Numenor: Game of Thrones (parte IV): Un sovrano per domarli tutti.

Care lettrici e cari lettori, bentrovati. Dopo essermi dedicato alla stesura del Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio» del quale consiglio la lettura per chiarire dubbi o semplicemente rinfrescare la memoria sui protagonisti che agiscono in questo articolo, ritorno alla narrazione del «Racconto dell’Ombra e della Spada». In questo brano verranno alla luce le divisioni esistenti fra i Fedeli, delle quali sapranno approfittare Pharazon e i Nazgul suoi consiglieri per costringere gli altri Numenoreani ribelli a sostenere la sua candidatura al trono. A proposito dei Fantasmi dell’Anello, mi piace sottolineare come in questa parte del racconto abbiano un ruolo fondamentale, soprattutto a livello oratorio: credo che questa sia una profonda differenza rispetto alle opere di Tolkien, nelle quali, invece, i Nazgul proferiscono poche parole, legate essenzialmente alla caccia dell’Anello e del suo portatore…per non parlare, poi, del celebre dialogo Re Stregone vs Eowyn, ormai reso oggetto (anche) di numerose parodie sul Web.

P.S. L’immagine che ho scelto come illustrazione principale per questo articolo, in effetti, non è ispirata alle vicende numenoreane, ma a quelle raccontate ne «La Caduta di Gondolin». Con un po’ di fantasia, tuttavia, non è impossibile immaginare che la figura corrispondente ad Idril sia Miriel, e che quella riferita a Maeglin sia invece Pharazon. Per quanto non abbia mai fatto cenno (almeno fino ad ora) ai trascorsi esistenti tra i due cugini, non è forse suggestivo immaginare che Miriel sospettasse fin dall’inizio delle oscure ambizioni di Pharazon? (osservate lo sguardo che Idril, la dama dalla bionda capigliatura, rivolge a Maeglin per rispondere a questa domanda). Buona lettura, aspetto come sempre i vostri commenti!

«Malumore e timori serpeggiavano ancora fra i Numenoreani, sicché Akhôrahil così ammansì i loro animi: “Amici, camerati di vecchia data, perché consumare nel nostro sangue la vendetta che noi tutti vogliamo ottenere su altri? Non sarò certo io a decantare le lodi di colei che così ferocemente ha tranciato i fili dell’esistenza di Dôkhôr, eppure, se le mie parole rivestono ancora importanza fra voi, dirò che ha agito secondo giustizia, né questo deve sembrarvi in contraddizione con quanto poc’anzi ho riferito, ché sovente essa si mescola alla ferocia, né, in tempi bui come questi, ove stolti governanti ed infidi ministri desiderano abolire diritti che i nostri antenati si procurarono versando il loro sangue in epiche imprese, è possibile agire in modo diverso. Io scorgo nei vostri occhi la medesima voglia di vendetta che si agita nel mio petto e che vorrei condividere con voi tutti: vendetta contro Tar-Miriel, vendetta contro Ërfea e Brethil, vendetta contro tutti coloro che tramano alle nostre spalle, fingendo di offrirci la loro amicizia in cambio del nostro silenzio. Il principe Dôkhôr è morto, e questa circostanza – spiacevole, indubbiamente – ci offre, tuttavia, la seguente scelta: obliamo tutti gli antichi rancori di cui la vittima – per ambizione personale o per poca lungimiranza non saprei dire – era portavoce e uniamoci al fine di salvaguardare le nostre esistenze. Ricordatelo, o Numenoreani – concluse poi, ritirandosi lentamente verso lo scranno di Pharazôn – i nostri nemici non sono in questa sala, ma dimorano oggi nelle vetuste aule della reggia di Armenelos”.

I Numenoreani allora si acquietarono e si sedettero nuovamente: Khûriel, che fra le Signore di Andor era quella più anziana e temuta, si levò allora dal suo scranno – unica fra tutti a non averlo abbandonato quando i suoi camerati erano stati presi dal terrore e dal panico – e così parlò: “Sei saggio e risoluto, mio signore; entrambi, lo sappiamo bene, condividendo la conoscenza delle arcane scienze che sono prerogativa di ben pochi iniziati, siamo giunti alla medesima conclusione, né è possibile attendere ancora, ché se così agissimo, ci comporteremmo invero stoltamente”.

Akhôrahil trasalì allorché udì le parole pronunciate così avventatamente dalla donna: ella osava paragonarsi ad uno degli immortali capitani di Sauron! Tanta audacia non poteva essere lasciata impunita! Egli formulò allora rapido nella propria avvizzita mente le parole che avrebbero costretto la Numenoreana a strisciare sul lurido suolo della caverna, simile ad un cieco verme che si agiti, inerme, nell’oscurità: furente, levò la mano, eppure, chiare e distinte gli giunsero altre parole, pronunciate per un diverso fine, ma che ebbero il potere di arrestare la sua ira. “Mia signora – aveva domandato Ëargon, incuriosito dalla sua affermazione precedente – qual è il tuo consiglio in questa ora buia per il tuo popolo?”

Khûriel tossì leggermente – aveva ormai superato il duecentottantesimo anno di vita ed il suo corpo iniziava lentamente, ma costantemente, ad indebolirsi, sebbene fosse ancora lucida di mente – e così rispose: “Giovane Ammiraglio, sei stato risoluto allorché hai affrontato Dôkhôr senza mostrare esitazione alcuna, ché se la Principessa delle Terre Orientali non fosse intervenuta al tuo fianco – e qui si inchinò leggermente dinanzi ad Adûnpahel, la quale, condividendo l’opinione del Quinto Nazgul sul destino che avrebbe voluto riservare alla donna, fu costretta, suo malgrado, a mostrare per il momento la medesima cortesia, in attesa che il Re degli Stregoni, che ora era nuovamente immerso in profonda meditazione, mostrasse quale fosse la sua opinione al riguardo – non avrei avuto alcuna tema a prendere il suo posto, né sarei stata tanto clemente così come lo è stata lei, ché l’avrei ucciso seduto stante ed egli non avrebbe potuto oppormi alcuna resistenza, ché, osservatemi, io non sono disarmata”. Rapida, Khûriel levò allora in alto uno spadino che aveva occultato nelle pieghe del suo scialle nero, sicché finanche coloro tra i Numenoreani avevano manifestato ilarità dinanzi alla sua dichiarazione, furono costretti a ricredersi e più non risero. Soddisfatta dall’aver visto negli occhi dei suoi camerati la paura, la donna proseguì ed ella si rivolse a tutti loro: “Se non fosse stato per lady Adûnaphel, tutti voi saresti morti due volte: la prima volta, a causa del cieco terrore che si era impadronito delle vostre membra e che avrebbe prostrato ogni volontà di resistenza; la seconda, per i colpi che vi sareste inferti l’un l’altro senza più discernere l’amico dal nemico, il saggio dallo sciocco. Stolti! – rimproverò loro con quanta forza aveva in corpo – conoscete così poco dei vostri avversari da non capire quanto essi siano deboli e divisi al loro interno? Credete forse che nell’Accademia dei Paladini, ove essi risiedono meditando e duellando ogni dì, perseguano tutti un medesimo scopo? No, camerati, vi sono gravi motivi per ritenere che vi siano fratture al loro interno, delle quali potremmo approfittare se agiremo tempestivamente e con forza”.

Udendo quelle parole, l’ira di Akhôrahil decadde ed egli considerò sotto una nuova luce la donna: sino a quel momento, infatti, aveva finto di essere a conoscenza di informazioni utili a distruggere il nemico senza, tuttavia, avere la minima cognizione di esse, ché suo scopo non era divulgare, ma istigare gli animi dei Numenoreani affinché rivoltassero il governo di Tar-Miriel. Nessuna parola, tuttavia, fu mormorata a proposito di quello che era il vero obiettivo del Re Tempesta: avere la testa di Ërfea Morluin, l’unico ad aver profanato la fortezza dei Nazgûl situata nel profondo delle sabbie dell’Harad, sottraendo loro documenti di importanza vitale, ed egli era molto cauto nel pronunciare il suo nome, per tema che i Numenoreani intuissero le sue ambizioni e comprendessero quanto sarebbe stato meglio celare il più lungo possibile. Per molte leghe tutt’intorno, infatti, erano note le gesta del figlio di Gilnar e, nelle lunghe veglie serali, alcuni soldati erano soliti mormorare che questi fosse venuto a conoscenza di arcani segreti appresi nel lontano Oriente, fra i quali erano compresi la facoltà di domare la mente dei suoi nemici e di arrestare il corso del tempo. Akhôrahil, naturalmente, sapeva che era tutto falso, né gradiva che sul suo acerrimo nemico circolassero voci che avrebbero contribuito a rendere la sua figura ancora più potente a corte: quanto al suo Signore, egli non rivelava alcunché dei suoi pensieri agli altri Nazgûl, a meno che Sauron non avesse espresso parere contrario, e questo perché, come tutti coloro che un tempo erano stati Paladini, Er-Murazôr riteneva poco degno confidarsi con altri che non fossero la propria mente ed il proprio congiunto[1]. Non avendo preso moglie neppure negli anni in cui era stato solo il secondo figlio del re di Numenor, il Capitano Nero custodiva ogni cosa gelosamente e quanto all’indovinare in quale direzione si orientasse il suo pensiero, solo l’Oscuro Sire in persona aveva forza sufficiente a scoprirlo.

Khôrazid, credendo di aver trovato un’alleata nell’anziana donna, così l’apostrofò: “Deh, parla dunque! Cosa ti spinge a credere che i Fedeli siano divisi quanto lo siamo noi?” e qui la sua bassa voce si alterò in modo orribile ad udirsi, affinché tutti potessero cogliere l’intrinseca ironia sottesa a quelle parole.

Khûriel non fu parca di spiegazioni: “Sappiate, o camerati, che fra i nostri nemici, solo Amandil gode di una popolarità tale fra il popolo da poterlo spingere, un giorno, a ribellarsi all’autorità della regina, se volesse impadronirsi del trono o favorire l’ascesa di un suo compagno; tuttavia, mai egli avrà in mente un tale desiderio, essendo la sua stirpe la più prossima fra quelle che servono Tar-Miriel ed i legami di sangue con lei troppo profondi per poter essere spezzati senza aver tema di attirare su di sé la vendetta dei Valar, cui Amandil, come tutta la sua gente, è molto devoto”.

Ëargon allora interloquì: “Eppure, non posso fare a meno di ritenere Ërfea l’ostacolo più imponente che ci separa dalla vittoria. Forse che io erro prestando fede a ciò che il mio cuore mi suggerisce?”

Khûriel replicò: “Non sbagli, figlio di Morlok; tuttavia, è stato detto che l’errore coesiste spesso con la verità ed un giovane Paladino di Numenor dovrebbe conoscere questo precetto, che è uno dei più importanti fra i Precetti dell’Ordine”.

Pharazôn, il quale era sorpreso da una simile dichiarazione, non avendo mai militato fra i Paladini, dei quali il padre aveva avuto una pessima considerazione, così interrogò la donna: “Sai questo? Come è possibile?”

Trascorse molto tempo prima che la donna rispondesse, infine, quando la maggior parte dei camerati si era convinta che si fosse ormai tramutata in una roccia grigia per effetto di un perverso incantesimo, parlò e la sua voce parve, per qualche istante, provenire dagli algidi abissi al di là del tempo: “Sono stata una Paladino, molti anni fa, quando i vostri nemici erano giovani”; infine si scosse, e parve che il suo spirito fosse ritornato nel loro mondo provenendo da universi senza nome: “I Paladini sono invisi al popolo e tardivo si è rivelata l’apertura dei cancelli dell’Accademia anche a quanti non sono di sangue reale”.

“Eppure – interloquì perplesso Pharazôn – Amandil stesso è un Paladino ed il suo nome è onorato da tutti”.

“Sì, lo è – rispose la donna – ma solo perché il popolo vede in lui l’erede primigenio di Elros Tar-Minyatur[2] ed egli è stato abile a porsi al di sopra delle due fazioni in diverse occasioni, sembrando l’uomo più indicato per porre fine alla guerra civile che ormai da troppi secoli persevera nella nostra isola. I miei informatori riferiscono che Amandil è un moderato e non intende entrare nella lotta tra partiti, ambendo solo al bene del suo popolo; ciò significa, non di meno, che dovremmo considerarlo sin d’ora un nostro nemico, perché egli si opporrà con violenza alla nostra marcia su Armenelos e difenderà la cugina con ogni mezzo.”

“Sono stato un fraterno amico di Amandil, allorché avevamo entrambi un minor numero di primavere sulle spalle, prima che la condanna di mio padre all’esilio ci allontanasse e conosco la sua umiltà e la sua determinazione; ammetto, invece, di conoscere poco Ërfea, sebbene pochi anni ci separino ed egli sia uno dei miei nemici più acerrimi, anche per questioni che in questa sala non menzionerò[3] – ammise Pharazôn – “tuttavia, non condivido il medesimo parere di Khûriel e ritengo che il figlio di Gilnar rimanga pur sempre l’avversario più temibile fra quanti si frappongono fra noi ed il trono”.

“Non nego la tua ultima affermazione – replicò la donna – eppure, sai meglio di me che a difendere un reame la spada di un solo Paladino, per quanto micidiale, non è sufficiente.”

“Ritieni dunque – le domandò, inquieto, Ëargon – che nessuno fra i Paladini accorrerebbe in difesa del Morluin se noi dovessimo minacciare la vita della sovrana?”

Khôrazid, che sino a quel momento aveva meditato in silenzio su quanto ascoltava, espresse il suo dissenso ad una soluzione che portasse alla morte di Tar-Miriel e questo perché, come ammise egli stesso – “per molti anni, quando era un’infante, ero solito tenerla sul mio grembo, come fosse stata una delle mie figlie, ed ora il mio cuore, al solo pensiero che la luce dei suoi biondi capelli possa essere soffocata dal rosso sangue, trema ed è preso da grande sgomento”.

Akhôrahil, che era sul punto di scagliare una pesante invettiva contro l’anziano principe, allorché scorse serpeggiare un grande disagio tra quanti erano della fazione moderata, mutò parere e si limitò a rispondergli con ironia mista a sarcasmo: “È nel fato degli uomini incontrare quando meno se l’attendano la morte ed abbandonare questo mondo; se la tua gente, tuttavia, inorridisce dinanzi a tale realtà, non è affar mio o di quanti mi sostengono; in fondo – ammise, mentre una nuova malvagia idea gli sorgeva nella mente – non è necessario che la regina muoia”.

Il volto di Khûriel si illuminò allorché si rese conto che, finalmente, il consigliere di Pharazôn era giunto alle sue medesime conclusioni: “Non lo è, infatti; anzi, se così agissimo, non faremmo altro che infliggerci da soli una pesante sconfitta. Non dobbiamo in alcun modo condannare a morte la sovrana, o altrimenti scateneremmo nel popolo una feroce reazione dinanzi alla quale nessun muraglione, bastione o torre potrebbe esserci d’aiuto. Tar-Miriel sarà parte integrante del Nuovo Ordine, quando questo sarà costituito”.

“Sono d’accordo con quanto affermi – interloquì allora Ëargon – tuttavia ancora non hai dato risposta alla mia domanda: nessun Paladino interverrà in aiuto del Morluin, se, anziché rivolgere le nostre armate contro la sovrana, dovessimo rivolgerle contro i Fedeli, aprendo una nuova fase della guerra civile che ormai perdura da diversi secoli? Quale sarà, inoltre, il parere di Tar-Miriel, allorché il suo generale più valido – e, diciamolo pure, il suo amante – sarà attaccato?”

“I quesiti che poni sono strettamente intrecciati, figlio di Morlok, ed ad essi verrà data risposta. Ërfea sarà sostenuto dalla sua gente ed essi, per quanto possano essere valorosi, sono pur sempre in numero minore rispetto alle genti delle altre contrade, né gli mancherà l’appoggio di Brethil ed egli, in verità, può contare su un sostegno ancor più esiguo da parte del suo popolo: le mie fonti, infatti, riferiscono che quasi tutti i cittadini del Mittalmar abbiano abbandonato le loro ancestrali dimore, trasferendosi nella grande città di Armenelos, ove sono stati tosto sedotti dai nostri agenti, rinfoltendo, in questo modo, le nostre fila di guerrieri. Per quanto concerne la tua seconda domanda, posso adesso rivelare che mai la regina ha trovato in Brethil un fedele compagno, prediligendo piuttosto i servigi che il duca Morlok, tuo padre, non ha risparmiato di offrirgli”.

“È vero che mio padre ha sempre tenuto in grande stima la sovrana – ammise pensieroso Ëargon – e questa sua preferenza ha costituito sovente motivo di contrasto tra le mie e le sue opinioni a tal riguardo; tuttavia, credevo che, spinta dall’affetto per il suo amante ritrovato, ella sarebbe stata più indulgente nei confronti di Brethil, il più anziano tra i suoi Grandi Ammiragli”.

Khûriel replicò: “Giovane comandante, non ti nascondo che nei giorni scorsi anche io ho nutrito il tuo medesimo dubbio, tuttavia, infine, le mie perplessità sono svanite allorché ho riflettuto su di un episodio avvenuto molti anni fa, quando tu non eri ancora nato, e che coinvolse un cugino di Brethil, Arthol il Superbo”.

Il figlio di Morlok annuì: “Se è il medesimo Arthol di cui mi hanno narrato i miei precettori, allora non dirò che la sua vicenda mi sia sconosciuta; cosa avrebbe a che fare, tuttavia, questa antica storia con quanto deve ancora essere?”

La donna sogghignò: “Arthol, Brethil ed Ërfea erano un tempo molto legati, costituendo un terzetto inseparabile, sicché Brethil, sebbene fosse in età maggiore rispetto agli altri due ragazzi, pure era ad essi molto legato. Come alcuni tra noi ricorderanno – e qui il suo sguardo si diresse su Akhôrahil – Brethil accompagnò suo cugino all’investitura di Cavaliere del Regno e per molto tempo ebbe per lui parole degne di ammirazione: ogni legame di amicizia e di rispetto, tuttavia, fu reciso allorché Arthol e sua sorella Gilmor furono coinvolti nell’oscuro complotto per eliminare Tar-Palantir e sua figlia, ché Brethil ed Ërfea, il quale, pure, era stato di Gilmor l’amante, denunciarono i loro sospetti a Gilnar e forse allo stesso Tar-Palantir, ché costui sembrava essere stato messo a conoscenza di quanto era accaduto ancor prima che il caso fosse dibattuto pubblicamente nell’assemblea del Senato, ed essi provvidero affinché i congiuranti fossero arrestati e giudicati. Tar-Miriel, nonostante l’indubbio legame che continua a legarla al Morluin, non ha mai dimenticato la parentela che intercorreva fra Arthol e Brethil, diffidando da quel giorno in poi di questo ultimo, né il Comandante dell’Esercito sembra abbia perdonato alla regina e a suo padre di non aver mai voluto accertare le responsabilità di coloro che, a sua detta, pur avendo preso parte al complotto, erano ancora liberi. Brethil non si fermò alle minacce, ma si diresse al Palazzo Reale, ove mostrò alla corte stupefatta un elenco dei probabili mandanti del complotto, senza però che la sua proposta fosse seriamente valutata, a causa della mancanza di prove; quanto a Brethil stesso, interrogato più volte da Amandil a proposito, non volle mai rivelare dove avesse appreso quei nomi, per tema che codesti uomini potessero essere messi sull’avviso e fuggissero da Numenor”.

