Ar-Pharazon il Dorato

Care lettrici, cari lettori,

quest’oggi vi presento una nuova illustrazione della bravissima Anna Francesca che raffigura l’ultimo re di Numenor, Ar-Pharazon il Dorato.

Mi piace accompagnare questo ritratto con le parole che segnarono l’inizio della sua ascesa al trono, come ho avuto modo di narrare ne «Il Racconto dell’Ombra e della Spada».

Aspetto i vostri commenti, al prossimo articolo!

«Nessuno oserà opporsi alla nostra ascesa al trono, dici? Suppongo che tu intenda affermare che tutti siano così sciocchi da aver dimenticato che un solo signore fra noi siederà sul marmoreo scranno del palazzo reale di Armenelos; e a meno che un morbo improvviso mi privi della capacità di intelletto, intendo proclamare per me tale diritto».

«L’Ombra e la Spada».

Ar-pharazon

Ritratti – Celebrian

Quest’oggi voglio presentarvi il ritratto – opera della formidabile Anna Francesca – di una delle più belle dame elfiche, Celebrian, figlia di Galadriel e Celeborn, moglie di Elrond e madre dei gemelli Elrohir ed Elladan, nonché di Arwen dama del Vespro. Nel corso della Seconda Era strinse una forte amicizia con Erfea che durò sino alla morte del principe numenoreano.

Mi piace ricordarla con questo brano, che ben ne tratteggia la bellezza e la grazia.

«Vellutato era il passo della dama ed ella calzava morbidi stivali di bianca pelle; allorché, intimoriti da tale bellezza, le alte guardie, eredi della maestà dei figli degli uomini, osavano levare lo sguardo, non pronunziavano parola alcuna, ancorché il nobile portamento della Signora ne consigliasse l’uso; ma quale suono poteva levarsi dalla bocca dei Secondogeniti dinanzi a cotanta bellezza, sicché non fosse parso impudico e sgradevole da udirsi? Gli Uomini che avessero avuto l’ardire di ammirare i suoi limpidi occhi, avrebbero scorto la maestà di Ulmo agitarsi in essi e lo stupore ne avrebbe invaso l’animo, ché non vi era dama mortale il cui sembiante fosse così vivido e splendente. Una Signora fra i Noldor ella era, giunta in codesta contrada per discutere dei grandi eventi che erano accaduti in quegli anni, sì lontani dai nostri giorni: grande era la sua lungimiranza ed i popoli abbisognavano del consiglio della figlia di Celeborn del Doriath e di Galadriel del Lorien; Celebrian era il suo dolce nome ed ella appariva simile a Varda, la sposa di Manwe»

 

Il Racconto del Marinaio e dell’Infame Giuramento.

celebrian

Akhallabeth – Scena V ed ultima. Il discorso di Sauron ai Numenoreani il giorno di Mezza Estate

Con questo articolo concludo la narrazione della Tragedia della Caduta (o Akhallabeth in adunaico, la lingua madre dei Numenoreani). Con i prossimi articoli ricomincerò la trattazione delle gesta di Erfea all’indomani della costituzione dei Regni in Esilio (Arnor e Gondor) nella Terra di Mezzo e avrò occasione di presentare qualche nuovo ritratto.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti.

(È il giorno di Mezza Estate: a Numenor si celebra la consueta festa in onore di Eru Iluvatar, ma l’atmosfera è inquieta; nubi neri si sono posate sul Menalterma. A tratti la terra trema. Alla sesta ora dopo il sorgere del sole, si assiste alla processione di tutti i nobili numenoreani: in testa vi sono Ar-Pharazon e Ar-Zimpharel, seguiti da Elendil, Isildur e Anarion; chiude la fila Sauron, che fa la sua apparizione vestito di un abito nero con intarsi dorati)

Araldo: (con il braccio rivolto all’ingresso dal quale entreranno tutti i nobili numenoreani) Mirate, figli di Numenor, Sua Maestà Ar-Pharazon il Dorato!
(molti applausi dalla folla)

Araldo: Sua Maestà, Principessa Reale di Numenor, Ar-Zimpharel, figlia di Tar-Palantir!
(molti applausi della folla)

Araldo: I Principi di Andunie, Elendil l’Alto ed i suoi giovani figli Isildur ed Anarion!
(pochi applausi da parte della folla)

Araldo: Signori di Numenor, dame e cavalieri, ascoltate adesso le parole del Sovrintendente, Sauron il Magnifico.

