Storia di Miriel – Solitudine e sofferenza

Care lettrici, cari lettori,
ritorno su queste pagine per augurarvi buone festività e farvi un piccolo dono: un nuovo brano, estratto da «Il Racconto della Rosa e del Ragno», che spero possa ricevere una buona accoglienza. Devo esprimere la mia gratitudine a Lettrice e a Simona, che mi hanno spesso esortato a proseguire i miei racconti. Vorrei poter dedicare più tempo alla scrittura de «Il Ciclo del Marinaio», ma il tempo, ahimé, non me lo permette più come in passato…
Ho iniziato anche il ventesimo racconto di questa lunga saga, intitolato «Il Racconto della Rosa e dell’Ombra» – anche questo incentrato su Miriel – ma per ora ho scritto solo poche righe…

Vedremo cosa ci porterà il futuro. Per ora posso solo anticiparvi che nelle prossime settimane pubblicherò nuove immagini, disegnate da una bravissima illustratrice che avete avuto modo di apprezzare già in passato…

Tanti cari auguri e possano i vostri sogni realizzarsi!

«I timori di Pharazon, tuttavia, non erano stati placati dalle risposte poco convincenti che sua cugina aveva pronunciato; egli vedeva bene come, al contrario, le sue risposte alludessero a scelte e disegni che estendevano la loro ombra più lontano di quanto lo sguardo di Lossë fosse in grado di scorgere. Era stato abile a nascondere le sue emozioni dinanzi allo sguardo indagatrice della fanciulla, tuttavia, ora che procedeva solitario lungo i sentieri sconosciuti ai suoi domestici che lo avrebbero ricondotto alla sua dimora paterna, lasciò che risentimento e rabbia prendessero parola nella sua mente: «Sei stato uno sciocco! Cosa credevi, di carpire la sua attenzione svelandole segreti a lei ignoti? Troppo a lungo hai osservato i suoi passi dirigersi lontano dai tuoi pensieri e tuttavia il tuo imbelle animo è rimasto inerte. Le tue parole non possiedono maggiore verità di quanto le tue belle maniere vorrebbero celare: proseguendo lungo questo percorso futile le tue uniche compagne saranno la menzogna e la ritrosia». Egli stringeva forti i pugni, mentre la sua mente era persa in simili ragionamenti, né, tuttavia, avrebbe desiderato mostrare ad altri che non fosse la sua ombra simili debolezze; fu così che il suo rientro alla dimora avita, ancora una volta, avvenisse senza che alcuno dei domestici di suo padre fosse in grado di notare l’assenza né il furtivo rientro nei suoi appartamenti, ove restò preda dei dubbi fintantoché non fu costretto a prendere parte al desco paterno.

Introdotto che fu nella grande sala paterna, non si accorse della presenza di un uomo che conversava amabilmente con suo padre, tanto foschi erano i suoi pensieri da occultargli la vista. Non era il viso di uno dei suoi cortigiani, questo lo vedeva bene; l’ospite aveva un aspetto regale, tuttavia il suo viso avrebbe atterrito il più coraggioso degli uomini, ché una grande maschera dorata gli ricopriva la fronte sino agli occhi. Fu solo quando ebbe preso posto dinanzi a suo padre che si avvide con orrore che lo straniero portava seco quella maschera perché il suo volto era stato deturpato: egli era cieco, ché due gemme rosse riempivano quelle che un tempo erano state le orbite oculari. Inoriddito, Pharazon non poté trattenersi dall’emettere un breve singulto di sorpresa allorché il suo sguardo cadde sui preziosi rubini. L’ospite, tuttavia, non dette segno alcuno di essere stato offeso dalla mancanza di tatto del giovane figlio del suo anfitrione, oppure, se avvertì lo sguardo di ribrezzo misto a disgusto che colui non smise di lanciargli per l’intera durata del pasto, non se ne dette pena alcuna. La cena trascorse celermente, né Pharazon avrebbe desiderato intrattenersi ancora in compagnia di suo padre e dello straniero: fu grandemente sorpreso, dunque, allorché costui gli si rivolse parlando nella favella dei suoi avi: «Costui, dunque, è l’erede minore al trono di Numenor». Pharazon esitò, come se un colpo invisibile l’avesse costretto a indietreggiare: indi, il rancore che era cresciuto lentamente nel suo animo durante quel pomeriggio crebbe sino ad esplodere fragorosamente: «Ebbene, mi si chiami pure così, dunque! Non sminuirà la mia figura, bensì quella di chi si intrattiene troppo a lungo nei bordelli di Armenelos per reclamare quanto dovrebbe spettare a suo figlio!» Una grande furia prese allora Gimilkhad, il quale aveva già alzato il suo forte braccio per punire l’arroganza di suo figlio; tuttavia, il colpo non andò mai a segno, ché lo straniero, incurante del suo ruolo e della sua cecità, sembrò aver compreso cosa sarebbe accaduto di lì a poco: ratto, infatti, egli mosse a sua volta una rapida mano che afferrò in una ferrea morsa il polso di Gimilkhad, costringendolo a gemere sommessamente.

Grande meraviglia e stupore si palesarono allora sul volto di Pharazon, ché mai aveva scorto qualcuno capace di arrestare l’ira di suo padre in maniera sì veemente; prudentemente, tuttavia, scostò il pesante sedile dalla tavola di marmo, non già perché temesse la reazione di suo padre – ché, lo vedeva bene, nulla poteva opporre dinanzi alla fermezza del suo ospite – quanto la sicurezza con la quale questi aveva bloccato il colpo paterno. Cieco pareva, eppure Pharazon non poté fare a meno di considerare quanto alla sua vista offesa altri sensi, al suo sguardo invisibili, supplissero egregiamente: al ribrezzo che sulle prime aveva provato nel suo tormentato animo, era infine subentrata una fanciullesca curiosità: non poteva esimersi dal chiedere a sé stesso risposte a quesiti che la sua mente acuta non era in grado di risolvere. «Donde io venga e quale sia la mia casata, questo tu domandi ai tuoi sensi in questa ora perigliosa» affermò l’Uomo a bassa voce, continuando a usare la favella dei camerati paterni».

