Il discorso di incitamento di Gil-Galad ai soldati dell’Ultima Alleanza

Care lettrici, cari lettori,
in questo articolo scoprirete quali furono i discorsi che i condottieri dell’Ultima Alleanza pronunciarono per esortare le truppe alla battaglia incipiente. So bene che molti di voi avranno presente il discorso tenuto da Aragorn al Cancello Nero, una scena presente nella versione cinematografica di Jackson, ma assente nel romanzo dove l’erede di Isildur ebbe poco tempo per decidere come schierare le truppe e certamente non ebbe modo di pronunciare quelle parole che sono diventate così celebri da essere riprese in centinaia di meme sui social. Spero che troverete epici anche i discorsi di Gil-Galad & C….a me non resta che augurarvi buona lettura e aspettare i vostri commenti!

«Sospirò a lungo, il figlio di Fingon, infine, avvedendosi che il pericolo sarebbe presto piombato su di loro e non essendoci più alcun tempo per mutare quanto era stato deciso, montò a cavallo e issato il suo nobile vessillo sulla candida lancia, il cui nome era Aiglos, così parlò ai guerrieri che erano intorno a lui e la sua voce fu come il suono dell’olifante allorché squilla nel chiaro mattino:

“Soldati! Compagni d’armi! Fratelli! Se c’è qualcuno fra voi che tema la malizia del Nemico, non esiterò a confessargli che, invero, condividiamo la medesima paura; se c’è qualcuno fra voi che lamenti la nostalgia della propria dimora, ebbene, sappia che non sarò io a dichiararmi insensibile al suadente richiamo che essa sussurra ai nostri cuori; se c’è qualcuno tra voi che osi sfidare colui che impedisce agli Eldar di accarezzare le corde del liuto e dell’arpa anziché la lama della lancia e della spada, io lo chiamerò figlio e mai egli sarà solo, ché, ecco, io gli offrirò la mia Aiglos!
Soldati del regno, vi è qualcuno che desideri la mia arma?”

Possenti si levarono allora le voci dei Quendi ed essi presero a scuotere i giavellotti sugli scudi, si ché l’aree echeggiò dell’orgoglioso furore dei Primogeniti di Iluvatar; allorché esso scemò nelle voci, ma non nei cuori e negli animi, parlò Elendil, sovrano degli uomini:

“I nostri padri, le cui vite mortali furono strappate dai loro forti corpi dalle bieche azioni dell’Oscuro Signore, sorriderebbero, se fossero qui, ché mai come in questa ora il nome degli eredi di Numenor è sì temuto: a voi, progenie di Elenna ancora viva nei nostri cuori, dico di mostrarvi fieri del sangue che scorre nelle vostre vene, si ché nessuna infame voce possa asserire che la gloria della stirpe di Elros Tar-Minyatur, nostro avo, sia scomparsa nei flutti del tempestoso mare!

A voi, uomini del Nord e del Sud che avete offerte le vostre spade alla nostra alleanza, dico che siamo fratelli e congiunti nel sangue, ché invero i nostri avi combatterono assieme e assieme trionfarono: siate dunque fedeli ai vostri capitani e possano le vostre lame vendicare quanti non sono più!”

Simili al fragore di una frana che si abbatte con forza sui miseri alberi a valle, simili al poderoso canto che dalle profondità delle dimore di Ulmo sale alla superficie, così eruppero le grida da battaglia degli Uomini e si narra che esse giungessero fino a Barad-Dur, ove l’Oscuro Signore ne ascoltò i remoti echi e fu invaso da grande paura e odio indicibile; lesto, allora, egli diede ordini al suo Capitano affinché i suoi nemici fossero vinti, ché non gli pareva possibile che una simile armata, adornata di valore e splendore, potesse sostare ai confine della sua terra.

Si levò, infine, la roca e profonda voce di Bòr ed egli esortò le sue schiere con tali parole:

“Figli di Aule, ove sono adesso l’ascia e lo scudo adorno d’acciaio? Ove sono l’usbergo in maglia e il lungo manto rosso? Non sono forse essi posseduti da coloro che ne faranno un sapiente uso, si ché le schiere di Mordor fuggiranno in preda al terrore, non appena esse scorgeranno il vessillo di Khazad-Dum, la maestosa reggia dei nostri padri?

E voi, valorosi guerrieri di Belegost, non siete forse gli eredi di Azaghal il possente, colui che ferì il Grande Padre dei Draghi e ne umiliò l’arrogante spirito? Sia dunque imperituro nei vostri animi il ricordo di tale gesta, ché, ecco, vi si presenta oggi l’occasione di eguagliarne il valore, portando a termine imprese che ancor nessun figlio di Mahal ha compiuto. Siano dunque saldi i cuori e valorosi gli animi, Khazad!”

In coro giunse la risposta dei Naugrim, sicché parve che la terra stessa parlasse in loro vece: “O con gli scudi, o sopra gli scudi!”

Nessun discorso pronunciò in quell’ora oscura e gloriosa Erfea, né egli avrebbe desiderato che vi fosse altra voce a parlare in sua vece che quella dei ricordi; lentamente, allora, accarezzò l’elsa della sua lama e il nobile fodero che ne tutelava il duro filo, rimembrando essere stato quello un dono di Miriel allorché egli aveva fatto ritorno a Numenor dopo il suo primo viaggio diretto alle sponde della Terra di Mezzo, una sera di duecento anni prima, allorché i suoi occhi erano giovani e non ancora colmi della triste saggezza che apprendono i Secondogeniti nel corso della loro esistenza.

Si avvide Elrond di quanto rimembrava nel suo animo Erfea e gli posò la forte mano sulla sua spalla; lieto, allora il viso di Erfea si destò dall’oblio del passato in cui era piombato ed i due presero ad esortare le proprie schiere, facendo leva l’uno sull’orgoglio della propria stirpe, l’altro sull’onore che sarebbe stato attribuito loro, qualora fossero riusciti vittoriosi da tale conflitto; infine, coloro che erano degli Eldar, la cui vista è simile a quella di Manwe, scorsero, ancora lontane nella pianura, minuscole figure approssimarsi e lanciarono grida d’allarme, si ché ognuno potesse schierarsi prima che la pugna piombasse su di loro.

Rapidi e silenziosi, preghiere e canti si levarono rivolti ai reggenti di Varda e ai loro congiunti, e molti idiomi diversi fu possibile ascoltare in quell’ora, il khuzdul accanto al quenya, l’adunaico accanto alle favelle degli uomini del Nord e del Sud, il sindarin accanto ai dialetti silvani di Bosco verde il Grande e di Lorien».

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La Battaglia della Dagorlad – Il catalogo delle forze alleate e nemiche

Care lettrici, cari lettori,
siamo ormai giunti alla grande battaglia che decise i destini della Terra di Mezzo al termine della Seconda Era. Sarà una battaglia epica, come la maggior parte di voi se la saranno immaginata, e non mancheranno eroismi e drammi. Prima di lasciare lo spazio al campo di battaglia, vorrei spendere due parole sull’evento storico che ho preso a modello di questo scontro. Non è stato facile pensare a uno scontro che riassumesse al suo interno le caratteristiche di una battaglia simile a quella combattuta fra Sauron e l’Ultima Alleanza. Alla fine ho optato per la Battaglia di Zama (202 a.C.), affidando la parte dei Romani ad Elfi e Uomini e quella dei Cartaginesi a Sauron e ai suoi alleati. In sostanza si trattò di una battaglia di attrito, nella quale il Capitano degli Eserciti di Sauron, per vincere, aveva una sola possibilità: consumare le forze nemiche contrapponendo loro armate via via più forti ed esperte, sino a consumarle, un assalto dopo l’altro. Inutile dire che la parte dell’avanguardia, destinata a facile massacro, sarà costituita dagli Orchi e che ai Numenoreani Neri, pesantemente armati, toccherà il ruolo di retroguardia. Ho progettato una serie di schemi che spero potranno aiutarvi a comprendere lo schieramento delle forze alleate e nemiche e che saranno pubblicati nei prossimi articoli.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

[immagine in evidenza: Jean Jesu Fumeres (fumeresart) su Instagram e artstation].

«Rapida, la notte calò sulle schiere dell’Alleanza e nessun suono osò disturbare il loro sonno, ché poteri quali gli Eldar poche volte avevano mirato e di cui gli Edain non conservavano che un pallido ricordo, erano all’opera; il mattino seguente, destatesi alle prime luci dell’alba, i soldati scorsero nuove milizie accorrere presso lo stendardo delle libere genti; erano costoro le possenti creature della terra, orsi dalle montagne del nord, cavalli selvaggi dalle steppe dell’oriente, minuscole formiche provenienti dagli antri profondi, e altre bestie quali il vasto mondo racchiude in seno.

Meraviglia si dipinse sul volto degli Eldar, degli Edain e dei Naugrim, ché essi miravano raccolte sotto i vessilli dei Capitani dell’Ovest un esercito quale mai avevano scorto nel corso delle loro esistenze e che mai più avrebbero visto; soli, fra quanti esprimevano il loro palese stupore, Cirdan, Gil-Galad ed Elrond sorridevano, ché non avevano obliato quanto era accaduto migliaia di anni prima.

Le cronache di quei giorni ricordano che l’esercito che si schierò dinanzi ai lugubri cancelli neri di Mordor fu inferiore per possanza e per numero solo a quello che abbatté Thangrodim al termine della Prima Era. Invero, veritiere sono tali affermazioni, né vi fu stirpe i cui guerrieri non si trovarono l’uno contro l’altro in quello scontro: solo gli Eldar furono fedeli a Gil-Galad e a lui soltanto, ad eccezione di Celedhring che rinnegò il suo popolo e servì l’Oscuro Signore sino alla sua morte, essendo, tuttavia, troppo vile per affrontare in singolare tenzone le armate dei Noldor.