(breve stacco, infine Sauron fa scivolare la propria cappa e rivela a tutti la sua identità)

Sauron: Contro la mia volontà fui condotto qui, uomini dell’Ovesturia, eppure mai intesi sfidare le gloriose armate del Re degli Uomini. A voi, uomini di Numenor, sovrani della Terra di Mezzo, dico questo: mai vi fu, fin dagli albori del tempo, stirpe sì gloriosa e degna di essere chiamata Signora fra tutte, come quella che ora solca in lungo e in largo gli oceani sconfinati.

Primo Cittadino: Lode al nome di Sauron e al nome di Numenor!

Secondo Cittadino: Silenzio, lasciate che parli! Ohè, silenzio, dunque!

Sauron: Le Leggi che avete fino ad oggi onorato, i Valar e gli Elfi hanno ordinato che fosero gli uomini a seguire, senza tuttavia mai svelarne la ragione; ebbene, folli si sono rivelati i loro oscuri disegni, ché nulla di quanto complottano mi è ignoto.

Terzo Cittadino: Di quale complotto parla costui? Chi trama alle spalle della potenza di Numenor?

Primo Cittadino: Gli Infidi Valar tramano la rovina di Numenor! Chi sono dunque costoro perché noi dovremmo loro obbedienza?

Sauron: Al principio di questa Era, Eonwe, l’araldo dei Valar, vi proibì l’accesso a Valinor; sempre avete temuto tale ordine, e mai la vostra obbedienza è venuta meno. Qualcuno tra voi potrebbe forse affermare che l’uomo giusto è timoroso degli dei e ne osserva le immortali leggi; tuttavia, se davvero vi sia tra voi chi parli in siffatto modo, sappia che non è degno di appartenere a tale gloriosa stirpe.

Secondo Cittadino: Cosa dice costui? Invero, segreto ed oscuro mi sembra il significato delle sue parole ed io non comprendo cosa celi il suo pensiero.

Terzo Cittadino: A me, invece, ogni cosa sembra chiara: armiamoci e ribelliamoci agli infidi Valar, signori di ogni inganno e sopruso!

Sauron: Non è forse vero che essi vi domandarono ausilio e venerazione quando ne ebbero bisogno? Eppure, uomini di Numenor, con quali ricompense furono riscattate le vostre lacrime e i vostri morti? Doni furono assegnati ed invero di grande valore (rivolge uno sguardo sarcastico a Isildur), eppure nulla che vi permettesse di condividere la più grande ricchezza sì gelosamente custodita dai Valar. Io vi dico che il dono della morte altro non è che un vile inganno per mezzo del quale siete stati privati della vostra volontà e del vostro futuro.

Elendil (a bassa voce): Codesta è pura follia…

Isildur (a bassa voce): Per buona sorte dello Stregone, siamo stati privati delle nostre armi allorché la processione ha avuto inizio.

Anarion (a bassa voce): Mirate Ar-Zimpharel, sembra che la vita sia fuggita dal suo corpo.

Sauron: I Valar disposero i loro precetti per gli stolti, eppure chi fra voi oggi si riterrebbe tale? A voi, Signori della Terra di Mezzo, dico questo: gli uomini gloriosi e potenti afferrano quanto è a loro gradito seguendo percorsi che ai deboli sono preclusi.

Primo Cittadino: Infida è la parola dei Valar, e schiavi di essa sono gli uomini che ne seguono gli intenti.

Secondo Cittadino: Chi sei tu, dunque, perché debba costì parlare? Quale sentiero le nostre esistenze dovrebbero percorrere?

Ar-Pharazon: Non abbiate timore di alcuna mala sorte, Numenoreani! Un tempo prelevammo Sauron, perché egli si prostasse innanzi alla nostra maestà e rendesse omaggio alla stirpe del sovrano, ed ora egli offre a tutti noi un reame degno della potenza delle nostre schiere. Cos’è una vita se non adempiere ad una missione? E non è forse la nostra quella di elevarci al di sopra dei comuni mortali e reclamare quanto è nostro di diritto? Mirate Sauron, non è egli forse prostrato innanzi a me?

(Sauron s’inchina al re: gioia e tripudio dalla folla)

Primo Cittadino: Il Signore di Mordor si inchina al volere di Ar-Pharazon; egli si è redento, ed ora non vi sono più rivali in grado di contrastare il nostro dominio.

Sauron: Numenoreani, invero nessuno popolo oserà sfidare il vostro volere, tuttavia io vi metto in guardia, ché molti dei vostri congiunti tramano all’ombra delle loro fortezze (sguardo di Sauron rivolto a Elendil, Isildur e Anarion).

Terzo Cittadino: Chi sono questi traditori? Bruciamo le loro dimore ed incendiamone le navi!