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Storia di Miriel – Questioni di famiglia; Storia di Miriel – Tessitore di tenebra…; Storia di Miriel – Un’amicizia pericolosa

Questioni aperte…

Care lettrici, cari lettori,
in queste settimane – anche se molto a rilento – proseguo nella scrittura del racconto «La Rosa e il Ragno», dedicato all’adolescenza di due personaggi fondamentali del Ciclo del Marinaio, vale a dire Miriel e suo cugino Pharazon. Contemporaneamente, tuttavia, mi sto dedicando a un altro racconto – anche se qui siamo ancora a una fase embrionale – nel quale verrà spiegato quale ruolo ebbe Miriel nell’accettare la proposta – o dovrei dire l’obbligo? – impostole da suo cugino affinché gli cedesse scettro e la sua stessa persona. Questo punto, come ho già avuto modo di scrivere in passato, è piuttosto oscuro e dolente perché mette in luce un episodio doloroso della vita di Miriel: quello che posso anticiparvi per il momento, è che si tratterà essenzialmente di un racconto femminile, nel senso che le protagoniste saranno quasi tutte donne, ad eccezione di Pharazon, naturalmente.
A rendere le cose ancora più complesse, devo rivelarvi che qualche settimana fa, rimettendo ordine in casa in occasione delle festività natalizie, è saltata fuori una vecchia agenda ncontenente appunti e racconti scritti in versi, risalenti a una concezione originaria del «Ciclo del Marinaio» nella quale, come ricorderà chi ha letto questo articolo In principio era…Othello, ovvero come nacque il Ciclo del Marinaio, Miriel non era stato ancora inserita tra i protagonisti, a vantaggio di Elwen, che era allora la principale figura femminile dei miei racconti. Cosa mi consigliate di fare in proposito? Vi piacerebbe leggerli, anche se sono componimenti per certi versi superati?
Attendo il vostro responso, ringrazio fin d’ora chi vorrà dire la sua!

Domenico

Qui troverete gli altri brani de «Il racconto della Rosa e del Ragno»:
Ritratti – Miriel ed Erfea…e un nuovo racconto
Storia di Miriel – Questioni di famiglia
Storia di Miriel – Tessitore di tenebra…
Storia di Miriel – Un’amicizia pericolosa

Ar-Pharazon, the last king of Numenor

Pharazon. Only son of Gimilkhad, father of Varaneli. Became the leader of the faction of the Numenoreans who opposed Palantir and, subsequently, to his daughter Miriel, assisted by the Nazgul Akhorahil, Adunaphel and Er-Murazor, seized the throne of Numenor. He forced the queen to abdicate her in his favor, marrying her against her will, but promising her that she would save her life from Erfea. Pharazon, after Sauron pretended to submit to his power, became a follower of the cult of darkness and decided to invade Valinor, the land of the Valar (Gods): this reckless gesture caused the wrath of Eru (God) who destroyed Numenor. Pharazon and his entourage, however, were trapped in the Caves of Oblivion and will lie there until the end of days. He appears in the following stories: The Sailor and the Princess; The Sailor and the Half-elf; The Sailor and the White Tree; The Shadow and the Sword; The Infamous Oath.

Storia di Miriel – Un’amicizia pericolosa

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi voglio presentarvi l’ultimo brano scritto – per il momento – de «Il racconto della Rosa e del Ragno» che vi ha accompagnato in queste ultime settimane. L’articolo precedente – che potrete leggere (o rileggere) qui: Storia di Miriel – Tessitore di tenebra… – si è concluso con la decisione di Pharazon di recarsi a fare visita a sua cugina Miriel per capire quali sono i motivi che l’avevano spinta a incontrare Erfea. Spero di poterlo riprendere quanto prima, ma non temete! Nei prossimi articoli avrò modo di riprendere altre storie, altri racconti che spero potranno incontrare la vostra approvazione.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«L’ora del vespro si approssima – così le parlò [Pharazon], spuntando ratto da una robusta ginestra in fiore – e tuttavia vedo ancora, Lossë [Rosa, in elfico], che ti attardi ove nessuna compagnia può disturbare i tuoi pensieri. Profonda è divenuta dunque l’influenza del figlio di Gilnar, se egli ha posto nel tuo cuore la medesima solitudine che alloggia nel suo animo». Rise con eleganza, indi, con gesto rapido della mano sinistra, porse un fiore di orchidea alla cugina, inchinandosi leggermente: bianca era la superficie del fiore, eppure screziata di un colore azzurro notte, ché era – come ebbe a concludere il giovane – un omaggio agli occhi della principessa. Miriel sbatté leggermente le palpebre e sussultò portandosi d’istinto una mano al petto, come se si accingesse a parare un colpo invisibile; sebbene fosse ormai avvezza ai modi teatrali del cugino, non poté impedirsi, tuttavia, di esitare allorché la sua voce risuonò bassa alle sue spalle. «Sei solito recarti a farmi visita negli orari più imprevisti, caro cugino – tali furono le sue parole di benvenuto, seguite da un grazioso inchino che le scompigliò leggermente la capigliatura, resa leggermente rossastra dall’ultima luce morente del sole primaverile – sempre che qualcosa abbia attirato la tua attenzione tanto da farti rischiare una dura reprimenda nel caso i tuoi movimenti siano stati scorsi da occhi vigili».

«Sei abile a occultare i tuoi pensieri, figlia di Palantir – le rispose lui beffardo – dì piuttosto che la mia presenza ti risulta sgradita, ché le tue parole avrebbero dovuto alludere ai miei capricci anziché alla mia scarsa considerazione degli orari cari ai gentiluomini e alla dame di questa isola». Avanzò di qualche passo, avendo cura di non rivolgerle mai lo sguardo, limitandosi a osservare i boccioli del roseto che permeavano della loro fragranza il quieto meriggio. Arricciò delicatamente il labbro inferiore, quasi che un oscuro pensiero lo avesse turbato, indi riprese a parlarle: «I nostri padri erano soliti sostenere che nel nome di un uomo risiede la sua sorte; ebbene, non pare anche a te curioso come il figlio di Gilnar non aneli per nulla al mare e trascorra il suo tempo, invece, a domare le bestie selvatiche che suo padre tiene in gran conto, non essendo forse uomo avvezzo a quella ricchezza che il suo lignaggio avrebbe dovuto suggerirgli di considerare in modo benevolo?»

«Il tempo di Earien gli appartiene, e non vedo perché dovresti corrucciarti in merito a una scelta che non comprendi – le rispose lei, ancora divertita per la sua malizia, nonostante muovesse leggermente la mano destra per nascondere una ciocca ribelle che le cadeva sulla chiara fronte – Quanto a suo padre, perché dovrebbe rifiutare i doni che i Popoli della Terra di Mezzo gli inviano? Sarebbe oltremodo scortese – e qui lo sguardo cadde malizioso sul cugino – ché offenderebbe il lignaggio al quale egli appartiene».

Pharazon, preso congedo dalla bionda fanciulla, le rivolse un inchino beffardo e si allontanò percorrendo sentieri a lui solo noti; rimasta finalmente sola, Miriel poté ancora udire, in lontananza, riecheggiare una sciocca poesiola, le cui parole suonavano irriverenti nei suoi confronti.