Le stirpi di Uomini e Nani, invece, scelsero di schierarsi nell’uno e nell’altro esercito, gli uni privilegiando la libertà, gli altri una schiavitù infame ed eterna: gli eredi dei Fedeli di Elenna, militarono nelle schiere di Elendil e dei suoi figli, mentre coloro che erano stati seguaci di Ar-Pharazon il Dorato ed erano sopravissuti alla Caduta, seguirono i voleri di Sauron e servirono sotto i vessilli degli Ulairi; gli Uomini del Nord, ad eccezione delle schiere originarie del regno di Urdar, prestarono giuramento all’Alto Theng del Rhovanion, Aldor Roch-Thalion, ed essi erano numerosi e bene armati dai fabbri di Gondor, cui erano legati da antichi vincoli di fedeltà; gli Orientali si scissero fra coloro che erano nelle file di Herìm, ed erano costoro minori nel numero ma non nel valore, e fra quanti, spinti dal terrore degli Spettri dell’Anello e da seducenti menzogne del Nemico, si schierarono con il Nemico. Poco o punto note sono le vicende delle genti che vissero nelle ampie ed inesplorate contrade che si estendono a sud di Mordor; pure, fu detto che le stirpi su cui gli Ulairi avevano grande influenza militarono sotto gli stendardi di Mordor: fra esse, vi erano i Wolim del continente e dell’isola di Waw, i guerrieri delle tribù provenienti da Hent, i Chey delle lande desertiche che si estendono tra il Khand e la contrada di Ciryatandor, gli Haradrim accorsi da ogni loro feudo del sud, i Variag di Mordor e del Khand, ed altre genti di cui non sopravvive più alcun ricordo ai giorni nostri. In massa esse risposero all’appello del Signore di Mordor e sebbene le loro armi non fossero paragonabili a quelle che forgiavano i popoli liberi, pure esse si dimostrarono non meno letali nel lacerare la carne e trafiggere usberghi di acciaio e di cuoio intessuti, ché i fabbri di Barad-Dur presero a forgiare in quei giorni ormai lontani ogni strumento bellico di cui l’esercito del loro signore avesse abbisognato.

Pochi furono i Nani che presero parte al conflitto, ché alcune stirpi vivevano lontano dagli eventi che accadevano nella Terra di Mezzo nord-occidentale e si curavano poco o punto di quanto parevano ai loro orecchi niente altro che leggende da narrare intorno ai fuochi durante le veglie dell’inverno; pure, fu detto che fra coloro che servirono il Nemico, vi fu una stirpe che era fuggita dall’estremo oriente nei primi anni della Seconda Era, stabilendosi negli Ered Lithui, ove le loro menti ed i loro corpi furono fatti prigionieri dall’oscura malizia di Sauron. Bavor era il signore di tale schiatta ed essi, seppure desiderosi di  partecipare a battaglie campali, ché molto avevano in odio le altre casate, combatterono raramente, essendo intenti alla fabbricazione di strumenti bellici di ogni sorta; fra coloro che schierarono le loro schiere dinanzi ai Cancelli Neri, grande menzione ebbero i Naugrim di Durin IV e dell’antica roccaforte di Belegost, di cui oggi non sopravvivono altro che spoglie rovine; spietati erano i loro volti ed i guerrieri di Mordor sempre temettero i rampolli di Aule, sovente fuggendo in preda al panico allorché avvistavano il vessillo di Khazad-Dum.

Molto si è narrato di quanti, fra i figli di Iluvatar, parteciparono al conflitto che pose termine alla Seconda Era del mondo; pure, finanche le bestie del cielo e della terra si divisero, ciascuna specie secondo la propria volontà. Oscuri sono ormai diventati agli occhi degli uomini le pergamene ove mani sapienti annotarono quanto accadde in quegli anni oscuri, ché molto hanno obliato i Secondogeniti sin da quando Numenor è caduta ed Elendil ed Isildur sono venuti meno, eppure, non tutto è svanito e molto si parla, nelle cronache di quei remoti giorni, delle crudeli creature che servirono i voleri dei Nazgul: serpi dalle fauci velenose, cani e lupi dal morso feroce e pipistrelli dalle cuiose ali. Maggiori furono, tuttavia, le bestie che offrirono la loro vita all’Alleanza ed invero fu solo in questo che il numero di coloro che combatterono la potenza della Terra Nera si mostrò superiore a quello dei loro nemici; delle possenti aquile e degli altri volatili molto è stato detto, eppure esse non furono le uniche creature a seguire i vessilli delle libere genti, ché furono avvistati orsi imponenti e leoni provenienti dalle remote contrade del sud ed altre specie ancora che più le storie ricordano.

Imponente era invero l’armata dei seguaci dei Valar, inferiore solo a quella che aveva raso al suolo Angband e luminosi i vessilli intessuti d’oro e d’argento; eppure, nonostante le numerose genti che avevano giurato ad Orthanc, esigua era la schiera dell’Occidente se paragonata a quella di Mordor. Oltre a coloro che erano della progenie di Iluvatar, infatti, vi erano le creature nate dal folle volere di Morgoth e che, nei segreti recessi della Terra Nera, avevano ripreso a moltiplicarsi: Orchi dallo sguardo bieco e ripugnanti Troll ne costituivano le terribili avanguardie; pure, ignote ai comandanti dell’Alleanza, vi erano altre creature, escogitate dalla perfidia e dalla malizia di Sauron, che attendevano trepidanti l’ora dello scontro, esseri la cui perfidia la luce del sole rifiutava di mostrare agli incauti occhi delle libere genti, tanta era la malvagità e l’orrore che covava nei loro sguardi.

Cosa temessero, ciascuno nel profondo del proprio animo, i signori degli Eldar, degli Edain e dei Naugrim è cosa assai ardua da dire; poche parole furono infatti pronunciate durante il cammino che essi percorsero per raggiungere le contrade di Mordor, sia per tema di attirare l’attenzione dei servi del Nemico, sia perché l’aree era divenuta grave e le gole riarse ed offese. A lungo marciarono i fanti dell’Alleanza, infine si avvidero che il percorso che essi avevano sin lì seguito si apriva in un esteso spiazzo, battuto dai gelidi venti del Nord e da quelli secchi dell’Est; non fu tuttavia la natura selvaggia ed inospitale di tali luoghi ad attrarre l’attenzione di quanti erano ivi giunti, bensì le imponenti fortificazioni che si estendevano dinanzi ai loro attoniti sguardi: lugubri, le nere torri e i foschi minareti si ergevano sulla sommità dei crinali montuosi degli Ephel Duath e degli Ered Lithui. I guerrieri dell’Alleanza si fermarono ed i loro sguardi furono ricolmi di inquietudine e di timore, né erano infondati i loro sospetti, ché esalazioni velenose si levavano simili ad esili spirali contorte dall’agonia di quelle contrade martoriate, sicché parve loro che oscuri fantasmi si agitassero dinanzi ai bianchi vessilli».

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Care lettrici, cari lettori,
l’esercito dell’Alleanza è ormai pronto a sfidare le truppe di Sauron dinanzi ai Cancelli Neri di Mordor. Prima di affrontare il Nemico, tuttavia, esse saranno raggiunte da una serie di inaspettati Alleati, che contribueranno a rafforzare le loro file. Nel Silmarillion, scrivendo a proposito della composizione dell’Alleanza, Tolkien sostiene un’idea «potenzialmente» di grande respiro narrativo, ma che si presta – come vedremo – a molteplici interpretazioni. «Tutte le creature viventi quel giorno presero partito, e in entrambi gli schieramenti ve n’erano d’ogni genere, sia quadrupedi che pennuti, l’unica eccezione essendo costituita dagli Elfi, i soli che non si fossero divisi» (p. 370). Cosa significano queste parole? L’espressione «tutte le creature» deve essere intesa in senso assoluto o relativo? Nel primo caso – il più affascinante, forse, dal punto di vista speculativo, ma, allo stesso tempo, il più tremendo da gestire nei panni di chi si accinge a scrivere di questa battaglia – avrebbero potuto essere presenti Draghi, Balrog, e perché no? perfino gli Hobbit. Nel secondo caso, l’autore avrebbe inteso una presenza di creature note a chi scriveva il Silmarillion, ossia i Noldor, escludendo pertanto una serie di specie viventi all’epoca ancora non note (per esempio gli Hobbit). La questione è complessa, e non è escluso che presto possa dedicare un articolo a questo enigma, nel quale esporrò le mie suggestioni e ipotesi. Per il momento, dopo lunga e sofferta valutazione, mi sono orientato verso una posizione intermedia, nella quale, naturalmente, non potevano mancare le creature parlanti più antiche della Terra di Mezzo: gli Ent, i Pastori degli Alberi, e i loro rappresentanti più anziani, tra i quali spicca Barbalbero.

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L’immagine in alto è di Ted Nasmith: «Barbalbero e l’Entconsulta»

«Secche, giungevano alle orecchie dei soldati le parole dei loro capitani ed essi erano ansiosi di muovere guerra alle truppe di Mordor, né v’era bisogno di parole per spronare i loro gesti, ché molti avevano ancora impresse nella mente i cadaveri, mutilati ed abbandonati nella piana di Osgiliath, mentre altri, pur non avendo assistito a quanto mente mortale e immortale è impossibilitata dall’obliare, avevano ascoltato i raccapriccianti racconti di coloro che erano sopravvissuti e avevano partecipato del dolore che aveva colto i propri compagni d’arme.

Lance furono issate, spade sguainate e faretre empite di dardi acuminati; allorché le armate dell’Alleanza furono schierate, Gil-Galad si voltò e nel suo cuore si impresse, a ricordo imperituro di quel giorno, la maestà dei figli di Iluvatar; allora, il suo cuore fu empito dalla gioia ed egli, sguainata la lama dal fodero impreziosito da eleganti intarsi in mithril, cantò nella lingua dei padri: melodiose, eppure virili, erano le parole che egli pronunziava e perfino chi non comprendeva il Quenya, rimase affascinato, sicché presto l’animo di ciascuno fu saldo e la mente libera dalla paura dei servi di Mordor.