Sauron (levando con un atto imperioso la mano): Il mio signore, Melkor, con l’inganno fu esiliato nel nulla, il medesimo che i Valar sussurrarono nelle orecchie dei vostri padri; essi lo combatterono e lo sconfissero, tuttavia egli non nutre alcun rancore verso di voi, ché ben comprende come le vostre menti siano state guidate sino ad oggi da sciocchi consigli e insani ammonimenti. A lungo vagai per questa Terra di Mezzo, affinché potessero fiorire i semi di Melkor ed ora mi accorgo quale meraviglioso verziere di delizie e incanti ricolmo sia sorto nella vostra isola.

(Le aquile di Manwe appaiono ad occidente: il terrore si impadronisce della folla)

Secondo Cittadino: I Messaggeri di Manwe sono su di noi!

Primo Cittadino: La collera di Manwe spira da Nord!

(Sauron, colpito da un fulmine, resta integro ed estrae la sua spada)

Sauron: Finanche le Grandi Aquile sono incapaci di procurarmi offesa! D’ora innanzi, la legge che seguirete sarà dettata dal vostro volere, ché i grandi uomini nulla devono temere!

(Tutti i Numenoreani, eccetto i Fedeli, si prostrano ai piedi di Sauron)

Terzo Cittadino: Alle armi! Alle armi! La conquista di Valinor è prossima, Numenoreani!

(Fine della Tragedia)

Akhallabeth – Scena IV – Le tentazioni di Sauron

Benritrovati, care lettrici e cari lettori. Proseguo la narrazione della Caduta raccontando in questo articolo il tentativo, da parte di Sauron, di corrompere Isildur, il figlio maggiore di Elendil, il quale, per ironia del destino, sarà proprio quello che gli darà il colpo di grazia alla fine della Seconda Era…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

(Isildur e Anarion sono sull’uscio della sala del trono, scuri in volto; improvvisamente, una figura si avvicina loro: è Sauron)

Sauron: Vi saluto, giovani principi di Numenor! Onore e gloria alla vostra stirpe! La fortuna mi assiste, ché questo oggi nutrivo nel mio cuore un profondo desiderio di discorrere con l’erede maggiore di Elendil.

(Isildur, fatto cenno ad Anarion di lasciarlo solo, osserva per qualche istante la figura di Sauron in silenzio)

Sauron: Ebbene, Isildur, ti chiedi forse perché abbia chiesto un colloquio riservato con te? Non negarlo, ché molto scorgo dei tuoi pensieri e l’eco delle numerose azioni da te compiute è giunto alle mie orecchie.

Isildur: I dubbi e i timori sono compagni dell’uomo fin dalla sua nascita; essi non sono necessariamente nostri nemici, ché solo i folli agiscono senza che il loro pensiero non si soffermi sulle azioni che si accingono a compiere. Quale uomo, può, a priori, conoscere il destino che l’attende? Finanche noi Numenoreani, pur scorgendo molte immagini di quello che ancora deve avvenire, non abbiamo la facoltà di poter risolvere i nostri dubbi, se prima non accettiamo la fallacità delle nostre azioni. Solo dubitando è possibile ricercare la verità.

Sauron: Le tue parole, giovane Numenoreano, sono figlie di questi tempi oscuri, privi ormai di valore e prigionieri della disperazione e della sofferenza. Se tu fossi un uomo da poco, ecco che sarebbe sciocco contestare quanto il tuo cuore ti suggerisce, eppure sappi questo: i grandi signori prendono sempre quello che appartiene loro, adoperando a tal fine strade che ad altri sono precluse.

Isildur (con tono freddo): Eru Iluvatar ha creato i suoi figli perché seguissero ciascuno la strada tracciata dalle loro stesse azioni. Il libero arbitrio rende i nostri spiriti liberi: solo questo dobbiamo temere, l’impossibilità della scelta, non i fantasimi agitati da coloro che vorrebbero privarcene.

Sauron (con tono di voce premuroso e mellifluo): Sei saggio e risoluto, figlio di Elendil, ma il tuo cuore non conosce ancora tutte le paure che i Secondogeniti temono. Quando la morte, il dolore della perdita ti saranno prossimi, credi che il tuo animo rimarrà immune da tali incubi?

Isildur: La morte non è una punizione, bensì un dono. Quale uomo potrebbe, infatti, sopportare a lungo il peso degli anni trascorsi? Come una quercia, logorata dalle fatiche e dal gelo di numerosi inverni, egli infine si abbatterebbe nella più cupa disperazione, desideroso solo della morte. Nessun uomo resisterebbe a lungo privato della propria fine. Sappi dunque questo: l’immortalità è un dono che mai accetterei.

Sauron (parlando con tono beffardo): Ben m’avvedo come la lezione impartita dai servi dei Valar non sia andata smarrita! Dal momento che Isildur sembra esserne cosciente, devo forse ritenere che il più giovane capitano dei Numenoreani teme la gloria e la ricchezza che gli offro?