«Rosa diletta,
donde vai sola, soletta?
Un inganno è la beltà
Corromperà la tua volontà»


Suggerimenti di lettura:

Storia di Miriel – Tessitore di tenebra…
Storia di Miriel – Questioni di famiglia
Ritratti – Miriel ed Erfea…e un nuovo racconto

Storia di Miriel – Tessitore di tenebra…

Care lettrici, cari lettori,
continuo in questo brano il racconto della giovinezza di Miriel, l’erede al trono di Numenor. Nel precedente articolo (lo potrete leggere o rileggere qui: Storia di Miriel – Questioni di famiglia) avete assistito a un furente litigio intercorso fra i suoi genitori, in merito alla decisione presa da Palantir, padre della principessa, di invitarla a frequentare Erfea, il giovane rampollo di una famiglia principesca di secondo piano della nobilità numenoreana; una scelta che non sembra trovare approvazione e gradimento da parte di sua moglie Silwen.
In questo brano, invece, approfondirete la conoscenza di un personaggio estremamente sgradevole e ambiguo dei miei racconti, Pharazon, il cugino di primo grado di Miriel e segretamente innamorato della principessa. Si badi bene: quello che tratteggerò nel brano che segue non è ancora la figura di Ar-Pharazon il Dorato, che un giorno ascenderà al trono di Numenor e arriverà ad accarezzare l’idea di conquistare il mondo intero (mega spoiler, lo so, ma era inevitabile e spero che i miei lettori potranno perdonarmi – perlomeno quelli che non hanno letto il Silmarillion di Tolkien) e che troverete raffigurato nell’illustrazione in copertina, opera di Anna Francesca Schiraldi. Volete avere un’idea di questo personaggio ancora acerbo? Allora pensate a Lex Luthor nel film “Batman v Superman: Dawn of Justice». Per chi non conoscesse il film…ebbene, leggete il brano e fatemi sapere a quale personaggio Pharazon vi sembra ispirato!

Buona lettura, come sempre aspetto i vostri commenti!

«All’epoca in cui si svolsero questi fatti, Gimilkhad, fratello minore di Palantir, non era stato ancora esiliato nella Terra di Mezzo a causa dei crimini che avrebbe commesso negli anni seguenti e dimorava presso il re suo padre. Egli crebbe un unico figlio, Pharazon, il quale aveva pressappoco la stessa età di Miriel; sovente, senza essere visto da alcun essere vivente, egli scavalcava l’alto muro che separava la dimora paterna da quella di suo zio e soleva osservare Miriel mentre costei si aggirava nel roseto che sua madre coltivava amorevolmente nella serra interna: per questa ragione egli prese a rivolgersi a sua cugina con il nome di «Lossë», che nella lingua elfica significava «rosa», perché ai suoi occhi ella appariva il più soave fiore sul quale avesse posto il suo pensoso sguardo. L’indole di Pharazon non si era ancora volta al male, né il giovane sembrava ambire a quel ruolo regale che il Fato, inesorabilmente, pareva negargli senza appello; pure la sua volontà non era mossa da pietà e la lunga solitudine alla quale l’aveva condotto l’educazione paterna, ostile a quanti non fossero dichiaratamente suoi camerati, aveva reso il suo animo volubile e lesto a cogliere in fallo il suo interlocutore, qualora questi non si fosse mostrato sufficientemente abile da destreggiarsi nei lacci verbali che egli lanciava su quanti, incautamente, avessero osato discorrere con lui.

Miriel non tollerava la compagnia del figlio di Gimilkhad, valutando i suoi approcci infidi nonostante le belle apparenze di costui; a causa del suo comportamento ella era solito chiamarlo Ungwë liante, ossia «tessitore di tenebra» nella favella dei Noldor; tuttavia Pharazon non pareva crucciarsi per questo nome e ignorava volutamente gli intenti polemici con i quali la fanciulla gli si rivolgeva. Nel corso di quella giornata il giovane principe, incuriosito dall’abito semplice che aveva indossato Miriel quella mattina, si era prodigato affinché le sue mosse non rimanessero ignote; non potendosi allontanare dalla sua avita dimora – ché i suoi precettori erano inflessibili e l’avrebbero punito severamente se avesse mancato a una sola lezione – egli era ricorso ai tordi, dei quali aveva appreso il linguaggio su indicazione di un camerata del padre: questi avevano dunque, su suo ordine, spiato l’incontro avvenuto fra la bionda fanciulla e il primogenito degli Hyarrostar e non avevano mancato di riferirgli ogni parola che i due avevano pronunciato. Oscuri presagi presero a muoversi nell’animo di Pharazon, ché egli, pur non avendo mai avuto occasione di conoscere il figlio di Gilnar, pure era colmo di pregiudizi nei confronti del suo casato, memore della parte che Gilnar svolgeva all’interno del Partito dei fedeli; a differenza degli altri principi delle casate reali di Numenor, infatti, agli eredi del sovrano non era permesso di frequentare le scuole regie, nelle quali codesti fanciulli si impratichivano nelle nobili arti e nelle perigliose scienze dei Secondogeniti. Non v’era alcun motivo di meraviglia, dunque, se lo stesso Erfea non aveva riconosciuto la sua futura regina, non condividendo i due i medesimi precettori: a lungo Pharazon soppesò quanto aveva appreso nel corso delle ore pomeridiane dalle sue spie, infine si convinse che quell’incontro del quale i tordi gli avevano riferito non fosse affatto causale: «Sicché la mia bella cugina ha conosciuto l’erede degli Hyarrostar – tali furono le riflessioni che espresse ad alta voce nel silenzio della sua camera – nonostante la severità dei suoi maestri non sia inferiore a quella dei miei precettori. Non v’è dubbio alcuno che questo non possa definirsi un incontro causale: altri voleri hanno disposto che questo avvenisse». Sogghignò, mentre mormorava i suoi pensieri nella penombra del meriggio, eppure non si recò immantinente da sua cugina; al contrario, evitò di incontrarla nei giorni seguenti, avendo cura, tuttavia, di metterle alla calcagna le sue piccole spie alate. Infine, quando fu certo dei suoi sospetti e l’occasione gli parve propizia, ammantato del suo mantello color porpora – il simbolo degli eredi in minore età allo scettro di Numenor – calzò le sue morbide scarpe in velluto nero e si recò, non visto da alcun servitore, nel roseto di Miriel, ove era certo di trovarla mentre coglieva le rose più profumate della stagione».


Suggerimenti di lettura:

Storia di Miriel – Questioni di famiglia

Ritratti – Miriel ed Erfea…e un nuovo racconto

Miriel

Post-scriptum su Miriel

Erfea il marinaio

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi voglio mostrarvi una nuova bellissima illustrazione, opera del tratto onirico di Giulia Nasini, la cui bravura già conoscete in questo blog per aver potuto ammirare la stupenda Miriel.  Questo ritratto di Erfea – non me ne vogliano i precedente illustratori – è forse quello che è riuscito maggiormente a tratteggiare il suo carattere malinconico e fiero allo stesso tempo. L’illustrazione che vi mostro rappresenta Erfea al comando della flotta di Tar-Palantir, poco prima che Pharazon prendesse il potere e decidesse di sabotare la nave sulla quale viaggiava per punirlo in seguito alla decisione presa dal nostro principe di non riconoscerlo come sovrano. Questi eventi sono narrati sia in questo brano che in quest’altro, e precedono l’arrivo di Erfea alla città di Edhellond, ove avrebbe fatto conoscenza con la bella mezz’elfa Elwen…ma questa è, come si suol dire, un’altra storia…
Spero possa piacervi, aspetto i vostri commenti!