Ëargon interloquì: “Non ero a conoscenza di questi avvenimenti ed è un bene per tutti noi che la tua presenza in questo consesso non sia venuta a mancare oggi; se a quanto dici si aggiunge l’invidia crescente fra Brethil e mio padre, per la sua nomina a Tesoriere del Regno, allora si intuisce che la frattura fra i principi fedeli alla corona è in realtà molto più grave di quanto non si possa credere a prima vista”. Khûriel, che era giunta al termine della sua narrazione, sorrise al giovane ammiraglio e fece ritorno al suo scranno, in attesa che altri prendessero la parola.

Pharazôn, che aveva ascoltato ogni singola parola pronunciata dalle anziane labbra della donna, prese a riflettere sui nuovi elementi che aveva testé appreso; egli, infatti, se da un lato aveva da sempre mirato a colpire i paladini più che la regina stessa, ignorava molte delle lacerazioni delle quali aveva discusso Khûriel, e credeva che queste, laddove fossero state presenti, si sarebbero ricucite per far fronte alla minaccia che i suoi uomini avrebbero portato allo Stato. Infine, dopo aver così ponderato, parlò ed espresse i suoi pensieri: “Supponiamo, per un solo istante, che Ërfea sia abbattuto, la sua gente condotta in catena per il divertimento dei miei guerrieri e Minas Laure ridotta ad un cumulo di macerie; supponiamo, altresì, che gli altri Paladini non accorrano in suo aiuto e che decidano di non immischiarsi in questioni che ritengano non essere di loro interesse; supponiamo, infine, che ogni nostra speranza si realizzi e che la Regina si mostri indulgente nei nostri confronti e disposta ad offrirci la sua collaborazione: a cosa condurrebbe tutto ciò? Al nostro successo, forse? No, ché questo sarà possibile solo quando uno tra noi – e qui il suo sguardo cadde malizioso su ognuno dei principi presenti – reclamerà ed otterrà per sé la corona di Numenor; tuttavia, se prima non facciamo chiarezza su questo punto, nessun fato sarà tanto benigno da permetterci di trionfare”.

Turbati, i Principi dei Numenoreani scrutarono nelle tenebre che circondavano gli alti scranni neri sui quali sedevano e presero a meditare sulla proposta, implicita e tuttavia fin troppo palese, che Pharazôn proponeva loro: accettare il suo dominio e sostenerlo nella lotta contro i Paladini; dapprima esitanti, essi infine furono spinti a pronunciare giuramenti ed a presentare i loro vessilli ai piedi del cugino della sovrano, ché il desiderio di trucidare Ërfea, Brethil ed i loro compagni si era accresciuto nei loro cuori ed essi non avevano più alcun timore di prestare obbedienza ad alcuno, purché si fosse mostrato in grado di ottenere la vittoria sui Fedeli. Smaniosi ed esultanti, i Principi supersiti, fra i quali Ëargon e Khûriel erano in prima fila, presero ad intonare canti bellici in onore del loro futuro re e non si avvidero, colti com’erano da questa improvvisa euforia, che i tre Nazgûl, riunitisi alle spalle del trono di Pharazôn, avevano preso a scambiarsi sguardi che esprimevano una palese soddisfazione, ché il primo obiettivo del loro Signore si era realizzato ed ora la sua vendetta su quanti l’avevano in passato sconfitto, sebbene fosse ancora lungi dal concretizzarsi, sarebbe divenuta realtà».

Note

[1] Secondo il Codice dell’Ordine, dieci erano le indicazioni che i Paladini dovevano sempre tenere a mente: 1) Non coltivare pensieri perversi; 2) la Via consiste nell’addestramento; 3) coltivare parecchie Arti diverse; 4) cercare di conoscere le vie e le modalità relative a qualsiasi mestiere o attività; 5) saper discernere il successo dal fallimento nelle questioni mondane; 6) esercitare l’intuizione e la capacità di giudizio in ogni attività; 7) saper percepire le cose che non si vedono; 8) prestare attenzione perfino alle cose marginali; 9) non fare cose inutili; 10) tenere segreta la mente ed ogni suo pensiero a quanti non sono a conoscenza del proprio nome. È evidente, per altro, che Er-Murazôr aveva obliato alcune indicazioni del Codice, prestando giuramento solo a quelle che riteneva utili per raggiungere i suoi scopi.

[2] Dopo l’editto prolungato da Tar-Aldarion, anche alle donne fu permesso di salire al trono di Numenor; Silmariel, perciò, ava di Amandil e primogenita del sangue reale, avrebbe anch’ella ottenuto la corona se fosse vissuta in tempi successivi, né questo particolare, nell’epoche turbolente che seguirono la scissione dei Numenoreani, fu dimenticato dai Fedeli, sebbene Amandil in persona avesse tentato sino all’ultimo di rifiutare la maestà delle genti occidentali.

[3] Qui segue una nota frettolosamente riportata sul margine sinistro del manoscritto da Ërfea e che Ëruo volle includere nella revisione finale del testo: “In verità, è evidente che il Re (Ar-Pharazôn) ambiva ottenere la mano di Tar-Miriel non solo perché il matrimonio fra i due avrebbe aperto la sua strada verso il trono, ma anche perché era attratto dalla regina e desiderava ottenerla per soddisfare le sue brame; non è improbabile, infine, che egli abbia voluto in questo modo rendermi profondamente infelice ed ottenere così vendetta sul mio rifiuto di sostenerlo nella sua lotta per ottenere lo scettro”.

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Da Numenor alla Terra di Mezzo: benvenuti, lettori de «Il Ciclo del Marinaio»!

A distanza di più di un anno, a causa delle modifiche che nel frattempo il blog ha subito e per aiutare i nuovi lettori a orientarsi all’interno dei racconti de «Il Ciclo del Marinaio», ho deciso di ripubblicare questo articolo…spero possa esservi utile, buona navigazione!

Numenor

Apro questo blog per scrivere, discutere e apprendere storie, canti e racconti ispirati alla Seconda Era della Terra di Mezzo, così come è stata concepita e descritta dallo scrittore inglese J.R.R. Tolkien. Qualche consiglio utile per la lettura: se sei interessata/o a scoprire quale sia stata la genesi del mio romanzo, «Il Ciclo del Marinaio», ti suggerisco di leggere questi due articoli: In principio era…Othello, ovvero come nacque il Ciclo del Marinaio e …e arrivò il Marinaio! Corto Maltese, Aldarion ed Erfea.
Se, invece, preferisci addentrarti subito nella lettura dei vari racconti, puoi sfogliare le categorie che si riferiscono ai vari racconti, iniziando dall’articolo più in alto nella cronologia per finire a quello più recente. Per aiutarti nella lettura di questi racconti e agevolare la comprensione di nomi ed eventi notevoli, ti consiglio di leggere quest’articolo: Cronologia della vita di Erfea e dei racconti del Ciclo del…

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Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»

Care lettrici e cari lettori, ben ritrovati. Questo articolo nasce da un prezioso suggerimento fornitomi da Federico Aviano, che mi ha fatto notare come, con l’avanzare della narrazione dei racconti del Ciclo del Marinaio e la comparsa di un numero sempre maggiore di protagonisti sulla scena, sia opportuno procedere a un dizionario che contempli tutti i personaggi comparsi nei miei scritti, allo scopo di permettere un rapido richiamo alle biografie di ciascun soggetto.
Ho così concepito questo articolo come una sorta di utile guida per il lettore, affinché possa famigliarizzarsi con i contenuti dei miei racconti in modo semplice e rapido. Vi chiedo di esprimere i vostri commenti sulla riuscita di questo «prontuario» e mi auguro che vi riesca di grande utilità pratica. Vi suggerisco, infine, di affiancare a questo articolo la lettura di Cronologia della vita di Erfea e dei racconti del Ciclo del Marinaio perché potrete ricavare preziosi riferimenti in merito alla successione dei vari racconti e dei principali eventi che riguardarono la vita di Erfea e degli altri personaggi del Ciclo del Marinaio. In grassetto troverete indicati tutti i nomi dei personaggi descritti in questo dizionario. Naturalmente questa guida ha solo lo scopo di aiutarvi a una comprensione «basica» dei personaggi citati; per approfondire la loro conoscenza, non vi resta che leggere i miei racconti e le opere di Tolkien. Un asterisco collocato accanto al nome vi segnalerà i personaggi da me inventati, rispetto a quelli che troverete nei racconti di Tolkien. Per semplificare la ricerca dei nomi, sono stati eliminati accenti e altri tratti prosodici.

Buona lettura, aspetto, come sempre, i vostri commenti e suggerimenti! Vi sarei immensamente grato se mi segnalaste errori e/o dimenticanze da parte mia; come potete immaginare, si è trattato di un lavoro impegnativo, ragion per cui è possibile che ci possa essere stata qualche omissione o confusione da parte mia.

A

*Adrahil. Figlio di Gimilkhad (da non confondersi con il personaggio omonimo). Uno dei Numenoreani neri mercenari che assalirono i nani che alloggiavano alla Locanda del Cacciatore di Brea. Affrontato in duello da Erfea, perse la mano destra, che gli fu tagliata da Sulring, la spada del Paladino di Numenor. Compare nel racconto: Il Marinaio e il Nanosterro.

*Adunaphel. La settima dei nove Nazgul, gli schiavi degli Anelli. Nota anche come Adunaphel l’Incantatrice. Per la sua biografia si veda il racconto de Le storie dei Nazgul. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; Il Marinaio e la Mezzelfa; Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; L’Ombra e la Spada; L’infame giuramento.

*Aegnor. Un fabbro noldo di Ost-In-Edhil, la città degli Elfi nella quale furono forgiati i Grandi Anelli del Potere. Aegnor lavorò e scolpì un corno ricavato dal corpo del drago Ancalangon il Nero. Elrond lo donò ad Erfea, prima che questi si recasse a Numenor per incontrare Miriel per un’ultima volta. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e l’Albero Bianco.

*Aghabad. Uno dei Numereani neri mercenari che assalirono i nani che alloggiavano alla Locanda del Cacciatore di Brea. Compare nel racconto: Il Marinaio e il Nanosterro.

*Akhorahil. Il quinto dei nove Nazgul, gli schiavi degli Anelli. Noto anche come il Re Tempesta. Per la sua biografia si veda il racconto de Le storie dei Nazgul. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; Il Marinaio e il Drago; Il Marinaio e l’Albero Bianco; il Marinaio e il re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; L’Ombra e la Spada; L’Infame Giuramento.

*Aldor Roc-Thalion. Signore degli Eothraim, un popolo di cavalieri antenato dei Rohirrim, discendente di Imracar Folcwine. Chiese ai Signori di Gondor asilo per il suo popolo, cacciato dalla terra in cui viveva ad opera delle armate del nazgul Hormurath. Prese parte alla battaglia per la difesa di Osgiliath, dove ebbe modo di trucidare Bairanax, uno dei draghi accorsi a saccheggiarla. Partecipò alla seguenti battaglie contro le armate di Sauron e morì nei primi anni della Terza Era. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; L’Infame Giuramento.

Amandil. Figlio di Numendil, e padre di Elendil, fu signore della regione di Numenor nota con il nome di Andunie e Sovrintendente del Regno fino alla sua scomparsa, avvenuta, presumibilmente, nell’anno 3319 della Seconda Era, mentre si recava con la sua nave verso Ovest per chiedere grazia ai Valar per il suo popolo. Uno dei Paladini del Regno, insieme ad Erfea, che era suo coetaneo. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; Il Marinaio e la Principessa; Il Marinaio e l’Albero Bianco; L’Ombra e la Spada; L’Infame Giuramento.

Amdir. Sovrano degli elfi di Lorien. Morì durante la prima battaglia dinanzi ai Cancelli Neri di Mordor. Compare nei seguenti racconti: Il Concilio di Orthanc; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Amroth. Figlio di Amdìr, ereditò il trono paterno alla sua morte, avvenuta durante la prima battaglia dinanzi ai Cancelli Neri di Mordor. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Anarion. Secondo figlio di Elendil e fratello di Isildur. Legatosi particolarmente ad Erfea, al quale assomigliava sia nel fisico che nel carattere, ebbe un animo pietoso e lungimirante. Morì durante l’assedio posto alla torre di Barad-Dur, dimora di Sauron. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; La Rosa e l’Arpa; L’Infame Giuramento.

*Andalonil di Utumno. Uno dei Demoni del mondo antico, incaricato da Sauron di proteggere la gemma dei Nani di Amon-Lanc; fu ucciso da Erfea. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Nanosterro.

*Ando-Anca. Uno dei tre Grandi Draghi del Ghiaccio che si unirono a Sauron per distruggere Osgiliath. Uccise Ariel e fu da questa trucidato. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Re Stregone.

*Angurth. Uno dei tre Grandi Draghi del Ghiaccio che si unirono a Sauron per distruggere Osgiliath. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Re Stregone.

*Antenora. Moglie di Khorazid, principe di Forastar. Una delle leader dei Numenoreani ribelli all’autorità di Miriel. Fu giustiziata da Pharazon perché accusata di aver ucciso suo marito; in realtà questi era stato ucciso da un demone evocato da Er-Murazor, reso invisibile dai suoi poteri. Compare nel seguente racconto: L’Ombra e la Spada.

Aratan. Secondo figlio di Isildur. Morì nel massacro dei Campi Iridati nell’anno secondo della Terza Era. Compare nei racconti: Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

*Ariel. Figlia di Aran, Signora delle Amazzoni, discendenti da quelle donne che avevano trovato rifugio, al termine della Prima Era, tra i boschi della penisola del Rast Vorn. Accorse in difesa di Osgiliath e cadde eroicamente, trucidando il grande drago Ando-Anca che minacciava la città. Compare nel racconto: Il Marinaio e il Re Stregone.

*Arthol. Figlio di Nargon, principe del Mittalmar, una delle regioni storiche di Numenor. Grande amico di Erfea in gioventù, decise successivamente di porsi alla testa di un colpo di stato che avrebbe dovuto portare alla morte di Palantir e di sua figlia Miriel. Sventato il complotto grazie alle rivelazioni portate da Erfea, che l’aveva casualmente scoperto, a Palantir, Arthol e gli altri membri del complotto furono tratti in catene e infine giustiziati. Sua sorella era Gilmor, che sedusse Erfea per alcuni mesi. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; L’Ombra e la Spada.

*Ar-Thoron. Sovrano delle Grandi Aquile nella Seconda Era, visse dapprima sulla cima del Menalterma; dopo la caduta di Numenor, si trasferì nelle Montagne Nebbiose, una grande catena montuosa situata nella Terra di Mezzo. Aiutò Erfea a salvarsi dall’agguato tesogli dai Nazgul a Numenor; in seguito fece da ambasciatore tra Osgiliath, assediata dalle truppe di Sauron, e gli altri reami che si opponevano all’Oscuro Signore e prese parte alla battaglia dinanzi al Cancello Nero. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Atanalcar. Quarto figlio di Elros Tar-Minyatur, primo re di Numenor. Fu il primo principe dell’Hyarrostar e antenato di Erfea. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Messere di Endore.

Aule. Il Vala (dio) fabbro. Creò i Sette Padri e le sei Madri dei Nani. In origine Sauron era uno spirito (Maia) del suo popolo, prima di essere corrotto da Morgoth.

*Azaran. Principe dell’Ondustar, il più anziano dei leader dei Numenoreani ribelli all’autorità di Miriel. Perì nell’incendio che consumò la sua dimora e che pare fosse stato acceso dai servi del nazgul Akhorahil. Compare nel racconto: L’Ombra e la Spada.

B

Baccador. Ninfa del fiume (probabilmente una Maia), sposa di Tom Bombadil. Conobe Erfea mentre costui era convalescente presso la sua dimora e gli donò un abito femminile destinato a Miriel. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Messere di Endore.

*Bain il Timido. Sovrano della Sesta Casata dei Nani. Prese parte con i suoi eserciti alla battaglia davanti al Cancello Nero di Mordor contro le schiere di Sauron. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Nanosterro; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

*Bairanax. Uno dei tre Grandi Draghi del Ghiaccio che si unirono a Sauron per distruggere Osgiliath. Ucciso da Aldor Roc-Thalion. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Re Stregone.

*Bavor. Signore di una casa dei Nani che si alleò a Sauron nel corso della sua guerra contro i Popoli Liberi della Terra di Mezzo. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Nanosterro; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

*Borin. Figlio secondogenito di Narin, e padre di Dworim, fu il più grande fabbro di Amon-Lanc. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Nanosterro.

*Brethil. Cugino di Arthol, divenne principe del Mittalmar alla sua morte. Pur essendo estraneo al suo complotto, fu oggetto di rancore da parte di Miriel, che portò in disgrazia il suo casato. Amico fraterno di Erfea, fu uno dei più valorosi Paladini di Numenor. Morì poco dopo l’ascesa al trono di Pharazon, che aveva tentato, inutilmente, di scongiurare. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; L’Ombra e la Spada; L’Infame Giuramento.

C

Celeborn. Elfo, marito di Galadriel e padre di Celebrian. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Celebrian. Elfa Noldo, figlia di Galadriel e di Celeborn. Nella parte finale della Seconda Era, conobbe Elrond il Mezzelfo, e se ne innamorò, ricambiata. Divenuta la migliore amica di Erfea, ebbe per lui parole di conforto e di saggezza, ricevendo da costui la rivelazione sul destino ultimo di Elwen. Fu presente alla morte di Erfea, nell’anno 8 della Terza Era. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Consiglio di Orthanc; L’infame giuramento.

Celebrimbor. Figlio di Curufin ed erede di Feanor, fu sedotto da Sauron e con la sua collaborazione forgiò i Grandi Anelli del Potere; allorché gli intenti dell’Oscuro Signore furono rivelati, egli si pentì e consegnò i Tre Anelli degli Elfi a Gil-Galad e a Galadriel, verso la quale nutrì sempre profondi sentimenti, pur non essendo ricambiato; durante l’assedio di Ost-In-Edhil da parte delle armate di Sauron, fu tratto in catene e torturato affinché rivelasse ove avesse nascosto gli Anelli del Potere. Furioso per non aver appreso il nascondiglio dei Tre, Sauron lo condannò a morte. Un suo oggetto, uno specchio in grado di mostrare i volti delle persone care al suo possessore, fu donato da Celebrian ad Erfea. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Concilio di Orthanc; La Rosa e l’Arpa.

*Celedhring. Elfo noldo, nacque a Gondolin nella Prima Era. Sopravvissuto alla caduta della Città, si stanziò successivamente nella città di Ost-In-Edhil, ove il suo sapere raggiunse le più alte vette della conoscenza. Egli divenne il Custode delle Chiavi delle forge di quella città e strinse amicizia con Celebrimbor. Dopo la venuta di Annatar (Sauron) in quella contrada, Celedhring collaborò con lui e Celebrimbor alla forgiatura dei Grandi Anelli; allorché Annatar abbandonò quella regione, Celedhring lo seguì e divenne il Custode delle Forge di Mordor. Alla fine dell’assedio degli eserciti di elfi, uomini e nani alla torre di Barad-Dur, egli fu trucidato da Glorfindel. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Nanosterro.

