppur dotati di notevole forza fisica, mancavano di intuizione ed erano, in numerose occasioni, travolti dalla loro stessa cieca furia. Pochi uomini all’epoca militavano nelle sue schiere e questo perché la corruzione dei Numenoreani era ancora lontana dall’attuarsi e i nove anelli dei secondogeniti giacevano nei forzieri di Barad-Dur. I capitani delle tribù del Khand e dell’Harad punto o poco conoscevano le arti della guerra dei popoli occidentali e i loro contingenti, male armati rispetto ai loro avversari, erano spesso travolti ancor prima di poter estrarre le loro rozze scimitarre in bronzo dai foderi sdruciti. Durante l’occupazione di Ost-In-Edhil, le truppe di Sauron erano state comandate da un Troll, il cui nome era Ghulush: forte ed ambizioso, questo essere aveva trucidato numerosi Elfi, guadagnandosi in breve tempo l’ammirazione delle proprie truppe; esse, tuttavia, sovente cadevano in preda al panico, allorché il loro comandante era distante, ché molto temevano la collera degli Eldar, né Sauron poteva vantare altri condottieri di tale rango tra le sue file. L’intera armata di Mordor, incapace di combattere in schiere ordinate e compatte, procedeva in maniera piuttosto confusa durante la carica iniziale, smarrendo tuttavia ogni iniziativa allorché il nemico, se pur in numero inferiore di numero, anziché mostrare la terga, non cedeva ai suoi furiosi attacchi.

Ghulush aveva compreso che non era nelle sue capacità quella di apprendere l’arte della guerra dei suoi avversari e lo stesso rispetto che le sue truppe gli mostravano nasceva in gran parte dal condividere, seppure in dimensione minore, la stessa forza bruta che assaliva il comandante allorché si scagliava contro le schiere nemiche, urlando loro tutto il suo odio. L’unica tattica degna di nota che egli era stato in grado di apprendere e di trasmettere ai suoi subordinati consisteva nel tentare l’accerchiamento del nemico con una manovra rapida, in modo da permettersi in seguito la vittoria; tale strategia, tuttavia, fallì durante l’attacco dei Numenoreani, allorché, schierati su diverse fila distanziate l’una dall’altra, costoro resistettero al primo attacco delle armate di Sauron e in seguito massacrarono i loro avversari.

Durante gli anni che seguirono la sconfitta delle armate di Mordor ad opera dei Numenoreani, l’odio di Sauron per tale stirpe si accrebbe ed è plausibile che tra i motivi che lo spinsero a corrompere i cuori degli orgogliosi Dunedain, vi fosse anche la necessità impellente di carpire i segreti militari che costoro gelosamente custodivano: con l’investitura di Er-Murazor, secondogenito di Tar-Ciryatan, sovrano di Elenna, a Signore di Morgul e primo comandante delle armate di Mordor, il principale obiettivo dell’Oscuro Signore si era realizzato, ché il Capitano dei Nazgul possedeva invero uno spirito razionale e una mente acuta, in grado di elaborare strategie degne della sua stirpe.

Numerosi Numenoreani si volsero allora al male e Sauron gioì nel profondo del suo cuore nero, ché essi avrebbero apportato al suo reame le conoscenze ereditate dagli Eldar e ricchezze al di là di ogni immaginazione, necessarie per permettergli di attuare i suoi piani di conquista della Terra di Mezzo.

A partire dall’anno 2260 della Seconda Era, con l’asservimento totale dei nove portatori degli anelli degli uomini al suo volere, Sauron poté disporre di un corpo di luogotenenti degni di questo nome, ché essi erano stati scelti in base alle abilità militari dimostrate durante la vita terrena e alle conquiste ottenute duranti gli anni del loro dominio. Er-Murazor, divenuto il Signore dei Nazgul, operò un profondo rinnovamento all’interno dell’esercito di Mordor, consentendo che fossero realizzati, per la prima volta, dei corpi di armata, assegnati ai suoi commilitoni e di cui egli era il primo comandante.

Negli anni precedenti la cattura di Sauron da parte delle armate numenoreane, il Re Stregone portò a compimento i suoi piani, suddividendo l’esercito di Mordor in tre armate: di queste, la prima, in ordine crescente di importanza e di effettivi, era l’armata di Gorgoroth, di cui fu proclamato luogotenente Akhorahil, il quale era dello stesso lignaggio del suo signore. La seconda armata includeva ogni soldato incaricato di sorvegliare la piana di Udun e il Cancello Nero e fu affidata a Dwar di Waw, il quale incaricò Hoarmurath di Dir di prendere il comando delle schiere dei regni settentrionali di Endor sottomessi ai Nazgul, in qualità di suo reggente. La terza armata, detta anche di Nurn, coordinava l’afflusso e il trasporto di truppe dalle nazioni vassalle poste nel sud di Endor a Mordor e fu posta sotto il comando di Khamul, mentre ad Uvatha ed a Ren fu assegnato il grado di luogotenenti di quest’ultimo. Adunaphel ed Indur, infine, avrebbero dovuto rivestire la funzione di ammiragli, tuttavia, data l’esiguità della flotta di Mordor, costituita quasi esclusivamente da vascelli numenoreani appartenuti agli Ulairi di tale stirpe, essi furono destinati in un primo momento ad altri ruoli, e divennero i portavoce dell’Oscuro Signore, spesso intraprendendo missioni all’interno e all’esterno del reame per conto di costui».

Continua…

Akhorahil, the Storm King, the Fifth Nazgul

Born in the year 1888 of the Second Age, Akhorahil was the first son of Ciryamir, belonging to the same lineage as the king of Numenor, Tar-Ciryatan; although he was a Man of prodigious strength and a far-sighted mind, Akhorahil was corrupted by his unbridled ambition. In 1904, Ciryamir obtained a license from the ruler to found and administer a royal colony in the south of Middle-earth. The following year, Akhorahil sailed with his family to disembark with his army at the port of Hyarn, in Endor and from there, across the Aronduin River, to the newly founded citadel of Barad-Caramun (Sunset Tower ). There, Ciryamir founded the realm of Ciryatandor, and it extended from the sea to the foothills of the Yellow Mountains.

Young in mind and body, Akhorahil enjoyed his new home, but his spirit longed to strike fear into those around him; such was his ambition that he applied himself with iron will to the study of the dark arts, yet the results obtained in this field did not fully satisfy his reputation for power. It was not many years before his heart began to claim his father’s throne, until in 1918 he promised an elderly Harad priest that he would trade his blue eyes for the two Dominion Gems, the same ones that had allowed his previous one. possessor of becoming the foremost expert of the Dark Arts in the realm of the Haradrim.

Soon, the cruel Numenorean used these artifacts to control his father’s mind and lead him to madness and finally to suicide: in this way, the one who now called himself the Storm King, obtained the paternal throne and married his sister Akhoraphil.

During the twentieth century, Akhorahil conquered vast lands in the south of Middle-earth, arousing the interest of Sauron, who wanted to take possession of this realm: an ambassador was sent to the Storm King, with the secret task of offering the Numenorean the fifth Ring of Power of Men, promising him unlimited knowledge and glorious immortality. Consumed by greed and ambition, Akhorahil tied his soul to that of the Dark Lord, obtaining his Ring in 2002.

For the next two hundred and fifty years, the Storm King was not seen by any of his subjects, while his wife and firstborn left the court, shocked by the metamorphosis that the mad Numenorean had undergone; the Nazgul, however, decreed premature to reveal himself to the world and continued to pay tribute to Numenor, who did not want to arouse suspicion in the king’s court. Finally, when the time was ripe, he proclaimed the independence of Ciryatandor, mocking the attempts of his ruler, Tar-Ancalimon, to bring the subject back to obedience: after a few years, the armies of Numenor annihilated the kingdom of the Storm King; however, he had fled to the last district where his enemies would have sought him, and elected Elenna herself as his new homeland, residing on the island of the Gift until the reign of Tar-Palantir, who proved incorruptible to the action of his servants. Deep in the Harad, the Nazgul had founded an impregnable fortress and went there when he fled from Numenor; to his great disappointment, however, Erfea Morluin went into the dark depths of her home, discovering the true identities of the Ulairi there. Great anger broke into his heart the Storm King when his citadel was violated and furious he swore to slaughter with his own hands the one who had dared to do such an act.

Vedi anche la versione italiana:

Akhorahil, il Re Tempesta, il Quinto

Who is the Witch-King?

One of the most fascinating characters of the Lord of the Rings is the Witch King, the Lord of the Nazgul. In this story I have tried to imagine his story before becoming a slave of the Ring. Happy reading, I await your comments!

«The second son of Tar-Ciryatan, the twelfth king of Numenor, was named Er-Murazor and became one of the most powerful and influential men on the island. He was born in 1829 Second Age in the port city of Andunie, during a solar eclipse: he was given the name Tindomul (in Quenya “Son of the Double Light”), although those of the court of Tar-Ciryatan, hostile to the Elves, preferred to call him by the Adunaic name of Er- Murazor (the Black Prince).

Er-Murazor was the younger brother of Atanamir the Great, who would soon become king, and was similar to his brother in character: he supported his father’s ambitions and insisted on increasing the exploitation of Middle-earth; he was proud, greedy and ambitious, like his brother and father at the same time; however, because he had been excluded from the succession to the throne, he failed to obtain the favor and attention that was granted to Atanamir. Er-Murazor became jealous of the heir of the scepter and the jealousy soon turned into hatred and irrepressible ambition. Greed consumed the spirit of the Numenorean, so that in 1880 S.E., the Black Prince gathered a small fleet and headed for the shores of Middle-earth, in order to establish his own dominion over those regions. Its first docking took place in Lond Daer, in the south of Eriador, at the mouth of the Gwathlo: Er-Murazor and his army began to control the region, with the intention of seizing the port. His attempt, however, was unsuccessful, and he moved towards Umbar; following a series of clashes, Er-Murazor established his dominion over those regions, much to his brother’s chagrin. Tar-Ciryatan then ordered his second son to pay tribute to Numenor, and the Black Prince promptly refused.

The Dark Lord learned of Er-Murazor’s rancor towards his ancient homeland and his fear of death; he exploited these weaknesses and convinced him that he was the custodian of a knowledge unknown to the sages of Numenor, with which the prince would become invincible. In 1883 S.E. Er-Murazor went to Barad-Dur, becoming a disciple of Sauron; over the next one hundred and fifty years he studied the Dark Arts and became a very powerful sorcerer, to the point that he was unrivaled in Middle-earth, except for the fallen Maia himself, who soon made his pupil the first captain of the armies of Mordor. In the year 1998 S.E., Er-Murazor promised full fidelity to his lord and received the most powerful of the Rings of the Power of Men: the first of the Nazgul, the Black Prince, became known as the Witch King and Lord of Morgul».