Isildur: Qualunque ricchezza tu possa offrirmi, solo uno stolto potrebbe accettarla. È alquanto pericoloso ottenere il potere senza capire dove esso sia in grado di condurti. Onore e gloria, dici? Entrambi sono insignificanti, posti di fronte al dono più grande che Eru ha dato ai suoi figli.

Sauron: Sappi, Isildur, della casata di Elendil, che nessun dono è più grande di un’ambizione soddisfatta. Io scorgo innanzi a me tutti i desideri più oscuri che il tuo cuore nutre, pensieri che la tua mente tenta invano di occultare; questi e molti altri segreti io conosco, perché forte è il mio potere.

Isildur (con tono sicuro e alto): Sauron di Mordor, servo di Morgoth, la tua distorta visione dell’Umanità non può intaccare il mio animo. Sei invero uno spirito conoscitori di occulti e infausti poteri; eppure, la tua capacità di giudizio si basa solo sul desiderio di potere e l’arroganza che il tuo dannato spirito nutre. Una schiavitù eterna: questo è il dono che mi hai proposto. Stregone, il dono più grande, che esso solo rende possibile le nostre esistenze, è il dono della scelta. Né tu, né il tuo oscuro mentore potete offrirmi una simile ricompensa!

Sauron (con voce irata e terribile ad udirsi): Sei un pazzo e un folle, Numenoreano. Sappi che il Re del Mondo ti maledice fino alla fine dei tuoi giorni. Terribile sarà la tua morte! In virtù dei poteri concessimi da sua maestà, Ar-Pharazon il Grande, bandisco te e la tua famiglia dal Consiglio dello Scettro. Comando e voglio!

Isildur (afferrando Sauron per le spalle): No! Maledetto!

(alcune guardie armate piombono su Isildur e ne bloccano mani e piedi)

Isildur (con tono di sfida): La tua volontà è tirannica, eppure la conoscenza del futuro è preclusa a me, quanto a te: i tuoi oscuri sortilegi non possono rivelarti nulla sul destino del mondo, ma solamente costringere coloro che ne sono artefici a realizzare il loro avvenire secondo il tuo desiderio; tuttavia, bada, che i miei giorni su questa terra si riveleranno più lunghi dei tuoi!

(Isildur viene condotto fuori dalle guardie e Sauron esce dal palazzo reale. Breve stacco)

Scena IV, Parte II: Il dialogo tra Elendil ed Anarion

(dopo essere uscito dalla stanze private di Ar-Zimpharel, Elendil raggiunge Anarion nel giardino della reggia di Armenelos)

Elendil: Dov’è tuo fratello? Gravi nubi di sventura si addensano sulla nostra patria ed abbisogno del suo consiglio.

Anarion: Salute a te, padre mio! Di Isildur non ho più notizie dacché egli fu avvicinato da Sauron; a lungo ascolai le lori voci provenire dall’interno del palazzo, infine tutto fu silenzio, interrotto solo dall’eco dello sciobardare delle navi nel porto.

Elendil (scuro in volto e con tono grave): Codeste notizie non risultano gradevoli alle mie orecchie, ché Sauron è un corruttore di cuori ed egli non tarderà a reclamare quanto il suo animo ambisce ottenere.

Anarion: Padre mio, non ti nascondo che le tue paure sono anche le mie, ché molte sono le cose da temere in questi giorni oscuri e la mente del sovrano ormai vacilla; tema che egli abbia ceduto al Signore di Mordor e se tale ipotesi fosse vera, allora la nostra gente avrebbe invero molto da temere.

Elendil: I Fedeli devono essere avvertiti di quanto sta accadendo a corte; questa notte, terrò un concilio ad Andunie, lì ove gli occhi di Ar-Pharazon e di Sauron non si volgono da molti anni, e discuteremo sul da farsi.

Anarion: Davvero bizzari paiono i destini dei mortali! Siamo nella nostra dimora, e ivi dobbiamo temere il nemico! Se tale si configura il corso degli eventi, non oso immaginare quali terribili conseguenze dovremo patire nei prossimi anni.

Elendil: No, figlio mio, questa situazione è figlia della follia degli Uomini. Noi siamo come costruttori: possiamo edificare mura e torri elevate, pari a quelle di Valinor, ma non impossiamo impedire che la pazzia prenda il sopravvento sulla ragione, portando il Nemico dove mai sarebbe giunto altrimenti.

(Isildur fa la sua apparazione, scuro in volto e con la spada sguainata)

Isildur: Dobbiamo abbandonare la reggia all’istante. Il nemico è in cerca degli eredi di Amandil e Sauron ha ottenuto l’incarico presso il re che un tempo apparteneva di diritto ai nostri padri.