Erfea

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Erfea, o degli eroici imperfetti

Ritratto di un principe

I dubbi di una scelta difficile: Elwen, Morwin ed Erfea

L’Infame Giuramento_IX Parte e ultima (Il trionfo di Pharazon)

Una rosa nel vento – Miriel

La geopolitica di Numenor: le casate reali dell’Isola dell’Ovest.

Quando scrissi Il Ciclo del Marinaio, avrei voluto inserirvi un’appendice contenente una serie di appunti – scritti in tempi diversi, ma coerenti almeno sotto il punto di vista contenutistico – che avrebbero descritto la geopolitica numenoreana all’epoca di Erfea. Non riuscendo, per varie ragioni, a completare questa appendice, ho deciso di riprendere in questa sede almeno una parte di quel materiale inedito per aiutare le mie lettrici e lettori a orientarsi all’interno di un capitolo sconosciuto, ma affascinante, della storia numenoreana. Per un approfondimento, consiglio la lettura della storia di Aldarion ed Erendis, scritta da Tolkien e contenuta nel volume Racconti Incompiuti: alcuni elementi affrontati in questo articolo e nei prossimi che pubblicherò inerenti questo tema, infatti, provengono proprio dagli scarni accenni presentati in quelle pagine in merito al funzionamento del governo numenoreano.

In primo luogo è necessaria una premessa. Al principio della sua storia, il regno di Numenor fu una monarchia assoluta all’interno della quale, tuttavia, il governo del sovrano era mitigato dall’azione di un Consiglio dello Scettro composto dai membri più importanti delle famiglie nobili di Numenor. Non conosciamo molto di queste stirpi: a parte, infatti, quella di Andunie – che discendeva in linea diretta dal primogenito di Elros Tar Minyatur, primo re di Numenor – delle altre sappiamo davvero poco. Per fronteggiare questa mancanza di dati, ho deciso di dare vita a una serie di linee principesche che discendevano dagli altri figli di Elros Tar-Minyatur, secondo questo ordine che vi presento in basso:

1) Casata reale. Vardamir Nolimon, primogenito di Elros, dette vita alla stirpe dei sovrani di Numenor. Dopo alcune generazioni, tuttavia, questa linea regale si scisse in due famiglie principesche: una, che aveva la sua progenetrice nella principessa Silmarien, primogenita del quarto re di Numenor (vi suggerisco, a questo proposito, di leggere questo bellissimo articolo scritto da Lettrice: https://soloperdirelamia.wordpress.com/2019/08/29/silmarien-e-miriel-regine-che-hanno-perso-il-trono/), che fondò la casata di Andunie (vedi sotto) e l’altra che proseguì sino all’ultima coppia di sovrani, Ar-Pharazon il Dorato e sua moglie (nonché cugina di prima grado) Ar-Zimpharel (o Miriel, se preferite, come me, il suo nome elfico). Il simbolo di questa casata era lo stendardo numenoreano, lo stesso che potete notare nei miei commenti e al centro della pagina di apertura di questo blog. Una linea cadetta della casata reale portò a due funesti frutti: il primo dei Nazgul, Er-Murazor, era il secondogenito di un sovrano numenoreano; suo cugino era il terzo nazgul di origine numenoreana, Akhorahil. Se siete interessati alle biografie di questi Nazgul, vi consiglio la lettura di questi articoli: Er-Murazor, il Primo dei Nove e Akhorahil, il Re Tempesta, il Quinto.

2) Casata di Tindomiel. Seconda figlia di Elros, dette vita alla stirpe dei principi di Forostar. Costoro divennero, in seguito, tra i principali sostenitori della fazione nazionalista di Numenor, ostile agli Elfi e ai Valar. Adunaphel l’Incantatrice, la Settima fra i Nazgul, discendeva da questa famiglia principesca (per saperne di più, vi suggerisco la lettura di questo articolo: Adunaphel l’Incantatrice. La Settima). Tale linea, a sua volta, si scisse alla metà della Seconda Era, dando vita alla casata dei principi dello Hyarnustar (vedi sotto), anche questa fervente sostenitrice dei Numenoreani nazionalisti. Khorazid e Antenora, che presero parte al complotto organizzato da Ar-Pharazon per prendere lo scettro, furono gli ultimi rappresentanti noti di questa casata. Il simbolo di questa casata era una luna calante argentata su sfondo blu; questo stendardo, modificato in parte, fu adottato da Adunaphel come suo vessillo da guerra, sostituendo il colore blu con quello rosso.

3) Casata di Manwendil. Terzo figlio di Elros, fu il capostipite della stirpe dei principi di Orrostar. Anche questa linea, come la precedente, in seguito divenne accesa sostenitrice degli «Uomini del Re», come erano chiamati i Numenoreani nazionalisti. Azaran, principe dell’Orrostar, fu uno dei nobili che presero parte al complotto promosso da Ar-Pharazon per rovesciare Miriel; egli era considerato eccezionalmente ricco dai suoi contemporanei, tuttavia il suo oro non lo aiutò a scampare alla morte, avvenuta per effetto dell’incendio della sua dimora, appiccato, sembra, ad opera dei servi del nazgul Akhorahil. Il simbolo di questa casata rappresentava un’ala di gabbiano su sfondo giallo.

4) Casata di Atanalcar. Quarto e ultimo figlio di Elros, fu il principe della regione di Numenor nota con il nome di Hyarrostar. Dopo di lui vi furono 24 principi, fra i quali i più famosi furono il grande ammiraglio Cyritur, che salvò la Terra di Mezzo dall’annientamento durante la prima guerra condotta dai Numenoreani contro Sauron, combattuta nell’anno 1700 della Seconda Era e, naturalmente, Erfea, che fu anche l’ultimo principe di Hyarrostar. Cyritur ebbe due figli: il maggiore continuò il lignaggio della stirpe paterna, mentre il più giovane ricevette dal sovrano il feudo su un’altra regione di Numenor, dando vita alla stirpe dei principi di Mittalmar (vedi sotto). Il simbolo di questa casata era una rosa bianca impressa su uno scudo araldico per metà nero e per metà azzurro.