Era il tramonto allorché le schiere dell’Alleanza presero a marciare dirette a Mordor e nessun nemico osò contrastarne la marcia, ché gli esploratori di Thranduil bene conoscevano quelle contrade ed essi evitarono le distese acquitrinose ove i guerrieri dei Silvani avevano trovato triste morte. Rapide, le schiere dell’Alleanza si mossero lungo l’antica strada, realizzata dai servi di colui che si apprestavano a combattere; stupiti, esse miravano una gran quantità di bestie del cielo e della terra unirsi a loro, e, sebbene si interrogassero l’un l’altro, pure non riuscivano a comprendere per quale ragione accadesse un simile fenomeno.

Possenti aquile, le cui maestose ali empivano il cielo, erano sopra i figli di Iluvatar, né esse erano gli unici volatili, ché tosto si accompagnarono a costoro candidi cigni, il cui piumaggio splendeva sotto la rossa luce del freddo tramonto. Lieti in volto, gli Eldar presero a mormorare che costoro erano i congiunti di Elwing e il loro spirito fu rallegrato dalla loro comparsa; non meno gioiosi, tuttavia, erano i Secondogeniti, ché innumerevoli gabbiani dal canto malinconico erano comparsi all’orizzonte e sovente essi si posavano sugli elmi dei soldati di Gondor, sicché questi parevano davvero essere decorati dalle ali di tali uccelli.

Se maestosi erano i voli degli araldi di Manwe e di Varda nel vasto cielo, non meno nobili erano tuttavia i pastori di Yavanna e l’aree era colmo dei loro profondi e rauchi richiami; stupefatti i figli di Iluvatar miravano gli Ent, gli antichi custodi degli alberi, fare seguito ai loro vessilli, sicché parve che un’immensa foresta fosse intenta a marciare; infine, allorché la sera calò e i soldati furono intenti ad edificare i ricoveri per la notte, tre fra i Pastori degli Alberi[1] si approssimarono all’accampamento, chiedendo di poter discorrere con i Capitani dell’Alleanza: anziane erano le loro membra, ma ancora vigorose, e lucidi gli imperscrutabili occhi; a lungo attesero in silenzio, infine uno fra loro avanzò e parlò con voce lenta e profonda.

“Hum, salute a voi, giovani rampolli del seme di Iluvatar! Alcuni fra voi – e così dicendo, si inchinò leggermente a Gil-Galad ed Elrond – hanno scorto in passato i miei passi nelle contrade oggi devastate dalla crudeltà dei servi di Sauron e udito l’eco delle nostre tristi canzoni allorché l’oggetto del nostro disio scomparve e più non fece ritorno alle antiche dimore; tuttavia, sebbene i nostri cuori ancora sanguinino per il ricordo di tali vicende, pure non sono giunto dinanzi a voi per ricordare il passato, ma per preservare il futuro delle contrade che amiamo”.

Lesti, i signori delle libere genti si inchinarono e Gil-Galad prese la parola: “Grati sono i nostri animi, o possente fra gli Onodrim, per quanto tu e la tua gente avete compiuto per la salvezza dei liberi popoli; non vi è alcuna parola, in nessuna lingua, per esprimere adeguatamente la riconoscenza per quanto i vostri possenti corpi hanno condotto a termine; senza la vostra azione, infatti, le genti di Gondor non avrebbero avuto alcuna dimora nella quale rifugiarsi durante il rigido inverno e l’afosa estate”.

Divertito parve l’Ent ed i suoi compagni risero cortesemente: “Hum, suvvia, re dei Noldor! Non è per ricevere gentili ringraziamenti da parte tua che abbandonammo i boschi a nord, bensì per sostenere la causa dei reggenti di Arda e di colui che è sopra essi; quanto a ciò che accadde nel fresco Ithilien, sappi che non costò al mio popolo alcuna fatica, ché gli orchi erano terrorizzati dalla nostra presenza, sebbene la stessa cosa possa dirsi riguardo ad alcuni delle vostre stirpi!”

Rise ancora e la sua letizia fu come un fremito del vento di primavera tra i suoi fronzuti rami; infine si arrestò e prese nuovamente a parlare, questa volta con tono curioso: “Gli uccelli del cielo hanno sussurrato alle mie orecchie che quivi sarebbe un capitano fra gli uomini, quali i miei occhi mirarono anni or sono; dov’è dunque Erfea, figlio di Gilnar, che voi chiamate Morluin?”

Messaggeri furono inviati alla ricerca del Sovrintendente di Gondor, ché nessuno sapeva dove egli fosse in quell’ora: non fu necessario, tuttavia, attendere a lungo, ché un cavaliere si approssimò alle massicce figure degli Onodrim e, sceso dal suo destriero, si inchinò dinanzi a loro:

“Ben m’avvedo di essere in ritardo, Signore fra i Pastori degli alberi, tuttavia non ti domando perdono, ché altri servigi hanno reso le mie braccia mentre tu discorrevi con i principi delle libere genti, e la pugna è prossima ad iniziarsi”.

Divertito l’osservò l’Ent, infine, chinato graziosamente il possente capo, lo salutò a sua volta: “Non desidero le tue scuse, ché rapida fugge via la tua esistenza, Numenoreano e molte sono le azioni che desideri ancora compiere nella Terra di Mezzo. Lieto sono nel discorrere con te, Erfea Morluin, ché lunghi anni trascorsero dal nostro ultimo incontro e, sebbene il peso degli inverni gravi sulle tue spalle ancora forti, sappi tuttavia che prossimo è il momento in cui riporrai il fardello e il dolore fuggirà via dalle tue membra”.

“Pure, Fangorn, tale ora è ancora distante, né vi è meraviglia nei miei occhi per quanto le tue parole hanno rivelato, ché si dice che il tempo scorra diversamente per i mortali e per quanti calcano queste contrade da epoche remote e che nessuno fra noi Secondogeniti ricorda”.

Sospirò l’Ent e le foglie che ne adornavano il capo furono scosse da una leggera brezza: “Invero, sagge sono le tue parole, ché troppo spesso oblio quanto appresi su coloro la cui sorte non è vincolata al destino di Arda; tuttavia, poiché altre faccende richiedono la mia presenza, vi porgo i miei saluti, rimembrando a ciascuno dei presenti quanto incomprensibili siano i voleri del fato, sicché non convenga affannarsi alla ricerca della comprensione di un sapere quale è pericoloso per i figli di Iluvatar ottenere”.

Rapidi si mossero gli Ent, sparendo nella bruma della notte; incredulo in volto, così parlò allora Aldor: “Pastori degli alberi! Mai avrei creduto che nel corso della mia esistenza avrei mirato le creature di Yavanna, le cui vicende sono note al mio popolo solo attraverso antichi poemi cantati nelle fredde notti di inverno. Benedetti siano questi giorni, ché, se molto è stato perduto e nuovi lutti subiranno le libere genti del mondo, pure è di grande conforto sapere che gli dei non hanno obliato i figli di Iluvatar che dimorano nelle vaste contrade di Endor”.

Rispose Glorfindel: “Rallegrati, dunque, figlio del Nord, ché oggi hai assistito ad un prodigio quale mai gli Eldar hanno scorto sin da che il Beleriand fu sommerso dai flutti del Grande Mare: gli Onodrim, i Pastori degli Alberi, sono infatti giunti in tali remote contrade per contrastare le schiere del Maia caduto e dei suoi servi”.

Annuì l’Eothraim, né egli era l’unico ad aver scorto quelle creature per la prima volta: “Molto si parla nelle leggende del mio popolo dei Pastori degli alberi, sebbene le vicende in cui siano implicati non costituiscano motivo d’orgoglio per la stirpe di Nogrod. – interloquì Groin, figlio di Bòr – Quali altre meraviglie scorgeranno dunque i miei occhi in questi giorni ricolmi di terrore ed incanto?”

Lungimiranti furono allora le parole che Cirdan pronunciò: “Il mattino recherà seco eventi quali i miei occhi, che pure sono molto anziani, non miravano dal giorno in cui Morgoth fu abbattuto ed Endor liberata dalla sua malvagia influenza, seppure per breve tempo”».

Note

[1] Erano, costoro, i più anziani fra gli Onodrim: Fangorn, Finglas e Fladrif erano i loro nomi nella lingua degli elfi grigi e Barbalbero, Ciuffofoglio e Scorzapelle nelle favelle degli uomini del nord.

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Care lettrici, cari lettori,
con questo articolo siamo ormai prossimi al momento cruciale della narrazione, ossia alla battaglia finale tra gli Eserciti dell’Ultima Alleanza e le forze dell’Oscuro Signore. L’arrivo di Thranduil e dei superstiti delle sue schiere ridà slancio alle armate dei Popoli Liberi, convinte ormai che lo scontro sia inevitabile e che per questa ragione sia necessario approntare un piano di battaglia perfetto e forse non del tutto ortodosso, come avrete modo di leggere in questo articolo…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Sospirò Gil-Galad, ché ora comprendeva quali eventi si sarebbero presto scatenati e rimpianse ancora una volta di non aver saputo impedire ad Oropher e ad Amdìr di prendere le armi contro Sauron sì avventatamente. Elendil, tuttavia, comprese i suoi pensieri, sicché gli parlò per rincuorarlo: “Nello sguardo di Amdìr noi tutti leggemmo la morte ed egli ne era consapevole; non rimpiangere chi, o re, ha compiuto il suo destino soddisfacendo il suo volere, fosse questo folle o meno”.

“Pure, sovrano dei Dunedain, il mio cuore versa lacrime amare, ché non solo quelli che caddero dinanzi alle porte di Mordor, ma anche i nostri destini la vanagloria di Oropher ha condotto a tale destino infausto; se anche alcuni fra loro fossero riusciti, infatti, ad avere salva la vita, pure saremo costretti a modificare ogni nostra strategia, avendo subito gravi ferite ancor prima che l’assedio avesse inizio”.

“Non perdere ogni speranza, mio signore – interloquì allora Elrond, saggio fra gli Eldar quanto fra gli Edain – ché, sebbene il Nazgul non mentisse, i destini ultimi di coloro che intraprendono azioni avventate sono sconosciuti ai figli di Iluvatar così come a coloro che ne contrastano i voleri; se è vero – e questo temo che nessuno fra noi potrebbe negarlo – che in codesta sacca siano contenute le spoglie mortali di Oropher, pure nessuna notizia è ancora giunta di Thranduil o di Amdìr ed è possibile che essi siano scampati al massacro e che possano presto far ritorno ai nostri accampamenti”.