Cirdan. Elfo custode dei Porti Grigi. Donò ad Erfea un piccolo vascello per fare ritorno furtivamente a Numenor. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc.

Cirytur. Ammiraglio di Numenor, antenato di Erfea e discendente di Atanalcar, quarto figlio di Elros Tar-Minyatur. Guidò le forze armate di Numenor che distrussero gli eserciti di Sauron alla metà della Seconda Era, bloccandone, temporaneamente, l’espansione verso Ovest. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e l’Albero Bianco.

Cyrion. Terzo figlio di Isildur. Morì nel massacro dei Campi Iridati nel secondo anno della Terza Era. Compare nei racconti: Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

D

*Dokhor. Principe del Fornastar, membro dell’ala oltranzista dei Numenoreni ribelli all’autorità di Miriel. Compare nel racconto: L’Ombra e la Spada.

*Draphis. Mercante di Umbar. Prestò aiuto a Erfea perché questi potesse individuare la fortezza segreta dei Nazgul, nascosta nelle sabbie dei deserti dell’Harad. Compare nel seguente racconto: Il Concilio di Orthanc.

*Druin il Prode. Sovrano della Settima Casata dei Nani. Prese parte con i suoi eserciti alla battaglia davanti al Cancello Nero di Mordor contro le schiere di Sauron. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Nanosterro; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Durin IV. Sovrano dei Nani di Khazad-Dum (Moria) negli anni finali della Seconda Era. Il suo esercito si unì a quello degli altri popoli liberi per distruggere il potere oppressivo di Sauron. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Nanosterro; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

*Dwar. Il terzo dei nove Nazgul, gli schiavi degli Anelli. Noto anche come Signore dei Cani. Per la sua biografia si veda il racconto de Le storie dei Nazgul. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; L’Ombra e la Spada.

*Dworim. Figlio di Borin. Fabbro di Amon-Lanc, fu sedotto dall’elfo Celedhring, che lo convinse a forgiare una gemma di incommensurabile valore, chiamata Khazad-Khezed: guardando al suo interno era possibile scorgere il fine delle azioni di colui che la impugnava nel proprio pugno. Ben presto, tuttavia, la volontà instillata nella pietra si impadronì delle menti dei Nani di Amon-Lanc, portando tra loro discordia e morte. Dworim, ormai reso folle dai poteri della gemma, uccise gli ultimi sei nani che ancora dimoravano ad Amon-Lanc e si lasciò morire di fame e stenti. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Nanosterro.

E

*Earel. Primo nome di Erfea, attributogli dal padre Gilnar alla sua nascita. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; La Rosa e l’Arpa.

*Eargon. Giovane ammiraglio di Numenor, figlio di Morlok. Amante del nazgul Adunaphel, della quale ignorava, tuttavia, la vera identità. Uno dei leader dei Numenoreani ribelli all’autorità di Miriel. Compare nei seguenti racconti: L’Ombra e la Spada; L’Infame Giuramento.

*Earien. Nome con il quale Miriel, principessa di Numenor, si presentò ad Erfea in occasione del loro primo incontro. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; La Rosa e l’Arpa.

*Edheldin. Signore dei Noldor di Edhellond, era cugino di Morwin; amico di Erfea, accorse in suo aiuto nella battaglia per difendere Osgiliath e morì dinanzi ai Cancelli Neri. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Elendil. Figlio di Amandil, principe di Andunie, e padre di Isildur e Anarion. Uno dei signori dei Numenoreani Fedeli, fu allievo di Erfea, dal quale apprese le arti del combattimento e sopravvisse alla Caduta di Numenor e fondò nella Terra di Mezzo i regni di Arnor e Gondor. Alla fine della Seconda Era combatté contro Sauron e rimase ucciso nel duello che ne seguì. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e la Principessa; Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e la Mezzelfa; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; La Rosa e l’Arpa.

Elendur. Primo figlio di Isildur. Morì nel massacro dei Campi Iridati nel secondo anno della Terza Era. Compare nei racconti: Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

*Elkano. Paladino di Numenor. Figlio di un fabbro e di una tessitrice, fu uno dei primi paladini privi di nobili origini. Fu luogotenente di Erfea e combatté al suo fianco la guerra civile a Numenor, trovando la morte nell’assedio alla città di Armenelos. Compare nel racconto: L’Ombra e la Spada.

*Elwen. Mezzelfa, figlia di un’Elfa Noldo e di un Numenoreano. Incontrò Erfea quando costui si rifugiò ad Edhellond, città nella quale viveva, per sfuggire ai servi di Pharazon. Dopo aver stretto una relazione sentimentale con Erfea, Elwen fu ingannata dal sire elfico di quella città, Morwin, che la sedusse e la sposò, convincendola a scegliere l’immortalità della sua specie. Dopo aver scoperto gli inganni di Morwin ed essersi riappacificata con Erfea, Elwen scelse di trascorrere la vita con lui, ripudiando il suo sposo. La storia narra che ella non arrivò al Mare dove Erfea l’attendeva e la sua fine è ignota a tutti, tranne che ad Erfea stesso, che ne fece parola solo a Celebrian. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e la Mezzelfa; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Nascita di una stella fredda.

*Elrohir. «Cavallo della stella»: tale animale, donato dagli Eothraim a Erfea, sebbene non avesse ricevuto la facoltà di parlare le lingue di Elfi e Uomini, era tuttavia in grado di comprenderle, ché era discendente del possente destriero che Orome, il cacciatore dei Valar, aveva condotto con sé durante i suoi viaggi nella Terra di Mezzo nelle ere che precedettero il sorgere del sole e della luna. Compare nel racconto: Il Marinaio e il Re Stregone.

Elrond. Figlio di Earendil e di Elwing, nacque alla fine della Prima Era. Dopo la sconfitta di Morgoth, maestro di Sauron, i Valar (gli dei) posero i Mezzelfi dinanzi a una scelta: accettare di vivere per sempre come gli Elfi, oppure privilegiare la vita mortale degli Uomini. Elrond scelse una vita immortale, mentre suo fratello Elros Tar Minyatur optò per la mortalità e divenne il primo re di Numenor. Mentore di Erfea, gli consegnò, per conto del suo re Gil-Galad, la preziosa spada Sulring, forgiata nella città elfica di Gondolin in tempi remoti. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; La Rosa e l’Arpa; L’Infame Giuramento.

*Erfea. Venticinquesimo principe dell’Hyarrostar, una delle cinque regioni storiche del regno di Numenor, figlio di Gilnar e di Nimrilien. In lingua nanica era noto anche come Khevialath, che vuol dire «il lugimirante». Lontano discendente di Atanalcar, quarto ed ultimo figlio di Elros Tar-Minyatur, è il protagonista maschile de «Il Ciclo del Marinaio». Paladino di grande valore, nel corso degli anni stringerà una relazione con Miriel, principessa e poi regina di Numenor, che terminerà bruscamente all’indomani del colpo di Stato che condusse all’ascesa al trono di Pharazon. Successivamente, esiliato da Numenor perché inviso al nuovo sovrano, si stabilì nella Terra di Mezzo, ad Edhellond, dove strinse una relazione con Elwen, che terminò quando costei sposò Morwin, il Signore di quella Città. In seguito alla distruzione di Numenor e alla morte di Miriel si stabilì ad Osgiliath, come sovrintendente del regno di Gondor. Pur se estremamente anziano, prese parte alla difesa della città dall’assalto delle truppe di Sauron e al successivo contrattacco che terminò con la distruzione di Mordor e la perdita, da parte dell’Oscuro Signore, dell’Unico Anello. Erfea morì nell’ottavo anno della Terza Era. Compare in tutti i racconti.

*Er-Murazor. Il primo dei Nazgul, gli Schiavi degli Anelli. Principale avversario di Erfea. Noto anche come il Signore degli Stregoni, il Re di Morgul e il Capitano Nero. Per la sua biografia si veda il racconto de Le storie dei Nazgul. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; Il Marinaio e la Principessa; Il Marinaio e la Mezzelfa; il Marinaio e il re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; L’Ombra e la Spada; L’infame giuramento.

*Eruo. Scrivano di Elessar (Aragorn), tradusse dalla lingua degli Elfi Noldo (Quenya) alla lingua comune dell’Occidente il tomo delle memorie di Erfea, rivenuto nella torre di Orthanc (Isengard), che costituisce la base del «Ciclo del Marinaio». Compare nel racconto: L’Ombra e la Spada.

*Eorsen. Principe del popolo degli Eothraim e parente di Aldor Roc-Thalion, prese parte all’assedio a Barad-Dur, dimora di Sauron, ove trovò la morte. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e la Grande Battaglia.

F

Fangorn. Noto anche come Barbalbero. Uno dei tre più anziani Ent (Onodrim). Accorse con i suoi simili per combattere Sauron dinanzi ai Cancelli Neri. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Feanor. Il più grande artista fra gli Elfi Noldo. Egli creò i Silmaril, le tre gemme nelle quali era custodita la luce degli Alberi di Valinor, che furono distrutti da Morgoth e dalla creatura a nome Ungoliant. Il suo tentativo di strappare i Silmaril dal possesso di Morgoth darà origine a una serie di vicende drammatiche descritte nell’opera di Tolkien intitolata «Il Silmarillion». Nel «Ciclo del Marinaio», Feanor compare in un racconto dove si spiega l’origine delle Palantiri, le Pietre Veggenti che permettevano di comunicare a distanza. Compare nei racconti: Il Marinaio e le Palantiri; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Finglas. Noto anche come Ciuffofoglio. Uno dei tre più anziani Ent (Onodrim). Accorse con i suoi simili per combattere Sauron dinanzi ai Cancelli Neri. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Finwe. Primo re dei Noldor e padre di Feanor; morì tentando di difendere i Silmaril dalla bramosia di Morgoth e di Ungoliant. Compare nel racconto: Il Marinaio e la Grande Battaglia.

*Finduilas. Una delle ancelle di Elwen la Mezzelfa. Compare nel racconto: Il Marinaio e la Mezzelfa.

Fladrif. Noto anche come Scorzapelli. Uno dei tre più anziani Ent (Onodrim). Accorse con i suoi simili per combattere Sauron dinanzi ai Cancelli Neri. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e la Grande Battaglia.

*Furin. Uno dei nani che si unirono ad Erfea e a Naug-Thalion nell’esplorazione di Amon-Lanc. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Nanosterro.

*Furin (2). Araldo e condottiero delle schere dei Nani della Sesta e Settima Casata che accorsero in aiuto dei Popoli Liberi nella loro battaglia dinanzi ai Cancelli Neri. Morì durante l’assedio posto a Barad-Dur, dimora di Sauron. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e la Grande Battaglia.

G

Galadriel. La maggiore e più bella delle donne elfiche. Ebbe grande parte nel corso degli eventi della Seconda Era, ergendosi ad avversaria di Sauron e dei suoi schiavi e fu custode di uno dei tre anelli elfici; insieme a suo marito Celeborn, dapprima dominò sulla città di Ost-in-Edhil nell’Eriador e, successivamente, nel regno boscoso del Lorien. Sua figlia fu Celebrian, che sposò Elrond. Accolse Erfea mentre era di passaggio a Gran Burrone e gli rivolse saggi consigli. Compare nei racconti: Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

*Galdor. Fabbro elfico noldor che forgiò la spada Sulring nella città di Gondolin. Questa spada fu poi donata da Gil-Galad ad Erfea. Compare nel racconto: Il Marinaio e il Nanosterro.

Gil-Galad. Figlio di Fingon, Alto Re dei Noldor, una delle tre stirpi degli Eldar (Elfi) presenti nei romanzi di Tolkien. Noto anche come Erenion. Incontrò Erfea quando era ancora adolescente e predisse che sarebbe diventato un grande Paladino. Morì alla fine della Seconda Era, cadendo per mano di Sauron nello scontro che concluse quell’epoca. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc.

*Gilhith. Uno dei cavalieri elfici che presero parte alla prima battaglia dinanzi ai Cancelli Neri di Mordor. Raccolse le ultime parole di un morente Amdir. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e la Grande Battaglia.

*Gilnar. Ventiquattresimo principe dell’Hyarrostar, padre di Erfea e marito di Nimrilien. Non condivise la scelta di suo figlio di rinunciare alla carriera militare nella flotta numenoreana, per dedicarsi, al contrario, alla cavalleria, tradizionalmente considerata la forza armata meno importante e numerosa di Numenor. Morì nell’anno 3255 della Seconda Era, poco dopo l’ascesa al trono di Pharazon. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; Il Marinaio e il Drago; Il Marinaio e le Palantiri; Il Marinaio e la Principessa; L’infame giuramento.

*Gilmor. Principessa del Mittalmar, sorella di Arthol. Strinse, su suggerimento di Akhorahil, una breve relazione con Erfea, perché non si intromettesse nella congiura che il fratello stavo approntando. Coinvolta nel complotto per uccidere Palantir e sua figlia Miriel, fu arrestata e, giudicata colpevole di altro tradimento, giustiziata. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Messere di Endore.

Gimilkhad. Fratello minore di Palantir, figlio di Gimilzor, padre di Pharazon e capitano della fazione dei Numenoreani Neri. Morì durante un’imboscata tesagli dai Variag del Khand, un popolo nomade stanziato in una contrada a sud di Mordor, nell’anno 3175 della Seconda Era. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; Il Concilio di Orthanc.

Gimilzor. Ventitreesimo sovrano di Numenor. Nacque nel 2960 della Seconda Era e morì nell’anno 3177: perseguitò a lungo i Fedeli e proibì che costoro adoperassero le lingue elfiche. Compare nel racconto: Il Marinaio e il Messere di Endore.

Glorfindel Chiomadoro. Elfo noldo, proveniente da Gondolin, protesse il suo popolo durante la fuga da quella città, quando fu occupata dalle truppe di Morgoth. Morì affrontando in un duello un Balrog: i Valar (gli dei), tuttavia, vollero premiare il suo coraggio e la sua abnegazione, e gli permisero di tornare alla Terra di Mezzo. Accorse in difesa di Osgiliath con i suoi cavalieri. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; L’Infame Giuramento.

*Gori. Figlio di Frain, fu uno dei signori degli Anelli che si oppose alla presenza di Erfea a Khazad-Dum. Probabile portatore di uno dei Sette Anelli dei Nani. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Nanosterro.

*Gori (2). Uno dei nani che si unirono ad Erfea e a Naug-Thalion nell’esplorazione di Amon-Lanc. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Nanosterro.

*Groin Hroa Sarna. Nano, figlio di Naug-Thalion, noto anche come «Corpo di Pietra», per aver resistito alla magia nera di Andalonil. Divenne grande amico di Erfea, al pari di suo padre, ed accorse di buon grado alla difesa di Osgiliath, minacciata dalle armate di Sauron. Partecipò alla battaglia dinanzi al Cancello Nero di Mordor, dove suo padre fu ucciso. Prese quindi il comando delle truppe di Khazad-Dum nell’assedio a Barad-Dur. Morì nel primo secolo della Terza Era. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Nanosterro; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; L’Infame Giuramento.

H

*Herim l’Impavido. Erede di Bor l’Orientale, un signore degli uomini dell’Est che pagò con la propria vita l’alleanza con gli Elfi. Condusse le sue schiere a difese di Osgiliath e morì durante la battaglia dei Cancelli Neri. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

*Herugil. Signore di Pelargir, il principale porto di Gondor. Accorse con le sue truppe in soccorso di Osgiliath, minacciata dalle truppe di Sauron. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

*Himel. Nome segreto di Erfea, rivelato solo a Miriel e ad Anarion. Compare nel seguente racconto: La Rosa e l’Arpa.

*Hoarmurath di Dir. Il sesto dei Nazgul, gli Schiavi degli Anelli. Noto anche come Re del Ghiaccio. Per la sua biografia si veda il racconto de Le storie dei Nazgul. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; L’Ombra e la Spada.

I

*Imracar Folcwine. Principe e ambasciatore del popolo degli Eothraim, antenati dei Rohirrim che nella Terza Era divennero alleati di Gondor. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e la Principessa; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

*Indur. Il quarto dei Nazgul, gli Schiavi degli Anelli. Noto anche come Re Mumakan. Per la sua biografia si veda il racconto de Le storie dei Nazgul. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; L’Ombra e la Spada.

Isildur. Figlio primogenito di Elendil, e fratello maggiore di Anarion. Di carattere nobile ed impetuoso al tempo stesso, fu il più dotato tra gli allievi di Erfea, assomigliandogli molto nel portamento, sebbene non avesse la stessa sensibilità e umanità. Dopo la caduta di Numenor, salvò alla tragedia insieme con suo padre Elendil e suo fratello Anarion. Divenuto sovrano del regno di Gondor, prese parte alla guerra contro Sauron. Assistette al mortale duello nel quale suo padre e Gil-Galad furono uccisi dall’Oscuro Signore, ma sopravvisse per vendicarli e strappare così dalla mano di Sauron l’Unico Anello. Morì nel secondo anno della Terza Era, mentre si recava a Nord per tornare dalla sua gente e l’Anello si smarrì nel Grande Fiume. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e la Mezzelfa; Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; La Rosa e l’Arpa; L’Infame Giuramento.

K

Khamul. Il secondo dei Nazgul, gli Schiavi degli Anelli. Noto anche come Orientale Nero e Scudiero di Sauron. Il nome di questo Nazgul è stato l’unico inventato da Tolkien. Per la sua biografia si veda il racconto de Le storie dei Nazgul. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; L’Ombra e la Spada.

*Khanor. Uno schiavo di Pharazon, affetto da mutismo, di origine ignota (probabilmente un Haradrim); fuggito alla malvagità del suo padrone, si rifugiò a Gondor, dove Erfea lo alloggiò in uno dei più belli palazzi di Osgiliath, per alleviare in lui il ricordo delle torture sofferte durante la sua prigionia. Khanor consegnò a Erfea un manoscritto nel quale erano riportate le trame che coinvolsero il suo ex padrone e i suoi camerati nell’ordire la fine di Numenor. Compare nel racconto: L’Ombra e la Spada.

*Khorazid. Principe dell’Andustar, marito di Antenora e membro dell’ala moderata dei Numenoreani che si opponevano a Miriel. Fu ucciso da un demone invisibile evocato da Er-Murazor. Compare nel racconto: L’Ombra e la Spada.

*Khuriel. Anziana donna di nobile origine. Una dei leader numenoreani che si opponevano all’autorità di Miriel. Morì a causa di un misterioso morbo che contrasse dopo essersi rifugiata nel regno del nazgul Ren il Folle. Compare nel racconto: L’Ombra e la Spada.

L

Lorien. Vala (dio) del Sogno, noto agli Elfi con il nome di Irmo. Compare nel racconto: Il Marinaio e le Palantiri.

*Luiniell. Signora di Minas Ithil, moglie di Isildur, e madre di Elendur, Aratan e Cyrion. Secondo alcuni storici vissuti in epoche successive, ella sarebbe stata nipote di Erfea per parte paterna, ma i pareri su questa parentela sono discordi e questa è solo un’ipotesi. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Re Stregone.