5) Casata di Andunie: fondata da Silmarien e da suo marito, Elatan di Andunie, questa stirpe principesca reale governò il feudo di Andunie, la regione più occidentale di Numenor, all’interno della quale la maggior parte della popolazione restò legata all’amicizia con gli Elfi – che spesso approdavano su quelle spiagge – e con i Valar. Attraverso i secoli, dalla casata di Andunie emersero Uomini e Donne di grande valore e statura morale: basti pensare a Elendil e ai suoi figli, Isildur e Anarion; o ancora, per restare alle vicende de Il ciclo del Marinaio, a Nimrilien, moglie di Gilnar e perciò madre di Erfea. Da Isildur, attraverso molte generazioni, si giunge infine ad Aragorn e agli eventi raccontati ne Il Signore degli Anelli. Il simbolo di questa casata, prima dell’inabissamento di Numenor, era un delfino bianco su sfondo argentato, contornato da sette stelle e sette palantiri; successivamente assunse i più noti colori neri e argentati, ponendo al centro del proprio vessillo l’Albero Bianco.

6) Casata di Mittalmar: fondata dal secondogenito del grande ammiraglio Cirytur nel XVIII secolo della Seconda Era, questa casata ricevette in feudo dal sovrano una delle regioni centrali e più popolose di Numenor, il Mittalmar. La scelta di attribuire un feudo così importante a una linea cadetta, se pure di origine regale, non deve sorprendere: il sovrano aveva contratto un grande debito nei confronti di Cyritur, perché costui aveva trionfato sulle armate di Sauron, che era ormai giunto sul punto di conquistare tutta la Terra di Mezzo, salvo poche ridotte. I principi di Mittalmar, tuttavia, non furono mai compresi nel «Consiglio dello Scettro», proprio perché la loro linea non era considerata di primaria importanza. Negli ultimi secoli della Seconda Era questa casata si indebolì progressivamente; gli ultimi eredi furono tre principi ambiziosi e di belle speranze: Arthol (coetaneo di Erfea); Gilmor, sua sorella, nata dieci anni più tardi del fratello e, infine, il loro cugino più anziano Brethil, anch’egli molto amico del principe dello Hyarrostar. Oberati dai debiti e prossimi ormai al tracollo finanziario, i due fratelli organizzarono una congiura per uccidere l’erede al trono di Numenor, la giovane Miriel, e prendere così il potere in modo violento. A questo tentato Colpo di Stato non furono estranei neppure i Nazgul di origine numenoreana. Ad ogni modo, grazie alle rivelazioni di Erfea, che aveva scoperto causalmente il complotto, Arthol e Gilmor furono puniti con la pena capitale, mentre Brethil, che si rivelò estraneo alla congiura, fu risparmiato. Da quel momento in poi, tuttavia, memore della parte che la casata dei principi di Mittalmar aveva avuto nel tramare contro la sua persona, Miriel diffidò profondamente di Brethil, osteggiandolo apertamente ogni qual volta le era possibile, giungendo, alla fine del suo breve regno, a privare il principe di ogni carica. Brethil morì poco dopo l’ascesa al trono di Ar-Pharazon e con la sua scomparsa la casata di Mittalmar cessò di esistere. Il simbolo di questa casata era la spada di Cirytur impressa su uno sfondo verde.

7) Casata dello Hyarnustar: fondata da un membro cadetto della casata di Tindomiel, questa casata ottenne un grande feudo corrispondente alla parte sud-occidentale di Numenor, chiamato con il nome di Hyarnustar. Questa casata fu sempre in competizione con quella di Andunie per il possesso del porto di Eldalonde, che si trovava a metà tra i due feudi; ben presto la rivalità commerciale si tramutò in una contrapposizione politica, che vide i principi dello Hyarnustar militare nel partito nazionalista numenoreano. L’ultimo principe noto di questa casata fu Dokhor, un avido e rozzo guerriero che prese parte al complotto ordito da Ar-Pharazon per rovesciare Miriel. Il simbolo di questa casata era un calice d’oro su sfondo nero.

In questa mappa, tratta da L’Atlante della Terra di Mezzo di Karen W. Fonstad, ho inserito i nomi delle casate e i loro orientamenti politici. Non sono un grafico, però mi auguro che le associazioni geopolitiche risultino abbastanza chiare.

Mappa di Numenor

In questo schema, invece, proverò a ricostruire i legami di parentela delle principali famiglie nobiliari dell’Isola dell’Ovest.

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Come si evince dallo schema in alto, Erfea e Miriel erano dunque imparentati, seppure alla lontana. Questa parentela rende ancora più incerta la soluzione dell’enigma relativo alla profezia di Manea la Veggente, che ne Il racconto del Marinaio e della Principessa, mise in guardia i genitori della bella principessa numenoreana in merito al triste destino che avrebbe conosciuto qualora avesse stretto vincolo matrimoniale con un Uomo del suo sangue. Naturalmente, si può immaginare che la Veggente alludesse ad Ar-Pharazon, che era cugino di primo grado della donna, ed era dunque più vicino a lei, dal punto di vista «genetico», di quanto non lo fosse Erfea (e questo era anche il parere di Tar-Palantir, padre di Miriel, come avrete modo di scoprire nel racconto al quale mi sto dedicando in questi ultimi tempi); ciò nonostante, permane, come è d’uopo in tutte le profezie, una certa ambiguità di fondo che rende la questione ancora più affascinante e pone una domanda destinata a restare insoluta: cosa sarebbe accaduto se Miriel ed Erfea si fossero sposati? La profezia di Manea avrebbe colpito anche loro? Nessuno lo saprà mai.

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Miriel

Post-scriptum su Miriel

Erfea, o degli eroici imperfetti

Ritratti – Ar-Pharazon il Dorato

Care lettrici, cari lettori,

quest’oggi vi presento una nuova illustrazione della bravissima Anna Francesca che raffigura l’ultimo re di Numenor, Ar-Pharazon il Dorato.

Mi piace accompagnare questo ritratto con le parole che segnarono l’inizio della sua ascesa al trono, come ho avuto modo di narrare ne «Il Racconto dell’Ombra e della Spada».

Aspetto i vostri commenti, al prossimo articolo!

«Nessuno oserà opporsi alla nostra ascesa al trono, dici? Suppongo che tu intenda affermare che tutti siano così sciocchi da aver dimenticato che un solo signore fra noi siederà sul marmoreo scranno del palazzo reale di Armenelos; e a meno che un morbo improvviso mi privi della capacità di intelletto, intendo proclamare per me tale diritto».

«L’Ombra e la Spada».

Ar-pharazon

Akhallabeth – Scena V ed ultima. Il discorso di Sauron ai Numenoreani il giorno di Mezza Estate

Con questo articolo concludo la narrazione della Tragedia della Caduta (o Akhallabeth in adunaico, la lingua madre dei Numenoreani). Con i prossimi articoli ricomincerò la trattazione delle gesta di Erfea all’indomani della costituzione dei Regni in Esilio (Arnor e Gondor) nella Terra di Mezzo e avrò occasione di presentare qualche nuovo ritratto.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti.