See also:

Er-Murazor, il Primo dei Nove

La Battaglia della Dagorlad – La strategia del Re Stregone

Care lettrici, cari lettori,
nel ringraziarvi per seguirmi con tanto entusiasmo (sfiorate ormai i 200 followers!), riprendo in questo appuntamento settimanale la narrazione della battaglia combattuta dall’Ultima Alleanza contro gli eserciti di Sauron. In questo brano avrete modo di scoprire la letale strategia portata avanti dal Re Stregone, il comandante di tutte le truppe dell’Oscuro Signore, in grado di mettere seriamente in difficoltà le armate dell’Alleanza…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

[l’immagine in copertina ritrae il Re Stregone (Er-Murazor), il Primo dei Nazgul, quando era ancora in vita, opera di Fabio Porfidia]

«Ignare di quanto sarebbe loro accaduto, le truppe dell’Alleanza marciarono a passo di carica, trucidando, durante la loro vittoriosa avanzata non pochi servi di Sauron; giunti che furono innanzi al Cancello, esse però subirono gravi perdite, ché in molti caddero trafitti dalle velenose frecce che arcieri invisibili ai loro occhi scagliavano dalle mura della fortezza; resosi conto di quanto accadeva, Gil-Galad ed Elendil diedero l’ordine immediato di retrocedere e, nel contempo, mandarono rapidi messaggeri affinché le ali muovessero all’attacco per coprire la loro ritirata: sorrise allora il Capitano degli eserciti di Mordor, ché si avvide essere le schiere dell’alleanza giunte ove non vi era protezione né da parte della retroguardia, né delle ali, sicché impartì l’ordine di attaccarli e di circondarli, di modo che i suoi nemici fossero costretti a difendersi piuttosto che ad attaccare: rapide, le legioni di orchi si disposero ai loro fianchi e alla loro spalle, finché le schiere di Elendil e di Gil-Galad non furono circondate ed esse dovettero contrastare i crudeli fanti haradrim e i possenti troll.

Cavalcalupi furono inviati presso Adunaphel ed Akhorahil ed entrambi gli Ulairi presero ad avanzare, nel tentativo di bloccare, o quantomeno ritardare, l’avanzata delle ali dell’Alleanza: invero abile si rivelò tale strategia, ché né Erfea o Elrond, né Isildur o Glorfindel poterono portare soccorso alle armate dei loro congiunti ed essi furono intrappolati tra l’incudine ed il martello, ché alcune schiere fra quanto servivano l’Occhio, resesi conto dell’esigua consistenza delle armate avversarie alle ali, presero ad avanzare impedendo loro di ricongiungersi finanche alla retroguardia e costringendo i Signori delle liberi genti ad opporre una eroica resistenza; lieti erano i malvagi cuori dei Nazgul, ché ogni cosa sembrava procedere secondo le loro aspettative, eppure costoro non mostravano di tener conto delle armate di Gondor che sostavano alla retroguardia, né delle schiere dei Naugrim e dei Silvani: costoro, infatti, avvedutosi che le armate dei popoli dell’ovest erano in palese difficoltà, lanciarono possenti grida di battaglia e si lanciarono all’attacco, travolgendo nel loro impeto ogni resistenza, che inutilmente i servi di Mordor tentavano di opporre loro; simile a Durin I allorché il mondo era giovane e le sale di Khazad-Dum gloriose, tale era il sembiante di Bòr e le schiere dei nemici arretrarono dinanzi alla sua furia, sicché i Naugrim riuscirono ad aprirsi un varco tra le file degli orchi e a raggiungere Elendil e Gil-Galad che ancora resistevano».

Suggerimenti di lettura:

La Battaglia della Dagorlad – Una vittoria apparente…

La battaglia della Dagorlad – La carica dei Mumakil

La prima fase della battaglia della Dagorlad

Il discorso di incitamento di Gil-Galad ai soldati dell’Ultima Alleanza

La Battaglia della Dagorlad – Il catalogo delle forze alleate e nemiche

La Battaglia della Dagorlad – L’arrivo degli Ent

I piani di battaglia per la Dagorlad

Dwar a colloquio con i Signori dell’Ovest

Il coraggio di Morwin e la morte di Oropher e Amdir

Il primo attacco ai Cancelli Neri

Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

Un’alleanza difficile

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

La battaglia della Dagorlad – La carica dei Mumakil

Care lettrici, cari lettori,
proseguo, in questo nuovo articolo, la narrazione della battaglia finale combattuta dinanzi al Cancello Nero al termine della Seconda Era. La scorsa settimana avevo spiegato quali posizioni avessero assunto le diverse armate schierate nella piana della Dagorlad (leggi qui). In questa fase, invece, vi racconterò della prima carica delle schiere di Sauron e della resistenza dei Numenoreani e dei Noldor.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Leste, le figure che erano all’orizzonte si approssimarono dinanzi ai guerrieri dell’Alleanza, sicché costoro si avvidero che erano i servi di Mordor, ché ora erano ben visibili i loro oscuri ed osceni stendardi e l’aria era offesa dagli strepiti e dalle urla degli schiavi dell’Oscuro Signore; rapidi, costoro avanzavano sulla desolata piana e la polvere sollevata dalle ruote dei loro carri e dalle feroci bestie che ne costituivano l’avanguardia oscurava il sole. Tosto la terra tremò e l’Orodruin eruppe in una terrificante eruzione, sicché lapilli e scorie furono scagliati nel cielo e la tenebra avvolse nel suo mortale abbraccio Anor; tali erano le intenzioni di Sauron, ché egli sperava potesse venire meno l’ardore e la fierezza che avevano condotto i suoi nemici ove mai avrebbe creduto sarebbero giunti; ma nessun sortilegio, nessun inganno poté incutere timore nel cuore dei figli di Iluvatar ed essi attesero, impavidi come le scogliere del vasto mare allorché Osse ruggisce furioso, che le schiere di Mordor si approssimassero.

Imponente era l’armata che il Signore di Mordor aveva radunato, sicché parve che l’intera piana non potesse accoglierla tutta nel suo seno: in prima fila erano i mastini di Dwar ed essi correvano lesti, ansiosi di affondare i possenti canini nelle gole degli Uomini e degli Elfi; a breve distanza, seguivano le legioni di Orchi e altre creature originate nei profondi pozzi di Barad-Dur, ed essi erano una moltitudine, i biechi visi distorti dal feroce odio che animava le loro membra. A destra erano i temibili Carrieri e i rapidi cavalieri del Nemico, le cui letali scimitarre e le acute lance si sarebbero presto scontrate contro le pesanti armature d’acciaio dei fanti dell’Alleanza. A sinistra avanzavano, lenti nel loro maestoso incedere, i mumakil di Indur ed egli spronava con secchi ordini gli Haradrim che conducevano i possenti animali alla carica, sicché apparve chiaro che essi sarebbero stati i primi ad attaccare fra quanti seguivano l’avanguardia di Dwar. Ancora invisibili agli occhi dei Secondogeniti, ma non già a quelli degli Elfi, Numenoreani neri e Troll di caverna procedevano lentamente a formazione serrata, consapevoli che non era ancora giunto il tempo in cui si sarebbero scontrati con le armate dell’Ovest.

Dei nove spettri dell’Anello, ben sette erano presenti allorché la battaglia della Dagorlad, che molti destini decise, ebbe inizio: oltre a Dwar e ad Indur, erano anche Khamul all’ala destra e Hoarmurath, laddove, coloro che erano stati in vita Signori di Numenor, sostavano alla retroguardia e il Signore dei Nazgul era con loro, terrificante a vedersi sul suo nero destriero mentre impartiva gelidi ordini nella lingua degli schiavi di Sauron. Leste, le prime schiere avanzarono a passo di carica, le spade denudate dai sudici foderi e le lance abbassate: ancor più rapidamente, tuttavia, essi proruppero in angosciose grida, ché i dardi scagliati dagli arcieri dell’Alleanza trafissero i loro corpi, sicché in molti trovarono la morte all’inizio della pugna.

All’ala sinistra dello schieramento nemico, i Mumakil erano nel frattempo giunti a misurarsi contro i manipoli di fanti ed arcieri elfici; allora si udì una gran fanfara di corni e tamburi, ed i Nani avanzarono dalla retroguardia, mostrando ai conducenti degli animali le terrificanti maschere che essi adoperavano per proteggere il volto dagli attacchi nemici e per incutere in loro il terrore. Sconvolti da tali apparizioni e disorientati dal frastuono che gli araldi provocavano con i loro strumenti, i mumakil si smarrirono e si sbandarono, incuneandosi profondamente fra i passaggi che erano stato lasciati aperti tre le schiere dell’alleanza appositamente a tale uopo. Agonizzanti, furono uditi i loro gridi di morte ed essi caddero trafitti dalle frecce e dalle lance che gli Eldar scagliarono loro contro, mentre coloro che erano alla retroguardia, in preda al panico per quanto era accaduto a coloro che ne guidavano il branco, fuggirono terrorizzati, travolgendo nell’impeto della loro fuga gli stupefatti servi di Mordor; invero grande fu la strage che i Mumakil provocarono tra le file degli eserciti di Sauron sicché per lungo tempo l’ala sinistra del nemico cedette e gli Ulairi furono impegnati nel restaurare l’ordine tra le fila.

A destra, ove erano Khamul e Hoarmurath, grandi furono lo stupore e la gioia allorché costoro si resero conto che non vi erano cavalieri del nemico ad opporsi loro, ché essi massimamente temevano le genti del Lindon e del Rhovanion: lesti, simili a rapidi strali che il cielo impietoso versi sul capo dei mortali, i cavalieri di Mordor si lanciarono in una folle corsa, denudando le scintillanti lame e alzando le robuste lance, eppure i loro progetti naufragarono rapidamente, ché essi non avevano fatto i conti con la sapiente disposizione tattica che i Signori dell’Occidente avevano escogitato. Coloro che erano, infatti, alla retroguardia, furono abbattuti dai dardi infuocati che gli archi d’acciaio di Numenor scagliarono contro di loro; impauriti dal fuoco, i cavalli si imbizzarrirono e a stento furono ricondotti all’ordine da coloro che li cavalcavano. Quanti erano, invece, all’avanguardia, per un breve istante esultarono, ché avevano evitato di essere colpiti dai dardi nemici ed erano ora vicini alle linee dei fanti dell’alleanza, sicché spronarono i loro destrieri, sperando che l’impeto della loro cavalcata avrebbe atterrito gli arcieri e che costoro si sarebbero rifugiati dietro le linee dello schieramento centrale, abbandonando, in tal modo, l’intera posizione nelle loro mani; eppure, ogni loro attesa svanì allorché essi furono trafitti dalle picche che i fanti gondoriani impugnavano, né nulla potevano le loro esili armi contro le armature forgiate secondo gli antichi insegnamenti che Aule aveva impartito ai suoi figli sicché in gran numero perirono, disperdendosi nella bruma della notte».

