Un’alleanza difficile

Tenere insieme un’alleanza non è semplice, anche quando il nemico da battere è Sauron…come scopriranno in questo brano Erfea e Aldor Roch-Thalion, il signore degli Eothraim, antenati dei Rohirrim. Non stupitevi se quanto scrivo vi suonerà famigliare: si tratta di un testo che, in gran parte, era stato pubblicato due anni fa sul blog, ma con alcuni «buchi» interni che ne rendevano più difficile la lettura. Potrete, eventualmente, leggerlo qui.

Allo scopo di rendere più agevole la lettura di questo testo, l’ho quindi suddiviso in due parti: la prima riguarderà i contrasti sorti in seno al Consiglio di Guerra dell’Ultima Alleanza, la seconda (di prossima pubblicazione) affronterà le disastrose conseguenze della scelta di Oropher e Amdir…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Nessuna novità condusse con sé il giorno successivo, e le settimane seguenti furono animati dalla medesima tranquillità inquietante; tuttavia, come aveva previsto Erfea, nuove schiere offrivano i loro servigi all’Oscuro Signore ed i suoi eserciti crebbero in possanza ed in numero, sicché Sauron si avvide che era giunto il tempo di sfidare nuovamente il nerbo delle Libere Genti: rapaci ordini furono impartiti ai capitani dell’Occhio ed essi presero ad armarsi e a condurre manipoli esigui al di là dei possenti cancelli del Morannon allo scopo di comprendere quale fosse l’entità delle schiere dell’Occidente. In quei giorni, numerosi prigionieri furono catturati dagli esploratori elfici in ricognizione nelle desolate steppe che si estendevano tutt’attorno ai loro accampamenti ed essi condussero tali esseri dinanzi ai comandanti dell’Alleanza, affinché fossero interrogati e rivalessero quale fine gli avesse condotti ai quartieri invernali; i servi di Mordor, tuttavia, si rivelarono infidi e riluttanti a parlare, sicché non fu possibile apprendere da loro alcunché.

Grande fu l’inquietudine che sorse allora negli animi dei Comandanti dell’Alleanza ed essi presero a mormorare che il Nemico avrebbe tosto invaso i loro accampamenti; tuttavia, sebbene i cuori di tutti fossero provati da timore, pure nessuno fra loro si dimostrò più pronto a recepire tali sentimenti nel suo animo di Oropher, sovrano degli Elfi che dimorano all’ombra dei vetusti faggi che si estendono nelle remote e selvagge contrade di Bosco Verde il Grande; estese erano le sue schiere ed egli sovente si lamentava con il proprio erede Thranduil di non poter affrontare in campo aperto gli schiavi di Mordor: “Grande rammarico prova il mio cuore nell’osservare che le nostre armate, riluttanti, attendono in tale desolata landa i servi dell’Avversario, mentre i Signori degli Eldar discutono nelle loro lussuose dimore di arcane e futili questioni. Alleati e non già asserviti furono i nostri soldati allorché pronunciarono il fiero giuramento di sconfiggere Sauron o di perire nel tentativo di compiere tale impresa; per quale ragione, dunque, dovremmo attendere che sia il figlio di Fingon a comandare le nostre schiere?”

Ostile ai Noldor era il cuore del sovrano di Bosco Verde il Grande ed egli temeva i Naugrim di Khazad-Dum, ché nella sua mente era ancora vivido il ricordo del bieco assassinio di Thingol e della rovina del Doriath; Thranduil, tuttavia, sebbene nel suo animo nutrisse sentimenti simili a quelli del padre, era però più accorto e lungimirante, sicché presagiva che le armate del suo popolo avrebbero subito una dura sconfitta se avessero osato affrontare i veterani guerrieri di Mordor senza alcun aiuto: a eccezione della Guardia del sovrano, infatti, nessun altro guerriero era dotato di armature in metallo e di cavalli, risultando pertanto vulnerabile agli attacchi dei crudeli Esterling e dei possenti Haradrim.