(È il giorno di Mezza Estate: a Numenor si celebra la consueta festa in onore di Eru Iluvatar, ma l’atmosfera è inquieta; nubi neri si sono posate sul Menalterma. A tratti la terra trema. Alla sesta ora dopo il sorgere del sole, si assiste alla processione di tutti i nobili numenoreani: in testa vi sono Ar-Pharazon e Ar-Zimpharel, seguiti da Elendil, Isildur e Anarion; chiude la fila Sauron, che fa la sua apparizione vestito di un abito nero con intarsi dorati)

Araldo: (con il braccio rivolto all’ingresso dal quale entreranno tutti i nobili numenoreani) Mirate, figli di Numenor, Sua Maestà Ar-Pharazon il Dorato!
(molti applausi dalla folla)

Araldo: Sua Maestà, Principessa Reale di Numenor, Ar-Zimpharel, figlia di Tar-Palantir!
(molti applausi della folla)

Araldo: I Principi di Andunie, Elendil l’Alto ed i suoi giovani figli Isildur ed Anarion!
(pochi applausi da parte della folla)

Araldo: Signori di Numenor, dame e cavalieri, ascoltate adesso le parole del Sovrintendente, Sauron il Magnifico.

(breve stacco, infine Sauron fa scivolare la propria cappa e rivela a tutti la sua identità)

Sauron: Contro la mia volontà fui condotto qui, uomini dell’Ovesturia, eppure mai intesi sfidare le gloriose armate del Re degli Uomini. A voi, uomini di Numenor, sovrani della Terra di Mezzo, dico questo: mai vi fu, fin dagli albori del tempo, stirpe sì gloriosa e degna di essere chiamata Signora fra tutte, come quella che ora solca in lungo e in largo gli oceani sconfinati.

Primo Cittadino: Lode al nome di Sauron e al nome di Numenor!

Secondo Cittadino: Silenzio, lasciate che parli! Ohè, silenzio, dunque!

Sauron: Le Leggi che avete fino ad oggi onorato, i Valar e gli Elfi hanno ordinato che fosero gli uomini a seguire, senza tuttavia mai svelarne la ragione; ebbene, folli si sono rivelati i loro oscuri disegni, ché nulla di quanto complottano mi è ignoto.

Terzo Cittadino: Di quale complotto parla costui? Chi trama alle spalle della potenza di Numenor?

Primo Cittadino: Gli Infidi Valar tramano la rovina di Numenor! Chi sono dunque costoro perché noi dovremmo loro obbedienza?

Sauron: Al principio di questa Era, Eonwe, l’araldo dei Valar, vi proibì l’accesso a Valinor; sempre avete temuto tale ordine, e mai la vostra obbedienza è venuta meno. Qualcuno tra voi potrebbe forse affermare che l’uomo giusto è timoroso degli dei e ne osserva le immortali leggi; tuttavia, se davvero vi sia tra voi chi parli in siffatto modo, sappia che non è degno di appartenere a tale gloriosa stirpe.

Secondo Cittadino: Cosa dice costui? Invero, segreto ed oscuro mi sembra il significato delle sue parole ed io non comprendo cosa celi il suo pensiero.

Terzo Cittadino: A me, invece, ogni cosa sembra chiara: armiamoci e ribelliamoci agli infidi Valar, signori di ogni inganno e sopruso!

Sauron: Non è forse vero che essi vi domandarono ausilio e venerazione quando ne ebbero bisogno? Eppure, uomini di Numenor, con quali ricompense furono riscattate le vostre lacrime e i vostri morti? Doni furono assegnati ed invero di grande valore (rivolge uno sguardo sarcastico a Isildur), eppure nulla che vi permettesse di condividere la più grande ricchezza sì gelosamente custodita dai Valar. Io vi dico che il dono della morte altro non è che un vile inganno per mezzo del quale siete stati privati della vostra volontà e del vostro futuro.

Elendil (a bassa voce): Codesta è pura follia…

Isildur (a bassa voce): Per buona sorte dello Stregone, siamo stati privati delle nostre armi allorché la processione ha avuto inizio.

Anarion (a bassa voce): Mirate Ar-Zimpharel, sembra che la vita sia fuggita dal suo corpo.

Sauron: I Valar disposero i loro precetti per gli stolti, eppure chi fra voi oggi si riterrebbe tale? A voi, Signori della Terra di Mezzo, dico questo: gli uomini gloriosi e potenti afferrano quanto è a loro gradito seguendo percorsi che ai deboli sono preclusi.

Primo Cittadino: Infida è la parola dei Valar, e schiavi di essa sono gli uomini che ne seguono gli intenti.

Secondo Cittadino: Chi sei tu, dunque, perché debba costì parlare? Quale sentiero le nostre esistenze dovrebbero percorrere?

Ar-Pharazon: Non abbiate timore di alcuna mala sorte, Numenoreani! Un tempo prelevammo Sauron, perché egli si prostasse innanzi alla nostra maestà e rendesse omaggio alla stirpe del sovrano, ed ora egli offre a tutti noi un reame degno della potenza delle nostre schiere. Cos’è una vita se non adempiere ad una missione? E non è forse la nostra quella di elevarci al di sopra dei comuni mortali e reclamare quanto è nostro di diritto? Mirate Sauron, non è egli forse prostrato innanzi a me?

(Sauron s’inchina al re: gioia e tripudio dalla folla)

Primo Cittadino: Il Signore di Mordor si inchina al volere di Ar-Pharazon; egli si è redento, ed ora non vi sono più rivali in grado di contrastare il nostro dominio.

Sauron: Numenoreani, invero nessuno popolo oserà sfidare il vostro volere, tuttavia io vi metto in guardia, ché molti dei vostri congiunti tramano all’ombra delle loro fortezze (sguardo di Sauron rivolto a Elendil, Isildur e Anarion).

Terzo Cittadino: Chi sono questi traditori? Bruciamo le loro dimore ed incendiamone le navi!

Sauron (levando con un atto imperioso la mano): Il mio signore, Melkor, con l’inganno fu esiliato nel nulla, il medesimo che i Valar sussurrarono nelle orecchie dei vostri padri; essi lo combatterono e lo sconfissero, tuttavia egli non nutre alcun rancore verso di voi, ché ben comprende come le vostre menti siano state guidate sino ad oggi da sciocchi consigli e insani ammonimenti. A lungo vagai per questa Terra di Mezzo, affinché potessero fiorire i semi di Melkor ed ora mi accorgo quale meraviglioso verziere di delizie e incanti ricolmo sia sorto nella vostra isola.

(Le aquile di Manwe appaiono ad occidente: il terrore si impadronisce della folla)

Secondo Cittadino: I Messaggeri di Manwe sono su di noi!