M

Manwe. Signore dei Valar (dei) e sposo di Varda Elentari.

Mandos. Uno dei Valar (dei), Signore della Morte e del Destino.

*Manea. Nota anche come «La Veggente», predisse le sorti di numerosi uomini e donne di Numenor, compresa quella di Erfea e di Miriel. Nessuno, tuttavia fu in grado di apprendere il suo verno nome o la sua ascendenza. Secondo interpretazioni postume, Manea sarebbe stata l’incarnazione di Varda, una delle Potenze del Mondo e Signora delle Stelle: non tutti, però, credettero a questa rivelazione, ed il suo nome fu obliato alla fine della Seconda Era. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; Il Marinaio e la Principessa.

*Manveru. Nome di un Uomo del Nord, servitore di Gilnar e primo istruttore di Erfea nella disciplina dell’equitazione. Sembra che il suo vero nome fosse quello di Ridderman, «colui che doma il Cavallo». Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Messere di Endore.

Meneldil. Figlio di Anarion, l’ultimo uomo ad essere nato a Numenor prima della sua distruzione. Ereditò il trono di Gondor dopo la morte di suo padre e di suo zio Isildur. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; L’Ombra e la Spada.

Miriel. Principessa di Numenor, unica figlia di Palantir e di Silwen, madre di Varaneli, salì al trono nell’anno 3255 della Seconda Era. Nota, nella favella dei Numenoreani, anche con il nome di Ar-Zimraphel. Donna di grande bellezza e di acuta intelligenza, intraprese una relazione sentimentale tormentata con Erfea, interrotta dalla sua scelta, sofferta, di prendere in sposo suo cugino e usurpatore al trono Pharazon. Miriel perì nell’inabissamento di Numenor. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; Il Marinaio e la Principessa; Il Marinaio e l’Albero Bianco; La Rosa e l’Arpa; L’infame giuramento.

*Mirmorth. Matronimico di Erfea. Compare nel racconto: La Rosa e la Spada.

Morgoth. In origine noto anche come Melkor, era il più potente dei Valar (dei). Si oppose ad Eru (il Dio creatore del mondo e dei Valar stessi) e scelse la malvagità. Durante la Prima Era del Mondo fu il principale nemico di Elfi, Uomini e Nani; al termine di questa epoca fu tratto in arresto dai Valar e scagliato al di fuori del Tempo e dello Spazio. Suo discepolo prediletto era Sauron.

*Morluin. Uno dei più antichi fra i Draghi di sesso femminile (conosciuti anche come «Grandi Vermi») sopravvissuti alla sconfitta del loro creatore Morgoth, alla fine della Prima Era. Cercò di vendicarsi sui Numenoreani, perché alcuni pescatori avevano catturato e ucciso i suoi cuccioli: fu affrontata da Erfea, al quale sottoposte una serie di tre enigmi, la cui risoluzione avrebbe permesso all’isola di Numenor di sopravvivere alla sua ira. Frustata dalla sconfitta che Erfea le inflisse, si allontanò da Numenor e non fu più vista da alcuno. Al termine di questa importante e inaspettata vittoria, Erfea ottenne il soprannome di «Morluin». Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Drago.

*Morwin. Signore degli elfi di Edhellond, una piccola cittadina situata nel regno di Gondor. Fu adottato da Fingon, re degli Elfi, quando era ancora piccolo, perché la sua famiglia originaria era stata sterminata dagli Orchi nel corso delle battaglie che li opposero agli Elfi nel corso della Prima Era. Al termine di quell’epoca, Morwin condusse una schiera di Elfi a sud, ove essi avevano fondato Edhellond. Estremamente sospettoso nei confronti degli Uomini, da lui accusati di avere tradito gli Elfi nella lotta contro Morgoth, diffidò sempre di Erfea, del quale fu rivale in amore nei confronti della mezzelfa Elwen, giungendo poi a sposarla. Lasciato dalla consorte, che ne frattempo si era riconciliata con Erfea, si diresse ad Umbar con l’intento di affrontare il suo rivale; la comparsa del nazgul Adunaphel, tuttavia, costrinse i due avversari a riappacificarsi per fronteggiare il comune nemico. Al termine del duello, Morwin comprese che non avrebbe mai più ricevuto l’amore di Elwen e scomparve. Riapparve anni dopo per salvare gli elfi di Thranduil dalle armate del nazgul Dwar, durante il primo, sfortunato, assedio ai Cancelli Neri di Mordor; in quell’occasione egli perì, ucciso dal Nazgul. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e la Mezzelfa; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

N

*Narin. Signore dei nani della stirpe di Druin. Padre di Borin. Scoprì il colle di Amon-Lanc, al di là del Grande Fiume, che i Nani chiamavano Tumun-Gabil e che nel corso della Terza Era sarebbe stato occupato dal Negromante, divenendo parte del complesso di Dol-Guldur. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Nanosterro.

*Narin (2). Figlio di Borlin, membro dell’ambasciata che raggiunse Khazad-Dum per chiedere l’aiuto dei nani colà dimoranti per risolvere il mistero che aleggiava sulle rovine di Tumun-Gabil. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Nanosterro.

*Naug-Thalion. Nome elfico con il quale era conosciuto Bor, figlio di Dwarim, e padre di Groin, uno degli ambasciatori e signori dei nani di Khazad-Dum. Strinse profonda amicizia con Erfea, quando costui salvò alcuni membri del suo popolo dall’aggressione di una banda di mercenari Numenoreani fedeli a Pharazon. Con le sue truppe difese la città di Osgiliath dagli eserciti di Sauron, accorrendo al richiamo di Erfea. Morì nella Battaglia dinanzi al Cancello Nero, ucciso dal Nazgul Dwar. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e la Principessa (anche se non è ancora specificato il suo nome); Il Marinaio e il Nanosterro; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; L’Infame Giuramento.

*Nimrilien. Sorella minore di Numendil, moglie di Gilnar e madre di Erfea. Assisté Erfea al termine del suo primo incontro con Sauron, aiutandolo a superare l’atavica paura della Morte. Si spense nell’anno 3255 della Seconda Era, insieme al marito Gilnar, poco dopo l’ascesa al trono di Pharazon. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; Il Marinaio e le Palantiri; Il Marinaio e la Principessa; L’Infame Giuramento.

*Nori. Uno dei nani compagni di Naug-Thalion. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Nanosterro.

Numendil. Fratello maggiore di Nimrilien, zio di Erfea e signore di Andunie. Suo figlio fu Amandil. Presso Numendil Erfea fu ordinato cavaliere del Regno di Numenor e svolse il suo apprendistato. Morì, probabilmente avvelenato dai servi di Akhorahil, nello stesso anno in cui Erfea fu nominato cavaliere del Regno. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; La Rosa e l’Arpa.

O

Orome. Uno dei Vala (dei). Grande cacciatore dei servi di Morgoth. Noto anche con il nome di Bema presso gli Uomini del Nord.

Oropher. Sovrano degli elfi silvani di Bosco Verde il Grande e padre di Thranduil, condusse la sua gente a sud e perì durante il primo assalto al Cancelli Neri di Mordor. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc.

Osse. Uno degli spiriti angelici del popolo di Ulmo, legato al mare e alle coste. Il suo nome era molto temuto dai Numenoreani, perché egli era il responsabile delle tempeste che affondavano le imbarcazioni.

P

Palantir. Ventiquattresimo sovrano di Numenor, figlio di Gimilzor e padre di Miriel. Contrariamente ai suoi predecessori, tentò, senza successo, di riportare il popolo numenoreano sulla retta via, cercando di spronarlo verso il ritorno del culto di Eru (Dio), ma senza successo. A differenza di sua moglie Silwen, nutrì sempre una grande fiducia nei confronti di Erfea ed avrebbe voluto che questi sposasse sua figlia, divenendo re consorte di Numenor. Morì di dolore, conscio di aver fallito nella sua missione, nello stesso anno in cui sua figlia ascese al trono di Numenor. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; Il Marinaio e il Drago; Il Marinaio e la Principessa; Il Concilio di Orthanc; La Rosa e l’Arpa; L’infame giuramento.

Pharazon. Unico figlio di Gimilkhad, padre di Varaneli. Divenuto il leader della fazione dei Numenoreani che si opponevano a Palantir e, successivamente, a sua figlia Miriel, assistito dai Nazgul Akhorahil, Adunaphel ed Er-Murazor, si impadronì del trono di Numenor. Costrinse la regina ad abdicare a suo favore, sposandola contro la sua volontà, ma promettendole che avrebbe salvato la vita ad Erfea. Pharazon, dopo che Sauron finse di sottomettersi al suo potere, divenne un seguace del culto delle tenebre e decise di invadere Valinor, la terra dei Valar (Dei): questo gesto sconsiderato causò l’ira di Eru (Dio) che distrusse Numenor. Pharazon e il suo seguito, tuttavia, furono intrappolati nelle Caverne dell’Oblio e là giaceranno fino alla fine dei giorni. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e della Principessa; Il Marinaio e la Mezzelfa; Il Marinaio e l’Albero Bianco; L’Ombra e la Spada; L’Infame Giuramento.

R

*Ren. L’ottavo dei Nazgul, gli Schiavi degli Anelli. Noto anche come il Re folle. Per la sua biografia si veda il racconto de Le storie dei Nazgul. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; L’Ombra e la Spada.

S

Sauron. Noto in origine come Gorthaur l’Aborrito, Sauron fu sedotto da Morgoth e ne divenne fedele luogotenente durante la Prima Era. Dopo la sconfitta del suo Signore, fuggì lontano ad Est, ove riacquistò una nuova forma, gradevole a vedersi. Il suo obiettivo divenne allora quello di sostituirsi a Morgoth per corrompere i cuori degli Elfi  e degli Uomini, ai quali si presentò sotto le mentite spoglie di Annatar, e farne i suoi schiavi. Provò a corrompere Erfea, parlandogli attraverso una delle Palantiri, ma dopo aver fallito nel suo intento, ne divenne acerrimo avversario. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e le Palantiri; Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Shelob. Un mostruoso demone a forma di ragno, ultima figlia di Ungoliant. Viveva nelle caverne situate presso Cirith Ungol. I suoi figli provarono, senza successo, ad attaccare Erfea che si era recato in quei luoghi per spiare l’avanzata dell’esercito del nazgul Adunaphel. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Re Stregone.

*Silwen. Regina consorte di Numenor, moglie di Palantir e madre di Miriel. Inizialmente avversa alla relazione tra sua figlia ed Erfea, negli ultimi anni della sua esistenza mutò opinione in merito al legame fra i due giovani. Morì in età prematura a causa dell’addensarsi della Tenebra su Numenor. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e il Messere di Endore; Il Marinaio e le Palantiri.

T

Telchar di Nogrod. Un grande fabbro nano. Forgiò la spada Narsil la Splendente, il cui troncone tagliò il dito e Anello dalla mano di Sauron. Compare nel seguente racconto: Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Thranduil. Figlio di Oropher, sovrano degli Elfi di Boscoverde il Grande. Sopravvisse alla prima battaglia dinanzi ai Cancelli Neri, aiutato in questo dal sacrificio eroico di Morwin, e divenne il nuovo re del suo popolo. Compare nel racconto: Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Tom Bombadil. Uno spirito della Terra (probabilmente un Maia), prese dimora presso un bosco che sorgeva nei pressi degli antichi tumuli degli Uomini. Pochi fra gli Elfi conoscevano il suo nome ed essi ignoravano le sue origini, né erano noti i suoi padri, sicché presero a chiamarlo Iarwain Ben-Adar, il più anziano e il senza padre. Presso le altre genti aveva nomi diversi: i Nani lo chiamarono Forn e Uomini Ornald. Salvò Erfea che giaceva morente nei pressi della sua casa e lo aiutò a combattere i sentimenti d’ira e vanagloria che nutriva nel suo animo. Sposato alla ninfa del fiume Baccador, compare nel seguente racconto: Il Marinaio e il Messere di Endore.

*Thur. Un nano, comandante delle schiere di Belegost che si unirono agli eserciti dei Popoli Liberi in lotta contro Sauron. Compare nel racconto: Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Tulkas. Uno dei Vala (dei). Il paladino di tutti gli dei, massimamente temuto da Morgoth e dai suoi servi.

U

Ulmo. Uno dei Valar (dei), Signore dell’acqua, dei mari e degli oceani.

*Uvatha. Il nono dei Nazgul, gli Schiavi degli Anelli. Noto anche come il Re cavaliere. Per la sua biografia si veda il racconto de Le storie dei Nazgul. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e l’Albero Bianco; Il Marinaio e il Re Stregone; Il Marinaio e la Grande Battaglia; Il Concilio di Orthanc; L’Ombra e la Spada.

V

*Varaneli. Unico figlio di Pharazon e Miriel. Egli nacque nell’anno 3256 della Seconda Era, poco dopo la conclusione del colpo di Stato che aveva portato al trono suo padre. La corte reale, intimorita dalla sua personalità ombrosa e dal suo aspetto particolarmente bello, prese a mormorare che fosse in realtà figlio di Sauron, che si era sostituito al re con un inganno per giacere con sua moglie. Morì prematuramente, prima della Caduta di Numenor. Compare nei seguenti racconti: Il Marinaio e l’Albero Bianco; La Rosa e l’Arpa.

Varda Elentari. Moglie di Manwe e regina dei Valar. Poiché fu la prima a rendersi conto della malvagità di Morgoth, le creature malvagie temono le invocazioni al suo nome.

Y

Yavanna Kementari. Moglie di Aule, dispensatrice di frutti. le sue creature sono le piante, in particolare le sono devoti i Pastori degli Alberi, cioè gli Ent.

 

Numenor: Games of Thrones (III). Trame sinistre…

Bentrovati, care lettrici e cari lettori. Continuo in questo articolo la narrazione del racconto de «L’Ombra e la Spada»: le prime puntate dedicate a questo articolo potrete leggerle alle seguenti pagine Numenor: Game of Thrones (I) e Numenor: Game of Thrones (parte II). L’arrivo di Pharazon e dei Nazgul. In questa terza parte, dopo l’entrata in scena dei Nazgul di origine numenoreana e di Pharazon, si iniziano a delineare le sinistre trame che condurranno al colpo di Stato che porterà alla fine del regno di Tar-Miriel. Riusciranno Erfea e gli altri Paladini a fronteggiare la minaccia di Pharazon e dei suoi crudeli consiglieri? Quale sarà il ruolo che assumerà Tar-Miriel all’interno del conflitto ormai prossimo? Le risposte non tarderanno ad arrivare; in attesa di poter essere più preciso, vi auguro buona lettura e resto in attesa dei vostri commenti e suggerimenti!

«Pharazôn attese che il silenzio e la quiete tornassero a regnare sovrani fra l’uditorio, infine alzò una mano e parlò: “Vi ho convocato in questo luogo per discutere delle infinite minacce che in questi ultimi anni sono sorte ai nostri danni; tuttavia, prima che le discussioni abbiano inizio, non vorrei mai venire meno alla deferenza che la presenza di sì tanti signori e dame – e qui parve che il suo sorriso si tramutasse in un ghigno sarcastico – suscita in me, sicché non mancherò di presentarvi i miei fidati mentori. Il nome di Akhôrahil è già noto alle vostre orecchie, ed io, pertanto, non lo presenterò nuovamente innanzi a voi; eccovi, invece, coloro che mi hanno scortato in questo lungo e periglioso viaggio dall’Oriente all’Occidente.” Si interruppe per un istante, infine, con un gesto teatrale della mano destra, indicò coloro che gli erano al fianco: “Questi è Er-Murazôr, Principe di una remota contrada posta nell’Harad; ella, invece, è Adûnaphel, Maga e Sapiente proveniente dalle Terre dell’Aurora[1].” I due Úlairi si inchinarono al pubblico, che ricambiò, sebbene con maggior timore; eppure, nessuno si avvide dell’inganno, ad eccezione dell’anziano Khôrazid, il quale venne preso dall’angoscioso sospetto che tali nomi celassero, in realtà, altre identità, troppo spaventose per essere introdotte come tali; sin dai tempi del primo sbarco a Numenor da parte di Akhôrahil, infatti, egli non aveva nutrito alcuna fiducia nei confronti del Nazgûl, sebbene non fosse riuscito a comprendere la sua reale identità e questo avveniva perché, pur essendo egli fiero sostenitore del Partito degli Uomini del Re e avverso ai Valar e alla loro autorità, pure disprezzava l’eccesso di violenza che l’ala più oltranzista dello schieramento propugnava e temeva che essa avrebbe condotto ove non ci sarebbe stato più ritorno, né egli era l’unico a nutrire simili pareri, ché altri erano ispirati da simili idee e non mancavano di manifestarle.

Un tempo, l’anziano principe, giunto ormai alla soglia del duecento cinquantesimo anno di vita, era stato un Paladino di Numenor e, sebbene avesse abiurato a tale incarico molte primavere or sono, pure non aveva obliato del tutto l’antica arte della lungimiranza ed essa era ancora forte nel suo animo: concentrò allora la sua attenzione sui mentori di Pharazôn e si avvide, con sua grande paura, che essi avevano intessuto intorno a loro un’aura di potere, onde i loro reale pensieri non potessero essere disturbati o carpiti da altre volontà; era, codesta arte, una prerogativa dei Paladini e di coloro che servivano nell’Ordine, sebbene tutti i Numenoreani, se posti alle strette, si rivelassero abili ad occultare la propria mente agli avversari. Contrariamente a quanto ci si sarebbe dovuto dunque attendere, una tale premessa non sopì affatto i dubbi e le perplessità che erano cresciute nell’animo di Khôrazid, ed egli avvertì con forza come tale aura non avesse origine dalle loro menti, bensì da un artifizio, fonte di potere: intensificò allora i suoi sforzi per comprendere donde provenisse quell’incantesimo e grande fu la sua sorpresa allorché, superando la vista dei mortali, si avvide che attorno all’anulare di ciascuno di loro vi era un sottile cerchietto di metallo dorato, forse un anello o un monile simile, del quale, inizialmente aveva ignorato l’esistenza. Stremato dallo sforzo che ben pochi, finanche tra i Fedeli, avrebbero osato condurre, Khôrazid ebbe la mente sconvolta da terrificanti immagini e, dopo essersi appoggiato ad una parete dell’oscura caverna, fu costretto a chinare il capo e a premersi una mano contro il petto, tanto forte era divenuto in lui il dolore. Echi remoti di leggende ascoltate avidamente durante la sua infanzia affiorarono nella memoria del principe ed egli, come lo era stato prima di lui l’ammiraglio Ëargon, ebbe l’impressione che tali fantasmi del subconscio si agitassero ora dinanzi ai suoi febbricitanti occhi; Khôrazid, tuttavia, era più erudito del suo giovane compagno e, a dispetto dell’età, aveva ancora un forte ricordo di ciò che era avvenuto nella sua giovinezza, sicché rifletté freneticamente, finché la sua attenzione non fu attirata dal ricordo di una storia che sua nonna, duchessa di Armenelos, era solita raccontare nelle gelide e cupe notti di Inverno per indurlo a più miti consigli allorché l’ira giovanile si impadroniva del suo animo. La leggenda – o quella che sino a quel momento aveva creduto fosse solo tale – narrava di tre grandi Signori Numenoreani, i quali erano stati corrotti dalla nequizia di Sauron ed erano divenuti legati al suo fato mediante gli Anelli che Celebrimbor ed Annatar avevano forgiato molti secoli prima. Naturalmente, Khôrazid non era l’unico ad essere venuto a conoscenza di una simile diceria, ché, se fossero stati interrogati, molti dei Signori e delle Dame presenti nella sala avrebbero assentito con il capo, mostrando di possedere conoscenza di tale storia: eppure, egli fu l’unico, in quel frangente, a riflettervi, ché, sebbene gli pareva impossibile che Pharazôn avesse osato intraprendere simili rapporti di alleanza con i Signori di Mordor, pure vi erano diversi indizi che lo inducevano a credere vera questa terribili ipotesi. L’anziano ammiraglio di Numenor non avrebbe mai accettato che l’ombra di Sauron si estendesse sulla sua isola, né tollerava che i suoi servi si interessassero a questioni dinanzi alle quali avrebbero dovuto rimanere del tutto estranei: al contrario, egli ambiva annientare il reame oscuro che si estendeva al di là degli Ephel Duath, affinché la Terra di Mezzo fosse conquistata alle armate dei Numenoreani e costoro fossero proclamati i Signori di Endor; il solo pensiero che i suoi guerrieri avrebbero dovuto dividere l’alloggio e il rancio con gli orchi e gli altri spaventosi abomini che l’Oscuro Sire aveva creato durante gli anni del suo dominio gli raggelava il sangue nelle vene.