Caute parole e saggi ammonimenti pronunciava allora il figlio di Oropher alle orecchie del suo signore e per qualche tempo parve che la concordia regnasse ancora nel cuore del re; tuttavia, alcuni fra i Noldor più arroganti e infidi, presero a sussurrare al cuore di Gil-Galad parole codarde e subdole, sicché l’animo dell’Alto Re dei Noldor fu colmo di sdegno e di ira possente ed egli non mancava di osteggiare Oropher ogni qual volta si svolgevano i Consigli di Guerra.
Sorpresa e timore turbarono i Secondogeniti, ché ignoravano i motivi per i quali vi era sì discordia tra i Sindar e i Noldor, e umiliati erano gli spiriti dei Nani della stirpe di Khazad- Dum, ché essi non avevano preso parte a quelle vicende e pur avendone serbato ricordo, si rifiutavano di espiare colpe mai commesse; a tale discordia si giunse, che un dì Oropher apostrofò Gil-Galad con tali parole di scherno e perfidia: “Signore degli Eldar, grande sarebbe la mia vergogna e palese il mio disonore, allorché scoprissi che vi sia, nel mio accampamento, Elfo o Uomo sì saldo nel cuore e nella mente da muovere guerra agli eserciti di Mordor e io avessi tema di seguirne il glorioso cammino”.
Molti fra i comandanti si sorpresero allorché udirono tali parole di sfida e alcuni presero a mormorare che presto il sangue sarebbe corso tra gli stessi guerrieri dell’Alleanza; fredda fu tuttavia la risposta che Gil-Galad pronunciò in quell’ora: “Invero, vi sono al mondo numerosi signori e condottieri, gli uni ricolmi di codardia, gli altri di arroganza; la fama non è estranea ai loro destini, ché i primi la conquistano ergendosi sopra i corpi di coloro che sacrificano per i loro abietti scopi, i secondi innalzando i loro vessilli sui campi di battaglia. Io non desidero, però, obliare che questa guerra non è condotta per acquisire gloria personale, bensì per un diverso scopo. Se, dunque, qualcuno tra voi crede che gli eserciti di Mordor dormano, ignari, all’ombra dei poderosi cancelli del Morannon, vada pure a disturbarne la quiete; sappia, tuttavia, che nessuno in questa sala offrirà la propria spada per un simile scopo”.
Furente, Oropher osservò l’Alto Re dei Noldor e non avrebbe tardato a rispondere con grande veemenza a tali parole, se in quel frangente non si fosse levato dal suo scranno Cirdan, saggio fra i Sindar e custode di Narya, l’Anello del fuoco: “Non desidero che il sangue dei Primogeniti sia sparso ancor prima che le nostre armate incrocino le proprie lame con quelle dei servi dell’Avversario; se tale è il tuo pensiero, Oropher, affronta pure gli Orchi e le altre creature delle Tenebre che formicolano nei segreti pertugi e nelle anguste torri del Morannon, ché nessuno ostacolerà il tuo cammino; abbi cura, tuttavia, prima di intraprendere tale periglioso sentiero, che le dimore della tua gente siano ben protette, ché il nero artiglio di Sauron protende le sue crudeli grinfie al Nord e non dubito che oserebbe colpire la tua reggia, mentre il tuo esercito otterrà gloria e morte sui campi di battaglia”.
Dubbio sorse allora nell’animo di Oropher, ed egli avrebbe forse desistito dallo sfidare le armate di Mordor, se in quel momento non avesse fatto il suo trafelato ingresso un messaggero, con il volto ornato dalle lacrime e dal sangue, mormorando parole che ai più parvero incomprensibili; lesto, tuttavia, lo soccorse Elendil, Sovrano degli Uomini e udì quanto l’Elfo aveva voluto rivelargli; sospirò, infine gli accarezzò dolcemente il viso, ché l’esploratore gli era spirato tra le braccia.
A lungo ristette in silenzio, infine, rivolgendo il pensoso sguardo a coloro che gli erano accanto, parlò ad alta voce, sicché le sue parole furono udite da tutti in quella dimora: “Battaglioni dell’Occhio sono stati avvistati nelle contrade a Sud e a Est rispetto alla nostra posizione; alcuni Elfi sono stati catturati e torturati dai servi del Nemico e i loro cadaveri giacciono, abbandonati alle fiere e ai corvi, dinanzi alle porte dei nostri quartieri invernali”.
Un penoso silenzio scese fra coloro che ascoltarono quelle parole, interrotto solo dal respiro affannoso di Oropher, al quale fecero ben presto eco le parole che Amdir, sovrano di Lorien pronunciò:
“A che pro dovremmo, Cirdan di Lindon, desistere dal muovere guerra ai servi del Nemico, dal momento che essi compiono tali efferati atti? Sterili si sono dimostrati i tuoi consigli, ché l’Oscuro Signore sterminerà il nostro popolo se le schiere dell’Alleanza non saranno in grado di contrastarne la violenza e la malizia: pure, se le nostre esistenze saranno un giorno tutelate dalle poderose mura che cingono Osgiliath, Annuminas o Khazad-Dum, non sembrerà a noi, che già una volta fummo esiliati dalle nostre terre, di bussare nuovamente, mendichi, alle porte di coloro che in passato turbarono le nostre esistenze o si opposero ai nostri voleri, umiliando senza ragione alcuna i nostri spiriti? Non vi sono, infatti, fortificazioni che possano arrestare l’ira di Sauron dinanzi alle nostre contrade; qualora gli alberi fossero abbattuti e l’intera foresta data alle fiamme, noi rimarremmo inermi e senza alcuna difesa nei confronti degli Ulairi e delle loro armate; non sarebbe dunque preferibile perire in scontro aperto, piuttosto che subire l’umiliazione, da un lato, di dover volgere la terga al nemico e dall’altro, di permettere che avvengano simili atti nefasti senza opporre a essi null’altro che la nostra sterile voce?”
Lesto si levò allora Erfea dal suo scranno e pronunciò tali parole: “Fra quanti sono comandanti delle schiere delle Libere Genti, mi sembra, tuttavia, che solo i Signori degli Elfi Silvani stiano adoperando la voce per scagliare velenosi strali verso coloro che, pur comprendendo la rabbia che attanaglia i loro cuori, sono ben consci dell’impossibilità di sconfiggere le armate di Mordor senza alcuna arma eccetto la propria vanagloria”.
Parole non seppe replicare Amdir, ed egli chinò il capo, essendo il suo spirito roso da un grande dubbio; saggi erano gli ammonimenti di Erfea, né il Signore di Lorien desiderava che vi fosse inimicizia tra la sua stirpe e quella dei Dunedain; i medesimi sentimenti, tuttavia, non erano condivisi da Oropher ed egli abbandonò il consiglio, seguito dal figlio e dai suoi capitani.
Nessuna parola fu pronunciata dai comandanti dell’Alleanza ed essi si ritirarono, ciascuno custodendo nel proprio cuore i timori che simili atti inconsulti avevano suscitato, ché non v’era dubbio che lesta si sarebbe scatenata una ribellione in seno all’Alleanza ed i suoi germogli erano visibili agli occhi di tutti; turbato, così parlò Aldor Roch-Thalion ad Erfea: “Credevo che avremmo incontrato il nemico sul campo di battaglia, non nella nostra dimora”. Nessuna parola pronunciò Erfea per alcuni istanti; infine sospirò e mirando le nubi che si ergevano ai confini del mondo, così rispose: “Possente, il nero grifagno dell’Oscuro Signore si protende sulle nostre terre, ché anche questa è opera sua ed egli, chiuso nella sua impenetrabile rocca, ride, fiero che ogni suo volere trovi cuori ove possa attecchire con tanta facilità.”
Stupito, Aldor replicò: “Mio signore, mai avevo creduto che finanche i Priminati potessero soccombere ai medesimi sortilegi oscuri che l’Avversario scaglia sui mortali, ché essi mi parevano librarsi al di sopra delle imperfezione di Arda, sfuggendo, come candidi gabbiani, ai lacci che il cacciatore pone sulla sua strada.”
“Invero, signore dei cavalli, il destino degli elfi è strettamente legato a quello di Arda ed essi invidiano il fato degli uomini, ché pare loro meno arduo da affrontare”.
“Amara suona tale rivelazione alle mie orecchie, figlio di Gilnar, ché, sebbene non desiderassi l’immortalità della stirpe dei Primogeniti, pure ritenevo ben più fortunati coloro che giunsero nel Reame Beato al di là del Grande Mare; cosa avviene, dunque,  ai loro spiriti, allorché i loro corpi, simili a fiori la cui vita l’impetuoso Autunno reclami senza esitazione alcuna, periscono in battaglia?”
Sofferenza si dipinse per un istante sul volto di Erfea, si ché Aldor, impaurito, si ritrasse e si pentì per quanto aveva osato domandare a colui che aveva, un tempo, amato una Primogenita; restio era tuttavia il Sovrintendente a congedarlo, ché, sebbene il suo cuore sanguinasse copiosamente, pure non nutriva risentimento per colui che aveva risvegliato, incautamente, antichi ricordi; lenta risuonò allora la sua risposta e il Signore del Rhovanion apprese quanto desiderava conoscere.