Suggerimenti di lettura:

La prima fase della battaglia della Dagorlad

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Il coraggio di Morwin e la morte di Oropher e Amdir

Il primo attacco ai Cancelli Neri

Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

Un’alleanza difficile

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

L’Infame Giuramento_IX Parte e ultima (Il trionfo di Pharazon)

Cari lettrici e lettori, siamo ormai giunti all’ultima parte del «Racconto dell’Infame Giuramento e del Marinaio». Il finale si annuncia amaro e triste, né, come spiegavo nel precedente articolo, avrebbe potuto essere diverso.
Per comodità di chi leggerà questo epilogo, riassumo brevemente le vicende fin qui intercorse.

Palantir, ormai anziano e reso sconfortato da un popolo che non mostra, nel suo insieme, segni di ravvedimento dalla sua scelta di allontanarsi dagli Elfi e dai Valar, decide di abdicare al trono di Numenor, lasciando la corona e lo scettro alla sua unica figlia, la bellissima principessa Miriel, e chiedendo ad Erfea, uno dei principi numenoreani a lui fedeli, di aiutarla nella sua missione governativa. Pharazon, cugino della nuova sovrana, sostenuto da un numeroso gruppo di principi e capitani, si ribella alla scelta di Palantir e decide di intraprendere una guerra civile per prendersi il trono. Consapevole che la sua forza militare e le sue ricchezze da sole non saranno sufficienti per impadronirsi dello scettro di Numenor, Pharazon si rivolge ad alcuni potenti alleati della Terra di Mezzo, Er-Murazor, Adunaphel e Akhorail, senza sospettare che in realtà essi, sotto le loro spoglie mortali, sono gli Spettri dell’Anello, i Nazgul, che agiscono per conto di Sauron, intenzionato a distruggere Numenor. Nelle grotte dell’isola, in un luogo deputato al culto di antiche divinità senza nome, ha luogo una drammatica riunione del partito sostenitore di Pharazon che si conclude con la sconfitta e la morte dei capi della fazione più moderata di questo schieramento e la scelta di sostenere Pharazon nell’ascesa al trono di Numenor. Le linee programmatiche sono quindi fissate: Miriel e i Paladini, tra i quali Amandil, suo figlio Elendil e il nipote Isildur, Erfea e Brethil, non dovranno essere toccati, per evitare la reazione del popolo. Pharazon, dunque, dovrà muoversi su un duplice piano: vincere la guerra civile, ma senza uccidere i capi della fazione avversa. Tra i Numenoreani seguaci di Pharazon si segnala un giovane ammiraglio, Eargon, figlio del tesoriere Morlok, che diventa l’amante di Adunaphel, sperando con il suo aiuto in una rapida ascesa nella sua carriera politica e militare. Una volta scoppiata la Guerra Civile, i Paladini di Numenor, impegnati a contrastare le armate di Pharazon nella Terra di Mezzo, scoprono di essere stati traditi dalla loro regina, che li invita ad abbandonare le armi e a riappacificarsi con il loro nemico; dopo aver votato per continuare la guerra agli ordini di Amandil, essi fanno ritorno a Numenor, dove sono invitati a prendere parte a una riunione del Senato che si rivelerà determinante per il futuro dell’Isola del Dono. Nel corso di un drammatico consesso, si scopre che Miriel era stata tenuta in ostaggio dai numenoreani fedeli a Eargon: questi, tramite un sotterfugio, scatena un Colpo di Stato, trovandosi ben presto faccia a faccia con Erfea, ferito da una freccia, con il quale inizia un feroce duello…

Non so quale potrà essere la vostra reazione dinanzi alle righe che vi apprestate a leggere. Può essere che vi piacciano, vi sconfortino o, più semplicemente, non incontrino il vostro gusto. Ci sta, fa parte del «gioco» che si instaura, inevitabilmente, tra autore e lettore. Mi permetto, ad ogni modo, di suggerirvi una chiave di lettura per approcciarvi all’epilogo di questo racconto: il fattore temporale. Nella vita reale così come in quella cartacea, i personaggi devono sempre fare i conti con il tempo dato loro a disposizione. Nella maggior parte dei casi si tratta di un tempo breve, che costringe i personaggi a fare i conti con la propria mortalità, nel tentativo di riuscire a soddisfare i propri obiettivi nel minor tempo possibile. In altri casi (e questo accade principalmente nei racconti fantasy), i personaggi possono disporre di un tempo maggiore e, in alcuni casi, anche di una salute e di una giovinezza che perdurano più a lungo di quanto non accada nel mondo reale. Ragion per cui tenete conto del fattore temporale nel leggere questo epilogo…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Non so dire quanto tempo trascorse; infine, a causa della spossatezza che la ferita procurava alle mie carni, Eargon riuscì, con un abile colpo a disarmarmi; allora la rabbia si impadronì della sua mente ed egli perse totalmente ogni barlume di ragione, gridando oscure parole, incomprensibili ai più; alta levò la lama e funesto sarebbe stato il mio destino se Tar-Miriel, pallida nel volto, ma ferma nella sua volontà, non gli si fosse parata dinanzi, pronunciando parole di sfida:
“Tocca quest’Uomo e la tua lama dovrà macchiarsi di un doppio crimine!”; sì bella appariva la sovrana di Numenor, nonostante la ferita sul capo ottenebrasse la calda luce dei suoi capelli, che finanche il Numenoreano Nero arrestò la sua lama, colto dal dubbio e dal rimorso; allora, impugnata Sulring – la quale, fortunatemente, giaceva non lungi da me – vibrai con disperazione un unico colpo verso l’alto, mentre con l’arto ferito spingevo Tar-Miriel lontano dal Numenoreano Nero. Eargon arretrò, stupefatto, e si toccò il petto ferito; allora mirò la grande carneficina che era in corso nella sala in basso e il suo sguardo espresse sconforto misto a pentimento.
Levatomi, mi approssimai allora alla sua figura che giaceva non lungi dalla balaustra; egli, respirando a fatica, ché la morte era prossima a sottrargli il soffio vitale, rantolò tali parole: “Hai combattuto valorosamente, figlio di Gilnar; sebbene sia l’artefice delle mia morte, non nutro verso di te alcun sentimento di rancore. A lungo ho errato e forse mai alcuna parola o gesto potrà cancellare le colpe di cui si è macchiato il mio onore; lascia, tuttavia, che io ti sveli chi è l’artefice di questo inganno, ché, se io fui l’esecutore, egli ne fu lo spietato artefice”. Prossimo era a rivelarmi il nome del mandante di quella vile strage, quando il suo volto mutò espressione e fu preda dell’angoscia; con orrore, mi avvidi allora che anche gli altri Numenoreani erano impauriti e molti striscivano via, occultandosi dietro i massicci scranni in quercia: una piccola schiera aveva fatto il suo ingresso nella sala e alla loro testa erano quattro guerrieri imponenti.
Colui che marciava innanzi ai suoi commilitoni era Pharazon, la cui armatura sontuosa recava impressi numerosi ornamenti; non fu però il suo sembiante a riempire di terrore l’animo di tutti, ché erano con lui tre guerrieri il cui volto era occultato da ampie cappe nere; ovunque essi volgessero il capo, i Numenoreani posavano le armi e non osavano rivolgere loro alcuna parola. Giunti che furono dinanzi allo scalone che conduceva alla terrazza ove ero, uno fra essi avanzò e fui finalmente conscio della sua identità, ché egli era uno degli Ulairi, gli immortali schiavi dell’Oscuro Signore; il Nazgul levò in alto il suo lungo braccio pronunciando parole che non mi arrischierò a pronunziare in questi giorni sì tristi e parve ai miei attoniti occhi che i labbri della ferita di Eargon si aprissero sempre più; costui, allora, non potendo tollerare oltre modo un sì grande dolore, raccolte le ultime forze che ancora gli restavano, si scagliò contro il suo aguzzino, pronunciando un’unica parola: “Adunaphel!” Il Nazgul, tuttavia, fu più svelto e la sua lama tranciò il misero corpo del Numenoreano, con una forza tale che i suoi resti si sparsero per tutta la sala. Infine, fu il silenzio a regnare sovrano.

I compagni di Erfea, che avevano ascoltato tutto senza proferire parola alcuna, rabbrividirono allorché udirono della orrenda morte del figlio di Morlok; infine Elrond parlò: “Credi che il Numenoreano avesse così voluto fornirti il nome che era sul punto di rivelarti prima che gli Ulairi facessero il loro ingresso nella sala? E se tale fosse il tuo parere, ritieni che egli conoscesse quali informazioni possedessi sui Nazgul?”
Lenta echeggiò la voce del principe di Elenna, che in tali termini si espresse: “Non vi è risposta certa alle tue domande, Signore dei Noldor; forse, in qualche modo che io ignoro, Eargon era giunto a conoscenza del mio viaggio sino alla fortezza degli Ulairi nell’estremo Harad e sapeva che avrei dunque compreso un nome che risuonava oscuro ai più; o forse, egli voleva solo imprecare contro colei che l’aveva privato di quanto un Uomo non dovrebbe mai perdere”.
Tacque un attimo, indi riprese a parlare: “Allorché il Nazgul ebbe rinfoderato la sua lama, e si fu allontanato dallo scalone, io ne discesi a fatica gli alti gradini, aiutato in questo da Tar-Miriel che si ergeva accanto a me. Triste fu lo spettacolo che si stendeva sotto i nostri occhi: decine di corpi giacevano riversi sul pavimento o chini sugli scranni presso i quali inutilmente avevano tentato di trovare la salvezza; una aria greve sembrava esalare dal basso e i nostri sguardi erano penosi. La schiera di Pharazon, giunta per sedare la ribellione, si era ormai ritirata, lasciando solo alcune guardie nella sala; esse ci rivolsero deferenti inchini, esortandoci a riunirci con quanti ancora dei Fedeli sopravvivevano: mio padre e mia madre, seppure feriti e spossati, erano con i Signori della Casa di Andunie, anch’essi salvi. Brethil comparve alle mie spalle ed io mi avvidi che era incolume; tuttavia, prima che potessi parlargli, apparve Pharazon ed egli chinò il suo capo, rivolgendomi queste parole: “Mi duole, principe dello Hyarrostor, vedervi sì provato da una simile disgrazia; forse ora comprenderete quanto le mie parole fossero nel giusto, allorché esortai il Consiglio dello Scettro a cedere il comando ad un Uomo di maggior ingegno e prudenza dotato”.
“Avete condotto in questo luogo, un tempo sacro, gli schiavi immortali dell’Oscuro Signore! La follia si è impadronita della vostra mente!” Con rabbia aveva pronunziato tali parole, ma la mia voce era ormai ridotta ad un rantolo confuso; Pharazon non mostrò di averla udita, oppure, se intese le mie parole, pure le ignorò: fummo condotti via, ché il cugino della sovrana addusse quale scusa per allontanarci esservi ancora presenti implacabili nemici. Tar-Miriel, tuttavia, fu trattenuta ed io non potetti far nulla, ché molto sangue avevo perso e dei Fedeli erano pochi quelli ancora in grado di impugnare un’arma.