Er-Murazôr, il Signore dei Nazgûl, aveva assistito imperterrito alla presentazione che l’aspirante sovrano di Numenor aveva fatto della sua persona, né, apparentemente, aveva mostrato attenzione a quanto accadeva intorno a sé: in realtà, tuttavia, non vi erano parole o pensieri che gli risultassero sconosciuti in quella sala ed egli era pur sempre vigile sulle emozioni degli uomini: tosto, infatti, aveva appreso la brama di Ëargon nei confronti di Adûnaphel, né gli era sconosciuta la lussuria che nell’animo del suo Nazgûl si era fatta strada e che gli avrebbe procurato un ignaro alleato, dal momento che, similmente a Khôrazid, Ëargon mai avrebbe accettato consapevolmente un’alleanza con Mordor, se questa gli si fosse stata offerta per vie diverse da quelle delle morbide lenzuola e delle fragranti resine dell’Oriente che aleggiavano nel talamo della Spadaccina. Gioì nel profondo del suo nero cuore il Signore degli Spettri allorché fu conscio di quanto accadeva nella sala, né tenne in gran conto gli inutili e, a suo dire patetici, tentativi da parte del giovane Ammiraglio di sondare la sua mente. “Sciocco! – la voce calma e glaciale di Er-Murazôr risuonò bassa – Crede davvero di avere forza a sufficienza per indagare nei miei affari? Tra codesti gretti uomini non ve n’è uno che temerei, fossero anche essi in numero maggiore e armati delle lame che gli Eldar forgiarono nei giorni remoti”; eppure, il Principe Nero aveva parlato con imprudenza e troppo presto aveva emesso il suo sprezzante verdetto: dapprima lieve, infine sempre più forte, avvertì, infatti, la presenza di un incantesimo che nelle profondità delle tenebre qualcuno aveva osato scagliare contro la sua persona. Er-Murazôr sorrise compiaciuto, ché tosto ebbe individuato colui che si era macchiato di un crimine così grave: Khamûl, lo Scudiero di Sauron, avrebbe forse condannato l’impudente ad essere decapitato all’istante; Dwar, il Terzo, avrebbe, invece, preferito gettarlo in pasto ai suoi cani, perennemente affamati; Indûr l’avrebbe condotto nell’arena del suo palazzo, ove lo sfortunato sarebbe stato costretto a lottare a mani nude contro le feroci bestie dell’estremo Harad; Akhôrahil, al contrario, l’avrebbe attaccato a sua volta con un incantesimo e con ogni probabilità, avrebbe finito con il distruggerlo, ché il Re Stregone conosceva bene l’abilità magica del suo sottoposto; Hoarmurath l’avrebbe trucidato con le stesse mani, né abbisognava di altro strumento per portare a termine l’esecuzione; Adûnaphel, vittima di quella che il suo Signore giudicava senza dubbio essere una perversa forma di cavalleria, l’avrebbe sfidato a duello, finendo con l’abbatterlo senza alcuna esitazione; Ren, folle quanto visionario, non avrebbe escogitato soluzione migliore se non quella di condurlo sulla sommità della Voragine Infuocata a Barad-Dûr, lasciando che la vittima bruciasse al suo interno; mai nessuno tra gli Úlairi, tuttavia, sarebbe stato crudele quanto Ûvatha, né il Capitano Nero lo ignorava, ché sapeva bene essere il Re del Khand esperto nell’arte della tortura e della mutilazione. Quanto a lui, non avrebbe fatto nulla: indagasse pure, il piccolo uomo, ché scoprisse le loro reali identità e fosse atterrito, terrorizzato o semplicemente disgustato da quanto aveva appreso! Er-Murazôr era il Signore dei Nazgûl per un motivo ben preciso: aveva la conoscenza più profonda tra tutti i servi di Mordor della magia nera e questa l’aveva di gran lunga favorito nel corso della sua carriera fra i Numenoreani che servivano Sauron; era, altresì, il più prossimo all’Oscuro Maia in persona e, in qualità di suo allievo, conosceva più di ogni altro, finanche dei demoni che erano stati creati al principio del mondo, gli inganni ed i sortilegi che avevano reso Sauron il Principe dell’Oscurità dopo la sconfitta di Morgoth; queste e molte altre conoscenze egli aveva appreso, eppure non erano state queste qualità, indubbiamente molto utili, ad aver decretato la sua nomina a Signore delle Armate di Mordor, secondo per possanza solo al Maia decaduto. Invero, il Principe Nero era dotato di una freddezza che nessuno fra i suoi sottoposti poteva vantare di possedere: questa, unita alla sua malvagità, l’aveva reso esperto nel trattare i suoi servi e gli avversari, schiacciando ogni loro pretesa, inganno o adulazione alcuna. Khôrazid poteva anche ottenere una piccola vittoria, scoprendo quali poteri si celassero sotto le sue spoglie mortali e quelle dei suoi sottoposti; mai, tuttavia, il suo parere sarebbe stato accolto o preso in considerazione dagli altri camerati del suo partito[2], ché la rete di spie al servizio del servo di Mordor, gli aveva riferito quanto il vecchio ammiraglio ed il suo seguito fossero stati relegati in una posizione di marginalità, e che se i suoi alleati continuavano ad annoverarlo fra loro avveniva solo a causa delle enormi ricchezze che aveva accumulato nel corso della sua lunga esistenza e che, essendo egli stato privato del suo erede quando era ancora in tenera età, nessuno sapeva a chi sarebbero state lasciate in eredità.

Ântenora, resasi conto che il respiro del marito le giungeva affaticato e pesante, così lo rimproverò, ignorando quale fosse il reale motivo del suo disagio: “Cosa’hai ancora, dunque? Fremi a tal punto per la carne di quella giovane donna da non saper arrestare il tuo sconcio desiderio? Hai avuto numerosi amanti, molte delle quali potrebbero essere considerate tue figlie o nipoti, così come io ho trovato spesso fra i giovani guerrieri del tuo seguito il soddisfacimento alla mia lussuria; tuttavia, mai ho tollerato che simili atti venissero compiuti dinanzi al mio sguardo, ché dimostreresti possedere mancanza di stima nei confronti di colei la quale ora ti rivolge questo appunto.”
Pallido in volto, Khôrazid la ignorò, né ella ebbe la possibilità di insistere nell’attacco nei suoi confronti, ché Pharazôn levò nuovamente in alto il suo braccio destro e parlò: “Camerati, vi ho qui convocati perché una grave minaccia allunga oggi la sua ombra su di noi. Per secoli, il dominio di queste contrade è stato prerogative di uomini e di donne valorosi che hanno sempre ritenuto essere l’arte del governo propria di coloro che detengono titolo nobiliari, gli unici che permangono dopo la morte di un individuo e che, perciò, assicurano al suo animo gloria eterna.” Si interruppe un attimo, quasi pregustando l’effetto di sorpresa e sgomento che la sua prossima rivelazione avrebbe provocato nel suo uditorio: “Fino ad oggi, dunque, tutti i Numenoreani hanno accettato questa legge di natura, la quale, proprio perché ha nella Terra, nel Mare e nel Cielo i suoi padri fondatori, è stata rispettata come giusta e necessaria: accadde, infatti, che i nostri padri accettassero su di loro, in virtù di quanto ho testé ricordato, l’onere che proviene agli uomini d’onore allorché si trovano a giudicare i loro simili; inizialmente, forse, tale onore parve troppo grande perché coloro che erano del sangue di Elros Tar-Minyatur lo accettassero, eppure fu proprio in nome di tale diritto inalienabile che il nostro regno poté reggersi per tremila anni. Ho appreso di recente, tuttavia, che il Consiglio dello Scettro ha deliberato diversamente.”
Udendo queste parole, Dôkhôr, che era stato fra i più atterriti dall’apparizione dei due Nazgûl, si levò dallo scranno e sostenuto dalle grida di approvazione dei suoi, così parlò: “Camerati, attendevate forse un segnale che fosse abbastanza forte prima di decidervi a rispondere alle ingiurie che in questi anni abbiamo dovuto sopportare con sempre maggior insofferenza? Bene, ora esso è stato lanciato. Cosa rispondono, adesso, coloro che invitavano alla prudenza, perché temevano di non avere un sufficiente numero di guerrieri per sconfiggere in campo aperto i nostri avversari?”
Era ovvio che il bersaglio delle pesanti critiche del campione dell’ala più oltranzista del partito, fosse il principe Khôrazid, il quale, tuttavia, nonostante lo sforzo precedente l’avesse molto indebolito, non esitò a rispondere alle accuse che gli venivano mosse: “Dôkhôr, sei un vile ed un traditore del Regno. Quando ti accusarono dei crimini di cui tu stesso hai dichiarato essere il responsabile, fuggisti e per molti anni lasciasti che le sorti del Partito fossero rette da uomini ben più valorosi di te, al punto tale da rischiare tutto – e qui il suo viso si contrasse in una smorfia dolorosa, al ricordo del figlio morto in battaglia contro i Fedeli – pur di non arretrare. Ci accusi, forse, di avere atteso troppo? Quale ironia, se chi pronuncia queste parole ha preferito per ben cinquant’anni – e qui il mormorio di disappunto dei seguaci dell’anziano Ammiraglio crebbe – errare lontano nei deserti e nelle steppe della Terra di Mezzo”.
“Ho una sentenza di morte sul mio capo, vecchio – lo aggredì Dôkhôr – Avresti forse preferito che avessi fatto ritorno a Numenor tempo fa, per gongolare come corvo feroce sul mio cadavere decollato, non è vero? Ebbene, sono profondamente lieto di sapere che ogni tua aspettativa in tal senso sia andata delusa.”
“Tu hai già ottenuto la tua sentenza di morte. Noi ne attendiamo una ogni giorno che passa” rispose Khôrazid, cercando inutilmente di portare dalla sua, in questo modo, l’uditorio; false e retoriche, infatti, risuonarono alle orecchie dei più giovani le parole che l’Ammiraglio aveva pronunziato, sia pur con fermo orgoglio e dignità, ché essi erano in quella età in cui l’attesa è spesso vista come una sconfitta, sicché presero ad urlare con veemenza il nome del suo avversario: “Vogliamo Dôkhôr come nostro Signore! Avanti, principe, conducici alla vittoria!”

Inaspettatamente, corse in aiuto della fazione moderata, la quale era in palese difficoltà, Akhôrahil, il quale, dopo aver soffiato nel suo corno per riportare l’uditorio alla calma, così parlò: “Voi, spergiuri e traditori, voi che invocate sì impunemente il nome di Dôkhôr, siete a conoscenza di quanto quest’uomo sia stato in grado di fare durante il suo forzato esilio nelle terre orientali?”
Ëargon, che pure non era fra i più accesi sostenitori del Numenoreano oltranzista, così replicò: “Quali che siano le sue colpe ed i suoi tradimenti, sempre meglio essere comandati da uno spirito che arde al solo pensiero di contrarre battaglia, che essere costretti ad attendere, supini ed ignari, che la Sorte finalmente ci arrida.”
“Ho forse detto che dovremmo attendere senza provocare danno alcuno ai nostri nemici?” rispose irato in volto Akhôrahil. “No – riprese a parlare dopo una breve pausa – ché se così ci comportassimo, una grave sventura cadrebbe su tutti noi e non avremmo più alcuna possibilità per trionfare sull’indegna regina e su i suoi Paladini. Al contrario, ciò di cui abbisogniamo in un momento così grave è una guida forte ed esperta, che non abbia tema di accollare su di sé ogni responsabilità legata a questa impresa.”
“A quale impresa ti riferisci? – lo interruppe Ëargon, il quale iniziava a comprendere cosa sarebbe accaduto – Ti riferisci forse alla sconfitta della regina e dei suoi servi?”
“È possibile – replicò Akhôrahil, fingendo per il momento un certo distacco per una simile soluzione, ché gli premeva ancora avere l’appoggio della fazione più moderata per i suoi fini, che presto sarebbero stati resi palesi – per il momento, tuttavia, lasciamo che sire Pharazôn completi il suo racconto.”
Con un magnanimo gesto, il figlio di Gimilzôr ringraziò il suo mentore per aver sedato gli animi in un momento piuttosto critico e proseguì nella sua narrazione: “Non più tardi di quattro giorni fa, il Consiglio dello Scettro ha deliberato su una proposta che, se fosse avvalorata dal Senato, ove mi auguro che la vostra reazione sia ben più forte di quanto non lo sia stata ultimamente – e qui il sui sguardo cadde ironico sui suoi camerati più anziani, i quali avevano rifiutato di partecipare alle ultime riunioni di tale organo, adducendo sovente scuse poco plausibili – muterebbe i drasticamente i destini di ciascuno di noi.” Attese ancora per qualche istante, rallegrandosi in cuor suo per l’effetto devastante che avrebbe avuto la sua rivelazione, infine la sua voce, che sino a quel momento era stata rapida ed appassionata, divenne improvvisamente calma e fredda: “Il Consiglio dello Scettro, su proposta di Ërfea e di Brethil, ha espresso parere favorevole sull’eliminazione delle immunità nobiliari, estendendo le condanne verso i membri dell’aristocrazia anche per crimini commessi in tempi di pace, ovvero ove non sia stato proclamato lo stato di guerra ed il potere non sia stato assunto dai Tre Grandi Ammiragli di Numenor.”
Dinanzi a questa rivelazione, un pesante silenzio scese fra l’uditorio, rotto solo dalla voce, ormai ridotta ad un isterico grido, di Dôkhôr: “È inaudito! È inaudito!”
Pharazôn proseguì: “Purtroppo, le cattive novelle non si arrestano qui. Una seconda proposta frutto del perverso e rivoluzionario ingegno di due fra i Grandi Ammiragli del nostro Regno, chiede l’abolizione dei tribunali separati e, al loro posto, la creazione di un unico ente giudiziario che possa esaminare tutti i sudditi del Regno a prescindere dal lignaggio cui appartengano.”
Il panico, che sino a quel momento era stato trattenuto dalla cappa del greve silenzio scesa dal momento in cui si era venuti a conoscenza della prima parte del discorso di Pharazôn, non fu più possibile trattenerlo ed esplose: si videro così numerosi Signori levarsi improvvisamente dagli scranni all’unisono, quasi che avessero obbedito ad un ordine sussurrato alle loro orecchie da un essere invisibile, e rimproverarsi l’un l’altro di non aver saputo fermare la follia dei Fedeli; alcuni, i più sospettosi, crederono che Pharazôn fosse stato corrotto dai Fedeli con l’oro del quale era stato sempre avido per recare fra di loro false notizie al solo scopo di indebolirne la resistenza; altri, i più forti e allo stesso tempo i più disperati, cercarono di guadagnare l’accesso all’uscita dalla grotta, ove erano stati costretti ad abbandonare le proprie armi, con la speranza di difendere per mezzo di esse la propria vita e guadagnare così l’accesso alle navi che conducevano alla Terra di Mezzo, dove credevano di poter continuare a svolgere, indisturbati, i propri affari. Non tutti, però, tentavano di riappropriarsi delle proprie lame per ottenere la salvezza, ché vi furono alcuni i quali pensarono bene di risolvere nel sangue quante, fra le contese che erano sorte fra di loro negli ultimi tempi, non avevano ancora trovato soluzione: sarebbero stati uccisi per mano dei Dunedain, tuttavia, prima di lasciare il mondo, avrebbero almeno ottenuto la soddisfazione di eliminare i propri nemici! Accadde così che Dôkhôr cercasse inutilmente di venire a contatto con Khôrazid e che questi tentasse di fare lo stesso con lui. Una grande folla di uomini e donne, dunque, si riversò dinanzi alle porte della sala e avrebbe senza alcun dubbio guadagnato la salvezza se in quel momento non fossero accaduti due eventi che turbarono i loro animi più di quanto non erano riusciti a fare le perigliose notizie poc’anzi apprese: Er-Murazôr, il quale sino a quel momento aveva atteso nell’ombra, si destò dalla profonda meditazione nella quale era immerso e con una prodigiosa rapidità fu accanto all’ingresso, ove si erse in tutta la sua impressionante altezza. L’oscurità crebbe: esitanti, molti dei Numenoreani arretrarono, ché avvertivano una mortifera collera montare nella greve aria della sala e non osavano avanzare di un solo passo; Dôkhôr, allora, il quale si era avveduto con insospettabile prontezza che quello non era l’unico uscio per guadagnare il Mare e quindi la salvezza, corse rapido verso una seconda porta, seguito in questo da molti dei suoi guerrieri: ad attenderlo, tuttavia, era Ëargon, il quale così l’ammonì: “Non abbandonerai questa sala! Già una volta tradisti per interesse i tuoi camerati ed essi esigono giustizia! Non avrei remora alcuna a trafiggerti e a portare la tua testa alla Regina, ché ella mi ricompenserebbe come era solita fare con mio padre, né io avrei alcunché da temere dalle nuove leggi, ché esse puniscono solo i criminali ed io non lo sono.”
Dôkhôr rise fragorosamente e gli si scagliò addosso furente, mentre il suo riso era distorto in una smorfia orribile da vedersi: “Fatti da parte, fanciullino! Hai da poco compiuto la maggiore età e pensi di avere più criterio di quanti ti sono superiori non solo per esperienza, ma anche per forza? Torna ai tuoi studi, nei quali sembra tu abbia raggiunto discreti risultati e lascia che gli Uomini si occupino delle attività che loro competono.” Urlato il suo grido da battaglia, egli si avventò allora sul giovane Ammiraglio, impugnando un pesante candelabro d’ottone a mo’ di mazza e l’avrebbe senza alcun dubbio ucciso se, lesta come lo era stato il suo Signore qualche istante prima, non apparve al fianco del figlio di Morlok Adûnaphel, denudando la propria lama dal nero fodero nel quale dormiva rimembrando i massacri trascorsi ed agognando quelli futuri. Dôkhôr, infastidito dalla sua intromissione, apostrofò il Nazgûl con beffarde parole: “Bella Signora, perché non fai ritorno al talamo dorato nel quale sei solita trascorrere mollemente le giornate, ascoltando le note di un’antica arpa? Vorresti forse sfidare il nerbo degli Uomini di Numenor senza pagarne l’amara conseguenza che ti deriverebbe dall’avere un sì insano coraggio? Oppure, dimmi, hai così a cuore le sorti di questo infante da osare sacrificarti in sua vece?” Rise fragorosamente, ma la sua espressione divertita si mutò ben presto in sorpresa ed in perplessità allorché si avvide che la fanciulla, con uno semplice sguardo e senza pronunziare parola alcuna, aveva convinto Ëargon ad offrirgli la lama; ignaro di quale sarebbe stato il suo fato, accettò il mortale dono che gli veniva presentato, non senza chiedersi il perché di un tale gesto: soli fra tutti, Er-Murazôr ed Akhôrahil compresero quanto era in procinto di accadere e sorrisero crudelmente, ché Adûnaphel si apprestava a duellare contro un nuovo avversario. Rapida, simile ad un fulmine che saetta lungi all’orizzonte tempestoso, la donna sguainò la sua lama, che brillò di un’intensa luce rossa, e coloro che gli furono attorno ne furono atterriti, ché non scorgevano alcunché nei suoi occhi e finanche la luce che prima emanava il suo sembiante sembrava essere scomparsa per lasciare posto ad una oscurità minacciosa: Dôkhôr, resosi infine conto di quanto era accaduto, si mise anch’egli in guardia, non prima di aver rivolto uno sguardo carico di tensione nei confronti di colei che aveva avuta l’ardire di sfidarlo; eppure, nel mentre faceva appello alla sua concentrazione per abbatterla con un solo colpo secco, la sua mente fu distratta da pensieri oscuri di dominio e di lussuria, sicché fu con gran fatica che ne allontanò i minacciosi echi, parendogli ormai difficile distinguere fra i fantasmi che danzavano attorno a lui ed i pensieri reali che sembravano essere tenuti soffocati nella sua mente. La più esperta Spadaccina della sua epoca e di molte di quelle che furono, Adûnaphel combatteva con la stessa grazia con la quale un’allodola canta all’alba per lodare il sole nascente; eppure, non era la luce che ella onorava con le sue movenze aggraziate, quanto le oscure tenebre di Mordor, delle quali era Schiava: nessun uomo era in grado di contrastarne i rapidi affondi ed essi non le avevano mai opposto una seria resistenza, fallendo miseramente nel tentativo di opporvisi. Abile a destreggiarsi sia con una sola lama, sia con due, il Settimo fra gli Spettri al servizio del Maia Corrotto, era solito intonare oscuri canti di potere mentre duellava, e la sua bassa voce, così in contrasto con il suo leggiadro sembiante, annichiliva le membra degli uomini e confondeva loro le menti: cantò, mentre Dôkhôr, mostrando un inconscio coraggio quale pochi fra i suoi camerati avrebbero avuto, tentava vanamente di attaccarla: intrecciò parole arcane, quali mai gli Uomini dovrebbero ascoltare e il feroce camerata, sebbene non fosse stato privato né dell’udito, né della vista, non riuscì più a distinguere alcunché e gli parve che la sua mente vagasse per ciechi corridoi, ove nessun suono poteva udirsi se non quello che il suo cuore emetteva, spronato dalla tensione e dalla paura. Resisté a lungo il Numenoreano, finché Adûnaphel, la quale aveva perso ogni interesse per quel duello e non voleva prolungarlo oltre, con un micidiale fendente, il più letale fra quanti le erano propri, tranciò di netto il torace e la spada del suo sfortunato avversario, il quale cadde morto senza neppure accorgersi che Mandos aveva reclamato la sua anima; cadde ed Adûnaphel aveva già riposto la sua spada nel fodero, suscitando l’ammirazione di quanti la circondavano, in particolar modo di Ëargon: non sapeva, l’ignaro, che un dì anch’egli sarebbe stato condannato a subire la medesima morte per mano di colei che ora l’aveva salvato dall’ira del suo avversario.
Per nulla affaticata dal duello, Adûnaphel voltò le spalle ai miseri moncherini del corpo di Dôkhôr e, dopo essersi leggermente inchinata ad Ëargon, ritornò a fianco di Pharazôn, il quale aveva assistito con grande partecipazione al duello, ché la morte del principale sostenitore della fazione oltranzista del suo partito lo privava di un nemico formidabile ed egli avvertiva più vicina la realizzazione del suo piano.