Tali furono le parole che il figlio di Earendil pronunziò in quell’ora oscura, né alcuno gli ripose, ché essi condividevano le medesime paure dell’Alto re dei Noldor e si dolevano per non esser riusciti ad impedire al folle Sindar di desistere dai suoi folli intenti.

Fredda trascorse la notte e cupi furono i sogni dei condottieri dell’Alleanza; pure, il mattino giunse foriero di buone novelle, ché essi furono destati da alte grida di giubilo e corsero fuori dall’accampamento, ansiosi di apprendere quanto stava accadendo. Un elfo era innanzi a loro, simile, eppur dissimile a quello che, alcuni giorni prima, aveva pronunziato parole ostili nei confronti di quanti avevano, saggiamente e vanamente, tentato di contrastare il folle progetto del padre; ammaccata era la sua armatura e bende rosse ornavano le ferite che egli non aveva tema di mostrare; pure, chino divenne il suo capo, allorché Gil-Galad gli si approssimò e colme di vergogna erano le sue parole:

“Re dei Noldor, gli eventi di recente accaduti mi hanno mostrato come sia superiore fra quanti professano di aver appreso l’arte del comando colui che è in grado di condurre le proprie schiere alla vittoria senza nulla cedere al nemico; inferiore a questi, se pur di poco, è chi sia ben disposto ad obbedire al saggio e lungimirante consigliere: infimo è infine colui che si vanta di essere glorioso comandante ancor prima che la pugna ne abbia rivelato il suo valore e che non si mostri favorevole ad accettare nel suo cuore la saggezza che altri posseggono. Cieco è stato il mio animo, ché esso non si è avveduto che Iluvatar non l’ha dotato di sufficiente lungimiranza per condurre i propri soldati alla vittoria; tuttavia, poiché non si dica che la mia mente oblii quanto i miei occhi hanno scorto, pure io desidero rimettere il mio destino nelle mani dell’Alto Re degli Eldar in esilio, perché egli abbia pietà di me e possa insegnarmi l’arte del comando.”

Piacquero al figlio di Fingon le parole che Thranduil gli aveva rivolto, sicché, sollevato il capo che costui teneva chino, così gli rispose: “Re degli elfi di Bosco Verde il Grande, hai testé dichiarato, innanzi ai Capitani dell’Alleanza, quanto orrore provi il tuo animo per gli infausti gesti che compisti alcuni giorni fa, né io proclamerò l’autorità presso la tua gente decaduta, ché invero il mio cuore mi dice che grande saggezza acquisirai dal ricordo di quanto accaduto ed i tuoi giorni saranno lieti e gloriosi. Vendichiamo ora la sconfitta dei tuoi padri e più regnino le discordie tra coloro che seguono un’unica causa!”

Lieto divenne allora il viso di Thranduil ed egli si riappacificò con quanti le sue parole avevano offeso; leste, le schiere corsero ad armarsi, consapevoli che era giunta l’ora del confronto ed esse non avrebbero atteso che il Nemico piombasse sui loro accampamenti, trucidandoli mentre erano immersi in un sonno inquieto. Un’ultima riunione si tenne allora fra i Capitani dell’Alleanza e Gil-Galad rivolse loro la parola: “Signori dei Popoli Liberi, prima che la spada e la lancia prendano il posto delle parole, lasciate che io vi metta in guardia contro le schiere di Mordor; temo, infatti, che l’oscuro comandante delle truppe di Sauron sia ancora colui che un tempo alcuni fra noi combatterono ad Osgiliath ed egli è invero uno spirito d’odio e astuzia intriso”

Rapidi, allora, gli sguardi si volsero verso colui che per ben due volte aveva osato affrontare il Signore dei Nazgul ed essi lo videro ergersi silenzioso accanto al suo signore, Anarion figlio di Elendil; nessuna parola pronunciò il figlio di Gilnar, ma Bòr della stirpe di Durin, che gli era accanto, notò un severo brillio negli occhi del Dunadan e comprese che l’antico vigore non era svanito dalle membra del Sovrintendente di Gondor ed egli avrebbe combattuto valorosamente; saggezza e lungimiranza si erano accresciute in lui nel corso degli anni ed i nemici sarebbero fuggiti innanzi alla sua gelida lama. Sorrise allora il capitano dei Naugrim ed Erfea annuì lentamente con il capo, quasi che avesse scorto ogni pensiero del nano; infine si levò e prese la parola:

“I nostri esploratori riferiscono che le schiere di Sauron sono state suddivise in due armate; la prima, composta da circa quattrocentomila soldati, è accampata presso i Cancelli Neri ed ivi attende, paziente, agli ordini degli Ulairi; nessuno fra noi, neppure Thranduil, le cui schiere si sono spinte fino ai recessi montuosi degli Ered Lithui e degli Ephel Duath, è in grado di asserire con certezza chi sia il capitano di tale armata; eppure, se il mio cuore non mi inganna e i miei occhi non sono divenuti ciechi dinanzi ai propositi dell’Avversario, oserei dire che il Signore dei Nazgul sarà colui che dovremo affrontare e temere sopra ogni altro nemico, ad eccezione del Padrone della Terra Nera. Ad occidente, invece, una seconda armata – inferiore di numero rispetto alla prima – attende dinanzi alla bella città di Minas Ithil che un tempo il nemico conquistò e diede alle fiamme, come voi ricorderete; meno di centomila soldati presidiano il varco di Cirith Ungol ove vi aggirano creature infami e di cui più nessuno ricorda il nome. Sebbene il pericolo prema sui nostri destini da entrambi i fronti, pure mi sembra che quello a sud sia minore; infatti la guarnigione di Minas Ithil è stata rinforzata da ventimila soldati provenienti dai feudi meridionali ed essi sono comandati dai figli maggiori di Isildur: coloro che servono il Maia Caduto, non oseranno muovere attacchi alla Città della Luna, sapendo che a nord vi sono ancora duecentomila guerrieri da affrontare e che essi sono ora uniti da un medesimo intento.

Qui, ove ora discorriamo ancora ignari di quanto accadrà nel campo di battaglia, saranno decise le sorti della Terra di Mezza e sapremo se coloro che verranno dopo di noi conosceranno la schiavitù ignominiosa oppure godranno del dolce nettare della libertà. Qui, alle porte di Mordor, si combatterà la più grande fra le pugne che il sole e la luna abbiano mai scorto dacché Morgoth fu abbattuto dal suo oscuro trono ed i Signori degli Eldar credettero che i suoi servi fossero stati per sempre allontanati dai nostri lidi. Qui, le nostre stirpi conosceranno la gloria o il disonore”.

“Sagge sono le tue parole, Numenoreano – interloquì Herìm, signore degli Orientali –  ed i nostri animi sono ansiosi di scontrarsi con le schiere di Mordor; pure, se tale sarà il nostro destino, sarà bene che si raggiunga fra noi un accordo su quali posizioni occupare con le nostre armate allorché saremo di fronte ai servi di Mordor. Quali sono, dunque, gli intenti dei Dunedain e degli Eldar?”

“In verità, Herìm, erede di Bor, quanto tu affermi è saggio, ché i nostri nemici non sono ignari dell’arte del comando e, sebbene i loro sottoposti siano schiavi e non già uomini liberi, pure i loro intenti sono ormai palesi ed essi vengono crudelmente aizzati dalle fruste del Signore di Mordor – gli rispose Gil-Galad, svolgendo sotto gli occhi di tutti i presenti una pergamena che raffigurava la terra dell’Oscuro Signore – Le nostre compagnie di fanti si schiereranno innanzi ai Cancelli Neri, mentre la cavalleria si disporrà alle ali per contrastare Haradrim ed Esterling; allorché gli Orchi retrocederanno, i cavalieri del tuo popolo, del Lindon e del Rhovanion caricheranno e impediranno alle creature della Tenebra di ripiegare a Mordor, sterminandoli”.

Perplessi erano tuttavia alcuni fra i Capitani dell’Occidente ed essi, dopo aver riflettuto per alcuni attimi, espressero i loro dubbi; primo fra tutti, parlò Erfea: “Mio signore, tale schieramento risulterebbe efficace se dinanzi a noi avessimo da affrontare solo Orchi privi di capitani di grande esperienza; così non è tuttavia, e invero vana risulterebbe ogni nostra difesa allorché gli Ulairi ordinassero le schiere di Mordor secondo l’uso dei nostri padri, ché essi, ahimè, hanno appreso nel corso dei secoli. Se il Re degli Spettri schierasse i Numenoreani Neri alla retroguardia – ché io temo essere questi i suoi intendimenti – le nostre forze, posto che avrebbero la forza di sconfiggerne l’avanguardia, si troverebbero dinanzi al muro di scudi e di lance dei seguaci di colui che un tempo sottrasse con l’inganno il trono di Elenna alla sua legittima sovrana: come potrebbero dunque opporsi i nostri soldati, molti dei quali provengono dai campi e dalle botteghe, ad un simile nemico? Lesti, i veterani dell’Oscuro Signore respingerebbero i guerrieri dell’Alleanza ed essi retrocederebbero a costo di grandi perdite; posto che essi riuscissero a radunarsi nuovamente, sarebbero infine circondati dai mumakil che solitamente Indur o i suoi capitani schierano all’ala sinistra e contro i quali i nostri cavalieri, seppure fieri nell’animo e nei propositi, non sarebbero in grado di opporre una valida resistenza”.

“All’ala destra – interloquì lesto Aldor, Signore dei Cavalli – sono schierati cavalieri dell’Harad e carrieri del Rhovanion; se vi fosse uno scontro frontale tra la nostra cavalleria e quella del nemico, è possibile che le mie schiere e quelle di Herìm abbiano la meglio, tuttavia esse sarebbero sempre costrette a retrocedere dinanzi ai mostruosi troll di Mordor, ché i destrieri del Nord, infatti, non ne tollererebbero il fetido odore e sarebbero perciò sconfitti”.