Lacrime di rimorso scivolarono allora via dalle gote di Erfea, e il suo tono si incrinò, tuttavia egli proseguì nella narrazione: “Nei giorni successivi, le ferite che ci erano state inferte furono sapientemente guarite dagli Erboristi della nostra dimora; eppure, la vita pareva aver abbandonato i corpi di mio padre e mia madre ed essi, sebbene riacquistassero coscienza, pure si spensero lentamente e, alla fine dell’anno, io rimasi l’unico Signore dello Hyarrostar e fui anche l’ultimo a onorare un simile titolo.
Nei mesi successivi, Pharazon intensificò il suo potere a corte e condannò a morte gli ultimi sostenitori di Eargon che ancora gli resistevano; infine, una calda sera di luglio, egli inviò messaggeri presso tutti i nobili del Regno, invitandoli a prendere parte ad un evento quale mai prima i loro occhi avevano mirato.
Giunti che fummo ad Armenelos, ci avvedemmo quanto fossero rimasti in pochi ad innalzare gli antichi vessilli di Numenor, ché la maggioranza dei soldati recava le insegne nere e dorate di Pharazon; allorché egli si avvide che i suoi ospiti avevano preso posto, si levò dal suo scranno e due oscure figure avanzarono ai suoi fianchi; infine, giunto dinanzi alla balaustra che si affacciava sul grande piazzale che occupavamo, levò il braccio destro e chiese la parola.
“Numenoreani! Gli eventi di recente accaduti mi hanno dimostrato che solo un Uomo dotato di possente volontà e sorretto da amici valorosi ed equi, può condurre i nostri destini verso un avvenire glorioso; non crediate, tuttavia, che questo sia un incarico al quale mi approssimo inconsapevole: alcuni anni fa, come molti fra voi ricorderanno – e qui il suo sguardo cadde ironico su di noi – certuni sostennero che la regina Tar-Miriel avrebbe agito saggiamente, sconfiggendo i nostri nemici; eppure, una serie di ribellioni sono state provocate, le une causate dalla sua incompetenza nella difficile arte di governare, le altre da ingenui comandanti privi di ogni lungimiranza e prudenza.
Non vi sembra, dunque, che tale corso infausto degli eventi molte sofferenze abbia arrecato al nostro popolo? Mirate, o Numenoreani, le tristi sembianze di coloro che subirono le orribili cicatrici della guerra e le sventure della miseria! Mirate le oscure carceri ove furono racchiusi pericolosi ladri e biechi assassini, le cui azioni l’imbelle sovrana non seppe frenare! Mirate i lussuriosi postriboli, ove giace, oziando, la nostra gioventù! Mirate tutto questo, o Numenoreani, e domandate ai vostri animi chi è il responsabile del degrado che fino ad oggi ha imperato sulla nostra isola!”
“Tar-Miriel, Tar-Miriel!” prese ad urlare la folla, accompagnando il suo nome con osceni epiteti che non riferirò qui dinanzi a voi; allora, Pharazon levò nuovamente il braccio e chiese la parola:
“Se io fossi, Amici, un Uomo quale questi tempi oscuri hanno generato, tosto avrei chiesto la testa della sovrana ed essa sarebbe stata esposta qui, innanzi a voi; tuttavia, poiché la mia stirpe affonda le sue origini nella notte dei tempi, ecco che vengo a voi come salvatore della patria e della sua sventurata regina; dal momento che il risanamento dell’isola passerà attraverso quello dei suoi abitanti, ecco che io prendo, dinanzi a voi tutti, Tar-Miriel come mia sposa ed ella regnerà al mio fianco”.
Un grande mormorio di stupore si levò dal popolo; ma esso fu presto sommerso da frenetici applausi che si levarono da ogni dove; una quarta figura comparve allora sul palco reale ed ella era colei che un tempo avevo amato. Invano tentai di scorgere meglio il sembiante della figlia di Tar-Palantir, ché mi parve il cielo essere oscurato da una fuligginosa caligine; ratto, allora, mi voltai e scorsi Brethil che singhiozzava, versando amare lacrime accanto a me; fu solo allora che, stupito, mi accorsi anche io di piangere: molto morì in me in quel momento.
A lungo piansi, né ero il solo; distante pochi passi da me, il volto contorto da una smorfia di rabbia, era anche Isildur; tuttavia, se le sue lacrime erano dettate dall’impotenza e dall’ardore giovanile represso e tosto sarebbero state sostituite dal cieco desiderio di vendetta, le mie avevano un sapore più amaro, ché sancivano il definitivo addio agli anni della mia verde Primavera.
Infine, la figura più alta posta accanto al sovrano, calò la sua cappa ed io la riconobbi: Er-Murazon, il Signore dei Nazgul, era giunto a Numenor per celebrare la vittoria del suo padrone. L’oscuro servo di Mordor levò in alto la corona forgiata per l’occasione, ché mai prima di allora vi era stato un sovrano che avesse posto sul proprio capo un simile cimelio, e la collocò su quello di Pharazon, pronunciando simile parole: “Egli sarà sovrano con il nome di Ar-Pharazon il Dorato e la sua sposa sarà nota come Ar-Zimraphel. Lunga vita ai sovrani di Elenna!”

Il popolo accolse il nuovo re con gran tripudio ed infinite esclamazioni di giubilo; quanto a me, avevo preferito abbandonare quel triste luogo per fare ritorno alla mia contrada, tosto imitato dagli altri Signori dei Fedeli: giunto dinanzi alla città di Minas Laure, invitai presso la mia dimora Brethil ed egli accettò con gioia e gratitudine, ché le sue genti erano state completamente annientate ed egli era l’ultimo della sua casata.
Alcuni mesi dopo Ar-Pharazon inviò i suoi araldi presso i Signori dei Dunedain, chiedendo loro di sottomettersi alla sua maestà: nessuno fra noi firmò la sua richiesta e grande invero fu la sua ira, sicché fece giuramento sul padre che avrebbe condotto alla rovina coloro che gli si erano ribellati; dei trentatré Signori che erano sopravvissuti alla guerra e che non erano ancora fuggiti alle colonie della Terra di Mezzo, ben ventidue furono accusati di alto tradimento e condannati al patibolo; sette subirono la pena dell’esilio e quattro furono privati di qualunque carica avessero posseduto fino a quel momento; quanto a Brethil, accolse il dono di Iluvatar prima che fosse emanato il decreto di colpevolezza nei suoi confronti ed egli fu sepolto accanto ai corpi dei miei avi.

Lungo era stato il racconto di Erfea ed era ormai giunta l’alba quando la sua voce si spense fra il frinire delle prime cicale; profondamente commossi, i compagni allora gli si inchinarono ed egli condusse i loro passi ad una radura poco distante dal luogo ove avevano udito il resoconto di quei lontani anni: al suo interno, accanto a una gaia fonte, era posta una grande roccia, che mani abili avevano scolpito simile ad una pergamena aperta. Vi erano dei nomi incisi sulla sua superficie ed i compagni vi lessero, fra gli altri, quello di Erfea Morluin, di Amandil, di Elendil e dei suoi due figli, Isildur e Anarion.
Ancora oggi tale pietra è visibile ad Orthanc e si narra che neppure le corrotte arti di Saruman il Bianco, le oscene grinfie degli Orchi o ancora la furia dell’Isen allorché la valle fu allagata, riuscirono a spezzarla o ad insudiciarla: grandi onori le tributò Re Elessar allorché la scorse e ne decifrò le iscrizioni, ché essa era ivi posta a testimonianza imperitura del coraggio e della lealtà dei Numenoreani Fedeli al loro popolo e agli antichi vincoli di alleanza con le altre liberi genti».

Fine del racconto.

L’Infame Giuramento_VIII Parte (Il colpo di Stato di Eargon)

Scrivere sulle orme di un grande autore del genere epico e fantastico come lo è stato J.R.R. Tolkien non è semplice. Non si tratta solo di una questione di stile, o di conoscenza delle lingue della Terra di Mezzo o, ancora, della Storia dei popoli che l’abitarono. La difficoltà più grande da superare è costituita dal rispetto che al suo legendarium chiunque dovrebbe portare; indubbiamente possono esservi passaggi o scelte che non condividiamo (quanti di noi avrebbero voluto che Thorin o Theoden non morissero? E che dire della sorte di Frodo, incapace di riacquistare la pace al termine delle sue sventure, che pure avevano salvato la Terra di Mezzo?), ma ritengo sia giusto accettarli così come sono stati descritti dal loro autore. Non lo sostengo solo per una questione di rispetto: si tratta, invece, di una questione di coerenza, più facile da distruggere di quanto superficiamente si possa credere. Ogni evento, se trasformato, può produrre una serie di conseguenze che rischiano di mettere a repentaglio tutta la materia tolkieniana, alla quale l’autore – non bisogna mai dimenticarlo – ho dedicato tutta la sua esistenza.
Questa lunga premessa mi serve per introdurvi alla conclusione de «Il Racconto del Marinaio e dell’Infame Giuramento», nella quale, come avrà intuito chi ha letto le parti precedenti, il destino di Erfea, Miriel e dello stesso Pharazon, naturalmente, conoscerà una svolta drammatica.
Non si può nascondere che non ci sarà un lieto fine. Avrei voluto, certamente, che Miriel non cedesse alle lusinghe e alle minacce di suo cugino Pharazon; tuttavia, così facendo, avrei cambiato l’intero corso della Storia e non era questa la mia intenzione.
Che l’ascesa di Pharazon abbia inizio, dunque…non prima, tuttavia, che avvenga un vero e proprio colpo di scena…

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«Giunti che fummo innanzi ai cancelli del palazzo reale, il Maggiordomo del Palazzo venne da noi, ordinando di deporre le armi che recavamo seco: “Signori dello Hyarrostar, nessuno meglio di voi dovrebbe conoscere le leggi di questa contrada; certamente, rimembrerete che mai alcun Senatore o Membro del Consiglio dello Scettro abbia fatto il suo ingresso alla sala del trono adorno di simili cimeli!”
Fredda fu la mia risposta: “Né, tuttavia, si era mai visto che un membro della famiglia reale osasse usurpare il trono al legittimo sovrano; se grande è la nostra colpa, piccola essa sembrerà dinanzi a simili crimini. Perché dunque non rivolgesti le medesime ammonizioni ai Neri, che osarono fare il loro ingresso in questo palazzo, sprezzanti di qualunque autorità?”
Il Maggiordomo, allora, chinò il capo e più non parlò, ché grande era in lui la vergogna; i pesanti battenti furono aperti e facemmo il nostro ingresso nella Sala Circolare, ove si tenevano le riunioni del Senato e del Consiglio dello Scettro nei rigidi mesi invernali: due ordini di scranni correvano lungo tutto il muro, aprendosi solo dinanzi all’ingresso. Al centro, vi era un alto trono in marmo, posto su di un’ampia predella che si levava dal basso verso gli scranni della seconda fila; sappiate, amici, che codesti erano i posti assegnati a coloro che appartenevano alla fazione sostenitrice del Sovrano; grande perciò fu la nostra inquietudine, allorché l’Araldo del Sovrano diede disposizione affinché occupassimo la prima fila di scranni.
Nessuna parola fu pronunciata, né inchino mostrato; silenti e scuri in volto, prendemmo posto accanto ai nostri congiunti; ivi eran anche Amandil, Elendil ed Isildur, seguiti da Brethil l’Orbo: allorché si avvide che i Principi dello Hyarrostar erano con lui, Elendil prese a sussurrare al mio orecchio parole intrise di timori e rancori: “Erfea, questa è una trappola! Mai avremmo dovuto seguire i consigli di chi, per ingenuità o per follia, esortò i nostri voleri a prendere una decisione che arrecherà infinite disgrazie alla fazione dei Fedeli!” Isildur, tuttavia, mostrando infinito sprezzo del pericolo, accarezzò cupo l’elsa della sua nobile lama e parlò: “Fosse anche come tu dici, padre, pure vi sono qui campioni che i seguaci di Pharazon si pentiranno di aver convocato dinanzi a loro!”