Note

[1] Le Terre dell’Aurora si estendevano al di là del Rhûn, in luoghi ove di rado i Numenoreani erano soliti recarvisi: in tale contesto, pertanto, il richiamo a tali contrade assume i contorni di una realtà mitica della quale nessuno dei presenti avrebbe saputo dare una definizione precisa e che aveva, al contrario, il compito di confondere le menti dell’uditorio.

[2] La scarsa influenza che l’Ammiraglio Khôrazid deteneva all’interno del Consiglio del Partito degli Uomini del Re e la fredda determinazione con la quale Er-Murazôr considerò la sua temeraria azione, non sono sufficienti, da sole, a spiegare le ragioni che sconsigliarono al Principe Nero di intervenire; al contrario, egli sarebbe incorso in un’ira feroce ed implacabile, se l’ammiraglio fosse venuto a conoscenza del suo vero nome e di quello dei suoi compagni. Presso i popoli della Terra di Mezzo, infatti, perché un incantesimo agisse correttamente su un individuo, era necessario che l’artefice fosse stato a conoscenza del nome segreto della sua vittima e venirne in possesso richiedeva giorni, a volte mesi, di profonda meditazione, non potendosi esaurire nel corso di pochi istanti fugaci. Khôrazid, perciò, non aveva le possibilità materiali di compiere una simile magia, sia perché lo sforzo l’avrebbe senza alcun dubbio ucciso, sia perché non era nelle condizioni ottimali per poter conservare una meditazione così profonda per lungo tempo, la quale sarebbe stata percepita dai Nazgûl ed impedita con la forza. Il timore di poter essere assoggettati da chiunque fosse entrato in possesso del nome segreto, faceva in modo che pochi osassero servirsene apertamente e ancor meno confidarlo agli amici: l’odio che gli Spettri dell’Anello provavano nei confronti di Ërfea derivava proprio dal fatto che egli era riuscito ad appropriarsi di tali nomi e che potesse con questi, se non assoggettare i loro spiriti (perché per fare ciò avrebbe dovuto in primo luogo assoggettare Sauron in persona, del quale nessuno, neppure Mithrandir, fu mai in grado di apprendere il vero nome), quanto meno limitarne l’azione in battaglia; timore che, come dimostrarono gli eventi successivi all’esilio del Principe dello Hyarrostar da Numenor, si rivelò fondato.

Numenor: Game of Thrones (parte II). L’arrivo di Pharazon e dei Nazgul

Buongiorno e ben ritrovati. Dopo aver approfondito nel precedente articolo Le lettere di Tolkien e le origini della guerra civile numenoreana i riferimenti di Tolkien, presenti nelle sue lettere e nel Silmarillion, inerenti alle cause che portarono alla crescente ostilità fra le due fazioni dei Numenoreani (Fedeli vs Uomini del Re), riprendo la narrazione del «Racconto dell’Ombra e della Spada», iniziata nel seguente articolo Numenor: Game of Thrones (I).

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Irrequieti, i camerati presero a rivolgersi l’un l’altro sussurri pregni di paura e di sospetto, temendo che Pharazôn avesse voluto tendere loro una trappola per eliminare quanti un giorno avrebbero potuto contestare la sua ascesa al trono: Ëargon, il più giovane fra gli Uomini del Re presenti al consesso, levò allora in alto la sua lama, unico fra i Principi ad aver condotto con sé armi, nonostante Pharazôn avesse ordinato severamente che nessuno potesse recarle dinanzi al suo cospetto, e così parlò: “Orsù, camerati! Perché dovremmo noi consegnare l’autorità della quale fummo investiti in virtù del nostro nobile lignaggio a favore di un esiliato, ultimo supersite di una casata reale da tempo privata di onore e forza? Fra noi vi sono, questo lo vedo bene, Signori quali mai il nostro Partito, che pure a lungo ha dominato le sorti della nostra isola, ha conosciuto: non dovremmo, forse, ottemperare quanto il fato benigno volle che i nostri animi conoscessero, ambendo a quel dominio che i Fedeli per troppo tempo ci hanno negato? Perché esitare ancora? Temete forse una sovrana sì vile da non aver mai avuto il coraggio di esporre la sua persona dinanzi al popolo riunito?”
“Non temiamo Tar-Miriel, la cui autorità non riconosciamo – interloquì allora Dôkhôr, levandosi irato dal suo scranno – eppure, non possiamo ignorare che ella abbia al suo fianco Uomini valorosi, i Paladini di Numenor. Credi forse che il pensiero di impossessarci del reame dell’Isola del Dono non abbia allettato i nostri animi, ben prima che tu venissi al mondo?”
“Hai forse udito la mia voce esprimersi in tal senso? – replicò seccato Ëargon – I Paladini di Numenor, tuttavia, sono vulnerabili quanto la regina stessa: essi, infatti, hanno profonda stima di un uomo che sarà la loro rovina, se noi sapremo condurlo sul cammino della perdizione e della infamia.”
“Ecco che sei nuovamente in errore – interloquì allora Khorazîd – ché finanche questa soluzione fu un tempo prospettata e infine rigettata: se, infatti, Numenor fosse sul punto di crollare e la regina si trovasse sull’orlo dell’abisso, stai pur certo che l’uomo di cui parli non esiterebbe a sacrificare la vita della figlia di Tar-Palantir pur di salvare il reame”.
Il figlio di Morlok sorrise compiaciuto, quasi che avesse sperato in una simile osservazione da parte del suo uditorio; fu, perciò, con palese soddisfazione che levò in alto una missiva, in modo che tutti potessero vederla: “Miei signori – esordì con tono sprezzante e ironico allo stesso tempo – le informazioni in vostro possesso sono obsolete. Ho qui le prove che dimostrano in modo confutabile quanto il legame fra Ërfea e Tar-Miriel non solo non sia scemato nel corso degli anni, ma sia divenuto addirittura più forte negli ultimi tempi.”
Khorazîd espresse le perplessità di tutti: “Di quali prove parli?”
Ëargon sogghignò brevemente, infine così rispose: “Non è stato semplice entrare in possesso di tale missiva riservata, ché per averla ho dovuto sedurre una delle ancelle della regina; tuttavia, ogni mio sforzo è stato premiato allorché ho scoperto che i miei sospetti erano fondati. Ërfea ama profondamente la figlia di Tar-Palantir – e qui parve, per un attimo, che la sua voce si incrinasse, nessuno seppe dire se per invidia o se per amarezza – ed ella potrebbe vincere in breve tempo le resistenze che ancora la vincolano a non pronunciare alcun giuramento nei suoi confronti.”
Akhôrahil, che sino a quel momento era stato assorto in profonda ed oscura meditazione, levatosi dal suo alto scranno, espresse allora il suo parere: “Se la prova da te addotta fosse veritiera, non vi sarebbe alcun dubbio sulle parole colme di superbia che hai poc’anzi pronunciato. Fra noi vi sono alcuni che ricordano cosa accadde diversi anni or sono, allorché il figlio di Gilnar era giovane ed era stato da poco nominato Cavaliere del Regno: vi è forse la possibilità che quanto non riuscì a compiersi allora, divenga presto realtà.”
Ëargon, il quale era prossimo a compiere i quarant’anni, sollevò stupito il capo ed il suo tono espresse palese stupore: “Cosa accadde dunque, Akhôrahil? Vorresti forse dire che Ërfea e Tar-Miriel si conoscevano fin da quei lontani anni, prima ancora che io venissi al mondo?”8
Il Quinto fra i Nazgûl annuì lentamente con il capo, infine parlò: “Tar-Palantir aveva infinita fiducia nel giovane principe dell’Hyarrostar e non vi è dubbio alcuno che gli avrebbe permesso di prendere la mano di sua figlia, se Ërfea glielo avesse chiesto; eppure, questo non avvenne, ché il giovane capitano di Numenor fu sedotto da una donna, Gilmor, sorella di Arthol, compagno e confidente del figlio di Gilnar. Quando la principessa di Andor fu messa al corrente di quanto era accaduto, sebbene fosse scoppiata in lacrime – e qui parve che le labbra di Akhôrahil sorridessero silenziosamente – cercò il Morluin promettendogli che avrebbe perdonato il suo errore: questi, tuttavia, era troppo scosso per gli avvenimenti accaduti di recente o forse era troppo codardo per ambire al suo perdono e lo rifiutò, abbandonando per lunghi anni queste contrade.”
Khôrazid, che aveva ascoltato attentamente ogni parola pronunciata dal Nazgûl, interruppe la sua narrazione: “Non metto in dubbio la veridicità di ogni tua affermazione, ché sei invero il più saggio ed anziano fra noi, eppure non posso fare a meno di chiedermi come tu sia venuto in possesso di codeste informazioni.”
“Ero presente all’ultimo incontro fra i due giovani – rispose dopo aver atteso qualche istante l’Ulairë – sebbene essi non abbiano conservato memoria della mia presenza. Vidi le lacrime bagnare i loro volti e ascoltai gli amari singulti spezzare il quieto canto della risacca sulla battigia. Non è forse sufficiente?”
Dôkhôr rispose: “Che sia vero o no quanto affermi ha poca importanza oggi. Mi basta sapere che tra il Paladino e la Regina vi è un sentimento tale da provocare la rovina di entrambi”.
Akhôrahil sorrise sprezzante: “Dicono che l’abilità di Dôkhôr stia nella forza con la quale ha guidato gli stermini ed i saccheggi nella Terra di Mezzo, non nella sua mente, rozza e tarda a comprendere. Sciocco! – gridò con forza lo Spettro dell’Anello e tutti coloro che erano presenti furono atterriti dalla sua ira – non comprendi che aver conoscenza del passato potrà assicurarci la vittoria? La morte colpisce con più celerità ove corrompe un cuore già oltraggiato dal medesimo sicario.”
Ëargon, il quale era lesto negli atti come nei pensieri, comprese quanto si celava nel pensiero del Re Tempesta e così ribatté: “Credi dunque che potremmo servirci del Morluin per giungere al trono di Numenor?”
“No – rispose Akhôrahil, palesemente irretito da una tale proposta – egli ora è potente nel corpo e nello spirito e non sarebbe facile per alcuno di noi corromperlo.”
Dôkhôr, ancora irato per lo smacco testé subito, non nascose il suo pensiero: “Dovrei forse dedurre che tu tema il figlio di Gilnar più di quanto non tema la tua stessa vanagloria? Sei esperto nell’eloquio, ma nell’arte del combattimento in molti ti sono superiori; forse, dici bene quando riconosci che il Morluin sia per te una preda troppo grossa perché tu la possa afferrare con le tue sudice mani; eppure, amici, se mi consegnerete il Principe dello Hyarrostar, io spegnerò in lui la fiamma vitale. Perché, infatti, perdere tempo prezioso nel dibattere su Amanti, obliati o recenti che siano, Tradimenti e Viltà? Uccidiamo il Numenoreano Fedele e nessuno oserà opporsi alla nostra ascesa al trono!”

“Sei sempre stato molto divertente, mio caro Dôkhôr – esclamò una voce che sino a quel momento nessuno aveva udito in quel consesso – Mio padre affermava che fra tutti i camerati tu eri l’unico che preferiva il rozzo ferro dell’Harad ai calici preziosi, solo perché così ubriaco da non aver capacità di discernimento allorché essi si spartivano il bottino.” La voce tacque un attimo, indi riprese a parlare: “Nessuno oserà opporsi alla nostra ascesa al trono, dici? Suppongo che tu intenda affermare che tutti siano così sciocchi da aver dimenticato che un solo signore fra noi siederà sul marmoreo scranno del palazzo reale di Armenelos; e, a meno che un morbo improvviso mi privi della capacità di intelletto, intendo proclamare per me tale diritto.”

Sbigottiti, gli Uomini del Re arretrarono, domandandosi gli uni gli altri donde provenisse quella voce, ché non scorgevano alcun uomo innanzi a loro ed erano confusi e furiosi al tempo stesso; Akhôrahil, al contrario, essendo l’unico, come fu chiaro alcuni mesi dopo, ad essere stato messo a conoscenza di ogni cosa, con un rapido gesto della sua mano destra aprì un uscio nella roccia che nessuno sino a quel momento aveva notato e lasciò che tre figure facessero il loro ingresso nell’oscura sala; tuttavia, tale era la confusione che regnava tra coloro che avversavano il regno di Tar-Miriel, che pochi vi fecero caso e quanti scorsero tale gesto, in seguito non serbarono più memoria di quell’avvenimento.
Turbati, coloro che erano del Partito del Re lasciarono scorrere fra due ali coloro che erano apparsi sì repentinamente; sebbene avessero inteso la reale identità di almeno uno di loro, ché ne conoscevano la voce, ignoravano ogni cosa riguardante le altre due figure: solo, Khôrazîd ebbe un fremito di terrore e si coprì il volto con il proprio mantello, egli che era stato un tempo un Paladino e ora avvertiva nell’aria una grande malvagità. Stupita, Ântenora, moglie del principe del Forostar, così gli si rivolse: “Cos’hai? Temi a tal punto la voce di Pharazôn da non osare mirarlo in volto? Egli è solo un giovane il cui animo è colmo di boria. Perché, dunque, sei così turbato?”
Khôrazîd rantolò, infine rispose: “Sono dunque l’unico ad avvertire la malvagità addensarsi in questa aula? Sono stato Paladino per molti anni, sin quando il nerbo del governo di Numenor è stato nelle mani di uomini valorosi e sprezzanti di ogni pericolo e ho appreso molte abilità delle quali oggidì la gran parte dei camerati non serba più alcuna memoria. Sappi dunque questo: mai, in tutta la mia lunga esistenza, ho conosciuto un simile potere emanare dalle figure che hanno ora fatto il loro ingresso fra noi.” Sulle prime, dopo aver udito questa risposta, Ântenora, rise, ché non gli pareva possibile che il giovane Pharazôn fosse latore di una simile potenza; tosto, tuttavia, il suo sorriso si mutò in timore ed infine in sbigottimento allorché scorse che molti altri signori fra i Numenoreani colà presenti erano in preda alla medesime convulsioni che avevano colto il marito: stupefatta, ella stessa si rese conto che il corpo non le ubbidiva più e in breve fu costretta, contro la sua volontà, che pure era forte come quella di poche fra le dame presenti, a chinare dapprima il capo, infine a prostrare tutto il corpo dinanzi alle due alte figure che accompagnavano il principe ribelle.