Primo Cittadino: La collera di Manwe spira da Nord!

(Sauron, colpito da un fulmine, resta integro ed estrae la sua spada)

Sauron: Finanche le Grandi Aquile sono incapaci di procurarmi offesa! D’ora innanzi, la legge che seguirete sarà dettata dal vostro volere, ché i grandi uomini nulla devono temere!

(Tutti i Numenoreani, eccetto i Fedeli, si prostrano ai piedi di Sauron)

Terzo Cittadino: Alle armi! Alle armi! La conquista di Valinor è prossima, Numenoreani!

(Fine della Tragedia)

Leggi anche:

Akhallabeth – Scena IV – Le tentazioni di Sauron

Akhallabeth – Scena III, parte II: Il dialogo tra Ar-Zimpharel ed Elendil

L’Akallabeth: il monologo di Miriel (III Atto)

L’Akallabeth: la corruzione di Pharazon (II Atto)

 

L’Akallabeth: la corruzione di Pharazon (II Atto)

Bentrovati, care lettrici e lettori. Come vi avevo anticipato nei precedenti articoli, ho deciso di pubblicare nel mio blog il testo di una tragedia che ho scritto ben 14 anni or sono, dedicata alla caduta di Numenor, chiamata anche Akallabeth nella lingua adunaica. Ho esitato a lungo prima di condividere questo testo per una serie di ragioni riconducibili al quesito che qualche tempo fa mi fu posto in sede diverse da Lettrice e da Oscuro Signore in merito ai rapporti intercorsi tra Miriel e Pharazon. In effetti, a ben guardare, nel «Ciclo del Marinaio» l’interazione fra i due personaggi appare sempre molto debole, quasi inesistente. Una prima ragione che posso presentare per giustificare questa mia scelta deriva da una necessità interna alla raccolta dei racconti, il cui punto di vista è sempre quello di Erfea, il quale, per ovvie ragioni, non poteva essere presente nel momento in cui Pharazon seduceva la bionda principessa di Numenor. Non è un caso, infatti, che negli ultimi racconti che ho scritto (e che non sono stati pubblicati all’interno del «Ciclo del Marinaio» perché postumi) abbia provato a servirmi di «punti di vista esterni» rispetto a quelli del principe di Numenor: seguendo questa prassi, dunque, sono stato in grado di descrivere i retroscena che condussero alla caduta di Numenor («Racconto dell’Ombra e della Spada») e di approfondire la relazione amorosa tra Miriel ed Erfea attraverso il racconto che questa narrò ad Anarion («Racconto della Rosa e dell’Arpa»). Nel «Racconto dell’Ombra e della Spada» si descrivono i piani sinistri di Pharazon per impadronirsi del potere, che passano, necessariamente, dalla seduzione di Miriel e dal suo allontanamento da Erfea, ma nulla si dice su come questo avvenne; né, d’altra parte, ho mai sciolto del tutto l’alone di mistero che ancora aleggia sulla paternità di Varaneli, l’unico figlio avuto da Miriel (qui potrete leggere il testo corrispondente: Un erede al trono di Numenor?).

Premesso dunque, che Erfea non avrebbe potuto sapere molto su questa faccenda, essendo all’epoca impegnato a combattere le armate di Pharazon nella Terra di Mezzo, avrei potuto scegliere Miriel come protagonista narrante di questa triste storia della sua vita…tuttavia, credetemi, questa ipotesi mi ha molto turbato. Per citare le parole adoperate da Tolkien a proposito della prigionia di Merry e Pipino nelle grinfie degli Uruk-Hai, credo che la vita matrimoniale di Miriel sia stata caratterizzata da una serie di «sogni angosciosi e veglie ancora più angosciose [che] si fondevano in un unico sentimento di sofferenza, da cui la speranza svaniva sempre più». Senza dubbio, avrei potuto limitarmi a descrivere quello che accadde tra Miriel e Pharazon prima che ques’ultimo fosse incoronato sovrano di Numenor…e non è escluso che prima o poi riuscirò a farlo (per esempio approfondendo l’adolescenza di Erfea, Miriel e Pharazon che dovevano essere tutti più o meno coetanei…vi siete mai chiesti chi affibbiò il soprannome di “Spirito Solitario” al nostro eroe?), perché mi sembra certamente un compito meno cupo rispetto a quello di descrivere ciò che accadde dopo.

Il testo della tragedia della Caduta, pur essendo stato scritto parallelamente al Ciclo del Marinaio, non presenta la figura di Erfea, che risulta senza dubbio il «grande assente» della situazione: non era necessario inserirlo, perché, come vedrete leggendo questo e i prossimi articoli, si tratta di una narrazione che si sviluppa esclusivamente a Numenor, dopo l’arrivo di Sauron, quando Erfea era impegnato in ben altre faccende nella Terra di Mezzo…

Il testo di questa tragedia, dunque, costituisce una prima risposta, seppur ancor abbozzata, a quanto accadde tra Miriel – qui chiamata con il suo nome adunaico Ar-Zimpharel, impostole dal marito – e Pharazon, soprattutto in merito allo stato d’animo che provò la donna dopo la loro forzata unione. Ho preso, dunque, la decisione di pubblicarlo senza effettuare nessuna modifica al testo originale, sperando che possa incontrare il vostro favore. La tragedia si compone di 6 atti: il primo, che qui ometto, affrontava, attraverso la voce narrante di Galadriel, le vicissitudini storiche di Numenor dalla sua origine sino all’incoronazione di Pharazon. Il secondo atto, invece, che presenterò in questo articolo, racconta la corruzione subita dall’ultimo re di Numenor da parte di Sauron…buona lettura, aspetto i vostri commenti!

Atto II

(Ar-Pharazon è seduto sul trono; accanto a lui, Ar-Zimpharel, sua moglie e principessa regnante di Numenor, è in piedi, con il capo chino: una musica triste echeggia nell’aria. Un araldo annuncia l’arrivo di Sauron e Ar-Zimpharel, dopo un breve inchino, si ritira nelle sue stanze)