(Elendil, Isildur e Anarion abbandonano la scena; stacco).

Akhallabeth – Scena III, parte II: Il dialogo tra Ar-Zimpharel ed Elendil

Care lettrici, cari lettori, in questo articolo proseguo la narrazione della tragedia della Caduta, l’Akhallabeth in lingua adunaica: in questa scena, Ar-Zimpharel (o Miriel, se preferite i nomi elfici), ha un lungo colloquio con Elendil nel quale potrete trovare echi di quello avvenuto, nel Ciclo del Marinaio, fra Erfea e Miriel: per effettuare il confronto, vi invito a leggere questo articolo One last time… e ad ascoltare, come sottofondo, l’omonimo brano dei Dream Theater (ve l’ho detto che prima o poi scriverò qualcosa sul legame tra la musica e il Ciclo del Marinaio, ma, come disse qualcuno, «non è questo il giorno»)

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

(Ar-Zimpharel, dopo il suo monologo avvenuto nella camera da letto, rientra nella sala del trono, accompagnata da una sua damigella).

Ar-Zimpharel: Mia buona Finduilas ti consegno tale missiva, affinché giunga nelle mani del mio parente Elendil; una volta che l’abbia letta in tua presenza, pregalo di giungere ad Armenelos quanto prima.

Finduilas: Ogni vostra richiesta è per me un comando, mia signora.

(Finduilas esce dopo essersi inchinata e lascia Ar-Zimpharel da sola: ella estrae allora un pugnale dalla sua cintura e ne accarezza l’affilata lama, mentre un’espressione disperata le si dipinge sul volto)

Finduilas: Mia signora, Elendil ed i suoi figli chiedono udienza.

(Ar-Zimpharel, non vista dalla sua dama di compagnia, nasconde lesta il pugnale tra le pieghe della sua veste e congedata Finduilas, si accinge a ricevere i suoi cugini)

Elendil (dopo aver chinato il capo): Ci hai fatto chiamare, graziosa e nobile cugina? Ben mi avvedo come il tuo viso sia adesso divenuto più pallido della neve che ricopre la vetta del Menalterma: quali dispiaceri ti angustiano, signora di Numenor?

Ar-Zimpharel: Miei nobili cugini, gravi eventi richiedono questo oggi la vostra presenza a corte; Sauron si è impossessato del cuore del sovrano e io temo per la vita di tutti noi.

Isildur (scuro in volto e con la mano sull’elsa della spada): Dov’è egli ora? Troppo a lungo ho tollerato che i suoi passi riecheggiassero nei corridoi della dimora dei miei avi, troppo a lungo mi sono limitato ad ascoltare e tacere, ma è giunta l’ora in cui questa follia cessi.

Elendil (posando una mano sulla spalla del figlio primogenito per tranquillizzarlo): Non possiamo contrastare l’autorità del signore di Mordor in queste sale, perché siamo solo in tre ed egli, mentre il sovrano dormiva, ha condotto a Numenor rinnegati e mercenari privi di scrupolo provenienti dalle contrade della Terra di Mezo. Cosa faresti, figlio, qualora fossi circondato e incapace di difenderti? Periresti senza aver difeso il tuo popolo dall’aggressore.

Anarion: Sagge parole le tue, padre; se gli eredi di Amandil, nostro avo, dovessero oggi cadere, il potere di Sauron calerebbe su tutta l’isola.

Isildur: Quanto dovrò ancora attendere, dunque, prima che sia fatta giustizia? Vieni meco Anarion, ché le spie del Nemico sono ovunque e questi corridoi hanno orecchie per ascoltare e voci per sussurrare.

(dopo aver rivolto un breve inchino alla regina, i due figli di Elendil escono per montare la guardia alla porta, lasciando soli il Signore di Andunie e Ar-Zimpharel)

Elendil: Una parte della verità mi hai rivelato, tuttavia, Miriel, figlia di Tar-Palantir, non dubito che altre preoccupazioni serbi nel tuo cuore, ché di rado mi è parso il tuo sembiante sì pallido come oggi.

Ar-Zimpharel (sorpresa in volto): Avevo obliato questo nome! Molti dolorosi anni sono trascorsi dacché esso fu pronunciato l’ultima volta e non credevo possibile che qualcuno lo rammentasse ancora. Tuttavia, se Elendil di Andunie l’ha adoperato, un preciso movente l’ha spinto a fare ciò.

Elendil (triste in volto): Letale è il veleno che l’Avversario ha sparso in quelli che una volta erano verdi prati e sorgenti cristalline, ed essi ora marciscono, avvizziti ed infettati; tuttavia, con rabbia percepisco quanto dolore alberghi nel tuo cuore, regina di Numenor.