Pharazôn, giunto al centro della sala, rivolse un breve cenno a quanti l’avevano accompagnato ed essi presero posto accanto a lui: un mormorio colmo di attesa si levò dall’assemblea e finanche coloro che sino a quel momento, per forza interiore o per sorte fausta, avevano evitato di cadere sotto la loro preponderante volontà, furono avvinti alle loro oscure menti. Ëargon, l’unico uomo ad aver saputo opporre una valida resistenza fra quanti erano presenti dinanzi a tale rivelazione, fu tuttavia incapace di parlare per lungo tempo, ché una grande inquietudine si era impadronita del suo cuore e, sebbene non avrebbe mai osato confessarlo a nessuno, temeva i due forestieri come non aveva temuto mai alcun nemico. Colui che era alla destra del figlio di Gimilzôr indossava una lunga tunica nera adornata da intarsi dorati; una ricca cappa in pelliccia bianca copriva le sue possenti spalle ed egli cingeva una spada al fianco sinistro, la cui elsa, rischiarata da freddi diamanti, rifletteva cupa le torce della sala. Il volto dell’uomo, sebbene fosse bello e nobile, era tuttavia imperscrutabile e lo stesso Ëargon, che pure aveva osato mirarlo negli occhi, fu tosto costretto a chinare, riluttante, il capo, ché era stato colto da conati e a stento riusciva a reggersi in piedi: non vi era luce alcuna nei grigi occhi dello straniero ed essi erano immobili e silenti; eppure, osando quanto nessuno prima di lui aveva tentato, il figlio di Morlok respirò profondamente e spinse lo sguardo oltre i confini della sala, oltre Numenor e al di là del Grande Mare Orientale, finché non credé di scorgere una remota fiamma bruciare lugubre a levante.

Inorridito, Ëargon arretrò ed il suo timore crebbe allorché scorse la medesima fiamma oscura negli occhi del forestiero; per un istante, gli parve che l’intero corpo dell’uomo non fosse altro che un ricettacolo per uno spirito dotato di un potere quale mai i suoi occhi avevano mirato sino a quel momento e, sebbene l’aura che questi emanasse fosse luminosa, il Numenoreano comprese che non della luce degli Eldar si trattava, bensì di qualcosa di diabolico e crudele.

L’uomo, assorto come era nelle sue oscure meditazioni, non parve accorgersi che Ëargon era intento a studiarlo; tuttavia, pur non degnandolo di uno sguardo, la sua malvagità era tale che il giovane ammiraglio ne risultò schiacciato: distogliendo i suoi azzurri occhi da quelli dello straniero, il figlio di Morlok notò che, occultata parzialmente dalle tenebre che aleggiavano nella sala e che ora sembravano essersi infittite, vi era una corona posta sull’ampia fronte dell’uomo. Sulle prime, non vi fece quasi alcun caso, prigioniero com’era dell’inquietante sguardo che emanava quel corpo; infine, un urlo gli morì in gola, allorché comprese essere quell’uomo un Numenoreano e, per giunta, uno di alto lignaggio: la corona che adornava il suo capo, infatti, non assomigliava affatto a quelle che erano soliti indossare i barbari re dell’Oriente, bensì era simile, piuttosto, agli alti elmi che i Comandanti degli Uomini del Re indossavano in battaglia. Affascinato e allo stesso tempo inorridito dalla forma e dai colori della corona dell’uomo, infine Ëargon comprese quanto sulle prime gli era sfuggito, ché solo una corona, forgiato in bianco laen e adorno da splendente madreperla poteva essere simile a quella: riluttante a prestare fede a quanto i suoi occhi scorgevano, fu nuovamente colto da forti conati, ché l’artefatto in questione era appartenuto un tempo ai sovrani di Numenor e di esso si era smarrito nel tempo ogni traccia, sebbene il ricordo perdurasse vivido nella memoria di ciascun Ammiraglio. L’elmo di Tar-Cyriatan, che presso alcuni storici di Andor fu considerato la prima corona che i Sovrani di quella terra avessero portato, splendeva ora innanzi ai suoi attoniti occhi: molti interrogativi senza risposta allora lo turbarono; nomi che un tempo aveva creduto appartenere alle leggende narrate nelle gelide notti di inverno da anziane donne ed uomini senza alcun ritegno parvero ora prendere vita dinanzi a lui. Per quanto, tuttavia, si sforzasse di riportare alla mente nozioni di storia che un tempo aveva appreso, egli non fu in grado di comprendere la reale identità dell’uomo che aveva dinanzi, né, forse, questo era un compito alla sua portata, ché questi era Er-Murazôr, il Principe Nero, Signore degli Eserciti di Mordor e Re degli Stregoni. Il discepolo prediletto da Sauron giungeva ora alla contrada dei Numenoreani, dopo una lunga assenza, per portare a compimento la missione che gli aveva affidato il suo Padrone e sebbene nel suo cuore il risentimento per il figlio di Gilnar si fosse accresciuto nel tempo, da quando questi aveva osato profanare la sua fortezza occultata dalle sabbie del deserto, pure aveva avuto ordini precisi a riguardo e la sua ira era destinata, per il momento, a restare inespressa.

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L’ombra di Er-Murazôr crebbe nella sala e l’oscurità si infittì: una luce chiara, eppure remota, risplendeva tuttavia alla sinistra dello scranno di Pharazôn ed il giovane figlio di Morlok ne fu inesorabilmente attratto: la figura che aveva preso posto accanto al cugino della sovrana, sebbene non avesse ancora rivelato il suo sembiante agli altri Numenoreani, pure sembrava essere la fonte di tale luminosità. Con crescente stupore, Ëargon mirò lo straniero mentre, con un gesto lento e al tempo stesso elegante, lasciava cadere il manto che ancora rivestiva la sua carne e la sua sorpresa, questa volta, fu troppo grande per poter essere occultata, né egli fu l’unico a mostrare un tale atteggiamento: l’ospite, infatti, non era un uomo, come molti avevano creduto, bensì una donna di indicibile bellezza. I Principi di Numenor ed i loro servi, gente scaltra e senza alcun ritegno, al solo guardarla furono vittime della lussuria e sussurrarono tra loro commenti che qui non saranno riportati; le Signore di Andor, invece, presero subito a detestarla, perché la donna il cui sembiante era stato ora scoperto, rappresentava ai loro occhi molto di quanto avevano perso in gioventù e che sapevano fin troppo bene non avrebbero più riottenuto: giovane era e non dimostrava avere superato la maggiore età[1], ché la sua chiara pelle era vellutata come seta e la sua capigliatura emetteva riflessi bluastri alla luce delle torce, tanto era scura. Per nulla seccata o intimorita dagli sguardi, ora lascivi, ora invidiosi che le venivano rivolti, la donna, con femminile grazia, si acconciò la chioma, leggermente scomposta a causa del lungo viaggio che aveva dovuto compiere per giungere fino a codesto luogo, e tutti ebbero modo di scorgere la sua affusolata mano carezzare dolcemente il capo; terminato che ebbe questo compito, ella rivolse i suoi azzurri occhi, sì splendenti che nessuno ne aveva mai visto un paio simili, al suo affascinato pubblico ed essi le furono soggiogati. Lentamente, l’ospite si levò nuovamente dallo scranno sul quale mollemente si era adagiata, lasciando cadere il nero mantello che l’aveva avvolta, simile ad una nube che oscura la luna nel plenilunio; un secondo mormorio colmo di stupore, ammirazione ed astio si levò, allora, ed il cuore di Ëargon fu trafitto, senza che egli potesse opporre una valida resistenza alla brama di lei che di istante in istante diveniva più forte nel suo animo. Superbamente bella, la donna si mostrava ora nella sua seducente femminilità: un lungo abito bianco le cingeva morbidamente il corpo, aderendo sui suoi seni e sui suoi fianchi, simile ad un abbraccio che un amante tenti di rivolgere all’oggetto del suo disio, mentre da una nera cinta, i cui intarsi argentati splendevano lugubri nella notte rischiarata dalla bellezza della donna, pendeva una leggera lama, la cui foggia, tuttavia, a molti parve essere simile a quelle portate dalle donne numenoreane – poche in verità – che erano esperte nell’arte della scherma e la cui elsa, ricavata da un unico frammento di ametista, risplendeva anch’essa nella notte.

Un grazioso diadema era posto sul capo di colei che aveva ridotto al silenzio un uditorio che sino a pochi istanti prima era sconvolto da dispute e da rancori ed Ëargon si avvide che la medesima pietra preziosa che costituiva l’elsa della sua lama era posta al suo centro: incapace di parlare, egli non poté, tuttavia, evitare di pensare che la bellezza di codesta dama superava di gran lunga quella di qualunque altra donna avesse conosciuto, finanche di Miriel, che pure era da ogni Numenoreano considerata il fiore più grazioso che fosse mai stato concepito sull’isola sin dai tempi di Elros Tar-Minyatur. Affascinato, il figlio di Morlok osò mirarla nei suoi glaciali occhi e scorse, in un turbinare di sensi, la spietatezza dell’acciaio, la ferocia di una tigre del lontano meridione, l’intelligenza dello sparviero che sorvola le cime dei monti immersi nella bruma e la malizia della furtiva volpe che erra raminga nei campi di grano: sospirò d’amore e di desiderio e la volle per sé ed ella in verità, non fu tarda nel concedersi ai suoi desideri, sebbene, come fu chiaro in seguito, non agì seguendo il medesimo desiderio che ora si agitava furioso nel petto del Numenoreano, quanto piuttosto la sua lussuria ed il suo freddo raziocinio, ché ella era Adûnaphel l’Occultatrice, Settima fra i Nazgûl e Spadaccina di indicibile valore ed esperienza».

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Note

[1] Si ricordi che presso i Numenoreani il conseguimento della maggiore età avveniva al compimento del trentacinquesimo anno di età.

Le lettere di Tolkien e le origini della guerra civile numenoreana

Care lettrici, cari lettori,
dedico questo articolo a uno degli aspetti meno conosciuti, ma per questo non meno importanti, della genesi del mito di Numenor in Tolkien. Avrei dovuto, in realtà, scrivere questo articolo presentandolo come una sorta di «cappello introduttivo» all’ultimo racconto che ho iniziato a trascrivere in questi giorni (potete leggerne le prime pagine in Numenor: Game of Thrones (I)), ma impegni vari non mi hanno permesso di rispettare questa scadenza.
In questo articolo saranno analizzate alcune lettere di Tolkien incentrate su una serie di aspetti particolarmente importanti per spiegare non solo le ragioni profonde che furono alla base del conflitto civile, scoppiato nell’anno 3255 della Seconda Era, tra i sostenitori della regina legittima Tar-Miriel e i seguaci di suo cugino Pharazon, ma anche per indagare sulla ritrosia che caratterizzò Tolkien in relazione al mancato approfondimento di queste ragioni, potremmo dire, a carattere «storico-sociale». Questo tema, in parte, è stato affrontato dal sottoscritto, per la prima volta, negli articoli: Scrivere degli Uomini. Un limite di Tolkien? e Scrivere degli Uomini (II parte) Tolkien vs Dante, ovvero l’impossibilità dell’allegoria che vi invito a leggere (o rileggere).
L’analisi delle lettere di Tolkien è di grande importanza per chi desideri approfondire le ragioni che spinsero l’autore del «Signore degli Anelli» a compiere alcune scelte precise in merito al dipanarsi della trama (o forse sarebbe più corretto riferirsi, data la vastità degli argomenti trattati nei suoi racconti e romanzi, alle trame) di quel lungo percorso che, fin dalla creazione del Mondo Secondario, avrebbe condotto molti millenni più tardi, all’ascesa e poi alla caduta di Numenor, l’isola del Dono. Per comodità mia (e di chi mi legge) ho deciso di suddividere questo articolo in due paragrafi, corrispondenti a ciascuno degli argomenti presi in esame nel corso di questa trattazione.

I sovrani di Numenor ispirati al mito egizio dei faraoni?

Nella lettera 156, datata verso la fine del 1954, Tolkien si sofferma sulla figura del sovrano di Numenor. I lettori delle opere del professore di Oxford sanno che la linea regale che resse il trono dell’Isola del Dono affondava le proprie radici nell’unione fra Uomini, Elfi e Maia, ossia spiriti angelici: questa, dunque, è la ragione per cui, ancora nella tarda Terza Era, Denethor, Sovrintendente di Gondor, lamenterà al proprio figlio maggiore, Boromir, come il ruolo dei sovrani di quel Paese (a loro volta discendenti di un ramo «cadetto» dei sovrani numenoreani) non avrebbe mai potuto essere soppiantato, per così dire, dai Sovrintendenti, nonostante fossero ormai trascorsi più di mille anni dalla scomparsa dell’ultimo sovrano del Reame Meridionale. È evidente, dunque, che il lignaggio dei sovrani di Numenor sia una delle prerogative fondamentali per tramandare questa importante carica senza soluzione di continuità; è sufficiente dare un’occhiata alla cronologia dei diversi re dei Dunedain, posta nel volume «Racconti Incompiuti», per rendersi conto, infatti, di come non appaiano mai altri sovrani provenienti da diversi lignaggi (sia pure all’interno dei numenoreani). Certo conosciamo molto poco (per usare un eufemismo) delle mogli dei sovrani di Numenor, però sembra evidente che la linea di successione sia costituita da eredi diretti di Elros, primo re di quell’isola e fratello di quell’Elrond che scelse di essere immortale come gli elfi e si stanziò, invece, nella Terra di Mezzo. Nella lettera che segue, Tolkien si sofferma sugli attributi sociali e, allo stesso tempo, religiosi, che contribuivano fortemente a rafforzare l’autorità del sovrano numenoreano:

«I Numenoreani cominciarono così una nuova grande epoca, e come monoteisti; ma come gli Ebrei (ancora di più) avevano un unico centro fisico di venerazione: la sommità della montagna Meneltarma «Pilastro del Cielo» […] Anche quando i Re si estinsero non restò più niente di simile al sacerdozio: le due cose per i Numenoreani erano equivalenti» (La Realtà in Trasparenza, lettera 156)

L’analogia con gli antichi Egizi è ripresa nella lettera 211, laddove Tolkien, approfondendo la caratterizzazione dei Gondoriani, confessa che questi

«erano orgogliosi, particolari e strani, e penso che la cosa migliore sia raffigurarli come (diciamo) Egizi. Assomigliano agli Egizi sotto diversi aspetti – la passione per, e la capacità di costruire, opere gigantesche e massicce (Ma naturalmente non per la loro teologia: rispetto alla quale assomigliavano più agli Ebrei, anzi erano persino più puritani – ma questo sarebbe troppo lungo da spiegare: spiegare perché praticamente non esiste una religione manifesta, o piuttosto atti o luoghi o cerimonie religiose fra i «buoni» o anti-Sauriani, all’interno del Signore degli Anelli» (La Realtà in Trasparenza, lettera 211).

Ancora sulla figura del sovrano numenoreano tipico, Tolkien, nella lettera 244 aggiungeva, infine, che:

«un re Numenoreano era un monarca, con il potere assoluto di decidere durante una discussione; ma governava il regno rispettando l’antica legge, di cui era amministratore (e interprete), ma non autore» (La Realtà in Trasparenza, lettera 244).

Ciò che mi sembra importante sottolineare, sulla base della lettura di questi documenti, è che il sovrano numenoreano, nelle intenzioni di Tolkien, doveva essere una guida non solo politica e amministrativa (come ogni altro capo di Stato, del resto), ma anche religiosa e, direi, simbolica. Ricordate come riescono gli abitanti di Minas Tirith a capire che Aragorn è il re tanto atteso? Dalle sue capacità di guaritore. Senza dubbio, anche i suoi antenati dovevano essere in grado di praticare queste arti mediche benefiche. Questa figura di sovrano, che troviamo anche in contesti storici (per esempio, si riteneva che gli antichi re francesi fossero in grado di guarire i loro sudditi da alcune malattie semplicemente imponendo loro le mani sul capo) ha però un limite evidente: diventa di grande utilità nel momento in cui una società è rigidamente organizzata da un punto di vista sociale (come doveva essere Numenor nella sua prima fase di esistenza), oppure all’interno di società profondamente in crisi (come il regno di Gondor alla fine della Terza Era), tuttavia può risultare «scomoda» nel momento in cui una società si articola maggiormente e compaiono, per così dire, «centri alternativi di potere» rispetto a quelli regi. Un esempio, sotto questo punto di vista, può essere costituito dal Consiglio dello Scettro, che affiancava il sovrano nelle sue scelte: secondo una nota scritta dallo stesso Tolkien a margine del racconto di Aldarion ed Erendis, questo organismo nel tempo aveva profondamente mutato la sua forma, diventando di fatto un potere alternativo rispetto a quello del sovrano. Nei secoli centrali e finali della Seconda Era, d’altra parte, si nota un’evoluzione degli stessi sovrani numenoreani: progressivamente, infatti, a parte alcune eccezioni significative, essi sembrano tralasciare i loro doveri regali, per concentrarsi unicamente sull’accumulo di ricchezze oppure su ricerche erudite. Sembra evidente, dunque, che, con il trascorrere dei secoli, il potere effettivo sia stato distribuito fra più soggetti, molti dei quali, si può supporre, avessero fatto fortuna grazie alla colonizzazione della Terra di Mezzo.

Una lotta di classe alla base del conflitto civile a Numenor?

Mi rendo conto che questo titolo può sembrare un po’ provocatorio, e non ho nessuna difficoltà ad ammetterlo. Come i lettori di Tolkien sanno (o dovrebbero sapere) molto bene, questo autore non volle mai accostare le storie della Terra di Mezzo a quelle che riguardavano il Mondo Primario, vale a dire la nostra cara e vecchia Terra, né volle cercare accostamenti di tipo politico, di nessun genere. A un lettore, per esempio, che gli chiese se Mordor corrispondesse all’Unione Sovietica, data la collocazione geografica ad Oriente di entrambi i territori (e l’idea, sottesa a questa affermazione, che Sauron e Stalin fossero considerati entrambi i nemici dell’Occidente, sia di quello fantastico, che di quello reale) Tolkien replicò fermamente che simili accostamenti non avevano alcun senso. Proprio per queste affermazioni contenute nelle lettere del professore di Oxford, non sfugge dunque l’importanza di questa lettera, perché cerca di andare oltre la dicotomia «religiosa» fra Fedeli e Uomini del Re.
In questa sede, dunque, voglio chiarire un concetto che ho toccato marginalmente nel corso di alcuni commenti scritti a margine di articoli precedenti: i Numenoreani Neri, in origine, non erano i seguaci di Pharazon. O almeno, non lo divennero fin quando non furono tutti quanti (a cominciare da Pharazon stesso) corrotti da Sauron, al punto tale da adorare Morgoth e praticare apertamente la Magia Nera. Il Numenoreano Nero più famoso, senza dubbio, è la Bocca di Sauron, che si presume discendesse da quei Numenoreani che si erano stanziati lungo le coste della Terra di Mezzo perché avidi di scienza malefica praticata da Sauron. Prima dell’arrivo dell’Oscuro Signore a Numenor, tuttavia, coloro che si opponevano ai Fedeli all’amicizia con gli Elfi, e al culto dei Vala e dell’Unico, erano noti come «Uomini del Re»: questa designazione indicava, dunque, quei Numenoreani che seguivano l’orientamento sempre più marcatamente imperialistico che i sovrani di quel popolo, nella fase centrale e finale della Seconda Era, finirono con il rendere l’obiettivo primario della loro politica. Questo non vuol dire, naturalmente, che alcuni di loro non avessero già deciso di lasciarsi corrompere da Sauron (come dimostra la storia dei tre Nazgul di origine numenoreana, accennata, ma mai ampiamente approfondita nel Silmarillion); tuttavia, è bene ribadirlo, la grande differenza tra questi e i Fedeli consisteva nel progressivo allontanamento dei primi dalla religione dei Valar, alla quale, tuttavia, almeno fino all’arrivo di Sauron nella loro isola, non si sostituì il culto di Morgoth. Questa differenza, se da un certo punto di vista può sembrare di scarsa influenza (dopotutto, gli Uomini del Re possono essere considerati, anche da un punto di vista «genetico», per così dire, gli antenati diretti dei Numenoreani Neri), appare invece di grande importanza nel momento in cui si esaminano le cause della decadenza di Numenor e il ruolo che Sauron svolse in questo processo. Un ruolo che, a ben vedere dalle parole che Tolkien adoperò in questa lettera, assomigliava sempre più a quello di «leader politico» oltre che, naturalmente, religioso e che finì coll’interagire apertamente con una serie di interessanti problematiche che, ancor prima della comparsa di Sauron a Numenor, dovevano avere provocato uno stato di crescente tensione sociale nell’isola del dono.