“Non vi sono solo i troll, Signore degli Eothraim, che renderebbero vana ogni carica sull’ala destra – fece notare Thranduil – ché i segugi di Dwar potrebbero assalire i cavalli ancor prima che essi giungano a scontrarsi con i nostri avversari”.

Un silenzio gravido d’attesa cadde allora nella sala e parve a tutti, finanche a coloro che avevano inizialmente sostenuto la proposta di Gil-Galad, che il Nemico non avrebbe potuto essere sconfitto per mezzo delle strategia tradizionali. Rassegnato, allora, il Re dei Noldor si levò in piedi e, ottenuta l’attenzione di quanti erano presenti, parlò in tali termini:

“Se ho ben compreso quanto i Signori degli Uomini hanno testé riferito dinanzi a tale concilio, non vi è speme di ottenere la vittoria contro le schiere di Sauron seguendo le mie indicazioni. Vi è dunque un capitano, fra quanti giurarono ad Orthanc, che voglia adottare una strategia differente? Tiranno è ormai il tempo a nostra destinazione e celere deve essere il suo discorso, sì da poter schierare le truppe senza che esse siano colte di sorpresa dagli eserciti di Mordor”.

A lungo il figlio di Fingon posò il suo sguardo su quello di Erfea, memore di quanto il principe dell’Hyarrostar aveva rivelato alle sue orecchie alcune settimane prima; infine, conscio delle proprie responsabilità dinanzi al Consiglio di Guerra, Elendil si scosse e, levatosi in piedi, parlò:

“Mio signore, se il mio animo non fosse provato dal dolore di questi tempi infausti, udiresti un riso amaro levarsi dalle mie labbra, ché i mali del passato pesano sugli eventi del presente; a lungo, infatti, gli esuli di Numenor hanno creduto che Sauron fosse scomparso da Endor e che il suo oscuro sembiante fosse stato travolto dalla furia di Iluvatar, sicché egli non avrebbe mai più condotto le sue schiere in battaglia. Sette anni fa, tuttavia, ci avvedemmo che tale nostra speme era andata smarrita, come la patria alla quale ancora oggi ci appelliamo, e che il maggior servo di Morgoth era sopravvissuto ad Atalante. Inquieti divennero allora i nostri cuori ed essi presero a mormorare le paure che i Secondogeniti temono sovra ogni cosa: eppure, Re dei Noldor, e voi principi di Endor, se il fato ci è stato benevolo in quell’occasione, non sarebbe ora sciocco dover rinunziare a quanto le nostre mani hanno realizzato e temere le nostre indecisioni più del Nemico stesso?”

Penosi, gli sguardi di ciascuno presero a cercare conforto l’uno nell’altro, ed i loro pensieri andarono ove la malizia della Tenebra non poteva giungere e per qualche istante parve di udire solo l’eco di lontani ricordi; infine, poiché si avvide che l’ora era tarda e nessun accordo era stato raggiunto, così esortò i capitani dell’Alleanza Groin Corpodipietra, figlio di Bòr e Signore del popolo di Durin:

“Vi sarà un tempo per commemorare quanto perdemmo e per dolerci dei morti, tuttavia, esso non è ancora giunto e forse mai giungerà, ché scorgo distanti le vostre menti. Bene hanno parlato coloro che mi hanno preceduto, né sarò io a negare ogni loro affermazione; pure, mi sembra che esse abbiano impedito ai nostri animi di prendere quella decisione che a lungo abbiamo ritardato”.

Scosso da tali saggi avvertimenti, Isildur, figlio di Elendil, si levò dal suo scranno e parlò: “Veritiere sono le tue parole, Groin, ché non vi è più tempo per esitare. Tale sarà dunque la mia proposta ed essa verrà messa ai voti, ché io non mi ritengo il sovrano di Endor e non desidero imporre la mia volontà su quelle altrui”.

Annuirono quanti erano con il Signore di Gondor e presero a discutere quanto le sue parole rivelavano ai loro orecchi: a lungo si protrasse il concilio, ché, nonostante la celerità mostrata da ciascuno, pure vi erano questioni impellenti e che non potevano essere definite brevemente. Infine, quando ogni cosa fu pronta ed ognuno parve soddisfatto dell’accordo raggiunto, Gil-Galad diede ordine al suo araldo, Elrond di Rivendell, di suonare nell’olifante appartenuto al padre Fingon e di riunire le schiere all’aperto».

[L’immagine in copertina è tratta dall’Atlante della Terra di Mezzo di Karen W. Fonstad]

Suggerimenti di lettura:

Dwar a colloquio con i Signori dell’Ovest

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Il primo attacco ai Cancelli Neri

Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

Un’alleanza difficile

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»

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I dedicate this short post to all my national and international followers, thanks to each of you! You have grown a lot in the last week!
I dedicate this beautiful illustration by Giulia Nasini and a small passage from my stories translated into English.

«Its beauty was similar to the clear summer night, when Ithil shines high on the white mountains of Avallone; bright was the white light of Earendil, which was born during the midsummer night, when Vingilot let his silver tears fall on the lands of mortals». Miriel, daughter of Palantir, last queen of Numenor. 

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Dwar a colloquio con i Signori dell’Ovest

Care lettrici, cari lettori,
in questo articolo continuo la narrazione degli eventi che condurranno alla prima caduta di Sauron e allo smarrimento dell’Unico Anello. Dopo aver sconfitto pesantemente le truppe degli Elfi Silvani e Sindar comandate da Amdir e Oropher, Dwar di Waw, il Terzo Nazgul in possanza, reca un’ambasciata ai Signori dell’Ovest per chiedere la loro resa.
La risposta…beh, potrete leggerla in questo articolo!

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

L’immagine è opera di Fabio Porfidia

«Inquieti erano gli animi dei comandanti dell’Alleanza, ché essi non avevano ricevuto alcun messaggio proveniente da Oropher, né avrebbero potuto ignorare i motivi per i quali le missive tardavano a giungere. Cinque giorni erano trascorsi dacché le sue schiere avevano abbandonato gli accampamenti invernali, allorché le vedette avvistarono un corteo di cavalieri giungere dinanzi alle porte delle loro dimore; speranzosi in volto, i condottieri dell’Alleanza si fecero loro incontro, ma tosto i loro visi furono distorti dallo disgusto e dall’odio.

Un cavaliere avanzava verso i Signori dell’Occidente, attorniato da mostruosi cani da combattimento e orchi dallo sguardo bieco; lesti, i capitani delle libere genti posero mani alle loro armi, tuttavia i loro intenti furono frustati allorché fu innalzata una bandiera bianca, segno che codesta era un’ambasciata dell’Oscuro Signore. Baldanzosa avanzava la sinistra figura sul suo nero destriero ed ella sembrava farsi beffa dei suoi nemici; sconosciuto era il suo sembiante a Gil-Galad e ad Elendil, eppure Erfea non aveva obliato quanto aveva appreso allorché, molti anni addietro, era riuscito a penetrare nella fortezza dei Nazgul, occultata nelle remote piane dell’Harad; lesto allora si approssimò al suo signore Anarion e pronunziò simili parole: “Egli è Dwar di Waw, Terzo in Possanza fra gli Ulairi; Signore dei Cani lo chiamano i suoi accoliti ed i segugi che lo circondano ringhiando sommessamente sono la sua laida prole”. Annuì lentamente il figlio minore di Elendil, ché mai aveva mirato uno degli Spettri dell’anello ed invero possente era quel giorno la figura del Comandante dell’armata di Udun, sicché egli incuteva timore in quanti lo miravano.

A lungo l’unico suono che si udì fu il sommesso latrare dei segugi del Nazgul, infine, costui, rivelando apertamente il suo disprezzo per i suoi interlocutori, posò uno sguardo terribile a sostenersi su ognuno di loro e parlò:

“Costoro sarebbero dunque gli sfidanti del mio glorioso signore? Chiunque, osservando i loro cenciosi stracci elfici e i loro miserevoli usberghi di maglia potrebbe credere che essi non siano altro che dei ladri appropriatisi delle ricchezze lasciate incustodite da qualche ricco e sciocco signore! Ben m’avvedo come nei vostri sguardi si celi la volontà di trucidare me e quanti compongono il mio seguito, sicché la vostra codardia possa sembrare inferiore e la gente possa dire, stupefatta, che essi hanno sconfitto uno fra i capitani di Sauron il Dominatore della Terra di Mezzo; ebbene, io non mi opporrò certo, se codesta sarà la vostra volontà! Trucidateci pure, ché non rechiamo armi con noi; eppure, sopravverrebbe in voi terribile vergogna, se tale desiderio fosse realizzato, ché conosco bene le vostre leggi ed esse vietano di levare le armi verso coloro che, disarmati, giungono innanzi alle dimore dei Signori dell’Occidente”.

Rise, ed orribile fu ad udirsi tale suono, sicché molti, all’interno degli accampamenti, si coprirono le orecchie con le mani, desiderando che gli stranieri tosto si allontanassero; pure, i cuori dei comandanti dell’Alleanza non vennero meno ed essi non tremarono dinanzi al servo di Mordor. Erfea prese dunque la parola e tale fu la sua risposta al crudele spettro:

“Alcuni fra noi, Dwar di Waw, potrebbero affermare che la parola sia di per sé un’arma temibile, ché essa scuote gli animi di coloro che le prestano ascolto; nulla hai tuttavia da temere dalle nostre persone, sin quando la bandiera bianca del tuo schiavo resterà ritta, ché nessuno dei tuoi falsi pensieri ha corrotto il nostro cuore, né la parola di uno degli schiavi di Sauron è temuta in tale luogo! Parla, dunque, se tale desio soddisfa la tua sconcia volontà; sappi tuttavia che non vi sarà alcun tuo gesto o affermazione che possa costringere i voleri di quanti ti contrastano a venire meno al giuramento stretto due anni or sono!”