Il primo oratore, dopo aver atteso che il brusio dei presenti fosse scemato, si inchinò dinanzi ai senatori e ai principi del Consiglio dello Scettro, dichiarando che la seduta era aperta; fu allora che mi accorsi quanto ciascun Uomo presente in quella sala, sia che egli sostenesse la causa di Numenor, sia che ambisse esercitare il potere su di essa, nutriva nel suo cuore le medesime paure ed ambizioni; non vi era nessuno, infatti, che non mostrasse apertamente le proprie armi. Alcuni senatori giunsero a pronunciare i propri discorsi impugnando con la sinistra le preziose pergamene sulle quali erano trascritti e posando la destra sull’elsa della lama che recavano seco.
Infine, allorché gli oratori appartenenti agli ordini più bassi ebbero terminato di parlare, un minuscolo uscio sulla sinistra fu aperto e Tar-Miriel fece il suo ingresso nella sala.

Erfea tacque per qualche attimo, rimembrando lo sconforto che l’aveva preso allorché i suoi occhi l’avevano veduta dopo lungo tempo; infine, proseguì la sua narrazione e la sua voce mutò, divenendo remota agli orecchi dei Signori dei PopoliLiberi:
“Ridotta a poco più di un pallido fantasma anelante alla vita, la figlia di Tar-Palantir sedette sul trono marmoreo al centro della sala; così esile era divenuta, che i massicci monili dorati, mai indossati prima di quel momento, parevano ceppi ai quali era ancorata, anziché tesori di inestimabile valore; gelido ed impassibile fu il mio animo in quell’ora, eppure non potetti distogliere lo sguardo dal suo sembiante ed ella fu consapevole della mia presenza; allora uno spento sorriso le illuminò il volto e in esso erano visibili tutti gli anni della nostra giovinezza, quando non ancora il nome di Pharazon era stato udito a Numenor e si ascoltavano canti lieti echeggiare in quelle medesime volte ove adesso regnava il Terrore.
La regina ascoltò con estrema attenzione le richieste dei suoi sudditi ed essi parevano indifferenti a quanto era accaduto di recente; si discusse della cattiva stagione del grano e del farro, e si stabilì un calmiere per i generi di prima necessità; tuttavia, non una voce si levò dagli scranni ove sedevano i membri del partito dei Fedeli, avvedendosi che codesta era solo una farsa; eppure, le sventure più gravi dovevano ancora giungere.

A metà mattinata, prima che le campane suonassero la quarta ora dopo il sorgere del sole, Eargon, che parimenti si era astenuto dall’intervenire sino a quel momento, chiese udienza presso la sovrana, domandandole che un suo capitano potesse far ritorno dall’esilio ove era stato confinato alcuni anni prima; nonostante il diniego che Tar-Miriel oppose a tale richiesta, egli insistette e si approssimò al trono; giunto dinanzi alla sovrana, continuando a scongiurarla di mutare parere, ecco che afferrò l’argentato scettro e lo inclinò verso il basso: come ci avvedemmo in seguito, quello era il segnale della rivolta.
Con una forza che sorprese tutti, Tar-Miriel afferrò l’Uomo, mentre la sua voce si levava alta nella sala, pronunciando queste parole in Quenya: “Dannatissimo Eargon, cosa fai?” Quello, allora, per tutta risposta, sguainò la sua lama e, rivolto ai Neri che erano sovra di lui, così parlò in Adunaico: “Fratelli, aiutatemi!”
Un gran numero di arcieri apparve allora sugli spalti interni e presero a colpire i senatori della nostra fazione; ancor prima che essi, però, facessero il loro ingresso nella sala, Isildur comprese quanto era in procinto di accadere: con un urlo, egli impugnò la spada e balzò in avanti, consapevole che i Neri avrebbero impiegato alcuni istanti per discendere dagli scranni superiori, appesantiti com’erano dalle armature che indossavano; giunto che fu dinanzi al figlio di Morlok, tentò di trucidarlo con un colpo ben assestato. Eargon, tuttavia, essendo più esperto ed accorto, scansò abilmente il fendente del suo avversario e lo abbatté con lo scettro che aveva sottratto alla regina, colpendo allo stesso tempo il capo di Tar-Miriel con l’elsa della spada; tutt’intorno, intanto, le spade mulinavano e le frecce fischiavano. La Sala Circolare, che mai aveva conosciuto la follia degli Uomini, divenne teatro di una grande carneficina; io combattevo al fianco di mio padre Gilnar e molti dei Neri giacevano caduti ai nostri piedi; infine, mi avvidi che Eargon si apprestava a trascinare il corpo esamine della sovrana in alto, lì ove occhi indiscreti non avrebbero potuto scorgere le nefandezze che il suo animo oscuro avrebbe desiderato soddisfare con la sua prigioniera: con un balzo imperioso, gli fui accanto, sbarrandogli la strada. Una freccia fischiò nell’aria, conficcandosi nella mia spalla destra; ferita non letale, ma profonda, sicché fu con immenso dolore che mi apprestai a duellare con il figlio di Morlok; egli sorrise compiaciuto allorché si avvide della mia ferita e levò in alto l’elsa della sua spada, i cui rubini rischiarati dalla tremula luce delle torce, parvero illuminare la lama di una sinistra aura rossastra; Sulring rispose allora con il suo azzurro baluginare ed il duello ebbe inizio».

Numenor: Game of Thrones (parte IV): Un sovrano per domarli tutti.

Care lettrici e cari lettori, bentrovati. Dopo essermi dedicato alla stesura del Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio» del quale consiglio la lettura per chiarire dubbi o semplicemente rinfrescare la memoria sui protagonisti che agiscono in questo articolo, ritorno alla narrazione del «Racconto dell’Ombra e della Spada». In questo brano verranno alla luce le divisioni esistenti fra i Fedeli, delle quali sapranno approfittare Pharazon e i Nazgul suoi consiglieri per costringere gli altri Numenoreani ribelli a sostenere la sua candidatura al trono. A proposito dei Fantasmi dell’Anello, mi piace sottolineare come in questa parte del racconto abbiano un ruolo fondamentale, soprattutto a livello oratorio: credo che questa sia una profonda differenza rispetto alle opere di Tolkien, nelle quali, invece, i Nazgul proferiscono poche parole, legate essenzialmente alla caccia dell’Anello e del suo portatore…per non parlare, poi, del celebre dialogo Re Stregone vs Eowyn, ormai reso oggetto (anche) di numerose parodie sul Web.

P.S. L’immagine che ho scelto come illustrazione principale per questo articolo, in effetti, non è ispirata alle vicende numenoreane, ma a quelle raccontate ne «La Caduta di Gondolin». Con un po’ di fantasia, tuttavia, non è impossibile immaginare che la figura corrispondente ad Idril sia Miriel, e che quella riferita a Maeglin sia invece Pharazon. Per quanto non abbia mai fatto cenno (almeno fino ad ora) ai trascorsi esistenti tra i due cugini, non è forse suggestivo immaginare che Miriel sospettasse fin dall’inizio delle oscure ambizioni di Pharazon? (osservate lo sguardo che Idril, la dama dalla bionda capigliatura, rivolge a Maeglin per rispondere a questa domanda). Buona lettura, aspetto come sempre i vostri commenti!

«Malumore e timori serpeggiavano ancora fra i Numenoreani, sicché Akhôrahil così ammansì i loro animi: “Amici, camerati di vecchia data, perché consumare nel nostro sangue la vendetta che noi tutti vogliamo ottenere su altri? Non sarò certo io a decantare le lodi di colei che così ferocemente ha tranciato i fili dell’esistenza di Dôkhôr, eppure, se le mie parole rivestono ancora importanza fra voi, dirò che ha agito secondo giustizia, né questo deve sembrarvi in contraddizione con quanto poc’anzi ho riferito, ché sovente essa si mescola alla ferocia, né, in tempi bui come questi, ove stolti governanti ed infidi ministri desiderano abolire diritti che i nostri antenati si procurarono versando il loro sangue in epiche imprese, è possibile agire in modo diverso. Io scorgo nei vostri occhi la medesima voglia di vendetta che si agita nel mio petto e che vorrei condividere con voi tutti: vendetta contro Tar-Miriel, vendetta contro Ërfea e Brethil, vendetta contro tutti coloro che tramano alle nostre spalle, fingendo di offrirci la loro amicizia in cambio del nostro silenzio. Il principe Dôkhôr è morto, e questa circostanza – spiacevole, indubbiamente – ci offre, tuttavia, la seguente scelta: obliamo tutti gli antichi rancori di cui la vittima – per ambizione personale o per poca lungimiranza non saprei dire – era portavoce e uniamoci al fine di salvaguardare le nostre esistenze. Ricordatelo, o Numenoreani – concluse poi, ritirandosi lentamente verso lo scranno di Pharazôn – i nostri nemici non sono in questa sala, ma dimorano oggi nelle vetuste aule della reggia di Armenelos”.

I Numenoreani allora si acquietarono e si sedettero nuovamente: Khûriel, che fra le Signore di Andor era quella più anziana e temuta, si levò allora dal suo scranno – unica fra tutti a non averlo abbandonato quando i suoi camerati erano stati presi dal terrore e dal panico – e così parlò: “Sei saggio e risoluto, mio signore; entrambi, lo sappiamo bene, condividendo la conoscenza delle arcane scienze che sono prerogativa di ben pochi iniziati, siamo giunti alla medesima conclusione, né è possibile attendere ancora, ché se così agissimo, ci comporteremmo invero stoltamente”.