“Le storie tramandataci dai nostri padri narrano come ai Primogeniti, al termine della Guerra d’Ira, fosse stata data la possibilità di abbandonare per sempre i lidi della Terra di Mezzo, per recarsi al di là del mare, qualora il tedio delle contrade ove avevano soggiornato fin dai tempi del loro esilio da Valinor fosse divenuto insopportabile per i loro animi; allora essi fuggirono in gran numero, ché Gondolin era stata rasa al suolo e il Narghotrond e il Doriath non erano più, eppure molti fra di essi ristettero, ché l’epoca del dominio dei Secondogeniti non è ancora giunta e molto abbisogniamo dei loro saggi ammonimenti e della beltà dei loro visi.”
“Pochi elfi avevo conosciuto prima di recarmi alla grande torre di Isengard, ove il mio popolo strinse eterna amicizia con le altre liberi genti, e colmo di stupore fu il mio sguardo allorché intravidi Dama Galadriel ergersi fra coloro che discutevano della storia dell’Avversario e della forgiatura dei Grandi Anelli del Potere; maestoso era il suo sembiante e coloro che erano attorno a lei, sebbene appartenessero alla medesima stirpe, pure sembravano bambini sciocchi e pigri, ché ella sovrastava ogni presente con la sua leggiadra bellezza”.
“Splendida è invero Dama Galadriel, ché la luce dell’Antico Mondo non è ancora svanita dai suoi occhi; pure, se tale guerra dovesse avere un esito infausto, allora anche la Signora dei Noldor verrebbe meno e su tutte le contrade dell’occidente cadrebbe l’ombra di Mordor”.
“Non smarrire ogni speme, figlio di Gilnar! Allontana ogni paura dal tuo cuore, ché non è ancora giunta l’ora in cui la tua parte nella vasta storia del mondo cesserà e gli Uomini ancora abbisognano della tua lungimirante guida!”