Ar-Zimpharel (ridendo in modo sarcastico): Regina? Su cosa eserciterei il mio dominio, Elendil? La dignità, l’onore, l’amore, tutto quanto avevo di prezioso mi è stato sottratto con l’inganno; persino il più povero pescatore della costa gode di migliore fortuna. Regina? Direi piuttosto prigioniera delle medesime debolezze che un tempo frenarono la mia volontà ed oggi mi impediscono di commettere atti di valore (così dicendo, Ar-Zimpharel estrae un pugnale da una piega della lunga veste e se lo avvicina al petto).

Elendil (pallido in volto): Non confondere viltà con coraggio, mia Signora! Forse vi è ancora speranza, finché i Valar reggeranno le sorti del mondo.

Ar-Zimpharel (con il volto irato): Ciechi sono i tuoi occhi e sterile la tua fede! Chi impugna adesso corona e scettro? Non è forse Ar-Pharazon, che la mia debole mano fermò dall’ottenere giusta condanna? Dov’è dunque la speranza di cui parli, Elendil figlio di Amandil?

Elendil: Mente angosciata può partorire incubi aberranti; nulla però ti obbliga a prendervi parte. Qualunque sia il tuo parere in questa faccenda, Miriel, resti ancora una donna e non già una schiava.

(Elendil e Ar-Zimpharel si abbracciano e l’oscurità cala sulla scena).

L’Akallabeth: il monologo di Miriel (III Atto)

Care lettrici, cari lettori, vi presento il terzo atto della tragedia intitolata «La Caduta»: a questo link L’Akallabeth: la corruzione di Pharazon (II Atto) potrete trovare la prima parte e la spiegazione della genesi di questa opera. In questo articolo, invece, cercherò di tratteggiare un ritratto intimistico di Miriel, ormai divenuta sposa di Pharazon contro la sua volontà, assumendo il nome di Ar-Zimpharel (come sa bene chi ha letto questo articolo L’Infame Giuramento_IX Parte e ultima (Il trionfo di Pharazon). Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

P.S. Vi piace l’immagine in copertina? Così, personalmente, immagino Miriel…

Scena III, Parte I: il Monologo di Ar-Zimpharel

(Ar-Zimpharel è accanto all’uscio che conduce alla sala del trono; si accerta che Ar-Pharazon e Sauron siano usciti, infine si sfoga)

Ar-Zimpharel (con una voce bassa e roca che cresce tuttavia d’intensità nel tempo): Quanta amarezza nel constatare che il mio destino altri hanno forgiato! Come lo schiavo legato ai ceppi, così io ho atteso questo giorno, con timore, ché ben sapevo quali catene avrebbero soffocato, lentamente, la mia esistenza. Se io non sapessi, almeno potrei vivere nell’illusione della speranza, ma anche tale privilegio mi è stato privato molti anni or sono, allorché con la forza e il ricatto, Ar-Pharazon mi costrinse a cedergli lo scettro e la mia persona; lacrime amare ornavano il mio petto e non perle di mare, il giorno che fummo vincolati e tutto quanto avevo si tramutò in polvere, perfino il ricordo di cose liete, ma ormai trascorse.
Molte volte tentai di condurre alla ragione il mio sposo, ma egli non ha mai voluto ascoltare altro parere che il suo e amari sono stati i miei giorni accanto a lui.

Nessun altro suono ho mai udito in questa gelida reggia, se non l’eco dei condannati a morte salire dal patibolo e il crudele riso dei loro aguzzini; sempre freddo il letto alle prime luci dell’alba, ché il mio signore (queste ultime due parole devono essere pronunciate facendo stridere i denti, come se costituissero un suono sgradevole da pronunciare) dopo aver soddisfatto i suoi sconci piaceri, mi abbandona per concedersi nuovi abusi con le altre schiave, ed io non sono meno legata ai suoi voleri di quanto non lo siano le principesse inviate dai reami della Terra di Mezzo per placare la sua lussuria.

Un figlio ebbi, o perlomeno così mi fu detto: eppure, mai lo sguardo di sua madre si posò su di lui, ché mi fu strappato appena nato e ignoro quale sorte abbia conosciuto, se sia ancora nella mia terra o se sia ormai morto in battaglia.

Tutto questo ignoro, perché io, Principessa erede al trono di Numenor, Miriel, figlia di Tar-Palantir, sono ora schiava di colui che siede al mio fianco ed è mio consorte e cugino; perfino il nome mio fu mutato dal suo tirannico volere ed esso suona estraneo alle mie orecchie ed al mio cuore: Ar-Zimpharel fui chiamata il giorno delle mie nozze, ché io ottenebrassi quanto era accaduto nella mia giovinezza e diventassi succuba della sua perfidia».