«Nella seconda fase, i giorni dell’orgoglio e della gloria e del risentimento contro il Divieto, cominciano a cercare il benessere piuttosto che la beatitudine. Il desiderio di sfuggire alla morte ha prodotto il culto delle morte ed essi profondono ricchezza e arte sulle tombe sui monumenti funebri. Ora incominciano a insediarsi sulle coste occidentali, ma questi insediamenti assomigliano sempre più a fortezze e ad abitazioni signorili, e i Numenoreani diventano raccoglitori di tributi, portando dal mare una quantità sempre maggiore di ricchezze nelle loro grandi navi». (La Realtà in Trasparenza, lettera 131)

Ancora più indicativo è questo breve estratto dal Silmarillion, che dimostra a quale livello fosse giunta la tensione sociale presente nell’isola di Numenor:

«E accadde in quei giorni che uomini dessero mano ad armi, trucidandosi a vicenda per motivi insignificanti, poiché s’erano fatti pronti all’ira e Sauron o coloro che questi aveva legato a sé andavano per il paese aizzando gli animi, sì che la gente mormorava contro il Re e i signori ovvero contro chiunque avesse qualcosa che essi non avevano; e coloro che disponevano di potere traevano crudele vendetta» (Il Silmarillion, pp. 344-345)

Da questo brano appare come Sauron, oltre ad avere velleità di tipo «politico» sia stato caratterizzato da Tolkien come una divinità che gli antropologi non esiterebbero a definire «trickster», ossia imbroglione, truffatore, come lo era, per esempio, Loki. Curiosamente, si può osservare come in questo brano Tolkien riprenda in parte la caratterizzazione che Sauron aveva quando era stato concepito come Tevildo, il Signore dei Gatti: una creatura perfida, tendente a fare il doppio gioco (cfr. «Racconti Perduti», dove questo personaggio appare in una versione primitiva del racconto di Luthien e Beren; per inciso, è in questo racconto, poi abbandonato dall’autore, che si spiega l’ostilità fra gli Elfi e i Gatti). Sembra evidente come a Sauron non importi assolutamente nulla della questione sociale legata agli «squilibri» derivati, con ogni probabilità, dalla concentrazione di ricchezze nelle mani di una ristretta cerchia di numenoreani: il suo obiettivo, infatti, era quello di approfondire il solco già esistente tra i diversi gruppi sociali dell’Isola del Dono, facendo leva ora sul desiderio dei ceti più diseredati di riappropriarsi di una parte delle ricchezze che dovevano essere loro state sottratte dalle élites, ora sui ricchi numenoreani che, spaventati da una possibile rivolta (o addirittura una rivoluzione?), avrebbero volentieri fatto ricorso alla forza per soffocare ogni tentativo di sovvertire i rapporti di forza esistenti.

Conclusioni: un epilogo già annunciato

L’influenza diretta di Sauron sulle genti numenoreane si ebbe solo a partire dalla sua finta sottomissione ad Ar-Pharazon, avvenuta nell’anno 3262 della Seconda Era. Le lettere di Tolkien citate in questo articolo, tuttavia, mettono in luce alcuni interessanti elementi che vale la pena di riassumere in questo paragrafo conclusivo e che ci consentono di sostenere la tesi secondo cui la fine del regno numenoreano era già stata avviata ben prima della guerra civile che portò al potere Pharazon.
1) La figura del sovrano di Numenor, così come appare nella prima lettera citata in questo articolo, possedeva valenze sia politiche che religiose. La rinuncia della maggior parte dei Numenoreani al culto dei Vala e di Eru rese la sua figura probabilmente più debole, da un punto di visto simbolico, accentuando, al contrario, il potere dei nobili che circondavano il sovrano e che siedevano al Consiglio dello Scettro e che potevano contare su maggiori ricchezze e (probabilmente) su un numero maggiori di soldati che dipendevano dai loro ordini e che si erano distinti nel saccheggio e nell’occupazione della Terra di Mezzo.
2) Esisteva a Numenor una fortissima contrapposizione tra le classi sociali: se è vero, infatti, che, nel suo complesso, la società numenoreana era diventata più ricca e potente, non mancavano, tuttavia, forti differenze al suo interno (basti vedere quello che succede nella società odierna, per rendersene conto). Sauron approfittò di questa divisione per i suoi fini, tuttavia non fu lui a crearla dal nulla.
3) Si fa presto a contrapporre Fedeli ai Seguaci di Pharazon: in realtà, dovevano esserci diverse posizioni all’interno di questi schieramenti, alcune più «moderate», altre più «radicali», legate, probabilmente, anche a fattori di natura sociale ed economica. A questo proposito va ricordato come lo stesso Pharazon, pur essendo ovviamente un personaggio squallido e corrotto, non aveva alcuna intenzione di sottomettersi a Sauron (almeno queste erano le sue intenzioni, quando preparò la sua flotta per conquistare Mordor). Per Pharazon, come per tanti altri suoi seguaci, Sauron era anzitutto un avversario «politico» in quanto le sue azioni aggressive minacciavano il dominio numenoreano nella Terra di Mezzo. Che Sauron fosse «anche» il discepolo di Morgoth doveva sembrare, per molti Numenoreani, un argomento trascurabile. Avrebbero reagito allo stesso modo se, per assurdo, Gil-Galad avesse deciso di intraprendere la conquista della Terra di Mezzo; state pur certi che non avrebbero esitato a dichiarargli guerra! Questa crisi insita nella rappresentazione della figura del monarca numenoreano è stata poi sviluppata nel mio «Racconto del Marinaio e dell’Infame Giuramento», al cui interno, partendo da questi scarni elementi presentati da Tolkien, mi sono spinto oltre, interrogandomi su una questione affascinante, destinata, naturalmente, a restare senza risposta: e se i tempi a Numenor, prima della Guerra civile, fossero divenuti maturi per una evoluzione radicale della forma monarchica di quella nazione? Cosa sarebbe accaduto se, oltre a porre in crisi la figura (debole) di Tar-Miriel, una parte dei Fedeli avesse avanzato riserve sull’istituzione monarchica in quanto tale?

Numenor: Game of Thrones (I)

Bentrovati! Per il titolo di questo articolo, come avranno notato i lettori dei romanzi «Cronache del ghiaccio e del fuoco» scritti da George Martin, mi sono ispirato alla celebre serie televisiva «Il Trono di Spade» (Game of Thrones). Nessuna paura! Non ho intenzione di mescolare elementi delle opere tolkieniane con quelli del celebre scrittore statunitense. Si tratta solo di un simpatico omaggio a una famosa serie TV, che mi è di grande utilità, però, per introdurre due racconti postumi (scritti, cioè, dopo aver terminato la prima stesura del «Ciclo del Marinaio») nei quali ho provato ad approfondire un aspetto della storia numenoreana, relativo alla guerra civile combattuta a Numenor nell’anno 3255 della Seconda Era, che avevo toccato solo marginalmente nel «Racconto del Marinaio e della Principessa».
Il conflitto vide schierati da un lato i Numenoreani fedeli al culto dei Valar e di Eru e dall’altro i sostenitori delle pretese avanzate da Pharazon – cugino di Tar-Miriel, legittima regina – al trono. Molti di voi sanno già come si concluse questa guerra civile; gli altri potranno scoprirlo leggendo questi due racconti. In fondo, le macchinazioni avanzate dagli uni e dagli altri per assicurarsi la vittoria dettero origine, a tutti gli effetti, a una sorta di «giochi diplomatici», nei quali complotti e tradimenti erano all’ordine del giorno.
In particolare, il racconto «L’Ombra e la Spada» che vi apprestate a leggere a partire da questo articolo presenta una singolare caratteristica: a differenza di tutti gli altri, che erano invece basati su ricordi ed esperienze vissute direttamente da Erfea o comunque facilmente recuperabili da una cerchia di persone che con il paladino di Numenor avevano relazioni, questo racconto è (almeno fino a questo momento) l’unico scritto da personaggi che con Erfea non avevano relazioni dirette, se così si può dire…dal momento che, come vi accingerete a leggere, i protagonisti di questo e dei prossimi articoli saranno proprio i capi della fazione avversa a Tar-Miriel, fra i quali un grande ruolo sarà attribuito ai tre principi numenoreani che furono corrotti da Sauron e furono tra i più potenti fra i Nazgul: Er-Murazor, Akhorahil ed Adunaphel.

Per questa ragione, trovo importante trascrivere, prima ancora di presentarvi l’incipit del racconto, una nota che spiega come questo documento finì nelle mani di Erfea.

«Questo scritto pervenne ad Erfëa tramite un’ambasciata che giunse a Gondor allorché erano trascorsi pochi mesi dalla Caduta: colui che gli consegnò il manoscritto, accompagnò tale dono con una lettera nella quale spiegava di essere stato per molti anni schiavo di Pharazôn e di essere fuggito da Numenorë allorché il suo Signore, venuto a conoscenza che questi aveva trascritto resoconti di vicende che non desiderava altri conoscessero, ordinò di ucciderlo e di bruciarne la dimora. Sulle prime, il principe di Minas Laurë esitò a prestare fede a tale scritto, ché molto diffidava dei Numenoreani Neri e dei loro inganni; in seguito, rimembrò che fra coloro che erano stati del seguito dell’ultimo sovrano di Andor, vi era un uomo il quale era solito essere condotto in catene dinanzi al suo trono per il bieco divertimento del re e della corte intera, ché era muto e nulla poteva ribattere alle risate crudeli che il governatore dell’isola riversava sul suo capo e comprese il suo errore. Sceso dallo scranno, il Sovrintendente di Gondor domandò perdono all’uomo per non averlo riconosciuto fin dal principio e ordinò che fosse ospitato fino alla fine dei suoi giorni presso una ricca dimora che gli fu assegnata come risarcimento per le torture che aveva subito durante gli anni ormai distanti della sua giovinezza: grato per il dono del principe, l’uomo, il cui nome era Khanor, visse ad Osgiliath per due anni ed infine spirò».

Prima di lasciarvi alla lettura dell’articolo, infine, voglio fare un’ulteriore premessa: questo racconto e quello che segue, intitolato «Il racconto dell’infame giuramento» presentano un tono più cupo e drammatico rispetto a quelli che avete letto fino ad oggi. In parte, questa scelta è stata motivata dalla necessità di assecondare un linguaggio più consono ai protagonisti principali di questi racconti, che militano nel campo «avverso», per così dire; in secondo luogo, soprattutto nel primo racconto, ci sono evidenti influssi derivati dalla lettura dei romanzi di H.P. Lovecraft, soprattutto a livello di ambientazione. Credo ne sia uscito un quadro abbastanza diverso dal solito – si potrebbe dire, con una battuta, che questi sono i racconti forse «meno tolkieniani» che io abbia mai scritto – ma lascio a voi il compito, spero piacevole, di giudicare se sia o meno riuscito nel mio intento.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«In quei giorni[1], Pharazôn, nipote di Tar-Palantir, sovrano di Numenor nei giorni del suo triste declino, tenne un consiglio fra quanti erano del suo partito, ché egli, sebbene si fosse atteso la proclamazione di sua cugina a sovrana di Numenor, pure non smetteva di detestarla, temendo che i Fedeli avrebbero preservato negli anni del suo regno la gloria che sì recentemente avevano conquistato: incapace di trattenere ulteriormente la sua ira ed il suo timore, convocò coloro che erano stati i camerati di suo padre e che erano sopravvissuti alla prigionia o alla morte in battaglia. Sulle prime, gli Uomini del Re espressero un palese disagio nell’ottemperare la richiesta del figlio di Gimilzôr e questo accadeva perché erano sopravvissuti in pochi e temevano di terminare tristemente i propri brevi giorni; infine, poiché essi erano ansiosi di ottenere vendetta su Tar-Miriel e i suoi Paladini, acconsentirono ad incontrare Pharazôn nella cave abbandonate di Dûr-Zhirûk[2], poste all’estremità meridionale della penisola di Andustar: tale contrada godeva di cattiva fama, ché i pastori non permettevano che i loro armenti pascolassero nei suoi recessi nebbiosi e grigi, né i pescatori osavano condurre le loro fragili imbarcazioni nei pressi delle sue imponenti scogliere di nero basalto, il cui silenzio era rotto solo dall’incessante fragore provocato dalla rabbia del Grande Oceano. Pochi fra i sapienti Numenoreani erano a conoscenza di quali oscuri pertugi si aprissero all’interno di tali recessi e non facevano volentieri parola di quanto avevano scoperto ad altri che non fossero i Cundo dell’Accademia, per timore che la follia ed il terrore si impadronissero delle menti di coloro che impunemente fossero venuti a conoscenza di esseri che si diceva fossero vissuti in quegli oscuri antri prima ancora che l’Isola del Dono fosse sollevata dalle acque: a quanti affermavano che solo i Valar avevano avuto parte alla creazione di Numenor, costoro replicavano che finanche Melkor era stato nel loro Novero e che dunque, per quanto la sua oscura essenza fosse stata scagliata nello spazio atemporale che si estendeva al di là del Tempo, pure il suo malefico influsso aveva contributo, in parte, alla sollevazione di Elenna dal fondale dell’Oceano, plasmando la roccia di Dûr-Zirûk secondo la sua perversa volontà. Per molti secoli, i Numenoreani avevano evitato le contrade oscure che si estendevano al di là delle desolate piane dell’Andustar; infine, coloro che erano tra gli Uomini del Re noti per la loro malvagità e crudeltà, avevano edificato in questi luoghi oscuri altari a divinità senza nome, il cui culto era sopravvissuto negli anni fino a giungere ai giorni di Pharazôn; questi, sebbene fosse poco o punto propenso a credere ai racconti che circolavano su Dûr-Zirûk, pure aveva esplorato quegli spaventosi anfratti e si era convinto che l’orrore primigenio che emanavano gli affreschi immondi che ne coprivano i soffitti avrebbe influenzato le menti dei suoi camerati, esortandoli a compiere la scelta che avrebbe ritenuto più consona ai propri interessi. Riluttanti, i Signori degli Uomini del Re accettarono il suo invito, non prima di aver giurato che non avrebbero rivelato a nessun altro figlio di Iluvatar quanto avrebbero scorto o udito in quelle immonde sale sotterranee: accadde dunque che durante un novilunio, quando massimo cresceva nel cuore dei Fedeli il timore e l’avversione per le contrade il cui nome risuonava alle loro orecchie maledetto ed infido da ascoltarsi, essi si radunassero a Dûr-Zhirûk, abbigliati nelle loro regali vesti; per primo, giunse Khorazîd, Principe dell’Andustar, e numeroso era il suo seguito di schiavi, concubine e mercenari; dopo che egli ebbe abbandonato la sua lettiga d’oro e si fu calato nelle voragini della terra, altri Signori della schiatta ribelle di Elros Tar-Minyatur lo seguirono. Dôkhôr, Principe del Fornastar, fuggito anni prima nella Terra di Mezzo perché accusato di aver perpetuato immani stragi nelle province che Ar-Gimilzor gli aveva attribuito, era fra coloro che presero parte al consesso; Azâran, Principe dell’Ondustar, il più anziano fra i camerati del padre del giovane Pharazôn, era stato fra i primi ad accorrere allorché l’erede del suo signore era giunto alla sua antica dimora per condurgli di persona la missiva sulla quale era trascritto l’invito al Consiglio del Partito degli oppositori alla Regina; finanche Akhôrahil, che pure era scomparso da Numenor allorché Erfëa aveva scoperto la sua reale identità celata nei deserti infuocati del remoto Harad, aveva fatto ritorno ad Andor e, sebbene avesse mutato il suo sembiante, pure furono in molti coloro che crederono di riconoscere nel suo volto l’antico membro del Consiglio dello Scettro di Ar-Gimilzor. Principi e dame – ché, seppure in numero inferiore, esse erano presenti al consesso e si dimostrarono non meno risolute e spietate di quanto non lo fossero i loro consorti – furono condotti da esperte guide per segreti pertugi fino alle radici dell’Isola, ove i loro sguardi, che pure erano avvezzi alle peggiori nefandezze che i Secondogeniti avessero escogitato nel corso di lunghi secoli, furono atterriti e disgustati, sicché non furono pochi coloro che si coprirono il capo a causa del terrore che affreschi obliati da molti anni suscitavano in loro; finanche Dôkhôr, che pure era il signore di quella contrada, non aveva mai fatto visita a quegli orrendi sepolcri prima di quel momento ed il suo viso era ora pallido e smorto, come se un gran male l’avesse colto: unico fra tutti i presenti a non darsi pena per quanto accadeva era Akhôrahil, ché egli era fra i servi maggiori di Sauron e, sebbene conoscesse poco o punto i segreti nomi delle divinità ivi venerate per mezzo di orrendi sacrifici, le cui tracce erano ancora visibili sugli altari consunti dal tempo, pure si avvedeva che servivano il medesimo scopo del suo Padrone e di ciò si compiaceva».

Note

[1] Vi è qui un’allusione agli ultimi giorni del regno di Tar-Palantir: secondo alcuni commentatori, potrebbe riferirsi al terzo mese dell’anno 3255 della Seconda Era, ché la designazione di Miriel a sovrana di Numenor fu comunicata ai ministri del regno solo all’inizio della primavera, e tra questi gli unici ad averla appresa prima di tutti gli altri erano stati Amandil ed Erfëa.

[2] Dûr-Zhirûk, la Roccia del Demone nell’Adunaico, antica favella degli Uomini dell’Occidente.

P.S. In questi giorni ha raggiunto e superato la quota di 1000 commenti…sono molto soddisfatto di questo piccolo traguardo, ringrazio ciascuno di poi per aver contributo a realizzarlo! Puntiamo a…duemila!