Akhôrahil trasalì allorché udì le parole pronunciate così avventatamente dalla donna: ella osava paragonarsi ad uno degli immortali capitani di Sauron! Tanta audacia non poteva essere lasciata impunita! Egli formulò allora rapido nella propria avvizzita mente le parole che avrebbero costretto la Numenoreana a strisciare sul lurido suolo della caverna, simile ad un cieco verme che si agiti, inerme, nell’oscurità: furente, levò la mano, eppure, chiare e distinte gli giunsero altre parole, pronunciate per un diverso fine, ma che ebbero il potere di arrestare la sua ira. “Mia signora – aveva domandato Ëargon, incuriosito dalla sua affermazione precedente – qual è il tuo consiglio in questa ora buia per il tuo popolo?”

Khûriel tossì leggermente – aveva ormai superato il duecentottantesimo anno di vita ed il suo corpo iniziava lentamente, ma costantemente, ad indebolirsi, sebbene fosse ancora lucida di mente – e così rispose: “Giovane Ammiraglio, sei stato risoluto allorché hai affrontato Dôkhôr senza mostrare esitazione alcuna, ché se la Principessa delle Terre Orientali non fosse intervenuta al tuo fianco – e qui si inchinò leggermente dinanzi ad Adûnpahel, la quale, condividendo l’opinione del Quinto Nazgul sul destino che avrebbe voluto riservare alla donna, fu costretta, suo malgrado, a mostrare per il momento la medesima cortesia, in attesa che il Re degli Stregoni, che ora era nuovamente immerso in profonda meditazione, mostrasse quale fosse la sua opinione al riguardo – non avrei avuto alcuna tema a prendere il suo posto, né sarei stata tanto clemente così come lo è stata lei, ché l’avrei ucciso seduto stante ed egli non avrebbe potuto oppormi alcuna resistenza, ché, osservatemi, io non sono disarmata”. Rapida, Khûriel levò allora in alto uno spadino che aveva occultato nelle pieghe del suo scialle nero, sicché finanche coloro tra i Numenoreani avevano manifestato ilarità dinanzi alla sua dichiarazione, furono costretti a ricredersi e più non risero. Soddisfatta dall’aver visto negli occhi dei suoi camerati la paura, la donna proseguì ed ella si rivolse a tutti loro: “Se non fosse stato per lady Adûnaphel, tutti voi saresti morti due volte: la prima volta, a causa del cieco terrore che si era impadronito delle vostre membra e che avrebbe prostrato ogni volontà di resistenza; la seconda, per i colpi che vi sareste inferti l’un l’altro senza più discernere l’amico dal nemico, il saggio dallo sciocco. Stolti! – rimproverò loro con quanta forza aveva in corpo – conoscete così poco dei vostri avversari da non capire quanto essi siano deboli e divisi al loro interno? Credete forse che nell’Accademia dei Paladini, ove essi risiedono meditando e duellando ogni dì, perseguano tutti un medesimo scopo? No, camerati, vi sono gravi motivi per ritenere che vi siano fratture al loro interno, delle quali potremmo approfittare se agiremo tempestivamente e con forza”.

Udendo quelle parole, l’ira di Akhôrahil decadde ed egli considerò sotto una nuova luce la donna: sino a quel momento, infatti, aveva finto di essere a conoscenza di informazioni utili a distruggere il nemico senza, tuttavia, avere la minima cognizione di esse, ché suo scopo non era divulgare, ma istigare gli animi dei Numenoreani affinché rivoltassero il governo di Tar-Miriel. Nessuna parola, tuttavia, fu mormorata a proposito di quello che era il vero obiettivo del Re Tempesta: avere la testa di Ërfea Morluin, l’unico ad aver profanato la fortezza dei Nazgûl situata nel profondo delle sabbie dell’Harad, sottraendo loro documenti di importanza vitale, ed egli era molto cauto nel pronunciare il suo nome, per tema che i Numenoreani intuissero le sue ambizioni e comprendessero quanto sarebbe stato meglio celare il più lungo possibile. Per molte leghe tutt’intorno, infatti, erano note le gesta del figlio di Gilnar e, nelle lunghe veglie serali, alcuni soldati erano soliti mormorare che questi fosse venuto a conoscenza di arcani segreti appresi nel lontano Oriente, fra i quali erano compresi la facoltà di domare la mente dei suoi nemici e di arrestare il corso del tempo. Akhôrahil, naturalmente, sapeva che era tutto falso, né gradiva che sul suo acerrimo nemico circolassero voci che avrebbero contribuito a rendere la sua figura ancora più potente a corte: quanto al suo Signore, egli non rivelava alcunché dei suoi pensieri agli altri Nazgûl, a meno che Sauron non avesse espresso parere contrario, e questo perché, come tutti coloro che un tempo erano stati Paladini, Er-Murazôr riteneva poco degno confidarsi con altri che non fossero la propria mente ed il proprio congiunto[1]. Non avendo preso moglie neppure negli anni in cui era stato solo il secondo figlio del re di Numenor, il Capitano Nero custodiva ogni cosa gelosamente e quanto all’indovinare in quale direzione si orientasse il suo pensiero, solo l’Oscuro Sire in persona aveva forza sufficiente a scoprirlo.

Khôrazid, credendo di aver trovato un’alleata nell’anziana donna, così l’apostrofò: “Deh, parla dunque! Cosa ti spinge a credere che i Fedeli siano divisi quanto lo siamo noi?” e qui la sua bassa voce si alterò in modo orribile ad udirsi, affinché tutti potessero cogliere l’intrinseca ironia sottesa a quelle parole.

Khûriel non fu parca di spiegazioni: “Sappiate, o camerati, che fra i nostri nemici, solo Amandil gode di una popolarità tale fra il popolo da poterlo spingere, un giorno, a ribellarsi all’autorità della regina, se volesse impadronirsi del trono o favorire l’ascesa di un suo compagno; tuttavia, mai egli avrà in mente un tale desiderio, essendo la sua stirpe la più prossima fra quelle che servono Tar-Miriel ed i legami di sangue con lei troppo profondi per poter essere spezzati senza aver tema di attirare su di sé la vendetta dei Valar, cui Amandil, come tutta la sua gente, è molto devoto”.

Ëargon allora interloquì: “Eppure, non posso fare a meno di ritenere Ërfea l’ostacolo più imponente che ci separa dalla vittoria. Forse che io erro prestando fede a ciò che il mio cuore mi suggerisce?”

Khûriel replicò: “Non sbagli, figlio di Morlok; tuttavia, è stato detto che l’errore coesiste spesso con la verità ed un giovane Paladino di Numenor dovrebbe conoscere questo precetto, che è uno dei più importanti fra i Precetti dell’Ordine”.

Pharazôn, il quale era sorpreso da una simile dichiarazione, non avendo mai militato fra i Paladini, dei quali il padre aveva avuto una pessima considerazione, così interrogò la donna: “Sai questo? Come è possibile?”

Trascorse molto tempo prima che la donna rispondesse, infine, quando la maggior parte dei camerati si era convinta che si fosse ormai tramutata in una roccia grigia per effetto di un perverso incantesimo, parlò e la sua voce parve, per qualche istante, provenire dagli algidi abissi al di là del tempo: “Sono stata una Paladino, molti anni fa, quando i vostri nemici erano giovani”; infine si scosse, e parve che il suo spirito fosse ritornato nel loro mondo provenendo da universi senza nome: “I Paladini sono invisi al popolo e tardivo si è rivelata l’apertura dei cancelli dell’Accademia anche a quanti non sono di sangue reale”.

“Eppure – interloquì perplesso Pharazôn – Amandil stesso è un Paladino ed il suo nome è onorato da tutti”.

“Sì, lo è – rispose la donna – ma solo perché il popolo vede in lui l’erede primigenio di Elros Tar-Minyatur[2] ed egli è stato abile a porsi al di sopra delle due fazioni in diverse occasioni, sembrando l’uomo più indicato per porre fine alla guerra civile che ormai da troppi secoli persevera nella nostra isola. I miei informatori riferiscono che Amandil è un moderato e non intende entrare nella lotta tra partiti, ambendo solo al bene del suo popolo; ciò significa, non di meno, che dovremmo considerarlo sin d’ora un nostro nemico, perché egli si opporrà con violenza alla nostra marcia su Armenelos e difenderà la cugina con ogni mezzo.”

“Sono stato un fraterno amico di Amandil, allorché avevamo entrambi un minor numero di primavere sulle spalle, prima che la condanna di mio padre all’esilio ci allontanasse e conosco la sua umiltà e la sua determinazione; ammetto, invece, di conoscere poco Ërfea, sebbene pochi anni ci separino ed egli sia uno dei miei nemici più acerrimi, anche per questioni che in questa sala non menzionerò[3] – ammise Pharazôn – “tuttavia, non condivido il medesimo parere di Khûriel e ritengo che il figlio di Gilnar rimanga pur sempre l’avversario più temibile fra quanti si frappongono fra noi ed il trono”.

“Non nego la tua ultima affermazione – replicò la donna – eppure, sai meglio di me che a difendere un reame la spada di un solo Paladino, per quanto micidiale, non è sufficiente.”

“Ritieni dunque – le domandò, inquieto, Ëargon – che nessuno fra i Paladini accorrerebbe in difesa del Morluin se noi dovessimo minacciare la vita della sovrana?”

Khôrazid, che sino a quel momento aveva meditato in silenzio su quanto ascoltava, espresse il suo dissenso ad una soluzione che portasse alla morte di Tar-Miriel e questo perché, come ammise egli stesso – “per molti anni, quando era un’infante, ero solito tenerla sul mio grembo, come fosse stata una delle mie figlie, ed ora il mio cuore, al solo pensiero che la luce dei suoi biondi capelli possa essere soffocata dal rosso sangue, trema ed è preso da grande sgomento”.

Akhôrahil, che era sul punto di scagliare una pesante invettiva contro l’anziano principe, allorché scorse serpeggiare un grande disagio tra quanti erano della fazione moderata, mutò parere e si limitò a rispondergli con ironia mista a sarcasmo: “È nel fato degli uomini incontrare quando meno se l’attendano la morte ed abbandonare questo mondo; se la tua gente, tuttavia, inorridisce dinanzi a tale realtà, non è affar mio o di quanti mi sostengono; in fondo – ammise, mentre una nuova malvagia idea gli sorgeva nella mente – non è necessario che la regina muoia”.

Il volto di Khûriel si illuminò allorché si rese conto che, finalmente, il consigliere di Pharazôn era giunto alle sue medesime conclusioni: “Non lo è, infatti; anzi, se così agissimo, non faremmo altro che infliggerci da soli una pesante sconfitta. Non dobbiamo in alcun modo condannare a morte la sovrana, o altrimenti scateneremmo nel popolo una feroce reazione dinanzi alla quale nessun muraglione, bastione o torre potrebbe esserci d’aiuto. Tar-Miriel sarà parte integrante del Nuovo Ordine, quando questo sarà costituito”.