 

Annatar, il Signore dei Doni

Bentitrovati a tutti! Vi presento una nuova illustrazione di Anna Francesca avente come oggetto un enigmatico Annatar, Signore dei Doni…sotto i panni del quale muoveva le sue perfide mosse contro i popoli della Terra di Mezzo nientemeno che Sauron, il più potente fra i servitori di Morgoth, l’Oscuro Nemico del Mondo!  Per accompagnare questa immagine ho scelto alcuni passi del racconto de «Il Marinaio e l’Albero Bianco», nei quali Sauron si rivolge ai Numenoreani per sedurli e averli in pugno. Spero vi piaccia, aspetto i vostri commenti!

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«”A voi, uomini di Numenor, sovrani di Endor, dico questo: mai vi fu, fin dagli albori del tempo, stirpe sì gloriosa e degna di essere chiamata signora tra tutte, come quella che ora solca in lungo e largo gli oceani sconfinati.” Numerose esclamazioni di gioia  ed entusiasmo eruppero spontanee, eppure l’Oscuro Signore non ne fu spiaciuto, ma seguitò a parlare: “Le leggi che fino ad oggi avete onorato e disprezzato, i Valar e gli Eldar hanno ordinato che fossero gli uomini a seguire, senza tuttavia mai svelarne la ragione; ebbene, folli si sono rivelati i loro progetti, ché nulla di quanto complottano mi è ignoto. Eru Iluvatar creò la Terra e ne dispose la forma a suo piacimento, seguendo il proprio volere: otto fra gli Ainur ne seguirono la volontà e ne ressero le sorti, gli stessi che affidarono Numenor alla vostra gente.”

Fredda era divenuta ora l’aria e lampi minacciosi saettavano a nord e ad est e Sauron proseguì: “Fu in tale occasione che il bando dei Valar fu emanato e il loro araldo Eonwe, vi proibì l’accesso alle Terre Imperiture; sempre avete temuto tale ordine, e mai la vostra obbedienza è venuta meno. Qualcuno tra voi potrebbe forse affermare che l’uomo giusto è timoroso degli dei, ne osserva le divine leggi, tuttavia, se davvero vi sia tra voi chi parli in sì modo, sappia che non è egli degno di appartenere a tale gloriosa stirpe.”

Mormorii increduli si levarono tra la folla, ché non tutti i Numenoreani presenti avevano in odio i guardiani del Vespro, né ambivano sfidarne l’ira; tuttavia il seme della follia era stato gettato fra di loro ed esso ratto si impadronì del cuore degli uomini. Simile alla tenebra del plenilunio, così le parole di Sauron ottenebrarono le menti degli uomini, ed ecco essi levarono le armi e scossero gli scudi, soggiogati dalla rovina e dalla perdizione.

Sauron attese che il silenzio calasse nuovamente, infine parlò per la terza volta e le sue parole furono udite in tutto il regno: “Non è forse vero che essi vi domandarono ausilio e venerazione quando ne ebbero bisogno? Eppure, uomini di Numenor, con quali ricompense furono riscattate le vostre lacrime e i vostri morti? Doni furono assegnati ed invero di grande valore, eppure nulla che vi permettesse di condividere la più grande ricchezza sì gelosamente custodita dai Valar! Messaggeri essi hanno inviato ai vostri padri, per placarne la giusta collera, eppure io vi dico che il dono di Mandos altro non è che un vile inganno, per mezzo del quale siete stati privati della vostra volontà e del vostro futuro.

Giardini ricolmi di frutti abbelliscono la vostra isola e torri adamantine sfidano rabbiose il vasto cielo, eppure sappiate che essi non sono altro che una miserevole copia di quanto si erge al di la del mare a ponente. I Valar disposero i loro precetti per gli stolti, eppure chi fra voi oggi si riterrebbe tale? A voi, signori della Terra, dico questo: gli uomini gloriosi e potenti afferrano quanto è a loro gradito. Non è con la negazione delle leggi dei vostri padri o con il loro rifiuto, che la gloria nutrirà del suo nettare inebriante i vostri cuori: solo obliando le vili parole degli dei, trionferete su quanti si oppongono al vostro dominio.”

Grandi manifestazioni di giubilo si levarono dalla folla festante e più di uno si volse al proprio vicino sussurrando parole dettate dal rancore: “Infida è la parola dei Valar e schiavi di essa sono gli uomini che ne seguono gli intenti.”

Tuttavia, vi fu chi espresse perplessità e timore; l’Oscuro Signore, ebbe sentore di ciò, allorché un uomo fra la folla gli parlò: “Chi sei tu dunque, perché debba costì parlare? Quale sentiero le nostre menti dovrebbero percorrere.?”