Araldo: Mio signore, Sauron chiede udienza.
Ar-Pharazon: Che entri e nessuno osi disturbare il nostro colloquio.
(L’araldo si inchina ed esce di scena, contemporaneamente ad Ar-Zimpharel).
Sauron: O Re degli Uomini, prestami ascolto! (genuflessione di Sauron). A lungo ho esitato, ché a volte le parole che sgorgano da un cuore saggio, facilmente possono essere traviate e distorte, eppure, invero nobile è la stirpe dei numenoreani e ancor più splendente è la stirpe di Ar-Pharazon, il Dorato! Onore e gloria ai suoi eserciti!
Invero, mai nessun altra schiatta è stata sì degna di riguardo nella storia della Terra di Mezzo e certo mi perdonerai se ho osato attendere a lungo prima di aprirti il mio cuore, ché orecchie indiscrete sono all’opera e l’ipocrisia dei Fedeli è lungi dall’essere stata debellata.
Ar-Pharazon: Sagge sono le tue parole, ma dubito che tu sia giunto qui per parlarmi di quanto io già conosco: qualunque uomo parlerebbe come te, se fosse dinanzi a me in questo momento. Non è forse vero che non esiste altra creatura in grado di contestare la mia autorità? Non ho forse condotto, qui, nella mia dimora, il Signore di Mordor? Chi altri potrebbe ora opporsi al mio volere?
Sauron: Il sovrano di Numenor ha parlato e ogni suo desiderio è un ordine per me; tuttavia, sebbene il suo nome sia temuto in ogni angolo della Terra di Mezzo ed i suoi vascelli rechino nei suoi forzieri scrigni traboccanti di oro e di argento, pure egli saprà che le glorie umane sono caduche e destinate a terminare.
Ar-Pharazon (seccato e con tono di voce più alto): Fossero esse come tu dici, pure non verrebbero sminuite dall’ignavia di uomini falsi e traditori. Forse tu puoi rendermi immortale, stregone?
Sauron: Non io, mio signore, ché non sono nel novero di coloro che detengono tale facoltà e risiedono nelle aule di Valinor.
Ar-Pharazon: False parole hanno consegnato al glorioso popolo di Numenor gli araldi dei Valar e la loro codardia è stata ben ripagata dalla indifferenza che la mia gente nutre adesso per la loro maestà.
Sauron: Ben detto, mio Signore; sappi, infatti, che i Valar mentirono per timore dei possenti uomini. Sei re tra i re e la tua parola è legge: raduna la tue truppe e marcia deciso contro coloro che ti voltarono le spalle.
Ar-Pharazon (ridendo): Se anche seguissi i tuoi consigli, cosa ne ricaverei? Bruciate le dimore degli Elfi di Valinor, avrei accresciuto solo i miei forzieri e non reso immortale la mia esistenza.
Sauron: Pure, vi sono altre volontà che potrebbero condurti al tuo obiettivo. Vi sono altri poteri al mondo e non tutti seguono lo stolto volere dei Signori dell’Occidente. Sappi, infatti, che io servo colui la cui parola è fonte di saggezza e la volontà maestra per coloro che intendono apprendere la saggezza dei forti, ché, gli uomini possenti reclamano quanto è loro tramite vie che ai deboli sono precluse.
Ar-Pharazon: Chi è dunque il tuo signore?
Sauron: Egli è Melkor, colui che, nella loro follia, i Valar gettarono al di là del Mondo; pure, coloro che non muoiono ancora ne ricordano il nome e ne temono la maestà, ché invero possente è Melkor il Grande.
Ar-Pharazon: Come può aiutarmi colui che non è più?
Sauron: Non temere, signore di Numenor! Grande sarà la ricompensa per coloro che seguiranno la volontà di Melkor, ché egli è padrone di ogni sorte.
Ar-Pharazon: Dovrei forse seguire colui che fu tanto stolto da lasciarsi condurre all’esilio eterno? Seguendo la sua volontà, non diverrei forse a mia volta uno schiavo? Tale ruolo non si addice certo al Re degli Uomini!
Sauron: Mai Melkor desidererebbe che il nome del più glorioso signore di Numenor, fosse gettato nel fango e nel disonore della schiavitù. Egli è paladino di colui che richiede per sé la capacità di discernere il bene del male, anziché seguire i precetti che esseri indegni hanno appreso per paura e codardia.
(breve attimo di silenzio; Ar-Pharazon si tocca il mento, lo sguardo ormai perso nella perfidia delle parole di Sauron, poi riprende a parlare)
Ar-Pharazon (con voce irata e rosa del dubbio): Chi sei tu, dunque, che debba parlarmi in questo modo?
Sauron (con voce bassa e suadente): Io sono colui che segue il proprio volere e desidera che anche il suo grazioso signore possa essere liberato dalle immonde catene che gli Elfi e i Valar gettarono su di lui: immortalità e libertà, i due desideri che i Signori dell’Occidente negarono così a lungo agli Uomini, Melkor potrebbe concedere loro senza richiedere nulla in cambio, ché la sua magnanimità è grande.
Ar-Pharazon (con voce incerta e stanca, coprendosi gli occhi con il palmo della mano): Cosa io ho dunque fatto? Umiliai colui che può darmi la salvezza e rendere immortale il mio spirito? Invero ciechi sono divenuti i miei occhi, se all’epoca non presi coscienza del mio errore!
Sauron: Suvvia, mio signore, non temere! Sauron di Mordor non desidera che la sua amicizia gli venga meno, ché la scorsa notta il mio maestro mi parlò a lungo nel sogno e mi pregò di farti partecipe di quanto altre menti non comprenderebbero, ché possente è il tuo spirito ed esso saprà certo comprendere quanto gli è stato rivelato.
Ar-Pharazon: Cosa avverrebbe, dunque, se le mie armate giungessero trionfanti a Valinor?
Sauron: I signori dell’Ovest prendebbero coscienza della forza che è nell’animo dei Numenoreani, Signori fra gli Uomini, e concederebbero a te e a coloro che seguiranno il tuo volere, quanto il vostro cuore ambisce ottenere. Tuttavia vi sono, finanche nel Consiglio dello Scettro, Uomini la cui cupidigia e infamia è pari solo a quella che dimostrarono i Valar: Elendil ed i suoi due figli, Isildur e Anarion, non hanno forse preso parte ai complotti che i Fedeli organizzarono allorché tuo zio, Tar-Palantir morì e alcuni sussurrarono che non dovessi acquisire, per diritto della forza, lo scettro di Numenor? Il mio maestro, Melkor, è preoccupato per la sorte infausta che la tua isola conoscerebbe, se alfine questi spregevoli uomini trionfassero.
Ar-Pharazon: Saggio è invero Sauron di Mordor. Potrai mai perdonarmi per averti umiliato dinanzi al mio popolo?
Sauron (ridendo ed inchinandosi al re): Mio signore, se il tuo volere condurrà Numenor alla vittoria, allora il mio animo non rimpiangerà di aver trascorso lunghi anni in esilio presso la tua gente.
Ar-Pharazon: La vittoria sarà nostra, allorché tutti coloro che a torto si fanno chiamare Fedeli, saranno banditi dal mio regno e da tutti quelli che seguono la mia legge; or dunque, amico tra gli amici, ti affido la sovrintendenza di Numenor, che in precedenza fu di Amandil, affinché i buoni servigi che mi hai oggi reso, siano ampiamente ricompensati dalla mia generosità. Comando e voglio!

(Sauron, dopo essersi inchinato un’ultima volta ad Ar-Pharazon, esce dalla sala del trono, seguito subito dopo dal re)