Lesto si posò lo sguardo del Nazgul sul Sovrintendente di Gondor e parve a tutti che sul suo volto si leggesse incredulità e timore; infine egli rise nuovamente e ostentò il suo disprezzo per colui che aveva parlato:

“Sei dunque tu il portavoce di questi folli, Morluin? Non credere che io sia sorpreso, ché l’eco delle tue stolte azioni è giunto sino a Barad-Dur ed esse non costituiscono per me motivo di meraviglia”.

“Se tale è il tuo parere, servo di Sauron, per quale motivo hai abbandonato la fortezza del tuo padrone? Non dubito che tu sia giunto in tale luogo per compiere qualche azione abietta, eppure non vedo cosa possa chiedere a coloro che hanno giurato di sterminare tutte le armate di Mordor”.

Rise ancora una volta il Signore dei Cani, e sul suo volto era visibile soddisfazione, quasi che avesse desiderato ardentemente che gli fosse rivolto un tale quesito; infine rispose e lo stridio della sua lugubre voce fu udito in tutto l’accampamento:

“Domandare? Molta pazienza il mio glorioso signore ha dimostrato, accogliendovi, armati, nella sua dimora, eppure vi sono stati alcuni fra voi che hanno insudiciato la sua contrada, osando condurre la guerra sino alle sue porte. Egli, tuttavia, è invero uno spirito lungimirante e magnanimo, né gradirebbe che le cenciose schiere di coloro che chiamano sé stessi Signori dell’Occidente possano trovare una indegna morte per mano di coloro che non furono saggi a sufficienza da comprenderne gli scopi.
No, figlio di Gilnar, il Re del mondo non ha nulla da domandare a coloro che impunemente lo contrastano; sì grande è stata tuttavia l’offesa che egli ha subito, ché io sono stato inviato presso di voi per mostrare cosa accade a chi commette azioni malvagie”.

Attoniti, i condottieri dell’alleanza lo videro scagliare un triste fardello nella cupa notte e ascoltarono parole di odio e sarcasmo intrise: “Se l’ospite incauto oblia cortesia e onore, riceverà un trattamento adeguato alla sua scelleratezza”.

Lesto gli rispose tuttavia Erfea:  “Se il tuo signore spoglia l’ospite di ogni suo bene, sappia allora che la sua ingordigia si dimostra maggiore della sventura che colpisce chi, per sorte o per follia, calpesta le sue oscure contrade”.

“Non sprecare parole con il Nazgul, numenoreano! Sauron non mi ha condotto innanzi a voi per mostrarvi quanto sia grande il suo potere, ché qualunque brigante proveniente dalle vostre contrade potrebbe consegnare la testa del proprio nemico vinto a coloro che ne compiangerebbero il triste fato! Il Signore di Endor desidera che i vostri occhi possano, invece, scorgere quanto grande sia la sua pietà, ché se non siete stati ancora trucidati lo dovete solo alla sua infinita pazienza; ritirate dunque i vostri eserciti e non una freccia, né una lancia si leveranno contro le vostre carni; rifiutate e nessuno fra voi scorgerà sorgere la luna nel prossimo plenilunio!”

Crudele fu il riso di Dwar e cupi i latrati delle sue fiere; tosto, allora, egli si allontanò, avendo soddisfatto la missione che il suo signore gli aveva comandato; non aveva, però, percorso che pochi passi, allorché una lancia vibrò alle sue spalle, andando a conficcarsi nell’asta che il suo bieco accolito reggeva nella grinfia. Stupefatto, egli si voltò e ascoltò la chiara voce di Aldor Roch-Thalion librarsi nell’aree: “Riferisci al tuo padrone, schiavo di Mordor, ché gli eserciti dell’Alleanza si ritireranno solo quando la sua oscura torre sarà rasa al suolo ed egli avrà trovato un destino di morte. Sei ancora un ambasciatore e non posso trafiggerti con la mia lama: valga perciò come monito per coloro che sostengono la tua bieca causa quanto il mio poderoso braccio ha compiuto innanzi a te. Allontanati dunque, e non darti pena di estrarre il mio giavellotto dall’asta del tuo servo, ché sarà mia premura recuperarlo di persona!”

Furente, Dwar si voltò e pronunziò tali parole di commiato: “E sia! Se i vostri voleri guerrafondai desiderano la pugna, allora soddisferemo i vostri insani desideri!” e lanciata una maledizione nella lingua degli schiavi di Mordor, si lanciò alla carica, seguito dai suoi accoliti».

Suggerimenti di lettura:

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

Un’alleanza difficile

Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

Il primo attacco ai Cancelli Neri

Il coraggio di Morwin e la morte di Oropher e Amdir

Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»

Dwar di Waw, il Terzo, il Signore dei Cani

Il Ciclo del Marinaio

Il coraggio di Morwin e la morte di Oropher e Amdir

Care lettrici, cari lettori,
proseguo la narrazione della prima battaglia combattuta dinanzi ai Cancelli Neri: nel precedente articolo, Il primo attacco ai Cancelli Neri, ho spiegato quali erano stati i piani di guerra concepiti da Oropher e Amdir per annientare le forze schierate da Sauron a difesa dei Cancelli Neri. In questo articolo, invece, vedremo quali furono le conseguenze di questo atto infausto…

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«Nulla avrebbe potuto sospettare Oropher di quanto stava per accadere, né egli aveva mai mirato i possenti animali provenienti dalle remote contrade dell’Harad e del Khand; atterriti, i suoi soldati furono spazzati via dalla ferocia delle armate di Indur, quinto in possanza fra coloro che servono l’Occhio: egli stesso fu trafitto da un dardo che un capitano haradrim aveva scagliato dal suo imponente baldacchino d’oro ed avorio intarsiato e vacillò; lesta, la morte predatrice l’avrebbe colto, se in quell’ora oscura, non fosse apparso – nessuno avrebbe potuto dire da quale contrada proveniente – Morwin il fabbro, sire di Edhellond in esilio.

“Elwen, Elwen!” urlava il Noldo e i servi di Mordor indietreggiavano innanzi a lui, ché grande era la sua furia ed essi temevano la maestria con cui manovrava la sua nera lama; logori erano ormai divenuti i suoi abiti, ché egli aveva trascorso innumerevoli anni nelle steppe e nei deserti di Endor ed il suo sembiante era spaventoso a vedersi. Egli sollevò con forza il corpo di Oropher  e lo trasse fuori dalla mischia, infine abbatté con un colpo portentoso un mumakil che incombeva minaccioso sopra il suo capo: in preda al panico, orchi ed altre creature abbandonarono la preda; non fuggì tuttavia Dwar, ché odio sorse nel suo nero animo e, celere, levò la sua mazza forgiata nell’acciaio di Hent sovra il capo del principe Noldo, il quale, impegnato a sostenere l’attacco di un troll, non si avvide del nazgul alle sue spalle. Con violenza si abbatté allora la pesante arma di colui che i suoi seguaci chiamavano Signore dei Cani, sicché l’elmo e il capo di Morwin furono frantumati ed egli perì, non prima di aver inferto un mortale colpo al basso ventre del mostro; allora il suo corpo fu dilaniato dalle bestie di Dwar, ché egli provava avversione verso colui che gli aveva impedito di ottenere la vittoria.

Oropher, sopravvissuto alla freccia dell’haradrim, si avvide tuttavia che essa era stata intinta in un veleno quale mai la scienza del suo popolo avrebbe saputo curare; amaro rimorso provò allora nel suo morente cuore, ché si avvide che la fine era prossima ed ogni sua azione destinata a fallire. Lesto, allora, convocò a sé Thranduil, il quale resisteva con la forza della disperazione alle armate di Indur e Dwar e, ponendo la corona sul suo capo, così si congedò da lui: “Vani sono stati i nostri intendimenti e ancor più vana è stata ogni nostra azione; conduci, dunque, i superstiti del nostro popolo all’accampamento dell’Alleanza e pentiti di quanto il tuo cuore ha nutrito e nutre ancora, ché non vi sarà possibilità di vittoria, se non affronterete le schiere di Sauron uniti negli intenti e negli atti; troppo grande è infatti la ferocia e il numero delle schiere di Mordor e ben m’avvedo quanto sia stato folle il mio volere. La mia vista si annebbia e il ricordo di quanto fu svanisce lentamente dal mio cuore, tuttavia sappi che la salvezza giungerà da parte di coloro che noi a lungo odiammo”. Infine spirò e Thranduil fu chiamato re dai suoi sudditi e dagli elfi del Lorien, ché nessuno sapeva quale fosse stato il destino di Amdìr; si narra, tuttavia, che egli, gravemente ferito da un segugio di Dwar, fosse stato avvistato da Gilhith, un cavaliere della sua casa e che a costui avesse rivolto tali parole: “Addio, fratello! Ferito è il mio corpo ed esso non sopravvivrà alla notte incombente!”

Pietà sorse allora nel cuore del suo suddito e volentieri gli avrebbe ceduto il destriero, ché egli potesse salvarsi e condurre il suo popolo alla salvezza; ogni preghiera fu tuttavia vana, ché così gli parlò il sovrano del Lorien: “Innumerevoli vite sono state oggi spezzate a causa della mia debolezza d’animo, sicché non desidero che in vece mia debba sacrificarsi un altro elfo”. Addolorato in volto, Gilhith allora gli si prostrò, e, presagli la mano, lo rincuorò con simili parole: “Mio signore, ben m’avvedo come crudele sia il fato, ché invano ti opponesti alla follia di Oropher e se lo seguisti fu solo per amore della sua stirpe; tuttavia, se tale sarà il tuo desiderio, ti condurrò ove le tue ferite saranno sanate ed i tuoi giorni rinnovati”. Fermo nel suo proposito restò però il sovrano del Lorien e lo congedò con amare parole: “Fuggi via da questo campo di battaglia ed avvisa Gil-Galad, ché egli fortifichi il suo accampamento e si prepari allo scontro. Quanto a me – soggiunse pallido in volto – lascia pure che il mio corpo perisca in questa strage dei miei guerrieri, ché non si dica che io sia sopravvissuto laddove caddero elfi ben più valorosi di me, o che io sia divenuto l’accusatore di un congiunto per difendere la mia innocenza con la colpa di un altro”. Restio ad abbandonare il corpo del sovrano era Gilhith, tuttavia il suo cavallo si impennò e lo condusse lontano dalla pugna, ché i destrieri elfici, non avvezzi al penetrante odore dei possenti mumakil, non ne tolleravano la vicinanza; Amdìr fu invece travolto dai corpi di costoro e la sua salma non fu mai più recuperata».