Allora silenzio si fece in tutta la contrada, e molti osservarono dubbiosi il sovrano; questi attese, finché la gente non si fu acquietata, infine prese la parola: “Non abbiate timore di alcuna mala sorte, Numenoreani! Un tempo catturammo Sauron, perché egli si prostrasse innanzi alla nostra maestà e rendesse omaggio alla stirpe del sovrano, ed ora egli offre a tutti noi un reame degno della potenza delle nostre schiere. Cos’è una vita, se non adempiere ad una missione? E non è forse la nostra quella di elevarci al di sopra dei comuni mortali e reclamare quanto è nostro di diritto? Mirate Sauron, non è egli forse prostrato innanzi a me?” e dicendo questo si voltò affinché tutti quanti potessero costatare la veridicità delle sue parole. Grande fu lo stupore tra folla e molti levarono grida di giubilo.

“Il signore di Mordor si inchina al volere di Ar-Pharazon: egli si è redento, ed ora non vi sono più rivali in grado di contrastare il nostro dominio!”

Possenti si levarono voci trionfanti e gli uomini corsero ad armarsi, convinti che l’ora del trionfo fosse giunta: squilli echeggiarono lungo il crinale del colle, e già le navi si apprestavano a partire, allorché Sauron levò il lungo braccio

“Numenoreani, invero nessun popolo oserà sfidare il vostro volere, tuttavia io vi metto in guardia, ché molti dei vostri congiunti tramano nell’ombra delle loro fortezze”, ed a Erfea parve che il Signore degli Anelli volgesse il suo sguardo verso di lui. L’Oscuro Signore parlò ancora: “Il mio signore, Melkor, con l’inganno fu esiliato nel nulla, ché gli dei non vollero rivelare alcunché dei loro arcani segreti ai re della Seconda Stirpe. I vostri padri lo combatterono e lo sconfissero, tuttavia egli non nutre alcun rancore verso di voi, ché ben comprende come le vostre menti siano state guidate sino ad oggi da sciocchi consigli e insani ammonimenti. A lungo vagai per questa Terra di Mezzo, affinché potessero fiorire i semi di Melkor ed ora mi accorgo quale meraviglioso verziere di delizie ed incanti ricolmo sia sorto nella vostra isola.”

Minaccioso si fece il clamore della folla ed Erfea fece fatica a distinguere la voce di Sauron fra le tante che adesso si levavano; d’un tratto però, giunto dal Nord, si abbatté sulla folla un fortunale, e questo ai Fedeli parve come un chiaro ammonimento, perché mai in tali giorni si erano abbattute tempeste su Elenna: pioggia scrosciante si abbatté al suolo, mentre il fiero vento lacerava le vele e il sartiame. Il panico si impadronì degli abitanti e la loro paura crebbe ancora, ché giunsero le grandi aquile di Manwe in formazione serrata, puntando dritte alla cima del Menalterma, ove Sauron assisteva imperturbabile a quanto accadeva sotto il suo sguardo. “I messaggeri di Manwe sono su di noi – gemette il popolo affranto – la collera di Manwe spira furente dal Forastar!”. Fulmini saettavano ovunque e molti Numenoreani fuggirono atterriti, disperdendosi nei vicoli e negli edifici; non scappò però l’Oscuro Signore, il quale attese che la tempesta si placasse; saette del cielo caddero presso di lui, tuttavia egli non parve dolersi del fuoco che ora ardeva sulle sue vesti. Infine, disprezzando apertamente il volere di Manwe, egli levò al cielo una lunga spada nera ed ecco, fiamme ne percorsero la superficie: timorosa la folla lo osservò, eppure non era dipinta meraviglia nei loro sguardi, ché non pochi fra loro, maghi i cui sortilegi sono andati smarriti, erano in grado di evocare il fuoco per mezzo di arcane parole; presto, tuttavia, lo sgomento si impadronì dei loro cuori, allorché un fulmine si abbatté su Sauron con tale violenza, che il suo trono in pietra ne fu annientato. Eppure, meraviglia! Egli era incolume e levava lo sguardo al monte, invitando i sacri messaggeri degli dei a lacerare la sua carne; questi però, non furono irretiti dalle sue bestemmie, nonostante comprendessero il Linguaggio Nero, e si limitarono a scuotere le loro penne fradice.

“Finanche le Grandi Aquile sono incapaci di procurarmi offesa!” esultò Sauron raggiante in viso. D’ora innanzi la legge che seguirete sarà dettata dal vostro volere ché i grandi uomini nulla devono temere!”»

Tratto da «Il Racconto del Marinaio e dell’Albero Bianco»