“Sono d’accordo con quanto affermi – interloquì allora Ëargon – tuttavia ancora non hai dato risposta alla mia domanda: nessun Paladino interverrà in aiuto del Morluin, se, anziché rivolgere le nostre armate contro la sovrana, dovessimo rivolgerle contro i Fedeli, aprendo una nuova fase della guerra civile che ormai perdura da diversi secoli? Quale sarà, inoltre, il parere di Tar-Miriel, allorché il suo generale più valido – e, diciamolo pure, il suo amante – sarà attaccato?”

“I quesiti che poni sono strettamente intrecciati, figlio di Morlok, ed ad essi verrà data risposta. Ërfea sarà sostenuto dalla sua gente ed essi, per quanto possano essere valorosi, sono pur sempre in numero minore rispetto alle genti delle altre contrade, né gli mancherà l’appoggio di Brethil ed egli, in verità, può contare su un sostegno ancor più esiguo da parte del suo popolo: le mie fonti, infatti, riferiscono che quasi tutti i cittadini del Mittalmar abbiano abbandonato le loro ancestrali dimore, trasferendosi nella grande città di Armenelos, ove sono stati tosto sedotti dai nostri agenti, rinfoltendo, in questo modo, le nostre fila di guerrieri. Per quanto concerne la tua seconda domanda, posso adesso rivelare che mai la regina ha trovato in Brethil un fedele compagno, prediligendo piuttosto i servigi che il duca Morlok, tuo padre, non ha risparmiato di offrirgli”.

“È vero che mio padre ha sempre tenuto in grande stima la sovrana – ammise pensieroso Ëargon – e questa sua preferenza ha costituito sovente motivo di contrasto tra le mie e le sue opinioni a tal riguardo; tuttavia, credevo che, spinta dall’affetto per il suo amante ritrovato, ella sarebbe stata più indulgente nei confronti di Brethil, il più anziano tra i suoi Grandi Ammiragli”.

Khûriel replicò: “Giovane comandante, non ti nascondo che nei giorni scorsi anche io ho nutrito il tuo medesimo dubbio, tuttavia, infine, le mie perplessità sono svanite allorché ho riflettuto su di un episodio avvenuto molti anni fa, quando tu non eri ancora nato, e che coinvolse un cugino di Brethil, Arthol il Superbo”.

Il figlio di Morlok annuì: “Se è il medesimo Arthol di cui mi hanno narrato i miei precettori, allora non dirò che la sua vicenda mi sia sconosciuta; cosa avrebbe a che fare, tuttavia, questa antica storia con quanto deve ancora essere?”

La donna sogghignò: “Arthol, Brethil ed Ërfea erano un tempo molto legati, costituendo un terzetto inseparabile, sicché Brethil, sebbene fosse in età maggiore rispetto agli altri due ragazzi, pure era ad essi molto legato. Come alcuni tra noi ricorderanno – e qui il suo sguardo si diresse su Akhôrahil – Brethil accompagnò suo cugino all’investitura di Cavaliere del Regno e per molto tempo ebbe per lui parole degne di ammirazione: ogni legame di amicizia e di rispetto, tuttavia, fu reciso allorché Arthol e sua sorella Gilmor furono coinvolti nell’oscuro complotto per eliminare Tar-Palantir e sua figlia, ché Brethil ed Ërfea, il quale, pure, era stato di Gilmor l’amante, denunciarono i loro sospetti a Gilnar e forse allo stesso Tar-Palantir, ché costui sembrava essere stato messo a conoscenza di quanto era accaduto ancor prima che il caso fosse dibattuto pubblicamente nell’assemblea del Senato, ed essi provvidero affinché i congiuranti fossero arrestati e giudicati. Tar-Miriel, nonostante l’indubbio legame che continua a legarla al Morluin, non ha mai dimenticato la parentela che intercorreva fra Arthol e Brethil, diffidando da quel giorno in poi di questo ultimo, né il Comandante dell’Esercito sembra abbia perdonato alla regina e a suo padre di non aver mai voluto accertare le responsabilità di coloro che, a sua detta, pur avendo preso parte al complotto, erano ancora liberi. Brethil non si fermò alle minacce, ma si diresse al Palazzo Reale, ove mostrò alla corte stupefatta un elenco dei probabili mandanti del complotto, senza però che la sua proposta fosse seriamente valutata, a causa della mancanza di prove; quanto a Brethil stesso, interrogato più volte da Amandil a proposito, non volle mai rivelare dove avesse appreso quei nomi, per tema che codesti uomini potessero essere messi sull’avviso e fuggissero da Numenor”.

Ëargon interloquì: “Non ero a conoscenza di questi avvenimenti ed è un bene per tutti noi che la tua presenza in questo consesso non sia venuta a mancare oggi; se a quanto dici si aggiunge l’invidia crescente fra Brethil e mio padre, per la sua nomina a Tesoriere del Regno, allora si intuisce che la frattura fra i principi fedeli alla corona è in realtà molto più grave di quanto non si possa credere a prima vista”. Khûriel, che era giunta al termine della sua narrazione, sorrise al giovane ammiraglio e fece ritorno al suo scranno, in attesa che altri prendessero la parola.

Pharazôn, che aveva ascoltato ogni singola parola pronunciata dalle anziane labbra della donna, prese a riflettere sui nuovi elementi che aveva testé appreso; egli, infatti, se da un lato aveva da sempre mirato a colpire i paladini più che la regina stessa, ignorava molte delle lacerazioni delle quali aveva discusso Khûriel, e credeva che queste, laddove fossero state presenti, si sarebbero ricucite per far fronte alla minaccia che i suoi uomini avrebbero portato allo Stato. Infine, dopo aver così ponderato, parlò ed espresse i suoi pensieri: “Supponiamo, per un solo istante, che Ërfea sia abbattuto, la sua gente condotta in catena per il divertimento dei miei guerrieri e Minas Laure ridotta ad un cumulo di macerie; supponiamo, altresì, che gli altri Paladini non accorrano in suo aiuto e che decidano di non immischiarsi in questioni che ritengano non essere di loro interesse; supponiamo, infine, che ogni nostra speranza si realizzi e che la Regina si mostri indulgente nei nostri confronti e disposta ad offrirci la sua collaborazione: a cosa condurrebbe tutto ciò? Al nostro successo, forse? No, ché questo sarà possibile solo quando uno tra noi – e qui il suo sguardo cadde malizioso su ognuno dei principi presenti – reclamerà ed otterrà per sé la corona di Numenor; tuttavia, se prima non facciamo chiarezza su questo punto, nessun fato sarà tanto benigno da permetterci di trionfare”.

Turbati, i Principi dei Numenoreani scrutarono nelle tenebre che circondavano gli alti scranni neri sui quali sedevano e presero a meditare sulla proposta, implicita e tuttavia fin troppo palese, che Pharazôn proponeva loro: accettare il suo dominio e sostenerlo nella lotta contro i Paladini; dapprima esitanti, essi infine furono spinti a pronunciare giuramenti ed a presentare i loro vessilli ai piedi del cugino della sovrano, ché il desiderio di trucidare Ërfea, Brethil ed i loro compagni si era accresciuto nei loro cuori ed essi non avevano più alcun timore di prestare obbedienza ad alcuno, purché si fosse mostrato in grado di ottenere la vittoria sui Fedeli. Smaniosi ed esultanti, i Principi supersiti, fra i quali Ëargon e Khûriel erano in prima fila, presero ad intonare canti bellici in onore del loro futuro re e non si avvidero, colti com’erano da questa improvvisa euforia, che i tre Nazgûl, riunitisi alle spalle del trono di Pharazôn, avevano preso a scambiarsi sguardi che esprimevano una palese soddisfazione, ché il primo obiettivo del loro Signore si era realizzato ed ora la sua vendetta su quanti l’avevano in passato sconfitto, sebbene fosse ancora lungi dal concretizzarsi, sarebbe divenuta realtà».

Note

[1] Secondo il Codice dell’Ordine, dieci erano le indicazioni che i Paladini dovevano sempre tenere a mente: 1) Non coltivare pensieri perversi; 2) la Via consiste nell’addestramento; 3) coltivare parecchie Arti diverse; 4) cercare di conoscere le vie e le modalità relative a qualsiasi mestiere o attività; 5) saper discernere il successo dal fallimento nelle questioni mondane; 6) esercitare l’intuizione e la capacità di giudizio in ogni attività; 7) saper percepire le cose che non si vedono; 8) prestare attenzione perfino alle cose marginali; 9) non fare cose inutili; 10) tenere segreta la mente ed ogni suo pensiero a quanti non sono a conoscenza del proprio nome. È evidente, per altro, che Er-Murazôr aveva obliato alcune indicazioni del Codice, prestando giuramento solo a quelle che riteneva utili per raggiungere i suoi scopi.

[2] Dopo l’editto prolungato da Tar-Aldarion, anche alle donne fu permesso di salire al trono di Numenor; Silmariel, perciò, ava di Amandil e primogenita del sangue reale, avrebbe anch’ella ottenuto la corona se fosse vissuta in tempi successivi, né questo particolare, nell’epoche turbolente che seguirono la scissione dei Numenoreani, fu dimenticato dai Fedeli, sebbene Amandil in persona avesse tentato sino all’ultimo di rifiutare la maestà delle genti occidentali.

[3] Qui segue una nota frettolosamente riportata sul margine sinistro del manoscritto da Ërfea e che Ëruo volle includere nella revisione finale del testo: “In verità, è evidente che il Re (Ar-Pharazôn) ambiva ottenere la mano di Tar-Miriel non solo perché il matrimonio fra i due avrebbe aperto la sua strada verso il trono, ma anche perché era attratto dalla regina e desiderava ottenerla per soddisfare le sue brame; non è improbabile, infine, che egli abbia voluto in questo modo rendermi profondamente infelice ed ottenere così vendetta sul mio rifiuto di sostenerlo nella sua lotta per ottenere lo scettro”.