Letture consigliate:

Il primo attacco ai Cancelli Neri

Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»

Il primo attacco ai Cancelli Neri

Care lettrici, cari lettori,
riprendo in questo articolo la narrazione dell’assedio mosso dai Popoli Liberi a Mordor alla fine della Seconda Era. Negli articoli precedenti avete letto dei tentativi di sedazione portati avanti dai sovrani degli elfi Sindar e Silvani di Lorien e di Bosco Atro, che condussero le loro armate a prendere una decisione inaspettata e dagli esiti drammatici, come vedremo, che porterà una parte dell’esercito dell’Ultima Alleanza a provare un attacco ai Cancelli Neri di Mordor.

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«Squilli gravi furono uditi echeggiare in tutto l’accampamento ed i Silvani presero ad armarsi; non una voce si levò nell’aria, eccetto quelle dei Capitani di tale stirpe e severi erano gli sguardi che volgevano ad essi i Dunedain e i Noldor; pure, Elrond, non poté esimersi dal lanciare loro un ultimo accorato appello:

“Soldati di Lorien e delle contrade del Nord, prestatemi ascolto! Non comprendete quanto la volontà dei vostri signori sia divenuta folle? Con una mano costoro vi spingono verso la gloria, con l’altra vi gettano nell’Abisso di coloro che riposo non hanno! Restate presso coloro che non hanno ancora obliato saggezza e lungimiranza, ché il diritto al comando che i vostri sovrani hanno acquisito non è certo equiparato all’arte di comandare!”

Sprezzante risuonò allora il riso di Oropher e la sua eco risuonò a lungo: “È concesso essere timidi e vili a coloro che possono far ritorno alle loro amene contrade, consci che la loro terra e i loro campi accoglieranno costoro nella fuga; voi, invece, siete costretti ad essere soldati coraggiosi, ché non vi sarà altra scelta fra una gloriosa vittoria sulle schiere di Mordor o, se la sorte sarà contraria ai nostri voleri, una morte onorevole in battaglia anziché in una fuga disperata. Sappiate questo, o schiere di Primogeniti: nessun’altra arma i Valar hanno concesso ai loro figli per ottenere la vittoria se non il disprezzo della morte stessa”.

“Pure – replicò Elrond – se tale fosse il vostro destino e il Fato vi sorridesse, dovreste sfidare le oscure schiere di Sauron racchiuse nella sua nera torre; non possedete altra arma se non il vostro folle coraggio, né i possenti manieri di Barad-Dur cederanno dinanzi alla vostra vanagloria”.

Avvampò allora il cuore di Thranduil ed egli spronò le sue schiere con parole di odio e arroganza intrise: “A lungo i Noldor vi hanno impedito di mostrare il vostro virile coraggio, ché essi credono la nostra stirpe inferiore fra quante si destarono sulle sponde del Cuivienen; eppure, se si eccettua il solo fulgore del nome della schiera di Finwe, che cosa rimane perché essi possano essere paragonati a noi? Chi venne meno alla parola data, trucidando i nostri parenti nelle gelide acque di Valinor, allorché il mondo era giovane? Chi obbligò con la forza il padre mio ad abbandonare le ricche e fertili contrade dell’Eregion per favorire coloro che condussero alla rovina il Doriath? Non furono forse i Noldor, la cui stirpe è macchiata da innumerevoli crimini contro i figli di Iluvatar? Poiché mi sembra chiaro che guerrieri valorosi come voi non abbiano alcun tema di obbedire ai migliori – ché solo in questo, infatti, sta il vincolo della fedeltà – allora saldi saranno i vostri animi, ché essi saranno condotti alla vittoria da capitani valorosi quali sono i Signori dei Silvani!”

Alte grida di approvazione si levarono da entrambe le armate, e i guerrieri si apprestarono a schierarsi fuori le porte dell’accampamento; penoso era tuttavia lo sguardo che Amdìr, sire del Lorien, rivolgeva ai comandanti dell’Alleanza e nei loro volti lessa la morte; allora si voltò un’ultima volta e a Gil-Galad rivolse queste parole di commiato: “Addio, Alto re dei Noldor in esilio! Non ti domando pietà e comprensione per i miei insensati atti, ché non ne comprenderesti i motivi, eppure vorrei che la mia gente trovasse ospitalità presso i popoli liberi, qualora la rovina dovesse piombare su di noi”.

Annuì lentamente il figlio di Fingon, infine così si rivolse al sovrano dei Silvani: “Alcuni fra noi sono soliti dire che sovente la verità è misconosciuta; sappi, tuttavia, che essa non si spegne mai. Colui che avrà disprezzato la gloria, otterrà la vera gloria. Lascia pure che invece di prudente ti chiamino vile, invece di riflessivo, pigro; invece di esperto capitano ti chiamino codardo. Non lasciar perdere l’occasione a te favorevole, ma non offrire a tua volta l’occasione al nemico.”

Parole non seppe adoperare Amdìr per replicare al sovrano dei Noldor e il suo destriero si allontanò tristemente nelle brume dell’alba; silenziose ed intimorite dalle lugubri ombre che dagli Ered Lithui si propagavano nelle piane di Mordor, le schiere dei Silvani marciavano spedite, ché esse non recavano seco carichi gravosi e nessun nemico si opponeva loro: eppure, Sauron era vigile, ché invisibili spie seguivano gli spostamenti degli Avari ed essi riferivano ogni cosa al Signore degli eserciti della piana di Udun e del Cancello Nero, Dwar di Waw, Terzo fra i Nove spettri dell’anello; costui, allora, condusse una grande armata di orchi dinanzi alla pianura che si estendeva al di là degli oscuri cancelli di Mordor, premurandosi, tuttavia, di tenere alla retroguardia diecimila mastini e segugi da combattimento; altresì, diede ordini affinché i mumakil di Indur fossero schierati sul fianco sinistro, protetti ed occultati dall’enorme mole degli Ered Lithui ed attese che il nemico osasse avvicinarsi dinanzi ai neri cancelli.

Tre giorni durò la marcia delle schiere di Lorien e di Bosco Verde il Grande attraverso distese arse dal sole e malsani acquitrini; infine, all’alba del quarto giorno, essi giunsero dinanzi alle fortezze del Morannon ed ivi si arrestarono, impauriti, ché non pareva loro fosse possibile che Sauron avesse edificato simili manieri, la cui vetta lambiva le volte del remoto cielo, i cui colori erano offuscati dai miasmi e dai veleni che da levante si levavano; tuttavia, essendo profondamente radicata nei cuori dei condottieri la volontà di muovere guerra al Signore degli Anelli, essi mossero avanti e schierarono le schiere secondo i propri desideri. I guerrieri di Oropher furono posti all’avanguardia, ché essi erano alti e feroci e la precisione delle loro frecce mortale; in seconda linea, Amdìr dispose i suoi soldati, raccomandando ai suoi capitani di tenere salde le fila e di non temere l’oscurità incipiente; infine, l’esigua cavalleria fu schierata alla retroguardia, decisione, questa, che suscitò non poche sorprese  e perplessità fra i soldati, ché essa solitamente era adoperata per proteggere i fianchi dell’esercito. Oropher, tuttavia, placò ogni loro timore, asserendo che le armate di Mordor, dopo essere state falcidiate dagli arcieri, sarebbero state travolte dall’impeto dei destrieri del Nord e il loro destino sarebbe stato segnato; né, aggiunse, vi era possibilità che il Nemico attaccasse su uno dei fianchi, dal momento che il terreno era impervio e gli elfi avrebbero avuto il tempo di disturbare ogni azione fosse giunta dall’ala sinistra o destra, essendosi schierati su un altopiano che la lenta azione della natura aveva eroso nel corso delle ere.

Infine, allorché ogni discussione parve essere terminata, le trombe presero a squillare e le schiere dei Silvani e dei Sindar attesero l’urto delle armate di Sauron; non dovettero tuttavia indugiare a lungo, ché tosto lugubri olifanti furono uditi riecheggiare in basso e comparvero orchi imponenti, pesantemente armati e schierati su linee compatte. Un presagio parve questo ad Oropher, ché egli si avvide che le schiere del Nemico sarebbero state alla sua mercé; rapide, infatti, le frecce degli arcieri elfici si abbatterono sui servi di Sauron trucidandoli in gran numero, sicché essi presero a sbandarsi e vi fu chi tra i Primogeniti sussurrò che la vittoria sarebbe giunta presto: allora un grande urlo si levò dalle schiere di Oropher ed esse avanzarono a passo di carica, venendo a scontrarsi con i soldati di Mordor; costoro, sbigottiti dalla rabbia che animava i Silvani ed i Sindar, si dispersero e il sire di Bosco Atro diede disposizioni affinché la cavalleria caricasse i superstiti e inviò rapidi messaggeri all’Alleanza, ché, reso orgoglioso del suo immanente trionfo, egli desiderava condividere tale gloria con chi non l’aveva assecondato.

Il terrore si impadronì delle schiere di Sauron allorché compresero che la cavalleria del nemico era su di loro; esse si dispersero, consentendo all’avanguardia dei Sindar, comandata da Thranduil, di mirare le possenti fortificazioni del Morannon da una distanza quale mai nessuno fra coloro che avevano giurato ad Orthanc aveva mai eguagliato; breve fu tuttavia il loro entusiasmo, ché, per la seconda volta, furono udite riecheggiare le lugubri fortificazioni del Morannon e nuove schiere del Nemico si avventarono su di loro; erano costoro i segugi di Dwar ed egli ora gioiva nel profondo del suo cuore nero, ché ogni cosa era andata realizzandosi secondo la sua volontà: infatti, giunti dinanzi al Morannon, i guerrieri dell’Alleanza furono travolti dai mastini che costui aveva allevato nella Terra Nera e nell’isola di Waw, né essi poterono opporre a tale armata alcuna difesa, ché le loro deboli lance furono frantumati dalle mandibole di tali bestie ed erano loro troppo vicini per poter adoperare gli archi. Essi furono dunque costretti a retrocedere, subendo numerose perdite, ché i loro corpi non erano protetti da alcuna armatura in ferro, e, sebbene fossero stati i cavalieri i primi ad imbattersi nei segugi del Nazgul ed avendo, unici fra tutti, usberghi in maglia di acciaio, pure i loro cavalli furono presi dal panico e la loro carica si tramutò in una disperata ritirata, che travolse alleati ed avversari.