A lungo Erfea sospirò e ad Aldor Roch-Thalion parve di scorgere il suo volto invecchiare alla luce di una tremula torcia; numerosi anni gli calarono sulle logore spalle e le cicatrici di antiche ferite parvero visibili agli attoniti occhi dell’Eothraim: vi era stanchezza nel grigio sguardo del Dunadan, ché la malinconia albergava nel suo cuore ed il capo era chino. Molte voci erano diffuse tra i guerrieri dell’Alleanza su quanto era accaduto un tempo ad Edhellond, eppure, ad eccezione di Elrond, di Anarion e di Bòr, non vi era nessuno che potesse smentire o confermare quanto i soldati erano soliti sussurrare nelle lunghe veglie della notte. Racconti erano narrati sulle gesta che il prode Dunadan aveva compiuto nel corso dei suoi lunghi anni e il nome di Elwen non era ignoto, né a coloro che gli erano amici, né ai servi di Mordor; pure, nessuno era in grado di affermare quale fato avesse colpito la giovane elfa, se ella fosse perita, trafitta da una lancia aguzza, o se si fosse recata al di là del mare, ove ancora si ergevano, pur se invisibili ai Secondogeniti, le aule di Valinor.
Un sorriso, tuttavia,  balenò sullo stanco volto di Erfea ed Aldor lo osservò stupito, ché non ne comprese il motivo; rapida, infatti, era balenata nella mente del Sovrintendente l’immagine di Imracar Folcwine ed ora gli pareva di scorgere la medesima fierezza nello sguardo del nipote; simili pensieri, tuttavia, esulano dalla mente degli Eothraim ed Erfea non fece parola di quanto albergava nel suo cuore con l’Alto Thaeng.
Nei giorni successivi, rapidi come le nubi in Autunno, corsero false voci, alimentate dal timore e dal rancore che cuori pavidi presero a nutrire; si mormorò, infatti, che una poderosa e feroce armata di Orchi ed Esterling avrebbe tosto percorso la strada che conduceva all’antico Bosco Verde il Grande, ché Sauron si faceva beffa delle luminose schiere dell’Alleanza e riteneva indecoroso sfidarne il nerbo in uno scontro campale. Riluttanti furono tuttavia i Capitani dell’Ovest a concedere credito a tali voci, ché ben comprendevano come messaggeri infidi avessero diffuso tali voci all’interno degli accampamenti e presero a curarsi poco di quanto i servi di Sauron operavano; rabbia sovvenne allora nel cuore di Oropher, ché aveva compreso il parere degli altri comandanti dell’Alleanza e si avvedeva che essi non condividevano i suoi medesimi timori: tosto egli si recò dunque dal suo consanguineo, Amdir di Lorien e, all’orecchio di costui, prese a sussurrare i suoi pensieri reconditi.
Il dubbio sorse allora nel cuore di Amdir; eppure, mai egli avrebbe dovuto prestare ascolto e fede alla parole che il sovrano degli Elfi di Bosco Verde il Grande diffondeva in gran segreto, ché esse erano frutto della malizia di Sauron e dei suoi Ulairi: tuttavia, forte era nel cuore del Sinda la nostalgia per le contrade che aveva abbandonato mesi prima ed egli aveva giurato riluttante, ché presagiva sarebbero giunte perigliose sventure per i Primogeniti se essi avessero preso parte alla guerra fra i Dunedain e i servi di Mordor; pure, ancor più forte era nel suo cuore la minaccia delle armate dell’Oscuro Signore ed egli desiderava porre fine alle devastazioni che la sua contrada aveva subito a opera delle legioni dei Nazgul».

24 pensieri riguardo “Un’alleanza difficile

  1. Per curiosità: questo Roch, il nome, è un omaggio al personaggio presente nei videogiochi di witcher, ovvero Roche?

    Il dialogo tra Erfea e Aldor ricorda un pochetto quello tra Finrod e Andreth

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    1. Non ho pensato al dialogo tra Finrod e Andreth mentre scrivevo quello tra Erfea e Aldor, però effettivamente c’è una certa somiglianza. «Roch» è un termine Sindarin, significa «Cavallo»: unito a Thalion suona più o meno come «Intrepido cavaliere».

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  2. Sei stato molto bravo a inserire Gil-Galad nel racconto. Si tratta di un personaggio incredibile, di cui sappiamo molto poco purtroppo. Sei stato bravo anche a introdurre Erfea in un ciclo narrativo diverso, rendendolo un personaggio ancora più versatile e presente in tutti gli avvenimenti principali di quegli anni.
    P.S: non riesco a trovare i tuoi racconti su Wattpad, riesci a condividerne uno qui, così poi seguo il tuo profilo? Grazie

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