Numenor: Game of Thrones (I)

Bentrovati! Per il titolo di questo articolo, come avranno notato i lettori dei romanzi «Cronache del ghiaccio e del fuoco» scritti da George Martin, mi sono ispirato alla celebre serie televisiva «Il Trono di Spade» (Game of Thrones). Nessuna paura! Non ho intenzione di mescolare elementi delle opere tolkieniane con quelli del celebre scrittore statunitense. Si tratta solo di un simpatico omaggio a una famosa serie TV, che mi è di grande utilità, però, per introdurre due racconti postumi (scritti, cioè, dopo aver terminato la prima stesura del «Ciclo del Marinaio») nei quali ho provato ad approfondire un aspetto della storia numenoreana, relativo alla guerra civile combattuta a Numenor nell’anno 3255 della Seconda Era, che avevo toccato solo marginalmente nel «Racconto del Marinaio e della Principessa».
Il conflitto vide schierati da un lato i Numenoreani fedeli al culto dei Valar e di Eru e dall’altro i sostenitori delle pretese avanzate da Pharazon – cugino di Tar-Miriel, legittima regina – al trono. Molti di voi sanno già come si concluse questa guerra civile; gli altri potranno scoprirlo leggendo questi due racconti. In fondo, le macchinazioni avanzate dagli uni e dagli altri per assicurarsi la vittoria dettero origine, a tutti gli effetti, a una sorta di «giochi diplomatici», nei quali complotti e tradimenti erano all’ordine del giorno.
In particolare, il racconto «L’Ombra e la Spada» che vi apprestate a leggere a partire da questo articolo presenta una singolare caratteristica: a differenza di tutti gli altri, che erano invece basati su ricordi ed esperienze vissute direttamente da Erfea o comunque facilmente recuperabili da una cerchia di persone che con il paladino di Numenor avevano relazioni, questo racconto è (almeno fino a questo momento) l’unico scritto da personaggi che con Erfea non avevano relazioni dirette, se così si può dire…dal momento che, come vi accingerete a leggere, i protagonisti di questo e dei prossimi articoli saranno proprio i capi della fazione avversa a Tar-Miriel, fra i quali un grande ruolo sarà attribuito ai tre principi numenoreani che furono corrotti da Sauron e furono tra i più potenti fra i Nazgul: Er-Murazor, Akhorahil ed Adunaphel.

Per questa ragione, trovo importante trascrivere, prima ancora di presentarvi l’incipit del racconto, una nota che spiega come questo documento finì nelle mani di Erfea.

«Questo scritto pervenne ad Erfëa tramite un’ambasciata che giunse a Gondor allorché erano trascorsi pochi mesi dalla Caduta: colui che gli consegnò il manoscritto, accompagnò tale dono con una lettera nella quale spiegava di essere stato per molti anni schiavo di Pharazôn e di essere fuggito da Numenorë allorché il suo Signore, venuto a conoscenza che questi aveva trascritto resoconti di vicende che non desiderava altri conoscessero, ordinò di ucciderlo e di bruciarne la dimora. Sulle prime, il principe di Minas Laurë esitò a prestare fede a tale scritto, ché molto diffidava dei Numenoreani Neri e dei loro inganni; in seguito, rimembrò che fra coloro che erano stati del seguito dell’ultimo sovrano di Andor, vi era un uomo il quale era solito essere condotto in catene dinanzi al suo trono per il bieco divertimento del re e della corte intera, ché era muto e nulla poteva ribattere alle risate crudeli che il governatore dell’isola riversava sul suo capo e comprese il suo errore. Sceso dallo scranno, il Sovrintendente di Gondor domandò perdono all’uomo per non averlo riconosciuto fin dal principio e ordinò che fosse ospitato fino alla fine dei suoi giorni presso una ricca dimora che gli fu assegnata come risarcimento per le torture che aveva subito durante gli anni ormai distanti della sua giovinezza: grato per il dono del principe, l’uomo, il cui nome era Khanor, visse ad Osgiliath per due anni ed infine spirò».

Prima di lasciarvi alla lettura dell’articolo, infine, voglio fare un’ulteriore premessa: questo racconto e quello che segue, intitolato «Il racconto dell’infame giuramento» presentano un tono più cupo e drammatico rispetto a quelli che avete letto fino ad oggi. In parte, questa scelta è stata motivata dalla necessità di assecondare un linguaggio più consono ai protagonisti principali di questi racconti, che militano nel campo «avverso», per così dire; in secondo luogo, soprattutto nel primo racconto, ci sono evidenti influssi derivati dalla lettura dei romanzi di H.P. Lovecraft, soprattutto a livello di ambientazione. Credo ne sia uscito un quadro abbastanza diverso dal solito – si potrebbe dire, con una battuta, che questi sono i racconti forse «meno tolkieniani» che io abbia mai scritto – ma lascio a voi il compito, spero piacevole, di giudicare se sia o meno riuscito nel mio intento.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«In quei giorni[1], Pharazôn, nipote di Tar-Palantir, sovrano di Numenor nei giorni del suo triste declino, tenne un consiglio fra quanti erano del suo partito, ché egli, sebbene si fosse atteso la proclamazione di sua cugina a sovrana di Numenor, pure non smetteva di detestarla, temendo che i Fedeli avrebbero preservato negli anni del suo regno la gloria che sì recentemente avevano conquistato: incapace di trattenere ulteriormente la sua ira ed il suo timore, convocò coloro che erano stati i camerati di suo padre e che erano sopravvissuti alla prigionia o alla morte in battaglia. Sulle prime, gli Uomini del Re espressero un palese disagio nell’ottemperare la richiesta del figlio di Gimilkhâd e questo accadeva perché erano sopravvissuti in pochi e temevano di terminare tristemente i propri brevi giorni; infine, poiché essi erano ansiosi di ottenere vendetta su Tar-Miriel e i suoi Paladini, acconsentirono ad incontrare Pharazôn nella cave abbandonate di Dûr-Zhirûk[2], poste all’estremità meridionale della penisola di Andustar: tale contrada godeva di cattiva fama, ché i pastori non permettevano che i loro armenti pascolassero nei suoi recessi nebbiosi e grigi, né i pescatori osavano condurre le loro fragili imbarcazioni nei pressi delle sue imponenti scogliere di nero basalto, il cui silenzio era rotto solo dall’incessante fragore provocato dalla rabbia del Grande Oceano. Pochi fra i sapienti Numenoreani erano a conoscenza di quali oscuri pertugi si aprissero all’interno di tali recessi e non facevano volentieri parola di quanto avevano scoperto ad altri che non fossero i Cundo dell’Accademia, per timore che la follia ed il terrore si impadronissero delle menti di coloro che impunemente fossero venuti a conoscenza di esseri che si diceva fossero vissuti in quegli oscuri antri prima ancora che l’Isola del Dono fosse sollevata dalle acque: a quanti affermavano che solo i Valar avevano avuto parte alla creazione di Numenor, costoro replicavano che finanche Melkor era stato nel loro Novero e che dunque, per quanto la sua oscura essenza fosse stata scagliata nello spazio atemporale che si estendeva al di là del Tempo, pure il suo malefico influsso aveva contributo, in parte, alla sollevazione di Elenna dal fondale dell’Oceano, plasmando la roccia di Dûr-Zirûk secondo la sua perversa volontà. Per molti secoli, i Numenoreani avevano evitato le contrade oscure che si estendevano al di là delle desolate piane dell’Andustar; infine, coloro che erano tra gli Uomini del Re noti per la loro malvagità e crudeltà, avevano edificato in questi luoghi oscuri altari a divinità senza nome, il cui culto era sopravvissuto negli anni fino a giungere ai giorni di Pharazôn; questi, sebbene fosse poco o punto propenso a credere ai racconti che circolavano su Dûr-Zirûk, pure aveva esplorato quegli spaventosi anfratti e si era convinto che l’orrore primigenio che emanavano gli affreschi immondi che ne coprivano i soffitti avrebbe influenzato le menti dei suoi camerati, esortandoli a compiere la scelta che avrebbe ritenuto più consona ai propri interessi. Riluttanti, i Signori degli Uomini del Re accettarono il suo invito, non prima di aver giurato che non avrebbero rivelato a nessun altro figlio di Iluvatar quanto avrebbero scorto o udito in quelle immonde sale sotterranee: accadde dunque che durante un novilunio, quando massimo cresceva nel cuore dei Fedeli il timore e l’avversione per le contrade il cui nome risuonava alle loro orecchie maledetto ed infido da ascoltarsi, essi si radunassero a Dûr-Zhirûk, abbigliati nelle loro regali vesti; per primo, giunse Khorazîd, Principe dell’Andustar, e numeroso era il suo seguito di schiavi, concubine e mercenari; dopo che egli ebbe abbandonato la sua lettiga d’oro e si fu calato nelle voragini della terra, altri Signori della schiatta ribelle di Elros Tar-Minyatur lo seguirono. Dôkhôr, Principe del Fornastar, fuggito anni prima nella Terra di Mezzo perché accusato di aver perpetuato immani stragi nelle province che Ar-Gimilzor gli aveva attribuito, era fra coloro che presero parte al consesso; Azâran, Principe dell’Ondustar, il più anziano fra i camerati del padre del giovane Pharazôn, era stato fra i primi ad accorrere allorché l’erede del suo signore era giunto alla sua antica dimora per condurgli di persona la missiva sulla quale era trascritto l’invito al Consiglio del Partito degli oppositori alla Regina; finanche Akhôrahil, che pure era scomparso da Numenor allorché Erfëa aveva scoperto la sua reale identità celata nei deserti infuocati del remoto Harad, aveva fatto ritorno ad Andor e, sebbene avesse mutato il suo sembiante, pure furono in molti coloro che crederono di riconoscere nel suo volto l’antico membro del Consiglio dello Scettro di Ar-Gimilzor. Principi e dame – ché, seppure in numero inferiore, esse erano presenti al consesso e si dimostrarono non meno risolute e spietate di quanto non lo fossero i loro consorti – furono condotti da esperte guide per segreti pertugi fino alle radici dell’Isola, ove i loro sguardi, che pure erano avvezzi alle peggiori nefandezze che i Secondogeniti avessero escogitato nel corso di lunghi secoli, furono atterriti e disgustati, sicché non furono pochi coloro che si coprirono il capo a causa del terrore che affreschi obliati da molti anni suscitavano in loro; finanche Dôkhôr, che pure era il signore di quella contrada, non aveva mai fatto visita a quegli orrendi sepolcri prima di quel momento ed il suo viso era ora pallido e smorto, come se un gran male l’avesse colto: unico fra tutti i presenti a non darsi pena per quanto accadeva era Akhôrahil, ché egli era fra i servi maggiori di Sauron e, sebbene conoscesse poco o punto i segreti nomi delle divinità ivi venerate per mezzo di orrendi sacrifici, le cui tracce erano ancora visibili sugli altari consunti dal tempo, pure si avvedeva che servivano il medesimo scopo del suo Padrone e di ciò si compiaceva».

Note

[1] Vi è qui un’allusione agli ultimi giorni del regno di Tar-Palantir: secondo alcuni commentatori, potrebbe riferirsi al terzo mese dell’anno 3255 della Seconda Era, ché la designazione di Miriel a sovrana di Numenor fu comunicata ai ministri del regno solo all’inizio della primavera, e tra questi gli unici ad averla appresa prima di tutti gli altri erano stati Amandil ed Erfëa.

[2] Dûr-Zhirûk, la Roccia del Demone nell’Adunaico, antica favella degli Uomini dell’Occidente.

P.S. In questi giorni ha raggiunto e superato la quota di 1000 commenti…sono molto soddisfatto di questo piccolo traguardo, ringrazio ciascuno di poi per aver contributo a realizzarlo! Puntiamo a…duemila!