Giunse la Tenebra e le voci degli Ulairi si levarono in tutta la loro orrida potenza, sicché Oropher condusse le sue armate sulle precedenti posizioni; saggia si rivelò allora tale manovra, ché gli arcieri di Amdìr furono lesti a ricevere i mastini di Dwar, crivellandoli di colpi, sicché le bestie dovettero retrocedere, atterrite dalla furia delle schiere di Lorien; nuova speme sorse allora nel cuore di Oropher e di Amdìr ed essi radunarono i loro fanti, mentre i superstiti cavalieri si schierarono ai lati, impedendo che i segugi di Mordor potessero cogliere loro alla retroguardia; per qualche tempo essi dunque resistettero, così assediati, e parve che nessuno fra i servi del Maia caduto potesse loro impedire di tenere la posizione senza indietreggiare; pure, i piani di Dwar erano lungi dall’attuarsi, ché, verso la seconda ora della notte, egli inviò cavalcalupi ad Indur affinché conducesse i suoi mumakil contro il fianco sinistro dei Primogeniti».

Consigli di lettura:

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

Un’alleanza difficile

Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»

 

Una rosa nel vento – Miriel

Care lettrici, cari lettori,
è con grande piacere che oggi vi presento una nuova illustrazione opera della bravissima Giulia Nasini (vi invito a visitare la sua pagina facebook https://www.facebook.com/giulianasinillustration/ per ammirare le sue creazioni). Il soggetto, come avrete intuito dal titolo, è ancora una volta la bellissima principessa numenoreana Miriel: il tratto di Giulia ha contribuito a rendere questo personaggio onirico, mostrando, ancora una volta, come sia importante l’approccio seguito da ciascuno illustratore nell’approcciarsi ai medesimi soggetti. Questa illustrazione di Giulia mi è piaciuta particolarmente perché è riuscita a ricreare non solo la bellezza fisica della figlia di Palantir, quanto, soprattutto, il suo carattere brioso ed affascinante che solo gli eventi successivi alla morte del padre e al matrimonio forzato con Pharazon avevano spento in lei. Sembra proprio di vedere la luce che questa fanciulla portava nel suo animo…tanto dirompente quando aveva modo di essere espressa da affascinare anche gli animali selvatici e perfino le grandi aquile di Manwe (leggete qui per conferma). La composizione floreale nella quale Giulia ha inserito Miriel, inoltre, mi ha suggerito uno spunto narrativo sul quale sto lavorando in questi giorni: è sorprendente, ad ogni modo, (non voglio fare anticipazioni per il momento), come, senza volerlo, l’artista abbia richiamato un fiore che già era stato associato alla figura di Miriel (come sa chi ha letto «Il Racconto della Rosa e dell’Arpa», «Il Racconto della Rosa e del Mare» o, ancora, «Il Racconto della Rosa e del Ragno»).

Grazie ancora Giulia!

Miriel_2

Leggi anche:

Ritratto di una principessa

Miriel

Post-scriptum su Miriel

I Warg nella Terra di Mezzo: lupi o demoni?

Una delle creature più spaventose del legendarium tolkieniano e, allo stesso tempo, maggiormente «fraintesa» nelle due trilogie dirette da Jackson è il warg. Già, ma cos’è esattamente un warg?

Tracce di questa creatura si possono riscontrare già nella Prima Era, allorché esse furono tra i servitori più potenti di Sauron: non si tratta di lupi «semplicemente» mostruosi, come sembrerebbero quelli presenti in entrambe le trilogie cinematografiche di Jackson (nell’immagine in copertina potete visualizzare un fotogramma tratto da «Lo Hobbit – un viaggio inaspettato» che mostra un piccolo branco di queste creature), ma di veri e propri demoni che avevano preso l’aspetto di lupi, risultando, tuttavia, più intelligenti e crudeli di quanto non lo fossero gli esemplari «naturali» di questa specie animale.

A complicare le cose, il termine «warg» indica una serie di creature che possono essere genericamente indicate come «lupi», ma che in realtà sono fra loro molto diverse.
In questo articolo cercherò di fare chiarezza sulle tre principali tipologie di lupi nella Terra di Mezzo.

Lupo comune: Normalmente questi animali sono grigi, o più raramente neri, e di solito si riuniscono in mute composte da una dozzina di esemplari adulti. Sono cacciatori intelligenti e crudeli (di una crudeltà dettata unicamente dal bisogno di trovare cibo in un territorio aspro e ostile), nonché instancabili inseguitori. Molti lupi sono caduti sotto il controllo, anche se non sempre diretto, del Re-Stregone di Angmar e in loro si è sviluppato un malvagio e perverso istinto che li porta a uccidere per puro divertimento. Le loro prede principali sono le pecore, ma i lupi non temono gli uomini e sono sempre pronti ad attaccare un viaggiatore solitario o piccoli gruppi. Temono comunque i cani da pastore

Warg: I warg, lupi intelligenti di enormi dimensioni, rappresentano i più feroci predatori della regioni nord-occidentali della Terra di Mezzo. La leggenda narra che fu lo stesso Morgoth a crearli, basandosi su comuni lupi del Nord, per servirsene nella sue guerre contro gli Eldar e Edain nella Prima Era. I maschi sono lunghi fino a 3 metri, compresa la coda, mentre le femmine sono leggermente più piccole. I Warg si uniscono spesso agli Orchi durante le loro scorribande, talvolta lasciandosi cavalcare dai Goblin più piccoli, pensando così di procurarsi facilmente del cibo. I Warg, a differenza delle altre specie di lupi, non temono in alcun modo l’uomo: lo dimostrano negli attacchi sferrati alla cavalleria, quando si avventano ringhiosi sui fianchi dei cavalli, e nella spietata caccia ai nemici in fuga. A questa tipologia, dunque, appartenevano i lupi che dettero la caccia a Bilbo e agli altri nani ne «Lo Hobbit» e che presero parte alla battaglia dei Cinque eserciti alle pendici della Montagna Solitaria. Anche i lupi presenti nelle trilogie cinematografiche appartengono a questa specie. Un warg, infine, fu il primo nemico che Erfea affrontò ancora giovanissimo (leggi qui).

I warg di Sauron I “veri warg”, conosciuti anche come “Lupi Demone” o “Lupi di Sauron”, appaiono come grossi Warg, ma sono in realtà esseri non-morti creati con una potente magia malvagia. Agiscono esclusivamente durante le notti più buie, quando per gli uomini è più difficile rendersi conto che essi svaniscono quando vengono colpiti a morte.

Una delle scene più emozionanti de «La Compagnia dell’Anello», secondo me, è proprio quella in cui Frodo & Co. devono affrontare un branco dei Warg. Mi rammarico che questo punto focale della narrazione non sia stato ripreso nell’omonima pellicola cinematografica: mostra infatti come i segugi di Sauron avessero ormai raggiunto la Compagnia alle pendici delle Montagne Nebbiose. Il combattimento che ne segue è a dir poco spettacolare: la Compagnia si difende strenuamente e in quell’occasione abbiamo modo di ammirare uno dei rari incantesimi che Gandalf adopera durante il viaggio dei nove viandanti. «Nella luce vacillante del fuoco, Gandalf parve improvvisamente ingigantirsi: si eresse, una grande figura minacciosa pari al momumento di qualche antico re di pietra innalzato in cima ad un colle. Chinandosi come una nube, colse un ramo incandescente e andò incontro ai lupi. Essi retrocedettero innanzi a lui. Allora Gandalf lanciò in aria il tizzone fiammeggiante; una vampa si levò da esso, improvvisa e bianca come un lampo; la sua voce rombò come tuono. “Naur an edralth ammen! Naur dan i ngauroth” gridò. Con un mugghio ed un crepitio, dall’albero sulla sua testa fiorirono e verdeggiarono fiamme accecanti. Il fuoco volò da una chioma all’altra; l’intera collina fu incoronata da una luce abbagliante. Spade e pugnali dei difensori scintillavano e vibravano. L’ultima freccia di Legolas prese fuoco in volo, e si tuffò incandescente nel cuore di un grosso capo-tribù. Tutti gli altri fuggirono».

È solo allo spuntare dell’alba, tuttavia, che la verità viene svelata: esplorando i dintorni del colle sul quale la Compagnia si è ritirata durante la notte per meglio difendersi, i suoi membri si rendono conto che i cadaveri dei lupi sono scomparsi e – elemento forse ancora più agghiacciante – tutte le frecce che Legolas aveva scagliato (eccetto una che aveva preso fuoco) sono rimaste conficcate qua e là sui pendii della collina. Tolkien – che è un maestro della narrazione – a quel punto lascia intendere la verità pur senza svelarla apertamente: «È come temevo […] Questi non erano comuni lupi in caccia di prede nelle zone selvagge» si limita ad osservare Gandalf.

Gli warg delle due trilogie cinematografiche, invece, assomigliano curiosamente a un grande mammifero della preistoria che abitava milioni di anni nello Stato oggi noto come Mongolia e che da questo prende il nome di «Andrewsarchus mongoliensis». La somiglianza tra le due creature, come potete osservare nella seguente foto, mi sembra piuttosto palese.

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Spero che questo articolo vi sia piaciuto…aspetto i vostri commenti, alla prossima!

P.S. Per quanto riguarda il «Ciclo del Marinaio», continuo ad aggiornare periodicamente la pagina su wattpad e a scrivere il racconto dedicato alla fanciullezza di Miriel e di Pharazon…lavoro permettendo spero di potervi presto presentare novità in proposito!